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Full text of "Viticoltura teorico-pratica"

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VITICOLTURA  TEORICO-PRATICA. 


Prof.  OTTAVIO  OTTAVI 


VITICOLTURA 


TEORICO-PRATICA 


CASALE 

TIPOGRAFIA    DI    CARLO    CASSONE 

1885 


Proprietà  letteraria. 


A 

GIUSEPPE    ANTONIO    OTTAVI 

MIO  PADRE 

MIO    MAESTRO 

CON  AFFETTO  E  RICONOSCENZA. 


PREFAZIONE 


Columella1  nel  primo  secolo  dell'era  volgare  scriveva:  «  Credi,  o 
Sii  vino,  a  me  che  n'ho  fatto  prova:  non  fu  mai  vigna  ben  piantata, 
di  buona  razza,  sotto  buon  coltivatore,  la  quale  non  abbia  dato  il 
contraccambio  con  grande  usura  ». 

Ma  oggidì  le  vigne  ben  coltivate  da  intelligente  viticultore,  ricom- 
pensano esse  ad  usura  chi  vi  confida  i  proprii  capitali? 

Non  sono  pochi  coloro  che  si  muovono  una  consimile  domanda, 
dopoché  la  preziosa  Ampelidea  venne  colpita  dai  tanti  e  gravi  ma- 
lori, i  quali  da  varii  anni  la  travagliano,  o  devastandone  i  frutti 
o  minandone  a  dirittura  la  esistenza. 

Eppure  noi  pensiamo  che  le  parole  di  Columella  nulla  abbiano  per- 
duto del  loro  valore,  benché  da  esse  ci  separino  le  centinaia  d'anni. 
Allora  come  oggi  niuna  pianta  vi  ha  che  ricompensi  così  largamente 
il  coltivatore  delle  sue  fatiche  e  de'  suoi  sagrificii;  niuna  pianta  poi 
può  alimentare  tante  industrie  quante  la  Vite  ne  alimenta,  né  altra 
si  conosce  più  rusticana,  più  arrendevole,  più  benefica!  Per  tutti  i 
paesi  dell'  Europa  Meridionale  la  Vite  è  la  fonte  precipua  della  ric- 
chezza creata  dalla  terra  che  si  coltiva:  il  Gelso,  l'Olivo,  l'Arancio 
le  fanno  corona;  essa  però  vi  predomina  di  gran  lunga,  e  la  sua 
benefica  influenza  si  riflette  sulla  società  civile,  addensando  la  po- 
polazione, suddividendo  la  ricchezza  e  provocando  il  benessere  morale 
e  materiale  delle  popolazioni  rurali.  È  tale  la  potenza  colonizzatrice 
della  Vite,  che  ha  potuto  trasformare  umili  villaggi  in  popolose  città; 
la  rinomata  Bordeaux  ce  ne  porge  un  esempio  luminoso. 


1  Libro  IV,  capo  3°. 


Ma  la  Vite  è  oggi  messa  a  dura  prova;  il  rostro  di  vorace  in- 
setto ne  tortura  il  sistema  radicale,  mentre  altri  nemici  non  meno 
funesti  ne  estenuano  il  sistema  aereo,  vegetando  a  spese  delle  parti 
verdi  e  dei  frutti.  L'America  ci  ha  fatto  un  ben  triste  regalo,  colla 
fillossera  e  la  peronospora! 

Non  per  questo  il  viticultore  deve  scoraggiarsi,  ma  armato  di 
buoni  studii  e  di  molta  tenacità  di  propositi  conviene  che  lotti  contro 
questi  fieri  nemici.  Oggidì  il  viticultore  prettamente  empirico  non 
può  più  essere;  le  nuove  condizioni  della  Viticoltura  lo  esigono  istrutto 
e  consapevole  del  perchè  di  quanto  egli  fa  o  dovrebbe  fare:  solo  a 
questi  patti  potrà  lottare  con  successo. 

Scopo  di  questo  libro  quello  è  appunto  di  coadiuvare  il  viticultore,  il 
quale  ami  esercitare  V  arte  sua  meno  empiricamente  che  pel  passato 
ed  agguerrirsi  per  far  argine  ai  nemici  del  prezioso  arbusto:  e  perchè 
il  libro  è  diretto  ai  viticoltori,  esso  è  scritto  nel  modo  il  più  piano 
possibile,  onde  è  forse  accessibile  a  tutte  le  intelligenze.  In  esso 
sono  riassunti  molti  studii  dei  viticoltori  d'ogni  paese;  gli  antichi 
scrittori  di  georgica  hanno  essi  pure  recato  il  loro  contributo  di 
osservazioni;  ma  perchè  la  scienza  era  allora  solo  ai  suoi  inizii, 
nulla  di  utile  avremmo  potuto  dire  senza  il  contributo  degli  studiosi 
dell'  oggi.  La  Viticoltura  ha  d'  uopo  di  molte  cognizioni  ausiliarie,  e 
però  al  rispetto  per  gli  antichi,  va  unito  lo  studio  dei  moderni. 

Saremo  ben  avventurati  se,  con  questo  libro,  avremo  potuto  re- 
care qualche  giovamento  in  modo  speciale  alla  Viticoltura  italiana, 
che  è  tanta  parte  dell'Agricoltura  patria  e  della  nostra  floridezza 
economica:  noi  lo  confidiamo,  come  confidiamo  nella  energia  e  nella 
costanza  dei  nostri  concittadini,  acciò  non  si  dica  che  «  è  colpa 
nostra  non  naturai  cosa  »  la  decadenza  della  Viticultura  nel  bel 
paese,  che  oltre  a  svariate  formazioni  geologiche,  ha  il  privilegio  della 
postura,  del  clima,  del  vitigno,  pure  svariatissimi,  ond'  è  atto  ad 
ogni  maniera  di  produzioni. 

Pel  bene  di  tutti  facciamo  voti  acciò  fiorisca  sempre  più  la  Viti- 
coltura italiana:  per  noi  la  Vite  è  la-  vita. 

Casale  nel  Monferrato   1   Giugno  del  1885. 

Ottavio  Ottavi. 


INTRODUZIONE 


Importanza  della  Viticoltura 
nella  economia  civile. 


I.  La  vite.  —  II.  Il  reddito  brutto  della  viticoltura  italiana.  —  III.  La  viticoltura  ita- 
liana e  la  popolazione  rurale.  —  IV.  La  viticoltura  italiana,  la  popolazione  e 
Temigrazione.  —  V.  La  viticoltura,  la  mercede  degli  operai  e  la  divisione  della 
proprietà.  —  VI.  La  mezzadria  e  la  viticoltura.  —  VII.  La  viticoltura  italiana 
ed  i  tributi  —  Vili.  La  vite  e  le  altre  piante  coltivate.  —  IX.  Altri  prodotti  delle 
viti.  —  X.  La  vite  e  la  salute  pubblica.  —  XI.  La  viticoltura  e  la  produzione 
del  suolo.  —  Conclusione. 

I.  La  vite  può  giustamente  considerarsi  come  uno  fra  i  princi- 
pali fattori  del  benessere  pubblico,  inquantochè  la  sua  coltivazione 
prima,  e  poscia  le  molteplici  ed  importanti  industrie  a  cui  danno 
luogo  i  suoi  prodotti,  sono  fonte  di  guadagno  per  grande  numero 
di  operai  dei  campi  e  delle  città,  per  la  proprietà  rurale,  per  gli 
industriali  ed  infine  per  lo  Stato,  che  alla  vite  chiede  numerosi 
e  gravi  tributi  direttamente  ed  indirettamente.  Il  principale  prodotto 
della  vite,  che  è  il  vino,  arreca  dal  canto  suo  grandi  vantaggi 
all'  uomo,  essendo  la  più  igienica  fra  le  bevande  alcooliche,  ed  alla 
società  civile,  sostituendosi  ai  liquori  e  frenando  l'alcoolismo,  che  è 
causa  di  tante  infermità  e  di  tanti  delitti. 

La   coltura  della  vite   esercita   eziandio  una  potente   e  benefica 
azione  colonizzatrice  ;  per  essa  la  popolazione  aumenta,  l'emigrazione 
0.  Ottavi,  lattato  di  Viticoltura.  2 


INTRODUZIONE 


diminuisce,  e  ben  a  ragione  scrisse  Montesquieu  (1)  che  «  les  pays 
«  de  pàturages  sont  peu  peuplós,  parce  que  peu  de  gens  y  trouvent 
«  de  l'occupation;  les  terre  à  blé  occupent  plus  d'hommes,  et  les  vi- 
«  gnobles  infiniment  davantage  ».  Infine  la  viticoltura  permette  la 
divisione  della  proprietà,  e  la  proprietà  è  uno  fra  i  principali  ele- 
menti d'ordine,  di  rispetto  alle  leggi  e  di  operosità. 

Fortunati  adunque  quei  paesi  ove  può  coltivarsi  la  vite,  e  fortu- 
nata sovratutto  V  Italia,  che  è  la  terra  vitifera  per  eccellenza  ! 

Ma  studiamo  con  maggiori  dettagli  la  viticoltura  ne*  suoi  rapporti 
colla  economia  pubblica;  ne  trarremo  conseguenze  importanti  non 
solo  per  chi  si  dedica  alla  coltivazione  della  vite,  ma  eziandio  per 
legislatori  e  per  tutti  coloro  che  si  occupano  di  scienze  sociali. 

II.  Il  reddito  brutto  della  viticoltura  italiana.  —  Secondo 
i  dati  che  raccogliamo  dalle  statistiche  governative  il  reddito  lordo 
della  nostra  agricoltura  si  può  così  valutare: 


Prati  e  pascoli 
Terre  arabili 
Viti     .     .     . 
Olivi   .      .  . 
Orti  e  frutteti 


L.  700.000.000 

»  2.500.000.000 

»  800.000.000 

»  400.000.000 

»  400.000.000 

Totale  L.  4.800.000.000 


Non  si  erra  adunque  computando  a  4  miliardi  e  mezzo  il  nostro 
reddito  lordo  agricolo  (2)  ;  or  bene,  la  viticoltura  contribuendovi  per 
800  milioni  (3)  dà  al  paese  circa  un  quinto  di  questo  suo  reddito  agri- 
colo mentre,  d'altra  parte,  non  occupa  neppure  la  dodicesima  parte 
della  superficie  coltivabile  dell'Italia.  Infatti  ponendo  25.000.000  di 
ettari  coltivabili  (quelli  coltivati  sommano  ora  a  19.000.000)  e  la 
vite  occupandone  soli  1.870.109  ve  ne  sarebbe  solo  Vis  piantato  a  viti. 


(1)  Esprit  des  lois,  tom.  XXIII,  eh.  XIV. 

(2)  Altri  crede  che  il  nostro  reddito  rurale  lordo  ascenda  soltanto  a  3  miliardi 
annui;  ma  in  quei  calcoli  notansi  varie  ommissioni  (latticinii,  lana,  carne,  or- 
taggi ed  altri  prodotti  minori  come  ricino,  robbia;  ecc.). 

(3)  Calcoliamo  27  milioni  di  ettolitri  di  vino  annui,  a  lire  30  caduno.  Abbiamo 
desunto  questi  dati  facendo  una  media  dei  prodotti  e  dei  prezzi  del  vino  dal  1875 
al  1883. 


VITICOLTURA 


In  Francia  vedesi  in  modo  anche  più  manifesto  quanta  parte  abbia  la 
viticultura  nel  reddito  fondiario:  questo  raggiunge  in  totale  la  media 
annua  di  6.780.000.000  all' incirca;  ma  la  sola  viticoltura  ne  dà 
1.200.000.000,  anzi,  secondo  Guyot,  1.628.000.000,  cioè  circa  V5  del 
suddetto  reddito  agricolo,  mentre  poi  la  vite  non  occupa  che  la  22  ma 
parte  del  territorio  francese. 

Proteggere  la  viticoltura,  vuol  dire  adunque  proteggere  uno  fra 
primi  cespiti  della  pubblica  ricchezza. 

III.  La  viticoltura  italiana  e  la  popolazione  rurale.  — 

Prendiamo  a  considerare  la  popolazione  rurale,  perchè  è  il  braccio 
forte  d'Italia,  quella  cioè  che  lavora  il  suolo,  procacciandoci  i  generi 
alimentari  di  prima  necessità,  e  popola  i  campi  di  battaglia,  difen- 
dendoci dai  nostri  nemici;  a  quest'ultimo  proposito  diremo  che  da 
varii  rapporti  del  tenente  generale  Torre  al  Ministro  della  guerra, 
abbiamo  potuto  desumere  come  tra  proprietarii  agricoltori,  agricoltori 
propriamente  detti,  bovari,  pastori,  ecc.,  si  ha  circa  il  65  %  delle 
reclute  d'ogni  leva.  Le  popolazioni  rurali,  compresi  i  proprietarii  del 
suolo,  danno  adunque  all'esercito  abbondantemente  la  metà  de'  suoi 
uomini.  Secondo  il  censimento  del  1871  (v.  voi.  III)  questa  popo- 
lazione rurale  (possidenti  non  coltivatori,  e  lavoratori  rurali  d'  ogni 
specie,  esclusi  i  vecchi,  i  bambini  e  gli  impotenti,  ecc.)  è  forte  di 
8,500,000  teste.  Ma  i  contadini  costituiscono  per  la  maggior  parte 
questo  numero;  ora  un  contadino  in  Italia,  da  quanto  possiamo  de- 
sumere dalle  statistiche  governative,  spende  ogni  anno  circa  365 
lire,  tra  vitto,  alloggio,  vestiario  ed  altre  minute  spese:  la  viticol- 
tura italiana  dando  un  reddito  brutto  annuo  di  800.000.000  di  lire, 
vuol  dire  che  provvede  di  che  vivere  a  quasi  2.200.000  contadini. 
Possiamo  perciò  ritenere  dietro  questi  calcoli,  i  quali  sono  realmente 
spassionati,  che  circa  l/4  della  popolazione  rurale  italiana  (compresi 
i  proprietarii)  trova  di  che  vivere  col  solo  reddito  della  viticoltura 
paesana. 

Se  facciamo  poi  il  calcolo  computando  i  28,459,451  (1)  abitanti  del 
Regno,  troviamo  che  la  viticoltura  da  sola  può  sostentarne  circa  yi5. 
In  Francia  la  vite  alimenta  quasi  1/G  della  popolazione  totale.  Nessuna 
altra  pianta  coltivata  può  vantare   altrettanti  beneficii   all'umanità! 


(1)  Movimento  dello  Stato  Civile  nel  1881 


INTRODUZIONE 


IV.  La  viticoltura  italiana,  la  popolazione  e  l'emigrazione. 

—  Abbiamo  già  chiamato  la  vite  una  potenza  eminentemente  colo- 
nizzatrice; infatti  le  statistiche  ci  dicono  che  colà  dove  aumenta  ra- 
pidamente la  produzione  del  vino,  aumenta  pure  rapidamente  la  po- 
polazione; ed  oggi  poi  le  tristi  condizioni  della  Francia  fìllosserata 
ci  forniscono  una  eloquente  prova  inversa,  vale  a  dire  ci  provano 
che  nei  paesi  viticoli  quando  la  viticoltura  decade,  scema  anche  la 
popolazione. 

In  Italia,  facendo  un  parallelo  fra  il  censimento  del  1878  e  quello 
del  1881,  e  tenendo  calcolo  dell'  aumento  della  superficie  vitata,  si 
trova  che  la  popolazione  è  cresciuta  in  proporzione  sensibilmente 
maggiore  nelle  provincie  ove  si  è  maggiormente  estesa  la  coltura 
della  vite.  Ma  le  statistiche  francesi  sono  le  più  convincenti:  eccole  (1) 


Diminuzione  della  popolazione  nei  principali  Dipartimenti  fillosserati 


DI     FRANCIA. 


Dipartimento 

N         GO 

t  | 

,2     oo 

o      a 
CU 

1 

N 

a 
e 

Osservazioni 

Dróme    .     .     . 

321,756 

313,753 

7,993 

Ha  perduto  oltre  a   30,000  ett.  di  viti 

Gard  .... 

423,804 

415,629 

8,175 

»            »      120,000        » 

Hérault  .     .     . 

445,053 

441,527 

3,527 

»            »      110,000        » 

Varo  .... 

295,763 

288,577 

7,186 

»            »       60,000        » 

Valchiusa    .     . 

255,703 

244,149 

11,554 

»            »       50,000        » 

La  regione  meridionale  mediterranea 
di  Francia,  compresa  la  vallata  del 
Rodano,  ha  già  perduto  oltre  500 
mila  ettari  di  vigna. 

Sono  dunque  38.400  abitanti  di  meno  in  soli  cinque  dipartimenti, 
i  quali  hanno  perduto  370  mila  ettari  vitati,  e  ciò  nel  breve  tratto 


(1)  V.  Le  viti  americane  e  la  fillossera  (Dr,  D.  Gavazza)  gennaio  1883. 


VITICOLTURA 


di  cinque  anni.  È  una  statistica  sconfortante,  ma  che  conferma  pie- 
namente la  nostra  tesi. 

Riguardo  alla  emigrazione  nei  suoi  rapporti  colla  viticoltura,  pre- 
metteremo che  (1)  in  media  gli  agricoltori  rappresentano  il  59  per 
cento  della  emigrazione  propria  (o  a  tempo  indefinito)  ed  il  38  per 
cento  della  emigrazione  temporanea;  avuto  però  riguardo  alle  professioni 
degli  emigranti  italiani,  i  contadini  rappresentano  il  per-cento  mag- 
giore anche  nella  temporanea.  Li  spinge  ad  abbandonare  la  patria 
quasi  sempre  la  squallida  miseria  in  cui  vivono,  benché  qualche  volta 
siano  mossi  dal  desiderio  di  arricchire  in  breve  tempo:  in  quest'ul- 
timo caso  non  è  a  lamentarsi  la  emigrazione  e  solo  è  indispensabile 
che  il  Governo  la  diriga  e  la  guidi  verso  quei  paesi  ove  l'emigrante 
può  utilmente  lavorare;  ma  nel  primo  caso  non  si  può  che  deplo- 
rare altamente  che  vi  siano  in  Italia  provincie  in  cui  il  contadino  si 
trova  in  condizioni  tanto  compassionevoli  da  lasciare  la  patria  dietro 
il  semplice  invito  di  agenti  interessati,  che  ne  fanno  una  indegna 
tratta. 

Or  bene,  la  emigrazione  in  genere  è  assai  minore  nelle  provincie 
vitifere;  si  può  desumerlo  dal  seguente  specchio  comparativo  (v.  pag.  6) 
da  noi  compilato  sulle  pubblicazioni  del  Ministero  d'Agricoltura,  Indu- 
stria e  Commercio  (2);  in  esso  abbiamo  segnato  anche  il  prodotto  medio 
per  ettare  dei  vigneti,  per  dare  un'idea  della  importanza  della  viti- 
coltura nelle  provinole  indicate  nel  qua  Irò  stesso. 

Lo  contraddizioni  che  taluno  potrebbe  rilevare  in  questo  specchio 
non  sono  che  apparenti:  per  esempio  la  provincia  di  Lucca,  quan- 
tunque abbia  il  12  °/0  di  terreni  vitati,  conta  2102  emigranti  ogni 
100  mila  abitanti;  ma  conviene  far  notare  che  tale  emigrazione  è 
per  oltre  i  2/3  temporanea,  in  Corsica,  a  Marsiglia,  in  Algeria  ecc. 
ove  molti  contadini  si  recano  in  inverno  a  far  lavori  preparatorii  del 
terreno  per  rimpatriare  a  primavera;  e  cosi  nel  1881  di  6061  emi- 
granti, ne  ritornarono  4306.  —  Udine  poi,  mentre  ha  sei  volte  più  di 
viti  di  Belluno,  conta  un  numero  quasi  uguale  di  emigranti;  questi 
però  non  abbandonano  realmente  la  patria,  ma  partono  in  primavera 
e  ritornano  in  autunno;  per  esempio  nel  1881   su  19951   emigranti, 


(1)  Statistica  della  Emigrazione  Italiana  nel  1881  ed  anni  'precedenti.  (Mini- 
stero d'Agricoltura  -  Direzione  della  Statistica  Generale)  —  Roma,  1882  —  È 
questo  un  volume  ricco  di  notizie  dettagliate  ed  importanti. 

(2)  V.  Statistica  citata;  e  Condizioni  dell'Agricoltura  in  Italia,  voi.  I. 


6 


INTRODUZIONE 


soli  468  abbandonarono  il  paese,  mentre   circa    19483    ritornarono. 
Di    ciò    convien   tenere    calcolo    nell'  esaminare  il  seguente  quadro  : 


PROVINCIE 


Belluno  . 
Udine  .  . 
Cuneo .  . 
Lucca .  . 
Massa .  . 
Como  .  . 
Torino  . 
Salerno  . 
Bergamo  . 
Potenza  . 
Cosenza  . 
Parma 
Genova  . 
Campobasso 
Alessandria 
Novara  . 
Brescia  . 
Verona  . 
Vicenza  . 
Treviso  . 
Bologna  . 
Forlì  .  . 
Macerata  . 
Siena  .  . 
Firenze  . 
Roma  .  . 
Teramo  . 
Bari  .  . 
Aquila 
Lecce  .  . 
Avellino  . 
Napoli 
Caserta  . 
Reggio 
Palermo 
Trapani 
Catania 
Siracusa 
Messina 
Caltanissetta 
Girgenti  . 
Cagliari  . 
Sassari 


Calabi 


Ettari 

Prodotto 

vitati 

medio 

per  ogni  100 

p.  ettare 

di  superficie 

Vino 

ettolitri 

1,19 

13 

6,42 

11 

3,15 

22 

12,13 

14 

4,11 

18 

3,48 

13 

3,05 

24 

3,87 

18 

4,63 

17 

4,36 

13 

5,16 

14 

9,15 

12 

7.57 

13 

5,52 

12 

7,39 

25 

3,88 

20 

6,21 

15 

11,42 

15 

20.09 

10 

20.41 

8 

5,50 

11 

8,14 

13 

10,03 

14 

10,20 

13 

13,16 

12 

3,69 

19 

21,43 

11 

9,06 

14 

6,05 

14 

2,53 

14 

5.40 

17 

16,31 

19 

4,91 

13  1T2 

6,27 

17 

10,61 

19 

12,21 

21 

7,28 

19  1T2 

7,50 

20 

3,45 

20 

7,04 

201t3 

3,08 

21 

0,91 

181x3 

1,10 

19 

Emigrazione  propria  e  temporanea 

per  ogni  100,000  abitanti  0) 

nel  1881 


4258 

3987 

2265 

2102 

1507 

1456 

1316 

1081 

1058 

941 

882 

874 

663 

618 

256 

712 

383 

124 

774 

291 

3 

12 

62 


1 

2 
57 
52 

154 

256 

165 

11 

75 

85 


(quasi  tutti  temporaneamente) 
(2[3  temporaneamente) 


(4{5  temporaneamente) 
(Em.  quasi  nulla  nei  Circond.  vitif.) 

(2[3  temporaneamente) 


(1)  Questi  numeri  rappresentano  la  somma  dei  dati  della  emigrazione  per  gli   Stati   Europei   con 
quelli  che  si  riferiscono  alla  emigrazione  fuori  d'Europa. 


VITICOLTURA 


La  provincia  di  Lecce,  benché  non  conti  che  ettari  2,50  °/0  a  viti, 
pure  non  ha  che  una  decina  di  emigranti  all'  anno  :  ma  bisogna  ri- 
flettere che  è  questa  una  fra  le  più  vaste  provincie  d' Italia  (1)  con 
una  popolazione  relativamente  piccola;  cioè  493  mila  abitanti  su 
8500  chilometri  quadrati  di  superficie,  mentre  per  esempio  Torino  ne 
conta  quasi  1  milione  su  10,500  chilometri  quadrati,  ed  Alessandria 
(provincia  molto  viticola)  700  mila  abitanti  circa,  su  soli  5  mila  chilo- 
metri quadrati.  Questo  si  applica  anche  meglio  alla  provincia  di  Ca- 
gliari che  è  la  più  vasta  d'Italia  (13,600  chilometri  quadrati)  ed  ha 
soli  393  mila  abitanti,  come  pure  a  Sassari  e  ad  altre  provincie  in- 
dicate nello  specchio. 

La  viticoltura  adunque  è  un  freno  alla  emigrazione  propria;  ciò 
appare  anche  più  evidente  facendo  un  parallelo  non  già  per  provincie 
ma  per  circondarii:  ci  limiteremo  ad  un  solo  esempio  per  amor  di 
brevità. 

La  provincia  di  Alessandria  è  composta  di  circondari  più  o  meno 
viticoli;  in  alcuni  anzi,  come  Casalmonferrato,  la  viticoltura  vi  è  assai 
intensa:  or  bene  la  emigrazione  è  in  ragione  inversa  della  intensità 
con  cui  si  coltiva  la  vite;  per  esempio  nel  1881  si  ebbero  i  seguenti 
dati: 


Circondarli 

Emigrazione 

propria 

Emigrazione  tempor. 

Casalmonferrato 

25 

— 

Asti 

40 

300 

Acqui 

44 

209 

Alessandria 

128 

134 

Novi  Ligure 

279 

88 

Tortona 

529 

55 

Il  circondario  di  Tortona,  che  è  il  meno  viticolo,  è  anche   quello 
che  dà  il  maggior  contingente  alla  emigrazione  propria. 

V.  La  viticoltura,  la  mercede  degli  operai  e  la  divisione 
della  proprietà.  —  Dove  si  coltiva  la  vite  intensamente,  gli  operai 
sono  bene  pagati.  Per  esempio  in  Monferrato  non  è  raro  che  la  mercede 


(1)  Dopo  Cagliari,  Sassari,  Potenza  e  Torino  viene  Lecce. 


INTRODUZIONE 


giornaliera  d'un  oprante,  anche  se  mediocre  potatore  e  viticoltore,  tocchi 
le  L.  3,50  al  giorno,  e  pur  durante  un  tempo  non  breve:  —  dai  dati 
che  desumiamo  dalla  nostra  Contabilità  rurale  d'un  podere  viticolo 
risulterebbe  che  un  bravo  lavoratore  può  guadagnare  400  lire  al- 
l'anno con  una  spesa,  pure  annua,  di  L.  350.  Noi  non  diciamo  che 
questo  guadagno  degli  operai  dei  campi  (sian  fìssi  o  cosidetti  gior- 
nalieri) sia  una  grande  cosa,  massimamente  poi  se  si  tratta  di  con- 
tadini ammogliati,  le  cui  mogli  non  guadagnano  più  di  100  lire  al- 
l'anno se  hanno  figli,  e  200  in  caso  diverso;  anzi  facciamo  voti  per- 
chè crescendo  la  produzione  per  ogni  ettare  e  crescendo  la  ricerca 
del  vino,  anche  i  contadini  possano  vivere  meno  a  disagio.  Ma  di- 
ciamo che,  dove  non  v'ha  la  vite,  le  condizioni  loro  sono  assai  peg- 
giori; ne  segue  quindi  la  emigrazione  suddetta,  che  è  una  delle  pia- 
ghe della  nostra  agricoltura.  Infatti  nel  milanese,  secondo  le  suddette 
statistiche  governative,  i  braccianti  o  giornalieri  hanno  un  salario 
annuo  di  appena  300  lire;  non  è  pure  di  molto  maggiore  in 
altre  zone  ove  non  havvi  la  vite  e  predomina  la  grande  col- 
tura. 

La  vite  richiede  molti,  diligenti  e  continui  lavori,  quindi  è  impos- 
sibile che  in  una  regione  viticola  manchi  il  lavoro  agli  operai  delle  cam- 
pagne. Ma  non  è  tutto  qui.  Dove  v'ha  la  vite,  la  proprietà  può  suddi- 
vidersi; e  per  verità  i  latifondi,  nei  paesi  vitiferi,  scompajono  grado 
grado  e  la  proprietà  rurale  si  fraziona.  Or  è  bello  il  vedere  l'umile 
contadino  (ed  in  Monferrato  ve  ne  sono  parecchi  esempi)  comperare 
il  suo  mezzo  ettare  o  il  suo  ettare  di  terreno  vitato  e  coltivarlo  da 
sé  stesso,  quasi  diremmo  nelle  ore  d'ozio,  cioè  non  trascurando  di 
collocarsi  a  giornata  nei  poderi  maggiori.  Alcuni  di  questi  modestis- 
simi poderetti  sono  coltivati  in  modo  esemplare,  e  producono  sicura- 
mente da  60  a  80  (talvolta  anche  più  di  100)  ettolitri  di  vino  ad 
ettare,  che  corrispondono  ad  un  cospicuo  reddito  netto  annuo.  Da 
varii  anni  noi  acquistiamo  le  uve  di  alcuni  di  questi  contadini,  e  con- 
statiamo quante  cure  essi  prodighino  al  loro  vigneto  e  quanto  be- 
neficio ne  ritraggano.  Quale  altra  coltura  potrebbe  permettere  altret- 
tanto? La  vigna  è  quindi  realmente  una  pianta  colonizzatrice;  e  per 
essa  la  gravissima  questione  sociale  si  avvicina  ad  una  reale  solu- 
zione pratica. 

VI.  La  mezzadria  e  la  viticoltura.  —  Die  Socìalfrage  ìst 
eine  Magenfrage,  ha  detto  un  socialista  tedesco  e  cioè:  «  La  qui- 


VITICOLTURA  9 


stione  sociale  è  una  quistione  di  stomaco.  »  In  gran  parte  ciò  è 
vero:  ma  la  viticoltura  attutisce  questa  quistione  di  stomaco, 
perchè  dà  al  lavoratore  tanto  quanto  gli  occorre  per  vivere  e  per 
vestirsi,  nonché  per  fare  qualche  piccolo  risparmio  annuo.  La  questione 
poi  sarebbe  ancor  meglio  risolta  quando  si  associasse  la  mano  d'opera 
alla  proprietà,  perchè  così  non  si  direbbe  più  che  quest'ultima  è  un 
furto  ! 

La  terra  vitata  non  rende  quasi  nulla  se  le  manca  una  intelligente 
mano  d'opera;  questa  vale  quella.  Ma  generalmente  in  Italia  il  pro- 
prietario viticoltore  vive  lontano  dal  suo  vigneto,  e  si  affida  piena- 
mente al  contadino;  questi,  essendo  pagato  con  salario  fisso,  non  si 
cura  molto  del  vigneto  stesso,  e  si  accontenta  del  suo  meschino  stato, 
mentre  al  proprietario  toccano  esigui  frutti.  Invece  con  una  ben  or- 
dinata mezzadria,  la  vigna  darebbe  certamente  maggiori  benefizii  netti 
ed  al  proprietario  ed  al  contadino;  quest'ultimo,  sapendo  che  la  sua 
parte  può  anche  raddoppiarsi  se  lavora  bene  il  vigneto,  vi  si  appli- 
cherebbe con  ogni  cura  e  certamente  vi  riescirebbe.  Esempii  di  que- 
sta mezzadria,  a  metà  prodotto,  e  per  non  più  di  due  o  tre  ettari 
vitati,  ve  n'hanno  nella  Svizzera  (nel  cantone  di  Vaud)  ed  in  Francia 
(Rhóne,  Màconnais,  Allier  e  Jura)  ed  anche  in  Italia.  Ma  il  mezza  dro 
può  essere  un  pessimo  viticultore,  ed  allora  è  indispensabile  che  il 
proprietario  adoperi  con  fermezza  e  ordini  diversamente  la  sua  a- 
zienda.  Noi  non  vogliamo  qui  entrare  nei  dettagli,  perchè  dedi- 
cheremo a  questo  importante  soggetto  un  apposito  capitolo:  per- 
ciò ci  limitiamo  a  raccomandare  la  mezzadria  dove  la  vite  è  ben 
coltivata  (o  dove  si  può  farla  coltivar  bene  da  un  intelligente  mez- 
zadro), nonché  nei  paesi  dove  le  condizioni  climatologiche  non  abbiano 
di  tanto  in  tanto  a  distruggere  quasi  del  tutto  il  prodotto  delle  viti, 
che  allora  quel  sistema  di  cultura  sarebbe  impossibile. 

La  vite  adunque  permette,  meglio  d'ogni  altra  coltivazione,  che  il 
capitale  s'associi  alla  mano  d'opera,  con  reciproco  vantaggio  e  con 
vantaggio  altresì  della  società  civile. 

VII.  La  viticoltura  italiana  ed  i  tributi.  —  Se  ci  poniamo 
ad  esaminare  i  tributi  annui  che  l'agricoltura  paga  allo  Stato,  alle  Pro- 
vincie ed  ai  Comuni  ci  persuadiamo  facilmente  che  essi  raggiungono 
ad  un  dipresso  il  miliardo.  Limitandoci  ai  soli  tributi  generali,  esclu- 
dendo cioè  quelli  locali,  noi  sappiamo  che  in  totale  essi  sommano  a 
lire  1,500,000,000  comprendendovi  tutti  quanti  i  titoli  d'entrata  del 


10  INTRODUZIONE 


nostro  bilancio  annuale;  or  bene  di  questa  enorme  somma  una  metà 
(vale  a  dire  700,000,000  circa)  è  pagata  dall'agricoltura  (1).  E  la 
viticoltura,  che  pure  non  occupa  nemmeno  la  12ma  parte  delle  no- 
stre terre  coltivabili,  col  suo  prodotto  lordo  di  800,000,000  annui, 
contribuisce  in  grande  parte  a  pagare  quell'enorme  tributo;  col  suo 
reddito  lordo  poi  lo  pagherebbe  comodamente,  mentre  lo  paghereb- 
bero meno  facilmente,  per  esempio,  i  prati  ed  i  pascoli,  che  pur  oc- 
cupano una  maggior  superficie  di  territorio,  e  non  lo  pagherebbe  poi 
nessun'altra  cultura  a  parità  di  superficie. 

Se  esaminiamo  i  quadri  delle  imposte  e  delle  sovrimposte  nelle  do- 
dici circoscrizioni  in  cui  è  divisa  l'Italia,  troviamo  che  le  provincie 
vitifere  sono  le  più  gravate.  La  più  colpita  ad  esempio  è  la  pro- 
vincia di  Napoli,  la  quale  tra  imposte  erariali  provinciali  e  comu- 
nali, paga  L.  47,28  ad  ettare:  nel  Circondario  di  Casalmonferrato  si 
pagano  non  di  rado  L.  42  all'ettare  (2)  benché,  per  difetto  di  pere- 
quazione, vi  siano  terre  vitate,  già  boschi  o  campi,  che  pagano  assai 
meno.  Ne  qui  sta  il  tutto:  oltre  a  questi  tributi  la  viticultura  deve 
spesso  sopportare  gravi  dazii  comunali;  nel  1882  il  Comune  di  Ca- 
salmonferrato votava  un  dazio  consumo  sull'uva  corrispondente  per 
parecchi,  che  non  possedevano  cantine  fuori  della  cinta  daziaria,  ad 
una  imposta  di  L.  50  per  ettare. 

Volendo  enumerare  le  tasse  che  colpiscono  la  viticultura  ed  i  suoi 
prodotti,  diremo  che,  oltre  la  fondiaria,  vi  ha  la  ricchezza  mobile, 
se  la  vite  è  affittata  a  danaro,  vi  ha  la  tassa  sulle  industrie  dell'al- 
cool e  dell'aceto,  vi  sono  i  dazii  di  consumo,  e  vi  sono  le  sovrim- 
poste; la  vite  è  quindi  realmente  quella  fra  le  piante  coltivate  che 
offre  direttamente  ed  indirettamente  maggiori  cespiti  d'  entrata  allo 
Stato,  alle  Provincie  e  ai  Comuni. 

Vili.  La  vite  e  le  altre  piante  coltivate.  —  Se  paragoniamo  il 
reddito  netto  della  vite  a  quello  delle  altre  piante  coltivate  dell'agricol- 
tura italiana,  ci  persuadiamo  di  leggieri  che  nessuna  fra  queste  può  ugua- 


(1)  La  possessione  rurale  in  Italia  paga  all'erario  il  30  0\q  del  suo  reddito  netto 
(effettivo  e  non  censuario),  mentre  chi  paga  la  sola  ricchezza  mobile,  dà  all'erario 
soltanto  il  13,20  0\q  del  suo  reddito:  è  questa  una  grave  ingiustizia.  In  Francia  la 
proprietà  rurale  paga  solo  il  9  0\q,  in  Germania  il  10  Oft)  ed  in  Inghilterra  solo 
il  2  1T2  OR). 

(2)  Chi  scrive  si  trova  appunto  in  questo  caso. 


VITICOLTURA  1 1 


gliarlo.  Infatti  supponendo  un  mediocre  prodotto  di  40  ettolitri  di 
vino  ad  ettare  vitato,  venduti  al  prezzo  medio  italiano  di  L.  30,  si 
avrebbe  un  beneficio  lordo  di  L.  1200:  in  generale  poi,  da  quanto 
abbiamo  potuto  dedurre  da  molti  dati  presi  nelle  principali  regioni 
vitifere  del  Regno,  la  spesa  di  produzione  d'  un  ettolitro  di  vino  è 
di  L.  15  tutto  compreso;  l'utile  netto  sarebbe  dunque  di  L.  600  per 
ettare  vitato  e  per  anno,  cioè  l'interesse  del  5  0/q  d'un  capitale  di 
12,000  lire.  Nel  Monferrato  non  sono  rare  infatti  le  vendite  di  ter- 
reni vitati  a  12,000  e  15,000  lire  Tettare.  Ma  noi  abbiamo  supposto 
un  prodotto  brutto  di  soli  40  ettolitri  ad  ettare:  invece  abbiamo  varii 
esempii,  dappertutto  in  Italia,  di  produzioni  che  hanno  toccato  i  100 
ettolitri  (e  possiamo  attestare  che  questo  elevato  prodotto  non  va 
per  nulla  a  scapito  della  qualità  del  vino);  or  bene  in  tal  caso,  anche 
vendendo  l'ettolitro  di  vino  a  sole  25  lire,  il  prodotto  brutto  sa- 
rebbe di  L.  2500,  ed  il  netto  di  L.  1000  almeno  ad  ettare,  pur  sup- 
ponendo un  aumento  nelle  spese  di  concimazione  e  di  coltura.  La  vite 
adunque,  fra  le  nostre  piante  coltivate,  è  quella  che  dà  il  maggior 
reddito  netto  a  parità  di  superficie  :  è  perciò  quella  che  fa  più  presto 
agiato  il  coltivatore,  come  dice  benissimo  il  vecchio  adagio,  cioè: 
«  chi  vuol  arricchire  deve  avvitire.  » 

IX.  Altri  prodotti  delle  viti.  —  Ma  che  dire  poi  se  si  consi- 
derano gli  altri  prodotti  delle  viti  ?  Calcoliamoli  brevemente  sulla  base 
ad  esempio  di  25,000,000  d'ettolitri  di  vino  sano,  le  cui  vinaccie  siano 
pure  sane,  unitamente  ai  fondi  o  feccie:  abbiamo  allora,  per  l'intero 
paese,  approssimativamente  quanto  segue: 

Acquavite  a  50°  Gay-Lussac    . 

Cremortartaro  raffinato  bianco 

Acido  tartarico  (residuo  raffineria  cremore) 

Residuo  di  graspi  e  buccie  (concime  o  foraggio)  (1) 

Vinacciuoli  secchi  (col  15  per  Ojo  d'olio) 

Olio,  ottimo  pei  saponi    .... 


Acquavite  a  50°  Gay-Lussac     . 
Cremortartaro  puro  .... 

Materie  vegetali  azotate,  secche 

(Il  restante  è  costituito  da  acqua). 


Ettol. 

500,000 

Chilog. 

7,500,000 

» 

350,000 

Quintali 

1,250,000 

» 

800,000 

» 

120,000 

Ettol. 

100,000 

Quintali 

100,000 

» 

120,000 

(1)  Questo  residuo  contiene  il  2  per  Oxo  d'azoto,  il  0,5  per  Oxo  di  potassa  ed 
il  0,5  per  Oyo  di  acido  fosforico,  secondo  le  ricerche  del  compianto  mio  collega 
D.  Macagno.  Io  lo  provai  come  foraggio  sulle  bovine  e  n'ebbi  buoni  risultati;  come 
concime  poi  è  ottimo  nei  terricciati  appunto  per  le  vigne. 


12  INTRODUZIONE 


Or  se  si  bada  che  l'acquavite  vale  circa  50  lire  l'ettolitro,  e  che 
il  cremortartaro  puro  e  l'acido  tartarico  hanno  prezzi  molto  elevati, 
è  facile  persuadersi  che  questi  residui  della  vinificazione  hanno  un 
grande  valore. 

Ma  per  fare  un  calcolo  esatto  bisognerebbe  aggiungere  poi  il  va- 
lore: 1°  del  foraggio  verde  che  la  vite  ci  dà;  2°  della  legna  (sar- 
menti, ecc.);  3°  dei  prodotli  secondarli  cui  può  dar  luogo  per 
esempio  la   fabbricazione  dell'aceto  (il  verderame  ecc.). 

La  vite  adunque,  oltre  a  produrre  un  rilevante  benefìcio  netto  al 
suo  coltivatore,  gli  dà  foraggio  e  concime,  e  poscia  alimenta  alcune 
industrie  di  grandissima  importanza,  le  quali  possono  fruttare  egregie 
somme  allo  Stato.  (Ogni  anno  il  Tesoro  in  Francia  ha  una  entrata 
media  di  L.  250,000,000  per  le  sole  tasse  ed  i  diritti  sugli  alcool!) 

X.  La  vite  e  la  salute  pubblica.  —  A  tutti  i  vantaggi  che 
sono  la  conseguenza  della  viticultura,  deve  aggiungersi  quello  della 
salutare  influenza  del  vino  sull'uomo,  vantaggio  che  forse  avremmo 
dovuto  collocare  pel  primo.  Non  ci  soffermeremo  molto  su  questo 
punto,  perchè  usciremmo  dai  limiti  del  nostro  tema:  diremo  solo 
poche  cose,  avuto  riguardo  specialmente  alla  pellagra  ed  aìYalcoo- 
lismo. 

Colà  dove  i  contadini  possono  far  uso  del  vino,  la  pellagra  è  sco- 
nosciuta o  quasi.  Questo  si  osserva  ad  esempio  nell'Astigiano  e  nel 
Monferrato,  benché  i  contadini  non  vi  bevano  molto  vino:  nell'Astigiano 
una  famiglia  composta  di  6  adulti  e  2  bimbi  consuma  all'anno  circa 
600  litri  di  vino,  vale  a  dire  75  litri  per  capo:  nel  Basso  Monfer- 
rato accade  lo  stesso,  su  per  giù.  Ma  queste  sono  le  regioni  d'Italia 
ove  i  contadini  vivono  alla  meno  peggio:  che  dire  di  quelle  altre 
ove  è  scarsissima  la  produzione  del  vino?  Ivi,  come  in  certi  Co- 
muni del  Modenese,  del  Novarese,  del  Pavese,  ecc.  appunto  perchè 
il  contadino  quasi  non  beve  vino,  è  assalito  dalla  pellagra  e  con- 
duce una  vita  assai  misera.  Se  tutti  i  nostri  contadini  potessero  di- 
sporre annualmente  anche  di  soli  80  litri  di  vino  discreto  a  testa, 
quella  grave  malattia  scomparirebbe,  come  è  scomparsa  da  tutte  le 
terre  ove  è  coltivata  la  preziosa  ampelidea;  e  ciò  perchè  il  vino  è 
un  alimento,  come  hanno  dimostrato  Munk,  Mosso  e  Ranke,  mentre 
col  suo  alcool  costituisce  una  cassa  di  risparmio  per  1'  organismo, 
secondo  la  felice  espressione  di  Moleschott. 

Anche  1'  alcoolismo  è  quasi  nullo  nei  paesi  vitiferi,  e   basterebbe 


VITICOLTURA  13 


questo  fatto  perchè  la  preziosa  pianta  fosse  venerata  da  tutti  gli 
umanitarii.  Al  Congresso  fìllosserico  di  Losanna  (1877)  si  parlò  di 
codesto,  in  vista  della  sempre  crescente  invasione  della  fillossera,  e 
si  concluse  che  dove  la  vite  scompare,  le  succede  la  miseria,  ed  in 
certi  paesi  «  V ' abrittissement  par  les  alcools.  »  Il  vino  non  abrutì 
mai  nessuno,  anche  se  bevuto  oltre  misura  ;  esso  invece  dà  nerbo 
ai  giovani,  salute  ai  malesci,  costanza  al  lavoro  a  tutti,  ed  è  poi  il 
latte  dei  vecchi,  come  disse  Liebig.  La  viticoltura  adunque  non  deve 
scomparire,  e  diciamo  così  ora  che  tanto  si  teme  per  la  fillossera: 
ma  questo  inesorabile  pidocchio  confidiamo  sarà  vinto;  ce  lo  fa  spe- 
rare quanto  ci  apprende  la  Francia  co'  suoi  ultimi  tentativi  di  re- 
sistenza e  di  distruzione  ad  un  tempo,  tentativi  che  ora  accennano 
a  riescir  bene. 

XI.  La  viticoltura  e  la  produzione  del  suolo.  Conclusione. 

—  È  stato  detto  poeticamente  che  «  Y  agricoltura  è  la  nutrice  dei 
popoli  »,  ed  è  questa  una  verità  incontestabile,  come  è  pure  vero 
che  essa  alimenta  varie  fra  le  principali  industrie.  Ben  a  ragione 
Leonce  de  Lavergne  scrisse  che  l'agricoltura  dà  ad  un  tempo  ric- 
chezza, costumi  e  salute,  e  pensatamente  Gabriele  Rosa  la  chiamò 
la  prima  ed  unica  fonte  del  pane  quotidiano. 

È  dunque  necessario,  anzi  è  indispensabile,  che  la  terra  ci  dia  i 
suoi  frutti,  senza  di  che  la  vita  umana  non  sarebbe  possibile.  Orbene, 
la  vite  permette  all'uomo  di  trarre  partito  di  molte  terre  che  altri- 
menti o  dovrebbero  rimanere  quasi  incolte,  o  darebbero  un  me- 
schinissimo  reddito  e  potrebbero  alimentare  solo  una  assai  scarsa 
popolazione;  ciò  ha  una  importanza  capitale.  Permette  pure  la  vite 
di  far  fruttare  il  suolo  quando  l'aridità  del  clima  vi  si  oppone,  e  sa- 
rebbero indispensabili  canali  irrigatorii.  Di  ciò  ci  porge  oggi  un  e- 
sempio  efficace  il  Mezzogiorno  della  Francia,  che  ha  visto  scompa- 
rire per  causa  della  fillossera  quasi  tutte  le  sue  viti,  e  che,  in  quelle 
regioni  bruciate  dal  sole,  non  può  sostituirvi  altre  culture  per  di- 
fetto d'acqua  d'irrigazione.  Oggidì  le  terre  invase  non  danno  quasi 
nessun  reddito,  perchè  i  cereali  ed  i  foraggi,  sotto  quell'arido  clima, 
costano  più  di  quanto  rendono:  i  poveri  proprietarii  sono  insomma 
ridotti  al  punto  di  non  potere  ricavare  tanto  che  basti  a  pagare  la 
imposta  fondiaria. 

La  vite  è  adunque  una  pianta  provvidenziale  per  certe  regioni, 
le  quali  senza  di  essa  si  vedrebbero  ridotte  alla  miseria. 


14  INTRODUZIONE 


Conchiudendo,  l'importanza  della  viticoltura  nella  economia  pubblica 
è  grandissima;  che  ognuno  cooperi  quindi  a  difenderla  dal  flagello 
che'Je  sovrasta,  poiché  se  la  fìllosseronosi  avesse  ad  estendersi  in 
Italia,  come  in  certe  plaghe  viticole  francesi,  le  conseguenze  per  il 
nostro  paese  sarebbero  tristissime! 


CAPITOLO  I 


Origine  e  storia  della  Vite. 


§  1.  Patria  della  vite  asiatica  o  europea.  —  §  2.  Disseminazione  della  vite.  — 
§  3.  Patria  della  vite  americana,  —  §  4.  Antichità  della  vite.  —  §  5.  Storia 
della  viticoltura, 


§  1.  Patria  della  vite  asiatica  o  europea.  Si  ammette  ge- 
neralmente che  la  vite,  che  si  coltiva  in  Europa,  sia  originaria  del- 
l'Asia Minore;  ma  la  esistenza  delle  viti  selvatiche  nell'Algeria,  nel 
Marocco,  in  Italia,  in  Francia  e  sul  Reno  induce  a  credere  che  la 
vite  sia  indigena  eziandio  in  questi  paesi,  benché,  secondo  Y  avviso 
di  distinti  botanici,  quelle  viti  siano  piuttosto  subspontanee  che  spon- 
tanee, vale  a  dire  viti  inselvatichite  fverwilderte  Weinstócke,  come 
dicono  le  flore  tedesche). 

Ad  ogni  modo  gli  è  sovratutto  nell'Asia  Minore,  e  massime  nel- 
l'Armenia intorno  al  monte  Ararat,  che  la  vite  cresce  spontanea- 
mente ed  assomiglia  ad  una  liana  selvatica  i  cui  rami  rampicanti 
si  dirigono  su  grandi  faggi,  che  noi  nel  linguaggio  viticolo  chia- 
meremmo i  tutori,  e  quivi  benché  non  potati  mai  e  tuttoché  il  ter- 
reno non  venga  coltivato  in  verun  modo ,  danno  grappoli  in  copia 
e  di  grande  peso  (1)  senza  traccia  di  oidio:  ciò  osservasi  special- 
mente nei  faggeti  della  Mingrelia,  l'antica  Colchide. 


(1)  Bodenstàdt  trovò  a  Tiflis,  nel    1843,   un  grappolo   del  peso  di  cinque  chi- 
logrammi. 


16  CAPITOLO  I 


I  Greci  assegnavano  per  patria  alla  vite  il  monte  indiano  Nysa, 
neir  Hindukush  o  Caucaso  indiano;  e  secondo  le  ricerche  moderne  fatte 
dal  botanico  Kolenati,  a  cui  si  debbono  accurati  studii  sulle  viti  sel- 
siatiche  che  abbondano  fra  il  mar  Nero  ed  il  mare  Caspio  (1)  la 
vite  sarebbe  realmente  originaria  del  Mezzodì  del  Caucaso. 

In  Italia  la  vite  cresceva  selvatica  sin  dai  tempi  d'Omero;  noi  ab- 
biamo trovato  la  vite  selvatica  in  Toscana,  ove  è  detta  Abrostine 
o  Lambrusca,  come  già  la  chiamava  Virgilio  (Labrusca);  queste 
Lambrusche  selvatiche  producono  la  così  detta  uva  zampina,  a  pic- 
coli acini  non  del  tutto  spregevoli,  locchè  ci  fa  credere  che  si  tratti 
piuttosto  di  viti  inselvatichite  che  non  di  viti  selvatiche  quali  riscon- 
transi  nell'Asia  Minore,  dappoiché  le  nostre  viti  coltivate,  se  vengono 
abbandonate  a  sé  stesse,  finiscono  per  produrre  piccoli  grappoli  con 
piccoli  acini  appunto  come  le  lambrusche  selvatiche:  ciò  a  nostro 
avviso  è  specialmente  da  attribuirsi  al  difetto  della  potatura. 

In  Francia  trovasi  la  vite  selvatica  specialmente  nella  parte  me- 
ridionale ove  è  pure  chiamata  lambrusque;  nel  delta  detto  la  Ca- 
margue,  nelle  valli  del  Grande  Rodano  e  del  Piccolo  Rodano 
nonché  nella  Costa  d'Oro  (2)  questa  vite  assume  grandi  proporzioni, 
arrampicandosi  sugli  alberi  più  alti  e  mostrando  una  vegetazione 
lussureggiante  anche  nei  suoli  aridi  e  pietrosi;  però  i  grappoli  sono 
piccoli  e  con  acini  pure  piccoli.  Nella  Camargue  dalle  uve  della 
Lambrusca  si  ottiene  un  vino  colorato  ma  aspro,  povero  d'alcool, 
senza  fragranza  e  poco  gradito;  si  fecero  perciò  parecchi  tentativi 
onde  ingentilire  queste  viti,  piantandone  le  talee,  innestandole  e 
potandole  a  tralcio  corto;  ma  non  vi  si  riuscì,  inquantochè  tutti  i 
fiori  abortivano  per  eccesso  di  succhi:  infatti  per  ottenere  uva 
dalle  Lambrusques  conviene  lasciar  lcro  quasi  intatti  i  tralci, 
cioè  potarli  leggermente  o  meglio  non  potarli  affatto;  ma  allora  si 
verifica  un  altro  inconveniente,  che  è  quello  della  piccolezza  delle 
pigne;  noi  crediamo  tuttavia  che  il  problema  potrebbe  risolversi  colla 
potatura  a  più  tralci  lunghi. 

Secondo  il  Dott.  Baumes  di  Nìmes,  il  sig.  H.  Marès  di  Montpellier 
ed  altri  studiosi  della  viticultura  francese,  la   vite  sarebbe  indigena 


(1)  Y.  Bullelin  de  la  Società  imperiale  des  naturalistes  de  Moscou,  1846,  pa- 
gina 279. 

(2)  Lorey  et  Durct:  Flore  de  la  Còte  d'Or. 


ORIGINE  E  STORIA  DELLA  VITE  17 

nella  Francia  meridionale,  e  quindi  sarebbero  indigeni  eziandio  alcuni 
suoi  rinomati  vitigni,  benché  sia  fuor  di  dubbio  che  i  Romani  ve  ne 
introdussero  parecchi,  descritti  da  Catone,  Varrone  e  Columella,  e  che 
ne  vennero  pure  introdotti  dalla  Spagna. 

Anche  nella  Valle  del  Reno  si  trovano  viti  selvatiche,  che  furono 
accuratamente  studiate  da  Bronner,  von  Wiesloch  e  Gmelin;  queste 
viti  furono  chiamate  con  diversi  nomi,  quali  vitis  teutonica,  vitis 
traumi,  vitis  sylvestris,  e  si  ritiene  generalmente  che  il  rinomato 
vitigno  renano  Riesling  sia  una  vite  selvatica  ingentilita  (1).  Quelle 
viti  selvatiche  non  possono  menomamente  considerarsi  —  secondo 
Gmelin  —  come  viti  introdotte  nel  Rheingau  dai  Romani  e  poscia 
inselvatichite,  perchè  sono  nettamente  distinte  dalla  vitis  vinifera; 
esse  perciò  si  debbono  ritenere  come  indigene  della  Valle  del  Reno. 

Anche  nel  Nord  della  China  si  incontrano  viti  spontanee  le  quali 
furono  studiate  da  Regel  (2);  ma  De  Candolle  non  ammette  con  Regel 
che  la  più  analoga  alla  nostra  vite,  la  Vitis  Amurensis  di  Ruprecht, 
appartenga  alla  nostra  specie.  «  I  semi  disegnati  nel  Gartenftora, 
1861,  tav.  33,  ne  sono  troppo  differenti;  se  il  frutto  di  queste  viti 
dell'Asia  orientale  avesse  qualche  valore,  i  Chinesi  avrebbero  avuto 
T  idea  di  trarne  partito  »  (3).  Al  capitolo  IV  diremo  qualche  cosa 
sulle  viti  selvatiche  della  China  e  del  Giappone. 

La  vite  europea,  od  asiatica,  sarebbe  adunque  indigena  dell'Asia 
minore,  quivi  solo  essendo  essa  realmente  spontanea,  mentre  nell'Eu- 
ropa meridionale  si  troverebbero  viti  inselvatichite,  piuttostochè  sel- 
vatiche nello  stretto  senso  della  parola. 

§  2.  Disseminazione  della  vite.  —  Si  ammette  generalmente 
che  la  disseminazione  della  vite  dal  suo  paese  di  origine,  sia  stata 
anzitutto  opera  degli  uccelli;  questa  disseminazione,  dice  A.  De  Can- 
dolle, «  dovette  cominciare  per  tempissimo,  dal  momento  che  le  bac- 
che hanno  esistito  innanzi  la  coltivazione,   prima   della   emigrazione 


(1)  H.  W.   Dahlen   dice   (die    Weinbereitung ,  s.  3)  che  il   Riesling  «  wird  als 
ein  veredelter  Wildling  des  Rheingaues  und  seiner  Nebenthàler  angesehen  ». 

(2)  Acta  horti  imp.  petrop.  1873.  Regel  è  il  Direttore  del  giardino  botanico  di 
S.  Pietroburgo. 

(3)  Origine  delle  piante  coltiviate.  (Biblioteca  Scientif.  Inter.  —  Dumolard,  Mi- 
lano), pag.  256. 

0.  Ottavi, ^Trattato  di  Viticoltura.  3 


18  CAPITOLO  I 


dei  più  antichi  popoli  asiatici,  forse  prima  che  esistessero  uomini  in 
Europa  ed  anche  in  Asia.  Tuttavia  la  frequenza  delle  coltivazioni  e 
la  moltitudine  delle  forme  di  uve  coltivate,  hanno  potuto  estendere  la 
naturalizzazione,  ed  introdurre  nelle  viti  selvatiche  delle  differenze 
traenti  la  loro  origine  dalla  coltura.  Per  dire  il  vero,  gli  agenti  na- 
turali, come  gli  uccelli,  il  vento,  le  correnti,  hanno  esteso  sempre  più  le 
abitazioni  delle  specie,  indipendentemente  dall'uomo,  fino  ai  limiti  che 
risultano,  in  ogni  secolo,  dalle  condizioni  geografiche  e  fisiche  e  dal- 
l'azione nociva  di  altri  vegetali  e  di  animali.  Una  abitazione  assolu- 
tamente primitiva  è  più  o  meno  un  mito;  ma  abitazioni  successiva- 
mente estese  o  ristrette  sono  nella  forza  delle  cose.  Esse  costituiscono 
patrie  più  o  meno  antiche  e  reali,  a  condizione  che  la  specie  vi  sia  con- 
servata selvatica,  senza  il  trasporto  incessante  di  nuovi  semi  »  (1). 
Così  il  De  Candolle,  e  tutto  porta  ad  ammettere  che  consimile  disse- 
minazione, prima  per  opera  degli  uccelli  e  poi  per  mezzo  dell'uomo,  abbia 
appunto  avuto  luogo  dal  mezzodì  del  Caucaso  verso  l'India,  l'Arabia, 
l'Africa  settentrionale  e  l'Europa  meridionale  (Grecia,  Italia,  Gallia  ecc.) 

§.  3.  Patria  della  vite  americana.  —  Mentre  le  viti  euro- 
pee ed  asiatiche  appartengono  forse  tutte  quante  alla  specie  botanica 
Vitis  vinifera  di  Linneo  (2),  le  viti  americane  si  raggruppano  invece 
in  diverse  specie,  delle  quali  ci  occuperemo  parlando  della  fillosseronosi. 
Queste  specie  hanno  differenti  patrie;  e  così  nella  valle  del  Missouri 
crescono  spontanee,  secondo  Swallow  e  Engelmann,  la  Vitis  cestivalis 
e  la  Vitis  cordifolia  con  altre  specie  di  minor  importanza;  la  Vitis 
labrusca  si  trova  invece  lungo  le  coste  dell'Atlantico  e  nei  monti 
Alleghanv;  nell'Arkansas  cresce  la  Vitis  vulpina  e  nell'Ovest  del 
Texas  la  Vitis  rupestris.  Come  si  vede  queste  notizie  si  riferiscono 
esclusivamente  all'America  settentrionale,  e  precisamente  alla  zona 
che  partendo  dal  golfo  del  Messico  va  sino  ai  Laghi,  zona  che  costi- 
tuisce la  regione  della  vite  nel  Nuovo  Mondo.  Nell'America  Meri- 
dionale la  vite  che  vi  si  coltiva  fu  importata  dall'Europa.  (V.  Sta- 
tistica della  vite,  cap.  III). 


(1)  Opera  citata,  253. 

(2)  È  bene  notare,  come  già  dicevamo,  che  secondo  Gmelin  certe  viti  selvatiche 
europee  (Valle  del  Reno,  ecc.)  costituirebbero  una  specie  distinta  dalla  Vitis  vini- 
fera Lin.,  che  egli  chiamò   Vitis  sylvestrìs  nella  sua  Flora  badese. 


ORIGINE  E  STORIA  DELLA  VITE  19 

§  4.  Antichità  della  vite.  —  Tanto  in  Europa  come  in  Asia 
si  hanno  prove  di  una  grandissima  antichità  della  vite,  la  cui  storia 
risalirebbe  al  di  là  dei  più  antichi  documenti  scritti.  Nei  sepolcri 
delle  mummie  dell'antico  Egitto  si  trovarono  vinacciuoli  e  granelli  di 
dimensioni  discrete;  ed  il  De  Candolle  riferisce  (1)  che  furono  tro- 
vati semi  di  vite  sotto  le  abitazioni  lacustri  di  Castione,  presso  Parma, 
i  quali  datano  dall'età  del  bronzo  (2),  in  una  stazione  preistorica  del  lago 
di  Varese  (3)  e  nella  stazione  di  Wangen  nella  Svizzera,  ma  in  que- 
st'ultimo caso  ad  una  profondità  incerta.  V'ha  di  più:  furono  trovate 
foglie  di  vite  nei  tufi  dei  contorni  di  Mompellieri,  dove  esse  si  sono 
deposte  probabilmente  avanti  l'epoca  storica  (4),  ed  in  quelli  di  Mey- 
rargue,  nella  Provenza,  certamente  preistorici,  sebbene  posteriori  al- 
l'epoca terziaria  dei  geologi  (5). 

La  vite  adunque,  come  il  frumento,  sarebbe  una  fra  le  più  antiche 
piante  coltivate. 

§  5.  Storia  della  Viticultura.  —  Quaranta  secoli  avanti  Cristo, 
Noè,  scampato  dal  diluvio,  come  fu  il  secondo  progenitore  del  ge- 
nere umano,  fu  pure  il  padre  della  viticultura.  Prima  del  grande  pa- 
triarca nessuno  aveva  pensato,  secondo  il  Pentateuco,  a  coltivare  la 
vigna  ed  a  preparare  il  vino  coi  suoi  frutti;  si  raccoglieva  l'uva  delle 
viti  selvatiche  e  così  si  mangiava.  Ma  nel  libro  della  Genesi  al 
Cap.  IX,  vers.  20  e  21  è  detto: 

Coepitque  Noe  in  agricola  exercere  terram,  et  plantavit  vineam; 

Bibensque  vinum  inebriatus  est,  et  nudatus  in  tabernaculo  suo. 

Cioè:  «  E  Noè,  che  era  agricoltore,  principiò  a  lavorare  la  terra 
ed  spiantare  una  vigna,  ed  avendo  bevuto  il  vino,  si  inebriò  ecc.  » 

Noè  piantò  la  prima  vigna  nell'Armenia,  che  si  può  quindi  ritenere 
come  la  culla  così  della  Vite  come  della  Viticultura. 

Dal  Levitico  (6)  e  dal  Deuteronomio  (7)  apprendiamo  qualche  pre- 


(1)  Opera  citata  pag.  253. 

(2)  Essi  sono  raffigurati  in  Heer,  Die  Pflanzen  der  Pfahlbauten,  pag .  24,  f.  11. 

(3)  Ragazzoni,  Rivista  Arch.  della  provincia  di  Como,    1880,  fase.    17,  pag.  30 
e  seguenti. 

(4)  Planehon:  Etude  sur  les  tufs  de  Montpellier,  1864,  pag.  63. 

(5)  De  Saporta:  Flore  des  tufs  quaternaires  de  Provence,  1867,  p.   15  e  27. 

(6)  Cap.  XIX,  vers.  23,  24  e  25. 

(7)  Cap.  XX,  vers.  6. 


20  CAPITOLO  I 


cetto  viticolo  che  Mosè  dava  al  popolo  ebreo,  e  fra  gli  altri  quello 
di  non  raccogliere  i  frutti  della  vite  nei  primi  tre  anni;  sapiente  pre- 
cetto, pel  quale  Mosè  non  vuole  che  si  estenui  la  vite  da  principio, 
quando  la  pianta  deve  formarsi  robusta  e  feconda.  Ed  è  pure  ottimo 
precetto  questo  che  leggesi  nel  Deuteronomio  (1): 

Non  seres  vineam  iuam  altero  semine,  ne  et  sementis,  quam 
sevisti  et  quae  nascuntur  ex  oinea,  pariter  sanctificentur;  cioè 
che  conviene  accontentarsi  del  frutto  delle  vigne,  e  non  cercare  di 
aver  dal  vigneto  due  prodotti,  perchè  in  questo  caso,  come  osserva 
Sant'Agostino,  e  la  sementa  e  le  uve  vengono  a  patirne  egualmente, 
e  la  vigna  non  rende  né  in  vino  né  in   granelle. 

I  discendenti  di  Sem,  che  popolarono  l'Asia,  introdussero  la  viti- 
coltura in  Europa;  essi  chiamavano  karm  la  vigna  e  da  ciò  venne 
il  nome  di  Carmelo  al  monte  omonimo  del  profeta  Elia  in  Palestina, 
nonché  il  nome  dell'ordine  dei  Carmelitani  fondato  nel  dodicesimo  se- 
colo. I  Caldei,  popolo  appunto  di  razza  semitica,  erano  stimati  dili- 
genti viticultori;  essi  chiamavano  l'uva  anavim. 

In  Italia  la  coltura  della  vite  venne  introdotta  dai  Pelasgi  (1600 
anni  avanti  Cristo)  e  dagli  Etruschi  (specialmente  nella  parte  cen- 
trale) popoli  questi  venuti  dall'  Asia  minore,  che  senza  dubbio  come 
dicemmo  fu  la  patria  della  viticultura;  il  mezzodì  d'Italia  era  tanto 
propizio  alla  vite,  che  i  Greci  gli  imposero  il  nome  di  Enotria,  ed 
il  nome  di  Sabini,  degli  antichi  abitanti  dell'Italia  centrale  o  Sabina, 
pare  che  significasse  appunto  viticultori. 

Anche  i  Greci,  da  cui  ci  vennero  molti  precetti  e  vocaboli  di  vi- 
ticoltura, ebbero  a  maestri  i  Semiti;  questi  noverarono  valenti  scrit- 
tori d'agraria,  fra  cui  l'armeno  Iambusckad  ed  il  cananeo  Thamitri,  ri- 
cordati dall'arabo  Ibn-Kaldun,  i  quali  avevano  insegnato  a  fecondare  la 
vite  scalzandola  e  fertilizzando  il  terreno  con  concime  polverulento 
complesso  in  cui  fossero  state  scomposte  anche  le  foglie  delle  viti,  e  ad 
eccitare  le  viti  sterili  con  ceneri,  aceto  ed  urina  umana;  gli  stessi  scrit- 
tori insegnavano  che  se  la  vite  imbianca  e  poi  si  fa  croja  (2)  si  deve 
usare  uno  sciroppo  di  aceto  fortissimo  e  di  cenere,  fregandosene  la 
corteccia  e  versandolo  sulle  radici  allungato  con  acqua.  Questi  ed  altri 
precetti  dimostrano  quanto  i  Semiti  fossero  diligenti  viticultori. 


(1)  Cap.  XXII.  vers.  9. 

(2)  Così    Gabriele    Rosa    (Enciclopedia  Agr.   voi.  Ili   pag.  5.)   Il  Rosa  adopera 
que  ta  voce  antiquata  por  significare  una  vite  che  si  fa  rozza,  sterile. 


ORIGINE  E  STORIA  DELLA  VITE  21 

Presso  i  Greci  ed  i  Romani  continuò  a  fiorire  la  coltura  della  vite, 
come  ci  dicono  i  precetti,  molti  dei  quali  ottimi,  di  Esiodo,  di  Socrate, 
di  Senofonte  nell'Economico  e  sovratutto  di  Teofrasto  (371  -f-  286 
anni  av.  C.)  che  fu  uu  acuto  osservatore  dei  fenomeni  naturali;  per 
esempio  egli  osservò  che  seminando  le  viti  non  si  riproduce  la  pianta 
da  cui  venne  il  seme,  ma  si  ha  un  vizzato  diverso;  che  le  viti  can- 
giando terreno  e  clima  danno  prodotti  ben  differenti,  e  che  conviene 
rinnovare  la  terra  che  sta  al  piede  delle  viti  ogni  dieci  anni,  come 
si  pratica  tuttodì  da  qualche  valente  viticultore  in  Piemonte  e  in 
Lombardia  (Bergamo),  del  che  ci  intratterremo  a  lungo  più  innanzi. 
Teofrasto  consigliava  anche,  molto  opportunamente  di  potare  tardi  le 
viti  quando  il  suolo  è  umido  e  freddo,  onde  esse  lacrimando  avessero 
a  perdere  l'umore  soverchio  che  fa  abortire  i  fiori,  locchè  noi  chia- 
miamo ora  il  salasso  delle  viti. 

Fra  i  romani  Catone  (232  -[-147  av.  C.)  dettò  buoni  precetti; 
nella  economia  agraria,  egli  assegnava  al  vigneto  il  primo  posto,  ma 
lo  voleva  coltivato  con  ogni  cura,  piantandolo  in  terreno  smosso 
profondamente,  fecondandolo  con  sarmenti  di  vite  tagliuzzati,  aran- 
dolo, vangandolo  ecc. 

Il  dottissimo  Terenzio  Varrone  (114  -f-  27  av.  C.)  nei  suoi  tre 
libri  di  Cose  rustiche  scritti  mentre  già  era  ottuagenario,  lasciò  pure 
molti  precetti,  fra  i  quali  quelli  di  scacchiare  le  viti  alla  fine  di  Maggio, 
e  l'altro  di  lavorare  il  terreno  in  estate,  d'onde  forse  il  proverbio 
«  chi  zappa  la  vigna  in  agosto,  la  cantina  riempie  di  mosto.  »  Ed  anche 
il  principe  dei  poeti  latini  P.  M.  Virgilio  (70  -f-  19  av.  C.)  nelle  sue 
Georgiche  ci  lasciò  notizie  sulle  viti  dei  suoi  tempi,  già  tanto  nume- 
rose che  egli  stimava  altrettanto  diffìcile  contare  i  grani  di  sabbia  del 
deserto  della  Libia  sollevati  dal  vento,  quanto  le  varietà  delle  viti 
stesse  (1). 

Georgofìlo  stimato  quanto  Varrone  fu  Lucio  Giunio  Moderato  Co- 
minella, coetaneo  di  Seneca  (2  av.  C.  -f-  65  d.  C),  spagnuolo  per 
nascita  (Cadice?)  ma  educato  alla  romana;  egli  era  nipote  del  dotto 
agronomo  latino  Marco  Columella.  Non  si  erra  asserendo  che  il  mi- 
glior trattato  sulla  agricoltura,  e  specialmente  sulla  viticoltura,  di 
quei  tempi,  si  deve  a  Columella,  studiosissimo  degli  autori  cartagi- 
nesi, greci  e  romani  che  lo   precedettero,    ed  attento  visitatore   dei 


(1)  Quem  qui  scire  velit,  libyci  velit  aequoris  idem 

Discere  quam  multae  Zephyro  turbentur  arenae.  {Georgica,  Libro  II). 


22  CAPITOLO  I 


principali  luoghi  del  grande  impero  romano  ove  fioriva  la  coltura  della 
vite.  Dei  suoi  precetti  ci  occuperemo  più  innanzi  in  apposito  capitolo, 
onde  studiare  nei  suoi  dettagli  la  viticoltura  latina  qual'era  nel  secolo  I. 

Accanto  a  Columella  conviene  collocare  Plinio  il  vecchio  (23  -\-  79) 
l'enciclopedico  naturalista  vittima  della  nota  spaventevole  eruzione 
del  Vesuvio;  egli  nacque  a  Como,  e  fu  alquanto  geloso  di  Columella 
a  cui  mosse  appunti  quasi  sempre  male  fondati;  nondimeno  lasciò 
molti  utili  precetti  sulla  coltura  della  vite,  descrisse  il  sistema  di  la- 
sciare uno  sperone  (detto  allora  custode)  per  averne  un  tralcio  a 
frutto  per  l'anno  successivo,  studiò  pure  le  viti  senza  sostegno  (sine 
pedamento)  della  Provenza  e  dell'Africa,  e  ne  sconsigliò  la  coltiva- 
zione perchè,  come  disse  anche  Columella,  se  ne  aveva  vino  abbon- 
dante ma  cattivo,  su  di  che  noi  facciamo  ora  ampie  riserve,  la  cosa 
essendo  ben  diversa  (1);  infine  Plinio  descrisse  varie  malattie  della 
vite,  fra  cui  una  che  pare  si  approssimi  all'oidio. 

Da  Plinio  bisogna  venire  sino  al  dotto  greco  Ateneo  (che  visse 
nel  III  secolo)  autore  del  Convito  dei  Savi;  Ateneo  nacque  in  Egitto 
e  visse  prima  in  Alessandria  poi  in  Roma,  onde  ebbe  campo  a  stu- 
diare le  viti  ed  i  vini  romani;  le  notizie  che  egli  ci  tramandò,  si  ri- 
feriscono però  specialmente  ai  vini. 

Nel  IV  secolo  abbiamo  Palladio  (Rutilio  Paolo  Emiliano)  che  ci 
dà  notizie  sulla  viticoltura  romana  ed  ottimi  precetti,  fra  cui  quello 
dello  scortecciamento  delle  viti  annose  di  cui  si  è  tanto  parlato,  quasi 
fosse  cosa  nuova,  in  questi  ultimi  anni;  consigliò  pure  il  soverscio 
dei  lupini  nei  vigneti  in  agosto,  la  spampinatura  e  via  dicendo;  egli 
fu  l'ultimo  scrittore  classico  latino  di  cose  agrarie. 

Dall'anno  400  all'  800  la  viticoltura,  come  l'agricoltura,  è  in  piena 
decadenza  ed  in  molti  luoghi  si  abbandona  affatto  la  coltivazione  del 
prezioso  arbusto,  a  cagione  delle  schiaccianti  imposte  erariali,  del  di- 
spotismo militare  e  sovratutto  delle  invasioni  barbariche;  la  coltura 
del  suolo  è  allora  lasciata  in  mano  agli  schiavi,  mentre  l'agricoltura 
è  essenzialmente  arte  di  uomini  liberi  e  civili!  In  questo  sconfortante 
periodo  di  decadenza,  pochi  scrittori  si  occupano  di  viticoltura;  e  dal 
bordolese  Ausonio  (Decimo  Magno)  morto  nell'anno  394  bisogna 
venire  sino  al  calabrese  Cassiodoro  (460  -f-  562)  da  Squillace,  se- 
gretario e  ministro  del  re  goto  Teodorico,  scrittore  della  Cronaca 
ove  gli  studiosi  attingono  tante  notizie  su  quei  tempi.  Ma,  per  quanto 


(1)  V.  il  capitolo  delle    Viti  ad   alberello. 


ORIGINE  E  STORIA  DELLA  VITE  23 

concerne  la  viticoltura,  egli  poco  ci  dice,  e  solo  si  occupa  di  raffron- 
tare fra  loro  varii  vini  di  quei  tempi,  massime  del  veronese. 

Durante  il  regno  dei  Longobardi  (568-771)  continuò  il  quasi  com- 
pleto abbandono  della  viticoltura,  la  quale  si  restrinse  ai  suburbii  ed 
alle  vicinanze  dei  grossi  centri  popolati;  tuttavia  nel  secolo  VI  i 
Benedettini,  quasi  inosservati,  incominciarono  a  ben  coltivare  qua  e 
là  qualche  vigna.  La  viticoltura  ebbe  poi  sempre  caldi  protettori  nei 
religiosi  d'ogni  ordine,  e  sovratutto,  oltre  ai  Benedettini,  negli  Ago- 
stiniani, nei  Basiliani,  Domenicani,  Francescani,  Cistercensi  e  via  di- 
cendo. 

Distrutto  il  regno  dei  Longobardi  in  Italia,  il  grande  imperatore 
Carlo  Magno  si  diede  a  proteggere  anche  V  agricoltura,  massime 
dall'anno  800  all'  814,  ed  emanò  speciali  regolamenti  ne'  quali  è 
fatta  larga  parte  a  quanto  riguarda  il  vino.  Costantino  VII  Porfì- 
rogenito  (911-959)  che  tanto  si  occupò  di  studii,  vedendo  che  nel- 
l'Oriente greco  la  viticoltura  e  l'enologia  erano  tuttavia  fiorenti,  ne 
fece  raccogliere  i  precetti  nel  famoso  Geoponico.  Il  libro  terzo  delle 
Geoponiche  contiene  insegnamenti  veramente  preziosi  sulla  viticol- 
tura, massime  riguardo  alla  potatura  a  seconda  dell'età  delle  viti  e 
dell'esposizione,  alla  lavorazione  del  terreno,  che  doveva  essere  pro- 
fonda onde  le  viti  non  soffrissero  la  siccità  e  non  invecchiassero  troppo 
presto,  alle  rimondature  estive,  alla  concimazione  con  cenere  e  feccie 
di  vino  per  le  viti  adulte,  serbando  il  letame  soltanto  alle  viti  gio- 
vani, e  via  dicendo.  Vi  si  trovano  anche  curiose  osservazioni,  fra 
cui  questa,  che  immettendo  triaca  nel  midollo  della  talea  si  ottiene 
uva  dotata  di  proprietà  medicinali,  di  che  ci  occuperemo  a  suo  luogo, 
accennando  agli  studii  moderni  sulla  sava  della  vite. 

Nel  XII  secolo  abbiamo  un  valente  scrittore  arabo  Ibn-al-Awam, 
che  dà  buoni  precetti  di  viticoltura,  scrivendo  da  Siviglia,  fra  cui 
quello  che  non  conviene  seminare  cavoli,  rape,  ecc.  fra  le  viti. 

Frattanto  i  religiosi  continuarono  a  coltivare  con  amore  la  pre- 
ziosa pianta,  estendendola  alle  regioni  ove  recavansi  ed  incoraggian- 
done la  coltura,  come  fece  ad  esempio  nel  secolo  XI  Sigfried  arci- 
vescovo di  Magonza,  che  diffuse  il  Riesling  a  Rùdesheim,  da  tanto 
tempo  famosa  pel  suo  vino  omonimo.  Anche  i  regnanti  presero 
poco  poco  a  proteggere  la  viticoltura,  e  si  sa  che  il  re  ungherese 
Bela  IV  degli  Arpad,  vedendo  quasi  priva  di  vigneti  l'Ungheria,  vi 
introdusse  magliuoli  presi  in  Italia. 

Dopo  la  pace  di  Costanza  (1183)  si  incominciò  a  notare  in  Italia 


24  CAPITOLO  I 


un  leggero  risveglio  nell'agricoltura  e  quindi  anche  nella  viticoltura; 
ma  i  progresbi,  che  si  andavano  facendo,  erano  lentissimi  e  si  deve 
a  Pier  de'  Crescenzi,  nato  a  Bologna  nel  1233,  se  la  nostra  economia 
rurale  potè  più  tardi  progredire  maggiormente.  Il  venerato  autore 
del  Liber  ruralium  commodorum  ci  descrive  la  viticoltura  italiana 
del  1300,  mostrandosi  intelligente  nella  coltura  del  prezioso  arbusto: 
da  lui  sappiamo  che  allora  si  incominciavano  a  produrre  in  Italia 
buoni  vini,  i  quali  vendevansi  persino  in  Germania  ed  in  Polonia. 

Dopo  il  Crescenzi  non  si  può  dire  che  abbiano  abbondato  gli  scrit- 
tori di  viticoltura,  la  quale  vi  andava  facendo  lenti  progressi,  così 
in  Italia  come  in  Spagna,  ma  non  però  in  Francia:  si  possono  solo 
citare  Agostino  Gallo,  nato  a  Brescia  nel  1499,  che  descrisse  le  viti 
lombarde  —  G.  A.  Herrera  (1513),  che  studiò  la  viticoltura  spa- 
gnuola  e  Giovanni  Tatti  da  Lucca  (1560).  Pero  in  Toscana  la  col- 
tura della  vite  progredì  più  che  altrove,  come  ce  lo  provano  i  due 
scrittori  specialisti  Giovanni  Vittore  Soderini  (1526)  e  Bernardo  Da- 
vanzati  (1529):  il  primo  scrisse  un  Trattato  della  coltivazione  delle 
viti  e  del  frutto  che  se  ne  può  cavare,  il  secondo  dettò  l'opuscolo 
Della  coltivazione  toscana  delle  viti. 

Frattanto  eccoci  al  1600,  anno  in  cui  il  patriarca  dell'agricoltura 
francese  Olivier  de  Serres  (nato  il  1539)  pubblica  il  suo  famoso 
Teatro  dell' 'agricoltura  dedicato  al  re  Enrico  IV,  che  tanto  amava 
l'arte  dei  campi  :  in  questo  libro  troviamo  molte  notizie  sulla  viticol- 
tura di  quei  tempi,  nonché  preziosi  precetti,  che  furono  posti  in  pratica 
dai  viticultori  francesi,  cosicché  la  viticoltura  a  poco  a  poco  vi  prese 
un  grandissimo  sviluppo,  al  punto  che  verso  il  1730  si  limitava  per 
legge  l'estensione  dei  vigneti. 

La  viticoltura  nel  frattempo  si  estese  anche  in  lontani  paesi  per 
opera  degli  europei  che  si  recavano  a  colonizzare  l'America,  la  Nuova 
Olanda,  l'Oceania  e  l'Africa  meridionale;  già  nel  1602  i  Gesuiti  pian- 
tarono vigneti  nel  Paraguay,  neh'  Uruguay  e  nella  Bolivia,  e  negli 
Elementi  d' agricoltura  (1)  comparsi  a  Milano  nel  1784  si  legge 
che  in  California  già  allora  si  producevano  ottimi  vini;  dal  1800  in 
poi  si  estese  pure  la  viticoltura  nel  Perù,  nel  Chili,  nella  Repub- 
blica Argentina  e  nel  Messico.  Nel  1851  alcuni  Svizzeri  introdussero 


(1)  Mitterpacher  li  pubblicò  a  Vienna  nel  1783  e  '^furono  tradotti  in   italiano. 
(G.  Rosa,  op.  cit.  349). 


ORIGINE  E  STORIA  DELLA  VITE  25 

le  viti  in  Australia,  a  Vittoria,  ed  ora  la  viticoltura  progredisce  colà 
rapidamente. 

In  Francia  la  viticoltura  continuò  a  progredire,  e  sul  principio  del 
1800  il  Bordeaux,  il  Borgogna,  lo  Champagne,  l'Hermitage,  il  Fron- 
tignan,  ecc.  ecc.  erano  già  celebrati. 

Anche  in  Italia  la  viticoltura  ebbe  una  forte  spinta,  specie  dopo 
la  unificazione  del  Regno  e  le  libertà  politiche,  ed  ora  in  molte  Pro- 
vincie paesane  la  viticoltura  è  portata  ad  un  notevole  grado  di  per- 
fezione; a  codesto  contribuirono  parecchi  scrittori  a  partire  da  Carlo 
Verri  (1803,  Saggio  teorico-pratico  sulla  viticoltura)  sino  a  De- 
Blasiis  (1864,  Istruzioni  sul  modo  di  fare  il  vino  e  coltivazione 
degli  ulivi  e  della  vigna  bassa)  ed  a  Giuseppe  Antonio  Ottavi 
(1855-1884,  Il  Coltivatore,  in  cui  è  descritta  la  viticoltura  d'  ogni 
parte  d' Italia,  e  Nuovo  metodo  per  far  fruttificare  abbondante- 
mente le  viti). 

In  Francia  la  viticoltura  ebbe  grande  impulso  dal  Conte  Odart 
e  sovratutto  da  Giulio  Guyot  (nato  a  Gyé-sur-Seine  (Aube)  nel 
1807,  morto  il  31  marzo  1872  a  Savigny);  a  lui  si  devono  due  o- 
pere  magistrali,  Culture  de  la  vigne  et  vinification,  e  Études  sur 
les  vignobles  de  France:  del  suo  sistema  di  viticoltura  ci  occupe- 
remo in  apposito  capitolo,  per  studiare  sino  a  qual  punto  possa  con- 
venirne la  applicazione  ai  vigneti  italiani. 

In  Germania  ed  in  Austria- Ungheria  la  viticoltura  e  1!  enologia 
progrediscono  pure  rapidamente,  per  opera  specialmente  di  Metzger 
(1827,  Ber  Rheinische  Weinbau,  la  Viticoltura  Renana)  e  dei  con- 
temporanei Barone  di  Babo  (Direttore  dell'Istituto  Enologico  di  Klo- 
sterneuburg  presso  Vienna),  A.  Blankenhorn  a  Carlsruhe  ed  altri. 
E  progredisce  pure  in  Ispagna  ed  in  Portogallo  ove  si  pubblicano 
buoni  giornali  viticoli  ed  ottimi  trattati:  (Los  vinos  e  Cultivo  de  la 
vid,  Madrid,  D.  José  de  Hidalgo  Tablada  —  Gazeta  dos  Lavra- 
dores,  Lisboa,  A.  Batalha  Reis). 

Così  può  brevemente  riassumersi  la  storia  della  Vite  e  della  Viti- 
coltura, la  quale  ci  insegna  che  la  preziosa  ampelidea  fu  sempre  te- 
nuta in  gran  conto,  siccome  produttrice  della  migliore  fra  tutte  le 
bevande  alcooliche.  Senonchè  al  vino  fa  ora  concorrenza  la  birra, 
e  mentre  in  Europa  si  producono  annualmente  oggidì  circa  140  mi- 
lioni di  ettolitri  di  vino,  già  si  fabbricano  102  milioni  di  ettolitri  di 
birra;  questo  devesi  attribuire  in  parte  ai  malanni  che  colpirono  e 
colpiscono  la  viticoltura,  massime  all'oidio,  che  anni  addietro  aveva 


26  CAPITOLO  I 


fatto  salire  di  troppo  il  prezzo  del  vino,  cosicché  si  diffuse  l'uso  della 
birra  anche  negli  stessi  paesi  viniferi.  Giova  tuttavia  sperare  che, 
mercè  i  progressi  attuali  della  viticoltura  e  della  enologia,  potendosi 
offrire  buon  vino  a  prezzi  discreti,  si  diffonda  sempre  più  V  uso  di 
questa  salutare  bevanda^  onde  Bacco  abbia  sempre  a  prevalere  su 
Gambrino  ! 


CAPITOLO  II 


Geografìa  della  vite, 


§  2.  Limiti  della  coltura  della  vite  —  §  3.  Coltura 
della  vite  oltre  i  limiti  meteorologici  —  §  4.  La  regione  della  vite  e  le  iso- 
termiche —  §  5.  L'altitudine  e  la  viticoltura  —  §  6.  L'esposizione,  la  vicinanza 
delle  acque,  le  pioggie  ed  altre  cause  che  influiscono  sulla  stazione  della  vite. 


§.  1.  La  regione  della  vite.  —  Le  differenti  piante  coltivate 
occupano  sulla  superfìcie  del  globo  regioni  diverse,  delimitate  spe- 
cialmente dalie  condizioni  meteorologiche  alle  quali  si  trovano  sog- 
gette le  regioni  stesse.  I  così  detti  limiti  economici ,  statistici  ed 
agricoli  delle  culture  hanno  certamente  una  speciale  influenza  sulle 
leggi  che  regolano  la  geografia  agricola;  e  così,  il  prezzo  di  vendita 
del  vino,  le  spese  di  cultura  della  vite  di  fronte  alla  maggiore  o 
minor  deficienza  di  operai  rurali,  la  viabilità,  la  concorrenza  di  zone 
vitifere  meglio  favorite  dalla  natura,  la  densità  della  popolazione,  i 
sistemi  di  conduzione  dei  fondi  e  via  dicendo,  possono  modificare  al- 
quanto i  limiti  delle  regioni  agricole;  ma  è  evidente  che  la  loro  in- 
fluenza è  passeggera,  laddove  quella  delle  condizioni  meteorologiche 
è  costante,  cosicché  si  può  affermare  essere  oggidì  la  regione  della 
vite  quella  stessa  dei  tempi  antichi,  vale  a  dire  che  il  clima  per- 
mette attualmente  la  cultura  della  vite  ovunque  la  permetteva  quando 
fu  coltivata  per  la  prima  volta  in  Europa.   (V.  §  6). 

Gli  agronomi  quindi,  nel  descrivere  le  regioni  culturali,  si  sogliono 
basare  essenzialmente  sui  limiti  meteorologici;  essi,  facendo  astrazione 
dai  luoghi  elevati  e  da  quelli  il  cui  clima  è  modificato  dalla   irriga- 


28  CAPITOLO  II 


zione,  dividono  l'Europa  in  tre  parti:  —  al  sud-est  ed  al  sud  (Italia, 
Francia  Meridionale  e  Spagna)  predominano  gli  alberi  e  gli  arbusti; 
al  nord-est  ed  al  nord  (Europa  centrale)  si  trovano  di  preferenza  le 
culture  erbacee;  e  più  al  nord  ancora  (Europa  settentrionale)  pre- 
dominano le  foresti  o  i  vegetali  legnosi. 

Si  è  nella  prima  di  queste  tre  grandi  divisioni  che  noi  troviamo 
la  regione  della  vite,  con  quella  dell'olivo;  quest'ultima  però  ha  li- 
miti più  ristretti,  mentre  la  prima  occupa  in  Europa  una  immensa 
zona  compresa  a  poco  presso  fra  il  30°  ed  il  50°  grado  di  latitudine 
settentrionale,  ove  il  clima  è  temperato  e  perciò  favorevole  alla  pro- 
duzione di  uva  avente  le  qualità  richieste  per  gli  usi  enologici  ed 
alimentari. 

§  2.  Limiti  della  coltura  della  vite.  —  Non  bisogna  però 
credere  che  la  regione  della  vite  in  Europa  sia  esattamente  delimi- 
tata dai  due  paralleli  boreali  (vale  a  dire  dell'  emisfero  nord)  che 
passano  rispettivamente  pei  gradi  30°  e  50°  di  latitudine;  questo  ac- 
cadrebbe qualora  non  esistessero  cause  capaci  di  modificare  il  clima, 
fra  cui  prima  l'altitudine,  ossia  l'altezza  sul  livello  del  mare:  invece 
tanto  la  linea  che  segna  il  limite  polare  quanto  quella  che  segna  il 
limite  equatoriale,  sono  assai  irregolari  e  coincidono  solo  per  brevi 
tratti  coi  suddetti  paralleli. 

Ma  noi  non  vogliamo  delimitare  soltanto  la  regione  della  vite  in 
Europa;  vogliamo  invece  considerare  la  regione  stessa  nella  sua  po- 
situra sull'intera  superficie  della  terra:  in  allora  ognuno  vede  che 
questa  immensa  regione  viene  ad  essere  attraversata  dalla  linea  equa- 
toriale. Ciò  essendo,  si  presenta  la  quistione  se  anche  sotto  l'equatore 
la  vite  possa  prosperare  e  se,  in  caso  negativo,  la  regione  mondiale 
della  vite  non  consti  di  due  grandi  distretti,  quasi  diremmo  due  cinture , 
l'una  neh'  emisfero  nord,  sopra  la  zona  torrida,  l'altra  nell'emisfero 
sud,  al  mezzodì  della  stessa  zona,  lasciando  sotto  la  linea  equatoriale 
un  distretto  intermediario  ove  la  vite  non  può  prosperare. 

Abbiamo  esaminato  accuratamente  la  delicata  quistione  (1)  e  siamo 
giunti  alla  conclusione  che,  secondo  tutte  le  probabilità,    la    regione 


(1)  Ci  rivolgemmo  eziandio  per  aiuto  e  consiglio  all'illustre  e  dotto  geografo 
Dr.  Luigi  Hugues,  già  nostro  amato  maestro,  il  quale  ci  fu  largo  di  suggeri- 
menti, mettendo  a  nostra  disposizione  la  sua  importante  biblioteca.  Gli  rendiamo 
qui  pubbliche  azioni  di  grazie. 


GEOGRAFIA  DELLA  VITE  29 

della  vite  non  può  essere  costituita  da  un  solo  immenso  distretto  com- 
preso fra  i  due  limiti  polari  dell'  emisfero  nord  e  dell'  emisfero  sud, 
tuttoché  alcuni  distinti  geografi  siano  di  contrario  avviso.  Meyen,  ad 
esempio,  sta  fra  costoro;  egli  dice  che  per  quanto  si  riferisce  al  mas- 
simo calore  sotto  la  di  cui  influenza  l'uva  può  maturare,  crede  di  poter 
affermare  che  ciò  può  avvenire  sotto  qualunque  calore  tropicale, 
purché  esso  non  vada  disgiunto  da  un  certo  grado  di  umidità.  Ma 
Berghaus  (1)  a  proposito  della  umidità  e  della  sua  influenza  sul- 
l'uva, giustamente  obbietta  essere  noto,  fatta  astrazione  da  che  la 
vite  ama  luoghi  asciutti,  come  già  nei  nostri  climi  le  piogge  persi- 
stenti nuociono  ai  grappoli;  or  quanto  più  nocevoli  non  dovranno 
adunque  essere  le  torrenziali  piogge  dei  paesi  tropicali?  Si  è  intro- 
dotta la  vite  nella  Guiana,  ma  il  tentativo  non  ebbe  alcun  risultato, 
inquantochè  nella  stagione  piovosa  i  grappoli  marcirono,  ed  in  quella 
asciutta  furono  distrutti  dagli  insetti. 

Humboldt,  Buch  e  Schow  non  sono  dell'avviso  di  Meyen,  e  cre- 
dono con  Berghaus  che  il  distretto  di  diffusione  della  vite  formi, 
come  dicevamo  poc'anzi,  due  cinture  sopra  ambo  i  lati  della  zona 
torrida.  H.  Wagner  (2)  è  pure  di  questo  avviso:  «  in  generale, 
dice  egli,  la  viticoltura,  che  predilige  un  clima  continentale  con  ca- 
lori estivi  intensi,  quantunque  anche  solo  di  breve  durata  (3),  oltre- 
passa appena  il  51°  parallelo  nord,  ed  anzi  nella  Russia  Meridionale 
il  limite  polare  si  abbassa  sino  al  parallelo  48°:  intimamente  colle- 
gata colla  zona  torrida,  questa  coltivazione  giunge  al  suo  punto  più 
meridionale  nelle  Canarie  (28°  N.)  facendo  però  astrazione  di  certi 
distretti  tropicali  isolati,  nei  quali  la  vite  può  ancora  prosperare  so- 
lamente a  considerevole  altezza  sui  fianchi  di  sollevamenti  monta- 
gnosi »;  e  questa  è  un'altra  prova  della  grande  influenza  che  eser- 
cita l'altitudine  sul  clima  d'una  data  località. 

Sin  qui  abbiamo  accennato  alle  opinioni  dei  geografi;  aggiungeremo 
ora  dal  canto  nostro,  siccome  viticultori,   che  nel   distretto   che  di- 


(1)  Allgemeine  Lànder  und  Vólcherkunde,  voi.  Ili,  pag.  229  e  256. 

(2)  Gute's  Lehrbuch  der  Geographie  neu  bearbeitet  von  H.  Wagner.  —  Fùnfte 
Aufgabe  (voi.  I,  pag.  121). 

(3)  Noteremo  però,  a  proposito  di  quanto  qui  dice  Wagner,  che  in  questo  caso 
l'uva  non  riesce  di  qualità  pregiata  come  quando  la  somma  dei  gradi  di  calore 
che  le  occorre,  le  viene  somministrata  durante  un  periodo  di  tempo  più  lungo, 
però  entro  certi  limiti  (v.  Meteorologia  applicata  alla  vite). 


30  CAPITOLO  II 


remo  equatoriale,  e  propriamente  nella  zona  torrida  dove  si  verifi- 
cano le  calme  equatoriali  e  tropicali  con  piogge  quasi  continue,  la  vite 
non  è  possibile  possa  fornirsi  di  gemme  fiorifere,  né  quindi  fruttificare, 
sempre  fatta  eccezione  di  speciali  condizioni  di  altitudine,  come  or'ora 
notammo  con  Wagner.  Infatti,  dietro  le  numerose  osservazioni  fatte 
in  Francia  da  Gasparin,  colle  quali  concordano  quelle  decennali  da 
noi  fatte  in  Italia  (1),  crediamo  di  poter  stabilire  che  la  vite  richiede 
un  calore  crescente  per  gradi  a  partire  dal  momento  della  germo- 
gliazione  e  venendo  a  quello  della  maturazione  dell'  uva;  un  calore 
soverchio  e  quasi  diremmo  subitaneo  non  è  punto  confacente  alla 
fruttificazione  della  vite,  ma  solo  alla  produzione  della  parte  erbacea, 
nella  stessa  guisa  che  l'umidità  soverchia  fa  abortire  i  grappolini  na- 
scenti, mutandoli  in  cirri:  le  vicende  di  temperatura  aventi  per  li- 
miti minimi  9°  o  10°  C.  al  momento  della  germogliazione  e  17°  a  20°  al 
momento  della  fioritura  (a  seconda  della  maggiore  o  minore  preco- 
cità delle  specie)  sono  indispensabili  alla  vite,  ed  è  appunto  perchè 
la  zona  temperata  (35°-47°  lat.  n.)  offre  queste  condizioni  di  tem- 
peratura che  la  vite  trova  in  essa  la  sua  principale  e  più  conve- 
niente stazione.  Ora,  ognuno  intende  facilmente  come  il  clima  tropi- 
cale, colle  sue  pioggie  non  interrotte  per  parecchi  mesi  e  col  suo 
straordinario  calore,  pure  continuato  per  lunghi  mesi,  senza  vicende, 
quasi  diremmo  senza  gradazioni,  debba  contrariare  seriamente  la 
vite,  favorendo  se  si  vuole  un  grande  sfarzo  di  vegetazione  erbacea, 
ma  inceppando  necessariamente  la  fruttificazione.  Noi  pensiamo  quindi 
che  la  zona  torrida  costituisca  un  distretto  ove  assolutamente  la  vite 
non  può  fruttificare,  perocché  nelle  regioni  equatoriali  le  stagioni 
quasi  non  presentano  differenze  riguardo  alla  temperatura,  che  d'al- 
tronde vi  è  altissima  (in  media  28°  C.  per  i  punti  dell'equatore),  e 
d'altra  parte  le  pioggie  cadono  quasi  senza  interruzione  per  sei  mesi, 
dall'aprile  all'ottobre,  come  accade  in  Africa  nelle  regioni  fra  l'equa- 
tore ed  il  tropico  del  Cancro,  e  nell'America  equatoriale  al  nord  della 
linea,  ove,  a  detta  di  Humboldt,  il  cielo  è  sereno  soltanto  da  dicembre 
a  febbraio,  mentre  dal  marzo,  e  meglio  dall'  aprile  al  novembre,  le 
pioggie  sono  quasi  continue  e  torrenziali,  di  giorno  almeno,  mentre 
di  notte  il  cielo  si  fa  generalmente  sereno. 

Vediamo  ora  di  segnare  i  due  limiti  polari  del  distretto  di  dif- 


(1)  V.  Meteorologia  applicata  alla  vite. 


GEOGRAFIA  DELLA  VITE  31 

fusione  della  vite  (V.  la  Carta  (1)  in  fine  del  presente  volume);  rima- 
nendo stabilito  che  man  mano  ci  avviciniamo  all'equatore,  il  quale  come 
è  noto  attraversa  per  mezzo  la  zona  torrida,  la  vite  verosimilmente 
tende  sempre  più  ad  una  vegetazione  puramente  erbacea,  senza  produ- 
zione fruttifera:  questo  distretto  tropicale  della  vite  non  ci  è  stato 
possibile  di  delimitarlo  esattamente,  ed  abbiamo  perciò  preferito  di 
nulla  segnare  sulla  Carta  anziché  condurre  linee  arbitrarie. 

a)  Limite  polare  nord.  La  immensa  zona  della  vite  è  limitata 
verso  il  polo  artico,  o  boreale,  da  una  linea  la  quale  partendo  dalla 
costa  dell'Atlantico  presso  la  città  di  Vannes  (lat.  47°  40')  si  svi- 
luppa nella  direzione  di  sud-est,  segue  la  riva  sinistra  della  Loire 
inferiore  da  Nantes  ad  Angers,  donde  procede  a  nord-est  sino  a 
Beauvais  nel  dipartimento  della  Oise  (lat.  49°  30')  e  quindi  a  est- 
nord-est  sino  a  Laon  nel  dipartimento  dell' Aisne  (lat.  49°  33'). 

Da  questo  luogo  il  limite  polare  nord  mantiene,  sino  a  Thionville 
sulla  Mosella,  una  direzione  che  poco  si  allontana  da  quella  dei  pa- 
ralleli; discende  la  valle  della  Mosella  sino  alla  sua  imboccatura  nel 
Reno  a  Coblenza  e  poi  la  valle  del  Reno  sino  al  disotto  della  città 
di  Bonn  (50°  46').  Lungo  la  destra  del  Reno,  risalendo  il  fiume,  il 
limite  giunge  alla  confluenza  del  Meno  (quivi  nel  Rheingau,  si  hanno 
i  migliori  vini  tedeschi);  esso  fiancheggia  poi  la  riva  nord  (destra) 
del  Meno  passando  per  Asciaffenburgo  e  Wùrzburgo.  Al  di  là  della 
Selva  Turingia,  e  nelle  regioni  centrali  della  Germania,  la  coltura 
della  vite,  come  industria  agricola,  si  presenta  solo  in  alcuni  luoghi 
isolati;  ciò  ad  esempio  nella  valle  della  Werra  (ramo  superiore  del 
Weser)  alla  latitudine  di  51°  20'.  Il  limite  polare  nord  tocca  poi 
l'Elba  presso  la  città  sassone  di  Meissen  (lat.  51°  10'),  discende  il 
corso  del  medesimo  fiume,  giunge  all'Havel  (affluente  dell'Elba)  presso 
Potsdam  e  giunge  alla  sua  massima  latitudine  presso  Berlino  (52°  30'). 

Da  questo  punto  si  volge  a  sud-est  verso  F  Oder;  ma  più  lungi, 
verso  oriente,  si  avvicina  nuovamente  alla  linea  equinoziale,  di  guisa 
che  nell'Ungheria  viene  ad  oscillare,  come  nella  Francia  Occidentale» 
tra  il  48°  ed  il  49°  lat.  nord;  nella  Bucosina,  ad  oriente  dei  Car- 
pazi, il  limite  è  compreso  tra  le  latitudini  di  47°  e  48°,  e  si  è  nella 
Moldavia,  presso  la  piccola  città  di  Cotnar  (lat.  47°  Ij2)  che  si  rac- 


(1)  Ringraziamo  qui  nuovamente  il  prefato  Dott.  L.  Hugues,  che  ci  porse 
grande  aiuto  nelle  ricerche  fatte  per  stabilire  questi  limiti,  nonché  il  suo  distinto 
allievo,  che  disegnò  la  Carta  coi  limiti  polari  e  le  isoterme, 


32  CAPITOLO  II 


coglie  uno  fra  i  migliori  vini  ungheresi,  tale  da  essere  preferito  al 
famoso  Tokay.  Tutta  la  parte  meridionale  della  Russia  è  compresa 
nella  zona  della  vite;  così  la  Bessarabia,  i  governi  di  Kherson  e  di 
Iekaterinoslaw,  la  Tauride,  il  paese  dei  Cosacchi  del  Don,  una  parte 
del  governo  di  Saratow  sul  Volga  ed  il  governo  di  Astracan.  In 
queste  ultime  parti  della  Russia  pare  che  il  limite  nord  della  vite 
si  avanzi  nuovamente  verso  settentrione  sino  alla  latitudine  appros- 
simativa di  50°. 

Non  possiamo  fissare  con  sicurezza  il  limite  polare  nord  della  vite 
attraverso  il  continente  asiatico:  secondo  la  carta  13a  del  nuovo  a- 
tlante  geografico  dei  signori  Diercke  e  Gaebler,  esso  attraversa  la 
parte  nord-est  del  lago  di  Arai,  giunge  al  bacino  sorgentifero  del 
Syr-Darja,  percorre  V  Asia  centrale  poco  al  nord  del  parallelo  40°, 
quindi  le  provincie  della  Cina  al  nord  del  Fiume  Giallo,  la  parte  sud 
della  Corea  e  dell'isola  Nippon  (Giappone).  Al  di  là  dell'Oceano  Pa- 
cifico entra  nell'  America  settentrionale  lasciando  a  Mezzogiorno  la 
terza  parte  circa  della  California,  d'onde  si  avanza  alcun  poco  al 
nord,  lambisce  le  rive  meridionali  dei  laghi  Michigan  ed  Erie  ed  ab- 
bandona l'America  settentrionale  verso  la  latitudine  di  41°.  Cosi,  nella 
parte  nord  dell'America  settentrionale  il  limite  boreale  della  vite  o- 
scilla  tra  le  latitudini  di  38°  e  41°.  Infine  nell'Oceano  atlantico  il  li- 
mite popolare  nord  lascia  a  mezzodì  l'arcipelago  delle  Azorre,  che 
è  un  importante  centro  vinicolo. 

b)  Limite  polare  sud.  La  linea  che  segna  il  limite  meridio- 
nale o  australe  parte  dal  Capo  di  Buona  Speranza  e  si  volge  ad 
est-sud-est,  lascia  al  nord  la  Tasmania,  1'  Australia  e  la  Nuova  Ze- 
landa, attraversa  il  Pacifico  deviando  verso  nord-est,  entra  nell'A- 
merica meridionale  poco  al  nord  del  40°  parallelo,  e  percorre  questa 
parte  del  mondo  da  occidente  ad  oriente,  abbandonandola,  sotto  la 
medesima  latitudine,  alquanto  a  mezzogiorno  del  Rio  de  la  Piata. 

e)  Limite  meridionale  deU emisfero  nord.  Per  chi  desiderasse 
conoscere  almeno  approssimativamente  il  limite  sud  della  regione 
della  vite  nell'emisfero  artico  o  boreale,  vale  a  dire  al  nord  dell'e- 
quatore, diremo  brevemente  che  esso  potrebbe  rappresentarsi  mediante 
una  linea  che  comprendesse  la  costa  settentrionale  dell'Africa,  coinci- 
dendo per  un  certo  tratto  col  30°  di  latitudine  settentrionale;  essa 
attraverserebbe  poscia  l'Arabia  da  nord  a  sud  e  verrebbe  a  coinci- 
dere, con  una  certa  regolarità,  col  tropico  del  Cancro,  il  quale,  come 
è  noto,  segna  il  limite  settentrionale  della  zona  Torrida;  e  proseguendo 


GEOGRAFIA  DELLA  VITE  33 


così  sino  all'Indostan;  quindi  si  abbasserebbe  circa  al  20°,  per  poi  risa- 
lire sopra  Calcutta  e  tenere  di  nuovo  la  linea  del  tropico  del  Cancro 
a  traverso  la  Cina  meridionale. 

§.3.  Coltura  della  vite  oltre  i  limiti  meteorologici.  — 

Lo  avere  segnato,  nel  precedente  paragrafo,  i  limiti  della  viticultura, 
non  vuol  già  significare  che  oltre  quelle  linee  sia  assolutamente  im- 
possibile coltivare  la  vite.  Nei  paesi,  ad  esempio,  situati  oltre  il  limite 
settentrionale  ciò  è  possibile  in  alcune  felici  esposizioni  a  mezzogiorno, 
su  colline  più  o  meno  ripide,  ove  1'  esposizione  rende  il  clima  del 
luogo  più  meridionale;  gli  è  ciò  che  si  fa  ad  esempio  su  certi 
versanti  meridionali  delle  colline,  che  si  trovano  lungo  il  corso 
capriccioso  della  Mosa,  ove  si  contano  189  ettari  vitati,  tutti  nella 
provincia  di  Liegi.  Diremo  tuttavia  che  colà  la  maturazione  delle  uve 
vi  è  incerta  e  riesce  ad  un  certo  grado  di  perfezione  soltanto  nelle 
annate  molto  favorevoli;  la  vendemmia  vi  si  fa  generalmente  nella 
seconda  quindicina  dell'ottobre,  quando  però  il  freddo  invernale  non 
abbia  distrutto  totalmente  od  in  grande  parte  il  raccolto,  assiderando 
le  gemme  ascellari.  Questi  vigneti  scomparirebbero  di  certo  se  fosse 
resa  agevole  la  importazione  del  vino  nel  Belgio,  laddove  ora  è  colpita 
col  grave  diritto  di  accisa  di  L.  23  all'  ettolitro  :  diremo  anzi  che 
se  si  è  tentata  e  si  tenta  tuttodì  la  coltivazione  della  vite  in  paesi 
situati  oltre  i  limiti  della  zona  or  ora  studiata,  si  è  principalmente 
perchè  una  improvvida  ed  ostruttiva  legislazione  doganale  vi  inceppa 
e  spesso  vi  impedisce  affatto  l'importazione  del  vino  con  dazii  che 
oscillano  dalle  30  lire  (Inghilterra  e  Germania)  alle  58  (Russia  e 
Stati  Uniti  d' America)  per  ogni  100  chilogr.  di  vino  usuale  da 
pasto  (1).  Così  si  protegge  la  produzione  della  birra,  ed  indirettamente 
si  favorisce  l'alcoolismo  con  grave  detrimento  della  salute  pubblica  ! 
Anche  in  Inghilterra  (a  parte  la  coltura  nelle  serre  o  graperies) 
si  tentò  la  cultura  della  vite  in  pien  campo,  nella  grande  vallata  di 
Glocester;  ma  vi  si  dovette  rinunciare  da  moltissimo  tempo,  special- 
mente per  la  incertezza  e  la  cattiva  qualità  del  prodotto,  dovute 
alla  deficienza  di  calore. 


(1)  Più  esattamente  L.  27,50  (Inghilterra)  L.  30  (Germania)  L.  42  (Olanda)  L  62 
(Russia)  L.  58  (Stati  Uniti)  pei  vini  di  botte.  I  vini  in  bottiglie  sono  colpiti 
anche  più  duramente!  (V.  la  nostra  opera  Enologia  teorico-pratica,  Statistica  del 
Comm.  internazionale  pag.  677). 

O.  Ottavi,   Trattato  dì.    Viticoltura.  4 


34  CAPITOLO  II 


Ma  non  sono  unicamente  le  condizioni  climatiche  che  influiscono 
sulla  maggiore  o  minore  diffusione  della  viticultura;  è  innegabile  che 
il  modificarsi  e  perfezionarsi  dei  gusti  ha  reso  affatto  deprezzati  certi 
vini  che  un  tempo  si  ritenevano  bevibili;  ond'è  che  dai  paesi  che  li 
producevano  oggi  è  affatto  scomparsa  la  coltura  della  vite.  Peschel 
(Physische  Erdkunde,  II  pag.  190  e  seg.)  accenna  a  questo  fatto 
considerando  specialmente  la  viticultura  nel  Medio  Evo.  «  A  provare, 
dice  egli,  una  diminuzione  della  temperatura,  si  adduce  il  fatto  che 
nel  Medio  Evo  la  coltura  della  vite  era  molto  più  estesa  verso  il 
nord  di  quanto  lo  sia  oggidì:  ma  non  si  debbe  precipitare  nelle  con- 
clusioni, giacche  la  riuscita  della  vite  dipende  da  molti  fattori,  anche 
non  climatici.  La  viticoltura  potè  estendersi  in  un  vasto  distretto  della 
Germania  settentrionale,  sino  a  tanto  che  si  poneva  maggior  atten- 
zione alla  fragranza  {bouquet)  dei  vini  che  non  alla  dolcezza  loro. 
Relazioni  di  antichi  cronacisti  dicono  espressamente  che  in  certi  anni 
particolarmente  caldi  il  prodotto  della  vite  Della  provincia  di  Prussia 
(Kònigsberg,  Danzica)  aveva  alcun  poco  perduto  della  sua  abituale 
asprezza.  Evidentemente  questa  notizia  nulla  dice  relativamente  al 
clima  ma  solamente  allude  ai  palati  poco  delicati  dei  tedéschi.  Col 
progressivo  raffinamento  del  palato  la  viticoltura  si  limitò  a  quei 
distretti  che  davano  un  frutto  saporito.  Il  nessun  valore  dei  vini 
aspri  fu  così  l'unica  cagione  per  cui  la  viticoltura  decadde  più  tardi 
in  molti  luoghi.  Anche  la  Picardia,  la  Bretagna,  la  Normandia  e 
l'Inghilterra  avevano  nel  Medio  Evo  grandi  piantagioni  di  viti;  ma 
quelle  uve  non  erano  sicuramente  migliori  delle  prussiane.  Con  ra- 
gione osserva  il  Martins:  se  nel  secolo  XIII  si  tenevano  per  cose 
delicate  le  cornacchie,  le  cicogne,  ecc.  perchè  mai  non  si  dovevano 
bere  con  soddisfazione  anche  i  vini  aspri?  » 

§  4.  La  regione  della  vite  e  le  isotermiche.  —  È  noto  che 
chiamansi  isoterme  o  isotermiche  (1-)  certe  linee  le  quali,  sulle  carte 
geografiche,  si  conducono  per  i  punti  della  terra  che  hanno  la  me- 
desima temperatura  media  annuale:  chiamansi  poi  isotere  o  isote- 
ì-iehe  quelle  che  vengono  tracciate  per  le  località  aventi  la  mede- 
sima temperatura  media  estiva;  isochimene  o  isochimeniche  quelle 


(1)  Humboldt  fu  quegli  che  pel  primo  imaginava  di  condurre  le  linee  isoter- 
miche pei  differenti  punti  del  globo  aventi  la  stessa  temperatura  media,  consi- 
derata però  al  livello  del  mare. 


GEOGRAFIA  DELLA  VITE  35 

le  quali  passano  pei  paesi  aventi  una  uguale  temperatura  media  in- 
vernale; ed  infine  è  detto  equatore  termico  o  di  calore  la  linea 
condotta  per  i  punti  che  hanno  la  massima  temperatura  media  an- 
nuale (1). 

Tutte  queste  linee,  come  si  può  vedere  nella  Carta  unita  a  questo 
libro,  sono  molto  irregolari;  e,  massime  nell'  emisfero  boreale,  non 
coincidono  menomamente  coi  paralleli,  in  altri  termini  non  sono  pa- 
rallele alla  linea  equatoriale.  Anche  le  linee,  che  abbiamo  tracciate 
per  segnare  i  limiti  polari  della  coltura  della  vite,  sono  a  loro  volta 
assai  irregolari;  ora,  tutto  ciò  vuol  dire  che  esistono  gravi  cause  le 
quali  modificano  il  clima  in  guisa  tale,  che  l'avere  due  o  più  loca- 
lità la  stessa  latitudine,  non  vuol  dire  che  abbiano  la  stessa  tempe- 
ratura media.  Pure  ammettendo  infatti  la  grande  influenza  della  la- 
titudine, conviene  anche  tener  calcolo  dell'altitudine,  di  cui  ci  occu- 
peremo or'ora  in  modo  speciale,  della  esposizione,  della  inclinazione, 
dei  venti  dominanti,  delle  correnti  marine,  ora  fredde  ora  calde,  delle 
pioggie  più  o  meno  frequenti  ed  abbondanti,  della  vicinanze  del  mare, 
il  quale  agisce  come  moderatore  dei  climi  ardenti,  della  natura  del 
suolo,  e  via  dicendo. 

Se  ora  ci  facciamo  ad  esaminare  ed  a  raffrontare  fra  di  loro  quelle 
fra  le  linee  isotermiche,  isotere  ed  isochimeniche,  le  quali  passano  pei 
paesi  ove  prospera  e  fruttifica  la  vite,  ci  sarà  agevole  dedurre  quali 
siano  le  temperature  medie  annuali,  invernali  ed  estive  che  sono  in- 
dispensabili alla  medesima.  Ecco  riassunti  nel  seguente  quadro  al- 
cuni dati  a  questo  proposito  (2): 


Temp.  annuale 

Mese  più 

freddo 

Mese  più  caldo 

(media) 

(temp.  media) 

(temp.  media) 

Nantes 

12°,6  C. 

20°,3  C. 

Parigi 

10°,8 

1°,9 

c. 

18°,7 

Colonia 

10°,1 

1°,6 

18°,5 

Coblenza 

10°,5 

2°,5 

18°,4 

Dresda 

9°,2 

—  0°,3 

18°,5 

Cracovia 

8°,4 

—  4°,5 

* 

19°,4 

(1)  Dicesi  zona  isotermica  lo  spazio  compreso  tra  due  curve  isoterme:  i  meteo- 
rologisti ne  distinguono  sette. 

(2)  Questi  dati  termometrici  sono  tratti  dall'opera  Allgemeine  Erdkunde  di  Hann. 
Hochstetter  e  Pokorny  (3a  ediz,  pag.  77  e  78). 


36 

CAPITOLO  II 

Odessa 

9°,5 

—  2°,2 

21°,3 

Sarepta 

7°,5 

— 10°,6 

23°,9 

Pechino 

11°,8 

—  4°,6 

26°,  1 

Boston 

8U,6 

—  3°,9 

21°,8 

Città  del 

Capo 

19°,1 

14°,3 

24°,4 

Valparaiso 

14°, 5 

12°,2 

17°,2 

Buenos 

Aires 

17%2 

10°,4 

24°,3 

Tutte  queste  stazioni  non  si  trovano  precisamente  lungo  la  linea 
limite  della  coltura  della  vite,  ma  se  ne  allontanano  di  poco,  alcune 
verso  il  nord,  altre  verso  il  sud;  per  esempio  Valparaiso  e  Buenos 
Àyres  trovansi  un  po'  al  nord  del  limite  polare  dell'emisfero  sud. 
Intanto  l'esame  di  questo  quadro  ci  permette  di  conchiudere,  che  alla 
fruttificazione  della  vite  sono  necessarie  una  temperatura  media  an- 
nuale non  inferiore  a  7°  C,  ed  una  temperatura  massima  (cioè  la 
media  temperatura  nel  mese  più  caldo)  di  almeno  17°  a  18°  C.  In 
quanto  alla  temperatura  media  del  mese  più  freddo,  si  vede  che  la 
vite  resiste  anche  ad  alcuni  gradi  sotto  lo  zero,  senza  che  i  suoi 
tessuti  subiscano  una  disorganizzazione  e  che  ne  periscano  assiderate 
le  gemme  fruttifere,  provvidenzialmente  protette  da  squame  più  o 
meno  cotonose;  ma  non  bisogna  scordare  che  soltanto  alcuni  vitigni 
vi  resistono,  e  che  d'altra  parte  in  alcuni  luoghi,  ove  la  media  tem- 
peratura invernale  si  abbassa  di  molto,  si  è  costretti  a  ricoprire  le 
viti  con  terra;  la  qual  cosa  accade  specialmente  ove  al  freddo  si  ac- 
coppia un  certo  grado  di  umidità,  per  cui  i  tessuti  delle  viti  sono 
relativamente  ricchi  di  succhi  e  quindi  più  soggetti  ai  danni  del  gelo 
e  del  disgelo.  È  un  fatto  però,  che  la  vite  resiste  al  gelo  meglio  di 
molti  altri  vegetali,  e  che  quando  il  terreno  è  coperto  di  neve,  può 
sopportare  anche  10°  o  12°  sotto  lo  zero. 

La  temperatura  media  estiva  bisogna  raggiunga  almeno  i  17°  C. 
senza  di  ciò,  quand'anche  il  clima  locale  fosse  temperato,  la  vite  non 
potrebbe  condurre  a  maturità  i  suoi  frutti:  gli  è  quanto  accade  ad 
esempio  in  Irlanda  e  sulle  coste  meridionali  dell'Inghilterra,  ove  do- 
mina bensì  un  clima  temperato,  il  quale  permette  la  coltivazione  in 
piena  terra  della  camelia,  del  mirto  e  della  fucsia,  ma  non  quella 
della  vite,  del  ciliegio  e  di  altre  piante  da  frutto.  Il  Devonshire,  ad 
esempio,  ed  il  Rheingau  hanno  ad  un  dipresso  la  medesima  tempera- 
tura media  annuale  (11°  C.)  ma  non  sono  tagliati  dalle  stesse  linee 
isoteriche  ed  isochimeniche:  il  mite  inverno  del  Devonshire  (6°,2  C.) 


GEOGRAFIA  DELLA  VITE  37 

permette,  come  dicevamo,  i  mirti  all'aperto,  laddove  nel  Rheingau 
sarebbero  soggetti  a  gelo;  per  contro  la  calda  estate  del  Rheingau 
conduce  a  maturazione  i  frutti  della  vite,  pianta  che  nel  Devonshire 
per  la  mancanza  di  calore  (media  temp.  estiva  =  15°  C.)  non  giunge 
a  maturazione.  Anche  nella  Normandia  e  nella  Bretagna  succede 
lo  stesso  (1). 

Per  stabilire  pertanto  in  quali  paesi  possa  convenevolmente  vege- 
tare e  fruttificare  la  vite,  è  necessario  sovratutto  di  esaminare  le  linee 
isoteriche,  che  ci  danno  la  media  del  calore  estivo;  e  ciò  è  tanto 
vero  che  l'isoterica  passante  pei  punti  i  quali  hanno  la  temperatura 
media  estiva  di  17°,  coincide  fino  ad  un  certo  punto  col  limite  po- 
lare nord  della  vite. 

Invece  l'esame  delle  linee  isochimeniche  ci  apprende  che  il  consi- 
derare esclusivamente  la  media  temperatura  invernale  non  costituisce 
un  giusto  ed  attendibile  criterio  per  delimitare  la  regione  della  vite:  la 
isochimenica,  ad  esempio,  la  quale  passa  pei  punti  della  terra  segnanti 
la  media  temperatura  di  0°,  temperatura  che  la  vite  può  sempre 
sopportare,  presenta  curve  assai  pronunciate,  che  uniscono  paesi, 
in  cui  la  vite  non  potrebbe  neppure  vegetare,  con  altri  ove  essa  può 
condurre  a  perfetta  maturazione  i  suoi  frutti.  Accade  lo  stesso  della 
isochimenica  di  4°  C.  che  taglia  l'Irlanda,  ove  non  sonovi  viti,  e  poi, 
abbassandosi  rapidamente  verso  sud,  taglia  la  Francia  e  l'Italia  set- 
tentrionale, ove  produconsi  ottimi  vini. 

Infine  riguardo  alle  linee  isotermiche,  le  quali  ci  guidano  per  le 
località  terrestri  che  hanno  la  stessa  temperatura  media  annuale, 
esse  pure  non  possono  fornirci  che  un  criterio  di  mediocre  impor- 
tanza per  quanto  concerne  la  stazione  della  vite;  infatti,  vi  sono 
paesi  che  si  assomigliano  riguardo  alla  temperatura  annuale,  mentre 
poi  differiscono  sensibilmente  rispetto  all'estate  ed  all'inverno,  d'onde 
vegetazioni  assai  differenti.  Gli  è  così  che  vediamo,  ad  esempio, 
prosperare  le  cereali  in  paesi  aventi  una  temperatura  media  annuale 
sufficiente  anche  alla  vite,  mentre  questa  non  vi  prospera,  per  la  ra- 
gione che  gli  inverni  vi  sono  troppo  rigidi;  ma  le  cereali  resistono 
assai  meglio  alle  basse  temperature,  purché  in  primavera  non  manchi 
un  certo  grado  di  caldo;  ed  è  perciò  che  la  zona  dei  cereali  è  limi- 
tata al  settentrione  da  una  linea  quasi  parallela  alle  isotere. 

Riassumendo  diremo,  che  gli  è  solo  dall'esame  simultaneo  delle  iso- 


(1)  Peschel.  Physische  Erdkunde  II  pag.  190. 


38  CAPITOLO  II 


tere  e  delle  isochimene  che  possono  trarsi  conclusioni  attendibili  sul- 
l'attitudine dei  varii  punti  della  superfìcie  terrestre  per  la  viticul- 
tura: si  trova  allora  anzitutto,  che  i  paesi  tagliati  dalle  isotere  di  17° 
o  18°  e  da  isochimene  non  troppo  discoste  da  0°,  producono  vini  in 
cui  abbondano  gli  acidi  vegetali  e  scarseggia  l'alcool,  eccezion  fatta 
per  speciali  esposizioni  a  solatìo;  e  che  le  regioni  più  rinomate  per 
la  produzione  del  vino  sono  tagliate  da  isochimene  di  circa  4°  a  8° 
e  da  isotere  di  20°  a  25°:  questa  grande  differenza  fra  le  tempera- 
ture medie  invernali  ed  estive  giova  molto  alla  vite,  la  quale,  durante 
l'accrescimento  progressivo  della  temperatura  dai  9°  o  10°  ai  17°  o 
18°,  sviluppa  moderatamente  la  sua  parte  erbacea  e  può  poscia  frut- 
tificare, laddove  se  avesse  a  vegetare  soltanto  sotto  l'influenza  di  un 
elevato  calore,  si  coprirebbe  unicamente  di  rami  fronzuti  a  scapito 
dei  frutti,  oppure  presenterebbe  senza  interruzione  fiori  e  frutti  a  dif- 
ferenti stadii  di  maturità,  come  accade  in  alcuni  paesi  tropicali  là 
dove  la  temperatura  oscilla  intorno  ai  30°;  quivi,  persino  sullo  stesso 
grappolo  vedonsi  talvolta  acini  in  fiore,  acini  acerbi  ed  acini  maturi, 
perlocchè  è  impossibile  la  vinificazione. 

Infine  è  evidente  che  l'esame  delle  isotere  e  delle  isochimene  ci 
permette  di  stabilire,  con  molta  approssimazione,  confronti  interessanti 
fra  paesi  anche  lontanissimi  per  quanto  riguarda  non  solo  la  pos- 
sibilità di  coltivarvi  la  vite  e  ricavarne  il  frutto,  ma  altresì  la 
qualità  del  vino  che  vi  si  potrebbe  ottenere,  essendo  facile  con- 
frontarli coi  paesi  vinicoli  più  rinomati:  e  per  citare  un  esempio, 
paragonando  l'Europa  coli' Australia,  dall'  esame  delle  linee  suddette 
si  conclude  che  la  colonia  di  Victoria  è  tanto  adatta  alla  produzione 
del  vino  quanto  Bordeaux,  Bologna  e  Verona;  e  per  verità  già  si 
ottengono,  da  quei  vigneti  impiantativi  da  Europei,  buoni  vini  che 
vanno  sempre  più  perfezionandosi  (1). 

I  lettori,  esaminando  la  carta  annessa  al  presente  volume,  potranno 


(1)  Se  noi  ci  limitassimo  a  considerare  le  sole  isoterme,  come  fece  Enrico  Greff- 
rath,  uno  fra  i  migliori  conoscitori  dell'Australia,  vedremmo  la  colonia  di  Victoria 
posta  al  medesimo  livello  di  Marsiglia,  Bordeaux,  Bologna,  Nizza.,  Verona  e  Madrid, 
paesi  i  quali  differiscono  grandemente  per  le  qualità  dei  vini  che  vi  si  producono, 
siccome  differiscono  i  vini  del  Mezzodì  della  Francia  e  della  Spagna  da  quelli 
del  bordolese  (Médoc)  dell'Italia  Centrale  e  del  Veronese.  Ciò  dimostra  ancora  una 
volta  che  il  solo  esame  delle  temperature  medie  annuali  giova  a  poco,  sotto 
questo  riguardo:  l'alcoolicità,  per  esempio,  dipende  quasi  esclusivamente  dalla 
temperatura  media  estiva. 


GEOGRAFIA  DELLA  VITE 


39 


trarne  parecchie    altre    conseguenze   di  questo    genere,  e  fors'anche 
modificare  la  produzione,  quasi  diremmo  1'  essenza,  dei  loro  vigneti. 

§  5.  L'altitudine  e  la  viticoltura.  —  Abbiamo  già  accennato 
alla  influenza  esercitata  dall'altitudine,  o  altezza  sovra  il  livello  del 
mare,  sul  clima  d'una  determinata  località;  vogliamo  ora  entrare  in 
maggiori  dettagli,  considerando  1'  elevazione  ne'  suoi  rapporti  colla 
stazione  della  vite,  poiché  è  certo  che  la  latitudine  non  basta  per 
determinare  questa  stazione  stessa. 

Si  può  ritenere  che  per  ogni  365  metri  di  salita  sul  livello  del 
mare,  il  termometro  discende  approssimativamente  di  un  grado, 
più  o  meno  a  seconda  di  differenti  circostanze  ;  ond'  è  che  può 
benissimo  accadere  di  trovare  su  alte  montagne  un  clima  polare 
laddove  a'  loro  piedi  havvi  un  clima  tropicale:  Humboldt  al  livello 
del  mare  sotto  la  zona  torrida  trovò  -\~  27°,5  ed  a  5000  metri  di 
elevazione  soli  -f~  1°>5;  in  altre  esplorazioni  trovò  alle  falde  del- 
l'Oceano Pacifico  -\~  25°,3  e  sulla  vetta  del  Chimborazo  (metri  6421) 
—  1°,6.  La  ragione  di  questa  differenza  sta,  come  è  noto,  in  ciò, 
che  l'aria  mano  mano  che  ci  innalziamo  va  facendosi  sempre  meno 
densa,  onde  viene  sempre  meno  riscaldata  dai  raggi  solari  e  solo 
riceve  una  certa  quantità  di  calore  riverberato  dalla  terra;  il  calore 
del  sole  si  rende  allora  in  gran  parte  latente,  e  da  ciò  proviene  la 
diminuzione  della  temperatura. 

Ma  non  è  possibile,  considerando  unicamente  l'altitudine,  stabilire 
a  quanti  metri  sul  livello  del  mare  possa  utilmente  coltivarsi  la  vite; 
è  evidente  che  conviene  anche  tenere  calcolo  della  latitudine:  si  trova 
allora  che  quanto  più  cresce  la  latitudine,  tanto  più  diminuisce  l'al- 
titudine conveniente  alla  vite.  Ad  esempio,  confrontando  fra  di  loro 
varii  paesi  d'Europa,  si  ha: 


Nord  della  Svizzera    .     . 

altitudine  metri     55 

Ungheria 

» 

»       300 

Alpi  (versante  sud) 

» 

»       650 

Apennini  (versante  sud) 

» 

»       960 

Limite   della  coltura   utile 

Sicilia 

» 

»     1000 

i       della  vite  nei  luoghi  me- 

Pirenei meridionali 

» 

»     1000  ) 

glio  favoriti. 

Sierra  Nevada  (Spagna) 

» 

»     1000 

Himalaia  (India  sett.) 

» 

»     2500 

Ande  dell'America  merid 

» 

»     3500 

40  CAPITOLO  II 


Come  vedesi,  nelle  Ande,  che  si  trovano  nella  zona  torrida,  la  mas- 
sima altitudine  della  coltura  della  vite  è  segnata  da  una  orizzontale 
di  oltre  a  3000  metri  sul  livello  del  mare,  mentre  in  Isvizzera  si  toc- 
cano appena  i  55  metri,  locchè  si  spiega  soltanto  colla  grande  dif- 
ferenza delle  latitudini. 

La  vite  è  una  fra  le  piante  il  cui  limite  d'altitudine  è  più  basso, 
data  la  stessa  latitudine:  supponendo  infatti  la  latitudine  di  45°,  ab- 
biamo la  seguente  scala  decrescente: 

Coltura    del    mugo      circa    metri    2500    (limite    estremo) 


» 

» 

larice 

» 

» 

2200 

» 

» 

» 

» 

abete 

» 

» 

2000 

» 

» 

» 

» 

frassino 

» 

» 

1800 

» 

» 

» 

» 

faggio 

» 

» 

1200 

» 

» 

» 

» 

quercia 

» 

» 

900 

» 

» 

» 

» 

castagno, 

segala 

ed  orzo 

» 

» 

800 

» 

» 

» 

» 

frumento 

e  gelse 

»  » 

700 

» 

» 

» 

» 

vite 

» 

» 

500 

» 

» 

ive 

perpe 

itua 

» 

» 

2700) 

Il  limite  delle  nevi  perpetue,  il  quale  si  avvicina  al  livello  del  mare 
man  mano  che  ci  allontaniamo  dall'equatore,  influisce  pertanto  sul 
limite  della  stazione  della  vite,  poiché  quanto  più  quello  si  abbassa, 
tanto  più  quest'ultimo  diminuisce;  sappiamo  infatti  che  il  limite  delle 
nevi  trovasi 

presso  1'  equatore  ad  una  altezza  di  metri  4818  (Quito) 


a  30°  di  latitudine 

Nord 

id. 

4500  (Himalaia) 

a  45°-47° 

» 

» 

id. 

2700  (Alpi) 

a  67° 

» 

» 

id. 

1266  (Norvegia) 

a  71° 

» 

» 

id. 

720          (id.) 

a  16° 

» 

Sud 

id. 

4850  (Ande  America  Sud) 

Raffrontando  questo  specchio  con  quello  ove  abbiamo  segnato  l'al- 
titudine massima  della  coltura  della  vite,  si  vede  che  quando  il  li- 
mite delle  nevi  perpetue  è  molto  elevato  (per  esempio  4850  metri 
nelle  Ande  della  Bolivia)  la  viticoltura  può  spingersi  sino  a  grandi 
altitudini  (3500  metri  pure  per  le  Ande),  mentre  se  quello  si  abbassa 


GEOGRAFIA  DELLA  VITE  41 

(es.  2700  m.  nelle  Alpi)  si  abbassa  pure  quello  della  vite  (650  m. 
nel  versante  Sud  delle  stesse  Alpi).  E  ciò  perchè  il  limite  delle  nevi 
eterne  è  tanto  più  alto  quanto  più  caldo  è  il  paese  sottostante. 

Termineremo  questo  paragrafo  con  alcuni  dati,  i  quali  si  riferiscono 
più  particolarmente  all'Italia;  la  massima  altitudine  della  coltura 
della  vite  è  segnata  dalla  orizzontale  di: 

900  metri  nella  Valtellina 
730       »     nel  Tirolo 


380 

» 

nella  Valle  di  Chiavenna 

600 

» 

nella  Valle  del  Gottardo 

1000 

» 

(maximum)  sul  fianco  orientale  del   Rosa 

1200 

» 

(id.)         nella  Valle  d'Aosta 

800  a  900 

» 

nelle  Alpi  centrali 

950 

» 

sull'Etna. 

Parlando,  nel  paragrafo  seguente,  della  esposizione,  diremo  della  sua 
influenza  sull'altitudine  della  coltura  della  vite;  nel  capitolo  V  (Me- 
teorologia) ci  occuperemo  poi  dei  punti  climenologici. 

§  6.  L'esposizione,  la  vicinanza  delle  acque,  le  pioggie  ed 
altre  cause  che  influiscono  sulla  stazione  della  vite.  —  La  e 

sposizione,  ossia  la  posizione  d'un  luogo  più  o  meno  elevato  rispetto 
ai  quattro  punti  cardinali  Nord,  Sud,  Est  ed  Ovest  (1),  ha  una 
notevole  influenza  sul  limite  della  stazione  della  vite  a  parità  di  al- 
titudine; invero,  dalle  osservazioni  fatte  nei  monti  dell'Italia  centrale 
risulta  che  nei  terreni  esposti  a  mezzogiorno  la  viticoltura  può 
spingersi  sino  agli  800  metri  ed  anche  oltre,  laddove  se  i  terreni 
sono  volti  a  levante  non  si  possono  oltrepassare  di  molto  i  500  m. 
sul  livello  del  mare;  avvicinandosi  alle  Alpi  queste  altezze  decrescono, 
ma  serbano  sempre  fra  loro  una  differenza  proporzionale.  È  ovvia  la 
spiegazione  di  questo  fatto,  poiché  tutti  sanno  che  la  esposizione  Sud  è 
colpita  dai  raggi  solari  diretti  durante  un  tempo  più  lungo,  oltre  di 
che  questi  raggi  cadono  meno  obliqui  che  non  alle  altre  esposizioni; 
all'Est  invece  abbiamo  i  raggi  solari  per  minor  tempo  ed  una  lunga 
irradiazione  notturna;  al  Nord  il  riscaldamento  dura  ancor  meno,  ed 


(1)  Corrispondenti' rispettivamente  a  settentrione  o  borea,  mezzogiorno  o  austro, 
levante  od  oriente,  ponente  od   occidente. 


42  CAPITOLO  II 


è  infatti  a  questa  esposizione  che  l'aria  ed  il. terreno  sono  più  freddi; 
infine  la  esposizione  d'Ovest  riscaldasi  lentamente  al  mattino,  ma 
verso  sera  riceve  i  raggi  solari  direttamente  e  perciò  si  conserva 
più  calda  dell'Est,  e  dello  stesso  Sud,  durante  la  notte.  Inoltre,  all'e- 
sposizione di  Est  si  forma  una  maggior  quantità  di  brina  che  non 
all'Ovest,  e  si  hanno  anche  brusche  alternative  di  temperatura,  ond'è 
che  sotto  questo  aspetto  quest'ultima  è  da  preferirsi  per  ia  vite.  Le 
esposizioni  si  potrebbero  quindi  così  disporre,  in  ordine  alle  loro  con- 
venienza per  la  vite:  1°  Sud,  2°  Ovest,  3°  Est,  4°  Nord. 

Ma  1'  esame  della  esposizione  si  collega  con  quello  della  inclina- 
zione del  terreno;  sul  pendìo  dei  monti  e  dei  colli  la  vite  produce 
uva  più  ricca  di  glucosio,  la  qual  cosa  significa  che  riceve  una  mag- 
gior quantità  di  calore;  ond'è  che  la  inclinazione  si  può  dire  favorisca 
una  maggior  estensione  della  stazione  o  distretto  della  vite,  a  parità 
di  latitudine  e  di  altitudine.  Infatti,  i  raggi  solari  quanto  più  cadono 
verticalmente  sul  terreno,  tanto  più  sono  numerosi  e  tanto  più  lo 
riscaldano,  ed  è  ciò  che  accade  nei  luoghi  inclinati;  invece  sovra 
un  terreno  orizzontale,  vale  a  dire  piano,  i  raggi  del  sole  battono 
obliquamente,  si  spandono  quindi  sovra  una  superficie  maggiore  e 
perciò  lo  riscaldano  meno.  Si  aggiunga  a  ciò  che  nei  terreni  incli- 
nati l'acqua  piovana  penetra  a  poca  profondità  e  li  raffredda  meno. 

Anche  la  vicinanza  delle  acque,  modificando  il  clima,  influisce  sui 
limiti  della  regione  della  vite:  è  noto,  ad  esempio,  che  nei  paesi  più 
vicini  al  nord,  le  regioni  costiere  e  le  isole  sono  sensibilmente  meno 
fredde  che  non  l'interno  dei  continenti.  Invece  nella  zona  tropicale 
le  contrade  interne  sono  assai  più  calde  di  quelle  marittime;  gli  è 
che  una  superficie  d'acqua  è  sensibilmente  meno  riscaldata  che  non 
una  superficie  terrestre,  massime  se  questa  è  spoglia  di  vegetazione; 
in  tal  caso  anzi,  la  differenza  di  temperatura  è  rilevante.  Il  calore  solare 
vien  impiegato  in  parte  nella  evaporazione  dell'acqua;  inoltre  durante 
la  notte  la  terra  irradia  calore,  mentre  ciò  non  accade  dalle  acque; 
quindi  la  minor  temperatura  dei  climi  marittimi  o  litorali  a  petto  di 
quelli  continentali. 

Alcune  regioni  costiere  di  paesi  freddi,  mercè  la  vicinanza  dei  mari 
godono  bensì  di  una  temperatura  annuale  più  elevata,  ma  quella  estiva 
non  è  sufficiente  a  certe  coltivazioni,  laddove  nei  continenti  posti  ad 
uguali  o  minori  latitudini  ciò  è  possibile,  benché  abbiano  una  media  tem- 
peratura annuale  assai  meno  elevata;  per  esempio  in  Islanda  il  frumento 
e  la  segala  non  giungono  a  maturazione,  mentre  vi  giungono  a  Jakutzk 


GEOGRAFIA  DELLA  VITE 


43 


in  Siberia,  benché  il  freddo  scenda  a  38°  C.  sotto  lo  zero  e  la  an- 
nuale temperatura  media  sia  di  circa  —  9°;  ma  durante  il  breve  e  caldo 
estate  si  ha  una  temperatura  media  di  17°  sopra  lo  zero,  onde  ve- 
getano e  fruttificano  le  due  cereali  suddette. 

Sotto  le  alte  latitudini  sono  quindi  preferibili,  per  certe  coltivazioni, 
fra  cui  va  annoverata  la  vite,  le  contrade  interne  (quando  bene  inteso 
non  siano  soggette,  come  la  Siberia,  ad  eccessivi  freddi  j emali);  in 
Irlanda  e  sulle  coste  meridionali  dell'Inghilterra,  come  già  dicemmo,  la 
vite  non  può  prosperare  appunto  perchè  si  tratta  di  climi  marittimi,  i 
quali  hanno  alquanto  temperato  il  calore  estivo  e  però  non  sufficiente 
al  nostro  arbusto. 

Anche  le  pioggie  modificano  il  clima  ed  agiscono  analogamente 
alle  masse  d'acqua,  cioè  lo  temperano.  Si  sa  che  la  quantità  d'acqua  di 
pioggia  cresce  andando  dal  polo  verso  l'equatore,  perchè  sotto  la 
zona  tropicale  è  maggiore  la  evaporazione  essendo  maggiore  la  tempe- 
ratura ,  e  perciò  si  hanno  più  abbondanti  precipitazioni  ;  infatti 
supponiamo  d' avere  una  temperatura  di  25°,  e  che  succeda  un 
abbassamento  di  10°;  in  allora  un  metro  cubo  d'aria  satura  di  umidità 
darà  grammi  10,44  di  vesichette  o  goccioline  di  vapore  acqueo:  in- 
vece mettiamo  di  avere  una  temperatura  di  10°  e  quindi  una  dimi- 
nuzione a  0°;  allora  lo  stesso  volume  d'aria  satura  abbandonerà  soli 
grammi  4,91  di  vapore  acqueo.  Dalle  osservazioni  fatte  sui  rapporti 
che  passano  fra  la  quantità  d'acqua  piovana  e  le  latitudini  è  risul- 
tato approssimativamente  quanto  segue: 


Millimetri 
di  pioggia  annuale 

Millimetri 
di  pioggia  annuale 

All'equatore     ....     3000 

Al  grado    10   lat.   Nord     2850 

»         20          »            2410 

»         30          »            1320 

»         40          »              900 

Al  grado 
» 
» 
» 
» 

50  lat.  Nord  710 
60  »  540 
70  »  410 
80  »  320 
90          »              250 

Ma  ciò  che  più  influisce  sulla  coltura  utile  della  vite,  non  è  già 
la  quantità  della  pioggia,  bensì  il  numero  di  giorni  piovosi  che  si 
hanno  dal  momento  della  fioritura  sino  a  quello  della  vendemmia;  se 
questo  numero  eccede  un  certo  limite,  che  studieremo  meglio  al  capitolo 
Meteorologia  applicata  alla  viticoltura,  citando  numerose  osservazioni 
da  noi  fatte,  i  frutti  della  vite  vanno  totalmente  perduti;  ed  un  paese 
che  si  trovasse  in  simili  condizioni  rimarrebbe  escluso  dalla  zona 
della  vite:  su  di  che  ci  siamo  già  intrattenuti  a  lungo  discorrendo 
(pag.  30)  della  viticoltura  nella  zona  delle  pioggie. 


44  CAPITOLO  II 


Sotto  questo  riguardo  l'Italia  si  trova  in  ottime  condizioni,  perchè 
quantunque  vi  cada  molta  pioggia,  più  di  quanta  ne  cada  nel 
nord  d' Europa,  tuttavia  essa  conta  in  primavera  ed  in  estate 
assai  meno  giorni  piovosi,  il  che  è  molto  favorevole  alla  buona  e  co- 
piosa fruttificazione  delle  viti;  ecco  al  proposito  alcuni  dati: 


Giorni  di  pioggia 

Pioggia  in  millimetri 

dall'aprile  al  settembre 

dall'  aprile  al  settembre 

Pietroburgo 

78 

294 

Londra 

84 

276 

Bruxelles 

79 

324 

Lilla 

80 

438 

Parigi 

75 

335 

Praga 

79 

258 

Milano 

41 

372 

Roma 

32 

247 

Palermo 

30 

113 

A  Parigi  quindi,  nei  mesi  di  aprile,  maggio,  giugno,  luglio,  agosto 
e  settembre,  cadrebbe  quasi  tant'  acqua  che  a  Milano;  solo  che 
mentre  questa  è  distribuita  in  soli  41  giorni,  quella  è  distribuita  in 
75,  e  cadendo  con  minor  impeto  può  essere  assorbita  dal  terreno, 
laddove  a  Milano  in  grande  parte  scorre  alla  superfìcie  battuta  ed  indu- 
rita dalla  pioggia  stessa.  Le  condizioni  di  Milano  sono  perciò  assai 
più  favorevoli  alla  vite  che  non  quelle  di  Parigi,  sotto  questo  riguardo. 

Anche  la  varietà  dei  vitigni  può  influire  sulla  stazione  della 
vite;  è  noto  che  certi  vizzati  resistono  meglio  di  altri  al  freddo  inver- 
nale e  primaverile,  onde  con  essi  il  limite  polare  della  viticoltura  può 
spingersi  a  più  alte  latitudini,  massimamente  se  vengono  coltivati 
bassi,  perchè  allora  usufruttano  anche  il  calore  riverberato  dalla 
terra. 

Influiscono  pure  sui  limiti  del  distretto  della  vite  i  venti  domi- 
nanti,  che  abbassano  od  innalzano  la  temperatura  secondochè  pro- 
vengono da  luoghi  freddi  o  caldi:  ad  esempio  le  coste  occidentali  dei 
continenti,  particolarmente  nelle  zone  temperate,  sono  generalmente 
più  calde  delle  orientali.  Così,  per  il  continente  americano,  la  tem- 
peratura media  annuale  di  0°  corrisponde,  sulle  coste  occcidentali, 
alla  latitudine  di  60°,  sulle  coste  orientali  a  quella  di  50°:  per  l'an- 
tico continente  la  stessa  temperatura  di  0°  corrisponde,  sulle  coste 
occidentali,  alla  latitudine  di  71°  (capo  nord  della  penisola  Scandinava), 


GEOGRAFIA  DELLA  VITE  45 

e  sulle  coste  orientali  (Asia)  alla  latitudine  di  47°.  Questa  differenza 
tanto  sensibile  proviene  da  che,  mentre  i  venti  polari  e  le  correnti 
fredde  del  nord  predominano  in  America  lungo  le  coste  del  Labrador, 
del  Canada,  e  nel  mondo  antico  lungo  le  coste  della  Siberia,  le  rive 
opposte  sono  esposte  liberamente  alla  azione  dei  venti  caldi  di  sud- 
ovest,  ed  a  quella  delle  calde  correnti  dell'Atlantico  e  del  Pacifico  (1). 
In  quanto  alle  correnti  marine,  è  noto  che  quella  così  detta  del 
golfo  (gulfstream)  innalza  la  temperatura  della  costa  nord-ovest 
dell'  Europa.  È  facile  intendere  quindi  come  i  venti  dominanti  e  le 
correnti  marine  possano  influire  sul  limite  del  distretto  della  vite. 
Infine,  vi  possono  altresì  influire  la  natura  fisico-chimica  del 
suolo,  la  maggiore  o  minore  frequenza  delle  brine  e  delle  grandini, 
nonché  la  ricchezza  della  vegetazione  dominante,  e  specialmente 
le  folte  piantagioni,  le  quali  mitigano  il  clima,  come  è  noto  a  tutti. 


(1)  L.  Hugues  Geografia  generale,  pag.  44. 


CAPITOLO  III 


Statistica  della  vite. 


§  1.  La  viticoltura  in  Italia  —  §  2.  La  viticoltura  in  Francia  —  §  3.  La  viti- 
coltura in  Ispagna  ed  in  Portogallo  —  §  4.  La  viticoltura  nell' Austria-Ungheria 
—  §  5.  La  viticoltura  in  Germania  —  §  6.  La  viticoltura  in  Isvizzera  —  §  7. 
La  viticoltura  in  Grecia,  in  Russia  ed  in  Oriente  —  §  8.  La  viticoltura  nel- 
l'America del  Nord  —  §  9.  La  viticoltura  nell'America  del  Sud  —  §  10.  La 
viticoltura  in  Africa  —  §  11.  La  viticoltura  in  Australia  —  §  12.  La  viticol- 
tura in  Asia  —  Riassunto  e  conclusione. 


§  1.  La  viticoltura  in  Italia.  —  La  vite  occupa  in  Italia  una 
superfìcie  di  circa  ettari  1,870,109  dai  quali  ottengonsi  da  27  a  30 
milioni  di  ettolitri  di  vino,  corrispondenti  ad  una  media  di  14,50  a 
15  ettolitri  di  vino  all'  ettare  (V.  §  II,'  pag.  2).  Supponendola  di- 
visa in  dodici  regioni,  la  nostra  produzione  vinicola  sarebbe  così 
distribuita: 


REGIONI 

Superfìcie 
coltivata  a  viti 
(sola  od  associata 
ad  altre  culture) 

Ettari 

Produzione 
totale 
Ettolitri 

la  Piemonte 

2a  Lombardia 

3a  Veneto 

4a  Liguria 

5a  Emilia 

6a  Marche  ed  Umbria .     .     . 

7a  Toscana 

8a  Lazio 

9a  Meridionale  Adriatica  .  . 
10a  Meridionale  Mediterranea 

lla  Sicilia 

12''  Sardegna 

Totale     .     . 

117,302 
140,786 
242,987 

44,326 
168,462 
145,368 
219.432 

43,996 
267,355 
244,455 
211,454 

24,186 

1,870,109 

2,706,196 
1,895,302 
2,604,949 

598,340 
1,990,161 
1,917,346 
2,688,346 

835,924 
3,534,476 
3,668,304 
4,246,363 

450,827 

27,136,534 

STATISTICA  DELLA  VITE 


47 


Le  provincie  che  più  danno  vino  sono  le  seguenti: 

Palermo      .                                   .     Ettolitri  1,025.050 

Alessandria 

»           933,750 

Firenze 

»           927,336 

Trapani 

»           837,490 

Teramo 

»           783,750 

Torino 

»           770,760 

Bari    . 

»           752,822 

Catania 

»           723,801 

Perugia 

»           606,408 

Potenza 

»           604,240 

Siracusa 

»           554,800 

Aquila 

»           550,200 

Caltanissettc 

i 

»           539,212 

Chieti 

»           534,000 

Cosenza 

»           531,101 

Vicenza 

»           528,830 

Novara 

»          507,280 

Siena  . 

»           495,360 

Cuneo 

»           494,406 

Catanzaro 

»           487,290 

Verona 

»           470,730 

Le  altre  provincie  scendono  da  450  mila  ettolitri  circa  sino  a 
50  mila,  che  è  il  minimo  (Belluno). 

La  produzione  massima  per  ettare  si  ottiene  nelle  seguenti  pro- 
vincie : 


Alessandria 

.     Ettolitri 

25,00  in 

media 

Torino 

» 

24,00 

» 

Cuneo       .         .         , 

» 

22,00 

» 

Girgenti   . 

» 

21,00 

» 

Trapani    . 

» 

20,80 

» 

Novara     . 

» 

20,00 

» 

Messina    . 

» 

20,00 

» 

Siracusa  . 

» 

20,00 

» 

Caltanissetta     .  ■ 

» 

20,00 

» 

Catania    . 

» 

19,50 

» 

Palermo  . 

» 

19,00 

» 

48 

CAPITOLO  III 

Napoli 

» 

19,00 

» 

Sassari     . 

» 

19,00 

» 

Cagliari    . 

» 

18,30 

» 

Sondrio     . 

» 

18,00 

» 

Porto  Maurizio 

» 

18,00 

» 

Salerno     . 

» 

18,00 

» 

Le  altre  provincie  hanno  una  produzione  che  scende  da  1  7  etto- 
tolitri  a  10  ettolitri.  Questi  dati  però  non  hanno  un  valore  asso- 
luto, inquantochè  il  prodotto  dei  vigneti  italiani  è  stato  qui  calcolato 
sulla  base  dei  terreni  vitati  in  genere,  senza  fare  distinzione  fra  vi- 
gneti specializzati,  o  veri  vigneti,  e  terreni  a  coltura  promiscua  della 
vite  con  altre  piante;  nel  qual  caso,  come  è  evidente,  il  prodotto  per 
ettare  diminuisce  in  ragione  inversa  della  grandezza  degli  spazii  che 
intercedono  fra  le  viti.  Infatti,  nella  provincia  di  Alessandria,  ove  pres- 
soché tutti  i  vigneti  sono  specializzati  o  quasi,  la  media  del  prodotto 
è  la  più  elevata  fra  tutte;  lo  stesso  deve  dirsi  del  Piemonte  in  ge- 
nere e  della  Sicilia. 

Facendo  le  medie  dei  prodotti  per  regioni,  abbiamo  desunto  i  se- 
guenti dati  dalle  pubblicazioni  del  Ministero  d'Agricoltura: 


pei 

■  ettare 

Piemonte 

media 

più  alta 

(1) 

Ett.ri 

23 

Sicilia 

id. 

» 

20 

Lazio 

id. 

» 

19 

Sardegna 

id, 

» 

18 

Regione  Mer. 

medit. 

id. 

» 

15 

» 

Adriatica 

id. 

» 

13 

Marche  ed  Umbria 

id. 

» 

13 

Lombardia 

id. 

» 

13 

Liguria 

id. 

» 

13 

Toscana 

id. 

» 

12 

Emilia 

id. 

» 

11 

Veneto 

id. 

» 

10,70 

Ma  noi  temiamo  che  in  questi  dati  vi  siano  talune  inesattezze,  e 
lo  deduciamo  dalla  loro  discordanza  da  quelli  che  ebbimo  da  viti- 
cultori  di  varie  fra  le   suddette  regioni:  d'altra    parte   certe   medie 


(1)  S'infondo  fra  le  vario  Provincie  (lolla  ro<>ione  aooennata. 


STATISTICA  DELLA  VITE  49 


molto  basse  non  si  possono  applicare  a  tutti  i  comuni  di  una  data 
regione:  per  esempio  in  Toscana,  in  Lombardia,  nel  Veneto  e  Sovra- 
tutto  nei  due  versanti  dell'Italia  meridionale,  vi  sono  locali  ove  il 
prodotto  medio  delle  viti  è  certamente  superiore  ai  15  ettolitri  ad 
ettare:  dappertutto  poi  in  Italia  vi  sono  esempii  di  produzioni  che 
oltrepassano  i  50  ettolitri  per  avvicinarsi  al  centinaio,  ed  è  grande 
ventura  che  vi  siano  questi  brillanti  esempli  pratici  a  persuadere  i 
miscredenti. 

In  Italia  produconsi  vini  d'ogni  specie;  dagli  alcoolici  e  liquorosi 
del  mezzodì,  a  quelli  da  pasto  scelti  del  centro  e  del  settentrione  ; 
però  anche  la  regione  meridionale,  in  speciali  condizioni,  può  produrre 
ottimi  vini  da  pasto,  ed  è  noto  d'  altra  parte  il  grande  commercio 
che  essa  fa  di  vini  da  taglio  o  concia.  La  viticoltura  italiana  novera 
numerosissime  e  svariatissime  varietà  di  vitigni,  atti  a  produrre  ogni 
sorta  di  vino;  quello  da  pasto  scelto,  quello  da  pasto  usuale,  da  con- 
cia, da  esportarsi,  il  vino  profumato,  il  vino  bianco  asciutto,  quello 
dolce,  quello  sciropposo,  quello  alcoolico,  infine  il  vino  spumante; 
locchè  è  anche  la  conseguenza  della  estensione  del  nostro  territorio, 
che  va  dal  37°  al  46°  di  latitudine  e  che  presenta  quindi  grandi  va- 
rietà di  clima,  di  suolo  e  di  esposizioni.  Nessun  paese  del  mondo  è 
tanto  favorito  dalla  natura  quanto  l'Italia,  ed  è  perciò  a  sperarsi  che, 
proseguendosi  negli  studi  viticoli  ed  enologici  coll'ardore  che  si  di- 
spiega oggigiorno,  essa  verrà  ad  occupare  il  primo  posto  fra  i  paesi 
vitiferi  del  mondo,  quale  spetta  all'Avita  Enotria. 

§  2.  La  viticoltura  in  Francia  (1).  —  Nel  1869  la  Francia 
contava  2,441,246  ettari  a  vigna;  alla  fine  del  decorso  1883  ne  con- 
tava soli  2,095,927,  perchè  la  fillossera  aveva  distrutti  nel  frat- 
tempo ettari  345,319,  locchè  è  enorme,  se  si  pensa  che  una  simile 
diminuzione  avvenne  in  soli  4  anni.  La  produzione  del  vino  ha  se- 
guito dal  1875  al  1883  le  seguenti  oscillazioni,  dovute  in  gran  parte 
ai  danni  della  fillossera,  ma  altresì  alle  avverse  stagioni,  specie  negli 
ultimi  quattro  anni: 

1875  ettolitri    83,632,000  (massima  produzione  del  secolo) 

1876  »         41,848,000 

1877  »         56,405,000 


(1)  Si  vegga  anche  il  §  II,  pag.  3. 
O.  Ottavi,   Trattato  di  Viticoltura. 


50  CAPITOLO  III 


1878 

» 

1879 

» 

1880 

» 

1881 

» 

1882 

» 

1883 

» 

48,720,363 

25,700,000  (condizioni  climatol.  pessime) 

29,677,472  id.  mediocri) 

34,138,715  id.  » 

30,886,352  id.  » 

36,029,182  id.  » 

Dai  dati  che  abbiamo  sott' occhio  (1869-1873)  deduciamo  le  se- 
guenti tre  medie:  dal  1869  al  1873  ett.  53,659,112  —  dal  1874  al 
1878  ettol.  58,750,236  —  e  dal  1879  al  1883  ettolitri  31,300,254. 
Questa  forte  diminuzione  nel  prodotto  annuo,  dà  la  misura  della  gra- 
vità dell'invasione  fillosserica. 

Ma,  nonostante  la  fillosseronosi,  la  Francia  ha  però  saputo  mantenere 
allo  stesso  livello  di  prima  la  sua  esportazione  vinicola;  anzi  1'  ha 
accresciuta:  ecco  i  dati  che  desumiamo  dalle  pubblicazioni  ufficiali 
del  Governo  della  Repubblica: 

nel  1876  esportazione  di  vini  per  L.  216,200,000 


» 

1877 

id. 

id. 

»  225,500,000 

» 

1878 

id. 

id. 

»  207,100,000 

» 

1879 

id. 

id. 

»  264,900,000 

» 

1880 

id. 

id. 

»  254,600,000 

» 

1881 

id. 

id. 

»  264,200,000 

In  un  sesennio  l'esportazione  si  sarebbe  adunque  accresciuta  al- 
l' incirca  di  un  quarto. 

Anche  la  Francia,  come  l'Italia,  produce  nei  suoi  44  dipartimenti 
vitiferi  svariate  qualità  di  vino,  dai  finissimi  Sauternes  bianchi,  ai 
Bordeaux,  ai  Borgogna  ed  ai  Champagne.  È  pregio  dell'opera  dare 
qualche  maggior  notizia  sui  Bordeaux,  del  dipartimento  della  Gir  onda. 

In  questo  dipartimento  vi  sono  meglio  di  150  mila  ettari  di  vi- 
gneto sopra  975  mila  di  superficie  totale:  eppure  non  si  producono, 
computando  una  raccolta  mediana,  che  all'incirca  3,300,000  ettolitri 
di  vino,  tra  rosso  e  bianco.  Questo  prodotto  corrisponde  ad  una 
media  di  22  ettolitri  ad  ettare,  locchè  non  è  molto.  Ma  con  tutto 
questo  il  detto  dipartimento  ritrae  dalle  sue  viti  e  da'  suoi  vini 
tanto  lucro  da  poter  disporre  per  ogni  abitante  —  e  gli  abitanti  sono 
colà  589  mila  —  di  circa  cinquecento  lire  all'anno,  mentre  i  vigneti 
non  occupano  che  un  sesto  della  superfìcie  totale  del  dipartimento 
stesso. 


STATISTICA  DELLA  VITE  51 

Fra  le  cinque  plaghe  in  cui  può  dividersi  la  Gironda,  una  ve  n'ha 
—  il  Médoc  —  che  produce  vini  rossi  di  qualità  superiore,  i  quali  sono 
pagati  ad  assai  cari  prezzi  dai  buongustai  di  Francia  e  di  fuoravia: 
in  questa  plaga  vi  sono  su  per  giù  20  mila  ettari  vignati,  ed  anche 
qui  non  si  ricavano  che  ad  un  dipresso  364,800  ettolitri  di  vino,  vale 
a  dire  poco  più  di  18  ettolitri  ad  ettare.  Questo  prodotto  non  è  una 
grande  cosa;  eppure  frutta,  secondo  i  nostri  calcoli,  oltre  i  sessanta 
milioni  di  lire  ogni  anno. 

Il  Médoc,  dei  364,800  ettolitri  di  vino  che  produce,  ne  conta  41 
mila  che  sono  vini  superiori,  e  che  si  vendono,  secondo  la  media  che 
abbiamo  potuto  fare  dei  prezzi  di  varii  anni,  a  circa  400  lire  l'etto- 
litro. In  media  quindi  fruttano  più  di  16  milioni  di  lire,  le  quali  in 
grande  parte  vengono  dall'estero.  Ma  nel  Médoc  sonovi  ancora  altri 
40  mila  ettolitri  di  vini  fini,  se  non  superiori,  che  rendono  circa  un  12 
milioni  di  lire,  ben  inteso  reddito  brutto.  E  poi  rimangono  i  vini  ordi- 
nami, che  rappresentano  un  provento  brutto  di  circa  36  milioni  di  lire, 
e  ciò  senza  contare  les  petits  paysans  del  Basso  Médoc  e  via  dicendo. 
Il  Médoc  è  una  terra  fortunata,  e  lo  è  grazie  alla  vigna,  ma  più  ancora 
grazie  alla  perizia  di  quelli  fra  i  suoi  abitatori,  che  fabbricano  il  vino. 

Lo  stesso  devesi  dire  di  tutta  la  Gironda,  dove  dalla  piccola  su- 
perficie a  vigne  si  ricavano  brutti  225  milioni  di  lire,  netti  150  mi- 
lioni; dove  una  sesta  parte  del  dipartimento  produce  tanto  da  ali- 
mentare una  popolazione  doppia  di  quella  che  esiste  nell'intero  di- 
partimento stesso;  dove  infine  la  vigna  rende  tre  volte  di  più  del 
prato,  del  bosco  e  del  campo. 

Il  reddito  in  vino  per  ogni  ettare  di  vigneto  varia  assai  in  Francia  : 
ove  produconsi  vini  usuali,  quasi  diremmo  da  distillare  (il  che  face- 
vasi  su  vasta  scala  nel  Mezzogiorno  prima  della  invasione  fillosserica) 
il  prodotto  per  ettare  tocca  anche  i  300  ettol.  di  vini  a  basso  titolo  al- 
coolico.  Però,  per  la  produzione  dei  buoni  vini  da  pasto  di  grande 
consumazione  non  si  spinge  la  vite  a  dare  più  di  40  a  50  ettolitri 
ad  ettare,  i  quali  riduconsi  poi  a  20  o  25  se  si  tratta  di  vini  rossi 
fini:  anzi  per  certi  vini  bianchi  di  qualità  ricercatissima,  come  il  Sau- 
terne  (1)  non  si  va  oltre  i  10  ettolitri;  ma,  nonostante  si  vendano 
a  caro  prezzo,  si  calcola  che  i  capitali  investiti  in  quei  famosi  predii 
non  frutti ao  più  del  5  per  cento  (2). 

(1)  Comune  del  bordolese,  che  diede  il  nome  a  tutti  i  famosi  vini  della  località. 

(2)  Molti  altri  dettagli  potranno  trovarsi  nella  nostra  Monografia  sui  vini  di 
lusso  (2a  edizione  pag\  197). 


52  CAPITOLO  III 


§   3.   La   viticoltura   in   Ispagna   ed  in   Portogallo.   — 

a)  Spagna.  È  questo  un  paese  importante  per  la  produzione  vini- 
cola, la  quale  mentre  da  alcuni  si  fissa  in  25  milioni  di  ettolitri,  da 
altri  invece  si  porta  ai  30  milioni;  noi  pensiamo  però,  in  base  ai 
dati  che  raccogliamo  dal  1875  a  questa  parte  sui  giornali  vinicoli 
spagnuoli  (specialmente  sull'ottimo  giornale  Los  vinos  y  los  aceiles) 
che  la  produzione  non  oltrepassi  di  molto  i  25  milioni  anche  in  an- 
nate buone,  tantoché  la  media  delle  annate  normali  darebbe  solo 
da  20  a  22  milioni  di  ettolitri.  La  Spagna  conta  1,400,000  ettari  di 
vigne,  sovra  una  superficie  territoriale  complessiva  di  507,036  chi- 
lometri quadrati;  la  vigna  occupa  adunque  Y36  della  superficie,  e  pur 
tuttavia  vi  rende  annualmente  quasi  750  milioni  di  lire,  vale  a  dire 
circa  quanto  rende  la  viticoltura  italiana;  bene  inteso  qui  parliamo  sem- 
dre  di  reddito  brutto.  Ma  convien  notare  che  mentre  la  Spagna  ottiene 
questo  reddito  lordo  soltanto  sulla  36ma  parte  del  suo  territorio,  l'I- 
talia vi  impiega  Y13  del  proprio,  locchè  assai  verosimilmente  dipende 
dalla  minore  estensione  dei  veri  vigneti  specializzati,  che,  a  parità 
di   superficie,   sono  i  più  redditivi. 

La  Spagna,  oltre  ai  vini,  esporta  anche  grandi  quantità  di  uve  sec- 
che; in  media  sono  37  milioni  di  chilogrammi  all'  anno  del  valore  di 
circa  25  milioni  di  lire.  I  prodotti  delle  sue  vigne  si  possono  pertanto 
così  classificare:  1°  Vini  comuni  da  pasto;  2°  Jeres  e  vini  simili; 
3°  Vini  generosi;  4°  Uve  secche. 

La  fillosseronosi  si  è  dichiarata  anche  ìd  Spagna  fin  dal  1878  in 
una  proprietà  chiamata  l' Indiana ,  a  18  chil.  da  Madrid;  Malaga, 
l'Ampurdan  e  Salamanca  sono  invase  dal  terribile  afide,  e  la  malattia 
vi  si  estende  gradatamente;  su  di  che  entreremo  in  maggior  dettagli 
studiando  la  fillosseronosi. 

b)  Portogallo.  Anche  riguardo  alla  produzione  vinifera  del  Por- 
togallo sono  discordi  i  dati  che  abbiamo  potuto  raccogliere;  chi  la 
fa  ascendere  a  9,000,000  di  ettolitri,  e  chi  la  riduce  a  soli  4,000,000: 
quest'ultimo  dato  però,  secondo  noi,  è  erroneo;  perchè  non  tiene  cal- 
colo dei  molti  nuovi  vigneti  che  da  10  a  15  anni  a  questa  parte  si 
sono  impiantati  colà.  La  vite  occupa  quasi  250  mila  ettari,  cioè 
circa  la  40raa  parte  del  territorio.  Il  vino  più  famoso  del  Portogallo 
è  il  Porlo  che  si  produce  nel  Douro  ;  la  sua  produzione  annua 
ascende  a  400  mila  ettolitri  (cioè  80  mila  pipe  da  500  litri);  però  il 
Porto  di  prima  qualità  si  ottiene  solo  neìYAlto-Doiiro  (100,000  et- 


STATISTICA  DELLA  VITE  53 


tolitri)  e  vale,  quando  è  nuovo,  275  lire  la  pipa  (1);  la  seconda  qua- 
lità (150,000  ettol.)  si  produce  nel  Douro  inferior  e  si  vende,  nuovo, 
a  194  lire  la  pipa;  la  terza  qualità  L.  111.  In  totale  la  valle  del 
Douro  ha,  dal  vino  di  Porto,  un  reddito  lordo  di  oltre  a  14  milioni 
e  mezzo  di  lire.  Ma  oggi  questo  paese  è  fillosserato,  sin  dal  1864,  e 
perciò  il  suo  reddito  è  in  continua  diminuzione. 

§  4.  La  viticoltura  nell'Austria-Ungheria.  —  a)  Austria.  La 
vite  occupa  in  Austria  una  superficie  di  ettari  210,513,  per  una  superficie 
territoriale  di  300,190  chilom.  quadrati;  ciò  che  corrisponde  alla  142ma 
parte  del  territorio:  il  reddito  lordo  di  queste  vigne  si  calcola  ascen- 
dere, secondo  il  consigliere  aulico  H.  De  Hamm,  a  58  milioni  di  lire, 
cioè  L.  16  ad  ettolitro,  calcolando  una  produzione  annuale  media  di 
ettolitri  3,692,500;  però  non  tutti  i  vini  austriaci  valgono  così  poco, 
e  si  sa  che  alcune  qualità  ottengono  le  30  e  le  40  lire  l'ettolitro  (Bassa 
Austria).  Ecco  alcuni  dettagli  che  si  riferiscono  alla  produzione  vini- 
cola dell'Austria  (2)  :  nella  Bassa  Austria  ogni  etraro  produce  circa 
20  ettolitri  di  vino;  nella  Stiria  e  nella  Carinzia  eira  8;  nella  Car- 
neola  18;  in  Boemia  9;  nel  Tirolo  settentrionale  23;  nel  Tirolo  me- 
ridionale (Bolzano,  Trento  e  Rovereto)  circa  40;  nel  Vorarlberg  31; 
nella  Moravia  15;  nella  Bukovina  6;  in  Gorizia  10  a  12  secondo  il 
genere  di  cultura;  a  Trieste  da  20  a  38  parimente  secondo  la  coltura  : 
nell'Istria  da  5  a  9,  e  nella  Dalmazia  da  6  a  10  (3). 

b)  Ungheria.  L'Ungheria,  con  una  superficie  di  323,853  chilometri 
quadrati,  novera  425,314  ettari  a  vigna  (lr76  della  superficie),  i 
quali  producono  in  media  8,506,280  ettolitri  di  vino;  il  reddito  lordo 
vien  calcolato  in  255  milioni  di  lire,  cioè  L.  30  per  ettolitro;  questo 
elevato  prezzo  è  dovuto  ai  rinomati  vini  fini  dell'Ungheria, 

La  produzione  totale  dell' Austria-Ungheria  ascenderebbe  quindi  a 
12,198,780  ettolitri,  dai  quali  essa  avrebbe  un  reddito  brutto  di  313 
milioni  di  lire  ad  un  dipresso.  Anche  1'  Austria  e  l'Ungheria  sono 
fillosserate:  ne  riparleremo  più  oltre. 

§  5.  La  viticoltura  in  Germania.  —  Questo  impero  conta 
circa  150  mila  ettari  vitati,  nella  sua  parte  meridionale,  laddove  la 


(1)  Breve  noticia  da   Viticultura  Portugueza.  —  Lisboa  1874  (Pubblicaz.  uff.). 

(2)  Kohenbruck  (von)  Arthur.  Die  Weinproduction  in  Oesterreich  ecc.  1873. 

(3)  Statistiche  del  Ministero  d'Agricoltura.  Vienna  1875. 


54  CAPITOLO  III 


sua  superficie  territoriale  è  di  chilometri  quadrati  542,834;  la  vite 
occupa  dunque  appena  la  362ma  parte  del  territorio  germanico  e  vi 
produce  annualmente  circa  2,600,000  ettolitri  di  vino,  cioè  17  a  18 
ettolitri  per  ettare;  il  reddito  lordo  ammonta  approssimativamente  a 
130  milioni  di  lire  annue,  cioè  in  media  L.  50  all'ettolitro;  ciò  è  dovuto 
all'elevato  prezzo  di  parecchi  fra  i  suoi  vini,  fra  cui  eccellono  quelli 
notissimi  del  Reno.  In  questo  distretto  (Rheingau)  la  vigna  produce 
talvolta  anche  soli  15  ettolitri  di  vino  all'ettare,  ma  si  tratta  allora 
di  vini  sopraffini  e  ricercatissimi  i  quali  vendonsi  anche  oltre  le  2000 
lire  per  ettolitro:  i  più  rinomati  sono  il  Johannisberg  (20  ettari)  ed 
il  Liebfrauenmilch  (latte  della  Madonna)  che  si  produce  a  Worms; 
in  secondo  ordine  vengono  i  vini  del  Palatinato.  Si  noti  però,  che  in 
questo  distretto  del  Reno  il  raccolto  dell'  uva  spesso  fallisce,  per  le 
poco  favorevoli  condizioni  climatologiche;  basti  il  dire  che  in  un  se- 
colo (1770-1869)  si  ebbero  58  anni  di  raccolto  perduto,  30  di  me- 
diocre e  soli  11  di  raccolto  completo,  ossia  ein  Hauptweinjahr 'e  come 
si  dice  colà. 

Anche  in  Baviera  la  vite  è  coltivata  con  molta  intelligenza;  contasi 
quivi  24  mila  ettari  vitati,  i  quali  producono  in  media  circa  25  ettolitri 
di  vino  caduno,  vale  a  dire  una  media  superiore  a  quella  dell'intera 
Germania  (1).  La  Prussia  renana  conta  essa  pure  20,000  ettari  vitati, 
il  Wurtemberg  19,000,  il  Baden  18,000,  e  l'Assia  8000. 

§  6.  La  viticoltura  in  Isvizzera.  —  Questo  paese  conta 
34,600  ettari  a  vigna,  secondo  le  accurate  indagini  del  D.r  V.  Fatio 
da  Ginevra;  i  quali,  calcolando  che  producano  al  massimo  35  etto- 
litri di  vino  ad  ettare  del  valore  commerciale  di  27  lire  V  ettolitro, 
darebbero  un  prodotto  annuo  di  ettolitri  1,211,000  ed  un  reddito 
lordo  di  32,697,000  lire.  La  vigna  occuperebbe  in  Isvizzera  la  120mft 
parte  del  territorio. 

I  cantoni  vitiferi  sono  quelli  di  Sciaffusa,  Ticino,  Ginevra,  Vaudo, 
Neuchàtel  e  Basilea  Campagna. 

§  7.  La   viticoltura  in   Grecia  e    Cipro,  in   Russia  ed  in 


(1)  Queste  notizie  sulla  Germania  furono  comunicate  dal  consigliere  intimo 
Weimann,  dal  prof.  Noerdlinger  e.  dal  D.r  Buhl  al  D.r  Fatio  in  occasione  del 
Congresso  fillosserico  di  Losanna  (1877)  —  Vedi  Etat  de  la  question  phylloxé- 
rique  pag.   \H  e  seg. 


STATISTICA  DELLA  VITE  55 

Oriente.  —  a)  La  Grecia  conta  soli  40,000  ettari  di  vigne,  benché 
il  suolo  ed  il  clima  siano  quanto  mai  appropriati  alla  viticoltura:  le 
vigne  trovansi  specialmente  nell'Eliade,  nelle  isole  dell'  Arcipelago  e 
sovratutto  nella  Morea.  Fra  i  vini  sono  rinomati  quelli  delli  Cicladi,  spe- 
cialmente i  prodotti  di  Santorino  e  di  Tynos.  Si  calcola  che  la  Grecia  e  le 
sue  isole  producano  circa  4  milioni  di  ettolitri  di  vino  (H.  Hamm);  ma 
questo  dato  ci  pare  erroneo,  se  badiamo  alla  piccola  estensione  dei  vi- 
gneti in  quel  regno.  Infatti  il  Moniteur  Vinicole  (gennaio  1884)  as- 
segna alla  Grecia,  più  l'isola  di  Cipro,  la  sola  produzione  complessiva  di 
1,600,000  ettolitri.  Dai  nostri  calcoli  risulterebbe  che  la  Grecia  colle 
sue  isole  produce  in  media  soltanto  1  milione  di  ettolitri  di  vino. 

Per  dare  un'idea  dell'importanza  del  commercio  delle  uve  secche 
di  Grecia  (golfi  di  Corinto  e  di  Patrasso)  indicheremo  qui  le  quan- 
tità di  uve  di  Corinto  (passolina)  esportate  dal  porto  di  Patrasso 
nell'anno  1878: 

Uva  proveniente  da  Patrasso  libbre  venete  (1)  23,673,456 


» 

Egina 

» 

19,225,834 

» 

Zante 

» 

14,002,853 

» 

Cefalonia 

» 

24,527,908 

» 

Catacolone 

» 

23,096,201 

» 

Corinto 

» 

10,745,651 

» 

Nupactia 

» 

98,305 

» 
» 

Missolungi  i 
Etslicone    j 

» 

1,214,875 

» 

Elide 

» 

9,174,434 

» 

Trifilla 

» 

17,035,058 

» 

Leucade 

(S.  Maura) 

» 

10,370 

» 

Messenia 

» 

8,858,430 

Totale     151,663,379 

Se  vi  aggiungiamo  l'uva  uscita  dagli  altri  porti  del  Reame  di  Grecia, 
raggiungiamo  il  totale  di  170  milioni  di  libbre  venete.  La  Francia  da 
sola  nel  1878  ne  comperava  per  30  milioni  di  libbre  al  prezzo  di  lire 
270  ogni  1000  libbre,  cioè  L.  50  al  quintale;  però  nel  1882  e  1884 
corrente  il  loro  prezzo  scese  in  Francia  a  L.  35  a  37   al   quintale. 


(I)  Circa  \\2  chilogramma. 


56  CAPITOLO  III 


Il  rimanente  è  spedito  sovratutto  in  Inghilterra,  a  Trieste,  in   Ger- 
mania e  negli  Stati  Uniti  d'America. 

b)  L'isola  di  Cipro  conta  8000  ettari  a  viti,  i  quali  producono 
150  mila  ettolitri  di  vino;  si  calcola  che  ogni  ettare  produca  20  et- 
tolitri di  vino  rosso,  e  soli  8  a  9  ett.  del  vino  rinomato  della  Com- 
manderia.  La  coltura  delle  viti  a  uve  nere  si  incontra  specialmente 
intorno  ai  monti  Olimpici  e  presso  Idalia.  Neil'  isola  si  producono 
moscato  soprafìno  e  vini  rossi  o  neri,  che  si  smerciano  in  Siria,  in 
Egitto  ed  a  Trieste. 

cj  La  Russia  Europea  ha  una  assai  meschina  importanza  come 
produttrice  di  vino:  infatti  H.  Hamm  (1)  calcola  ne  produca  appena 
650  mila  ettolitri,  naturalmente  nella  sua  parte  meridionale,  la  sola 
che  sia  compresa  nella  zona  della  vite;  altri  invece  ne  porta  il  pro- 
dotto ad  oltre  il  milione  e  mezzo  di  ettolitri.  Gli  è  specialmente  nella 
Bessarabia,  nei  dintorni  di  Odessa,  nella  Caucasia,  nel  Regno  di  A- 
stracan  ed  in  Crimea  che  si  coltivano  viti;  il  suolo  ed  il  clima  della 
Crimea  vi  sono  assai  adattati,  come  lo  sono  eziandio  ad  Astracan  e 
nel  Caucaso;  ma  tuttavia  la  viticoltura  vi  è  ancora  relativamente 
poco  estesa,  nonostante  gli  sforzi  del  Governo  russo  intenti  a  diffon- 
dere questa  coltura  nella  parte  meridionale  dell'impero  (2).  Disgrazia- 
tamente nel  1880  venne  segnalata  la  fillossera  a  Magaradska,  appunto 
in  Crimea  nonché  nel  Caucaso.  —  Ad  Astracan  le  uve  sono  squisite: 
Humboldt,  nel  suo  Cosmos  (3),  dice:  «  io  non  vidi  mai  in  alcuna  parte 
del  mondo,  neppure  nelle  isole  Canarie,  né  in  Ispagna,  nò  nella  Francia 
Meridionale,  frutta  squisite  e  specialmente  uve  più  belle  che  ad  Astracan 
presso  le  spiagge  del  mar  Caspio,  dove  con  una  media  temperatura 
annua  di  circa  9°,  la  temperatura  media  nell'estate  sale  a  21°,2  C.  » 

La  produzione  vinicola  della  Russia  si   suddivide   approssimativa- 
mente come  segue: 


Bessarabia        .     . 

Crimea 

Governo  di  Cherson 
Caucasia  (Nord)  .  . 
Caucasia  (Sud)     .     . 


Ettolitri      369,000 

»     148,000 

19,000 

»     406,000 

»    1,000,000 


(1)  Loc.  cit. 

(2)  Nel  1884  il  Governo  Russo  deliberava  di  aprire  una  Scuola  di   Viticultura 
nel  Caucaso. 

(3)  Kosmos,  tomo  I,  pag.  347. 


STATISTICA  DELLA  VITE  57 

dj  Turchia  Europea.  La  Rumanìa.  Si  calcola  che  questo 
principato  (Valachia  e  Moldavia)  produca  annualmente  600  mila 
ettolitri  di  vino  sovra  90  mila  ettari  vitati:  però,  secondo  la  rela- 
zione ufficiale  della  vendemmia  del  1872,  la  Rumanìa  avrebbe  pro- 
dotto 1,037,436  ettolitri  di  vino,  mentre  la  superfìcie  dei  vigneti  sarebbe 
ora  di  102,000  ettari,  il  che  indicherebbe  un  progresso  nella  viticol- 
tura. Gli  è  specialmente  nei  paesi  collinosi  dell'altopiano  della  Tran- 
silvania  (Carpazii  del  sud-est)  che  si  coltiva  la  vite. 

e)  La  Serbia.  Anche  in  questo  principato  si  coltiva  con  cura 
la  vite;  non  possiamo  però  precisare  su  quanta  superficie,  né  quanto 
vino  si  raccolga  annualmente.  I  vini  di  Serbia  erano  fino  a  questi 
ultimi  tempi  poco  o  punto  conosciuti;  si  credevano  mal  preparati, 
di  cattiva  qualità,  malsani  ecc.  Ora  però  la  Francia,  che  cerca  o- 
vunque  vini,  ha  rivolto  l'occhio  anche  sulla  Serbia  e,  come  rimarca 
il  Barone  Babo  nel  giornale  Die  Weinlaube,  quei  vini  sono  di 
esimia  bontà,  sempre  sani,  genuini  e  possono  venire  esportati  diret- 
tamente dal  paese.  Sono  vini  per  la  maggior  parte  d'intenso  colore 
rosso;  mescolandone  un  ettolitro  con  ugual  quantità  di  vino  bianco, 
questo  si  colora  come  il  più  rosso  vino  di  Vòslau  (località  presso 
Vienna  dove  produconsi  vini  di  eccellente  qualità).  Quel  che  più  au- 
menta il  pregio  dei  vini  della  Serbia  è  questo;  nel  mentre  essi  con- 
tengono gran  quantità  di  tannino,  sono  assai  poveri  di  acidi,  pro- 
prietà codesta  che  manca  ai  vini  della  Dalmazia,  del  Tirolo  meridio- 
nale, dell'alta  Italia,  dell'Istria.  E  ciò  non  dipende  dal  clima,  non 
dal  suolo,  ma  dalle  diverse  varietà  di  uve  che  si  coltivano  in  Serbia, 
fra  cui  anche  la  Catawba  (1).  L'intensità  del  color  rosso  si  credeva 
a  principio  artefatta  usando  la  fuscina,  ma  Babo  trovò  i  vini  della 
Serbia  sempre  genuini,  sani  e  di  gratissimo  sapore.  Ora  essi  vanno 
in  Francia  e  nella  Svizzera. 

f)  La  Bosnia,  la  Erzegovina  e  la  Bulgaria  producono  a  lor 
volta  buoni  vini,  e  costituiscono  anzi  i  paesi  esportatori  di  simile  prodotto 
della  Turchia  Europea;  ci  mancano  però  i  dati  precisi  sulla  estensione 
e  sui  prodotti  di  quei  vigneti.  Solo  sappiamo  che  nel  1884  il  Governo 
di  Bulgaria  deliberava  di  aprire  alcune  Scuole  Viticole  ed  Enologiche, 
in  vista  dell'importanza  che  va  acquistando  colà  l'industria  del  vino  (2). 

(1)  Uva  americana   originaria  della   Carolina  del   Nord,  nera  o  bianca;  di  essa 
parleremo  al  capitolo   Viti  americane  :  per  intanto  veggasi  anche  il  §  8  che  segue. 

(2)  I  concorrenti  al  posto  di  Direttore  possono  rivolgersi  al  Ministro  dei  lavori 
pubblici  e  di  agricoltura  a  Sofia. 


58  CAPITOLO  III 


§  8.  La  viticultura  nell'  America  del  Nord.  —  È  pregio 
dell'opera  esaminare  con  qualche  dettaglio  lo  stato  della  viticultura 
nell'America  Settentrionale,  inquantochè  trattasi  di  un  vastissimo  di- 
stretto, nel  quale  vegeta  la  vite,  e  che  potrebbe  produrre  grandi 
quantità  di  vino,  qualora  la  viticultura  continuasse  ad  estendersi  con 
quella  rapidità  che  si  è  notata  in  quest'ultimo  decennio,  e  quando 
venissero  a  coltivarsi  di  preferenza  certe  specie  o  varietà  che  danno 
vini  potabili  e  non  sgradevoli,  come  sono  molti  fra  quelli  delle  viti 
del  Nord-America.  Premetteremo  che,  a  cagione  della  fillossera,  che 
vi  è  colà  indigena,  almeno  nei  paesi  dell'est  delle  Montagne  Rocciose, 
la  vite  europea  introdottavi  replicatamente  non  vi  potè  mai  attecchire. 
Dopo  la  scoperta  d' America  si  tentò  di  portare  colà  parecchie  va- 
rietà della  nostra  vite  onde  essere  in  grado  di  fabbricare  buon  vino. 
Nel  1630  una  Compagnia  di  Londra  inviò  alcuni  viticultori  francesi  nella 
Virginia  coll'incarico  di  piantarvi  delle  varietà  europee,  che  quei  viticul- 
tori stessi  avevano  portato  seco  loro;  ma  i  tentativi  fallirono.  Nel  1633 
William  Penn  volle  tentare  la  stessa  cosa  nella  Pensilvania;  senonchè  egli 
pure  fallì  ed  in  breve  tempo  le  giovani  piante  morirono.  Nel  1690  il  ten- 
tativo fu  rifatto  da  alcuni  viticultori  dei  dintorni  del  lago  di  Ginevra; 
essi  si  recarono  negli  Stati  del  Sud  (Kentucky)  ma  vi  rimisero  ben 
50,000  lire;  allora  si  diedero  a  coltivare  una  vite  del  luogo,  cioè  una 
vite  americana,  e  questa  fu  la  varietà  detta  Alexander  o  Cape,  che  fu 
la  prima  vite  d'America  coltivata  nel  Nuovo  Mondo;  ed  ecco  che  dopo 
questo  cangiamento  di  ceppo,  quegli  industriosi  Svizzeri  riuscirono 
ad  impedire  la  morte  delle  viti. 

Se  noi  dovessimo  enumerare  qui  tutti  gli  insuccessi  toccati  ai  vi- 
ticultori francesi,  spagnuoli,  inglesi,  svizzeri  e  d'altri  paesi,  che  voi- 
lero  coltivare  in  America  la  vite  europea,  non  la  finiremmo  tanto 
presto.  Ci  limiteremo  perciò  a  citare  alcune  parole  stampate  nel  gen- 
naio del  1851  nell1 'Horticulturist  di  Downing:  «  L'introduzione  delle 
»  viti  straniere  nel  nostro  paese  per  la  coltura  in  grande  è  impos- 
»  sibile.  Migliaia  di  persone  l'ha  tentata,  ma  il  risultato  fu  sempre 
»  lo  stesso;  'una  stagione  o  due  di  promesse  e  poi  scacco  completo.  » 

Riassumendo  dunque,  si  ritiene  impossibile  la  cultura  della  vite 
europea  nell'America  del  Nord  (1). 


(1)  Per  essere  esatti  conviene  fare  una  eccezione  per  la  California,  uno  degli 
Stati  del  Pacifico:  ivi,  benché  la  fillossera  abbia  fatta  la  sua  comparsa,  pure  le 
viti  europee  (Malvasia,  Zeinfeindel)  resistono  abbastanza  bene.  Non  resistono  però 
le  viti  della  Missione  importate  da  Madera. 


STATISTICA  DELLA  VITE  59 

Negli  Stati  Uniti  dell'America  del  Nord  si  coltivano  adunque,  fatta 
eccezione  per  la  California,  esclusivamente  le  viti  indigene,  delle 
quali  abbiamo  detto  qualche  cosa  a  pag.  18  §  3  e  di  cui  ci  occu- 
peremo a  lungo  e  spesse  volte  in  questo  volume  (1)  per  la  grande 
importanza  che  talune  fra  di  esse  hanno  assunto  di  fronte  alla  grande 
quistione  della  fillosseronosi.  La  superficie  coltivata  a  vite,  che  nel 
1850  era  solo  di  qualche  migliaia  di  ettari,  nel  1880  raggiungeva  già 
i  43,000  ettari,  di  cui  14,000  nella  California. 

La  produzione  del  vino  nel  1850  era  soltanto  di  10  mila  ettolitri; 
nel  1860  saliva  ad  80  mila  circa,  ed  oggi  si  può  ritenere  prossima 
ad  1  milione  di  ettolitri;  come   vedesi   1'  aumento  è  notevolissimo. 

I  43,000  ettari  coltivati  a  vigna  negli  Stati  Uniti  rappresentano  un 
valore  di  67  milioni  di  lire,  cioè  in  media  L.  1500  all'ettare;  il  che 
dimostra  che  i  terreni  vitati  hanno  colà  un  non  piccolo  valore,  per 
quanto  esso  sia  assai  inferiore  a  quello  di  molti  vigneti  italiani  e 
francesi. 

La  California  è,  fra  gli  Stati  dell'America  del  Nord,  quello  che  pro- 
duce più  vino:  nel  1880  il  raccolto  totale  fu  di  480  mila  ettolitri 
di  cui  380  mila  in  vini  ed  il  resto  in  acquavite  e  liquori;  nel  1881 
la  produzione  si  elevò  oltre  i  480  mila  ettolitri  circa.  Ora,  non  ostante 
una  produzione  così  meschina  di  fronte  ai  bisogni  degli  Stati  Uniti 
(dove  il  vino  è  assai  caro,  epperò  pochissimo  diffuso)  la  California 
trovò  modo  di  aumentare  la  sua  esportazione  vinicola,  la  quale 

nel  1877  fu  di  58,511  ettolitri 
»     1878      »      67,037        » 
»    1880      »      98,250        » 

E  nel  frattempo  si  emancipò  dai  vini  francesi;  poiché  mentre  la 
Francia  nel  1872  aveva  inviato  in  California  ben  280  mila  ettolitri 
di  vino,  nel  1880  non  riuscì  ad  inviarne  che  20  mila. 

Senonchè  i  vigneti  di  California  sono  da  qualche  anno  fillosserati, 
massimamente  nei  distretti  di  Sonoma  e  Sacramento:  intanto,  siccome 
gli  Americani  non  sogliono  perder  tempo,  stabiliscono  già  fabbriche 
di  solfuro  di  carbonio  e  fanno  le  sommersioni  mercè  i  numerosi  corsi 
d'acqua  che  discendono  dalla  Sierra  Nevada. 


(1)  Ai  capitoli   Viti  Americane  e  Fillossera  devastatrice, 


60  CAPITOLO  III 


Oltre  la  California  sono  vitiferi  gli  Stati  della  Georgia  e  dell'Ohio, 
ove  si  producono  i  migliori  vini  americani;  quello  della  Virginia,  che 
fa  grande  commercio  di  uve  fresche  e  da  vino,  quelli  della  Florida, 
del  Massasuchets,  della  Pensilvania,  della  Carolina  e  del  Missouri. 

Ecco  ora  alcune  notizie  sui  vini  americani  secondo  i  sigg.  Prof. 
Saint-Pierre  e  Foéx,  che  analizzarono  i  campioni  presentati  al  Con- 
gresso viticolo  di  Montpellier  del  1874;  i  risultati  delle  loro  analisi 
sono  utili  a  conoscersi,  onde  farsi  un  concetto  sui  prodotti  vinicoli  del- 
l' America  Settentrionale: 


STATISTICA  DELLA  VITE 


61 


V» 


Quadro   A,   —   VINI   ROSSI. 


NOME 
del    vitigno 


Tipo  Labrusca. 


Concord 
Concord 


Concord 
Ives  seedling 
Ives  seedling 
Ives  seedling 
North  Carol. 

Tipo  Aestìvalis 

Cvnthiana  .     .     .     . 


Cynthiana  .... 
Norton's  Virginia  . 
Riesen  Blatt  .     .     . 

Tipo  Cordifolia 

Clinton 

Tipo  Rotundifolia 

Scnppernong  .     .     . 

Ibridi  di  Roger 

Wilder 


Alcool 
per  cento 

in 
volumi 


12,40 
16,90 

11,60 
10,70 
13,30 
11,30 
13,50 


14,90 

16,20 
12,00 
14,50 


15,00 


17,50 


13,40 


Acidità 
per  litro 


4,37 

4,87 

5,66 
5,36 

5,86 
5,66 

4,87 


4,77 

6,26 
5,66 
4,57 

5,76 


Residuo 
secco 
a  100° 

per   litro 


4,87 


20,48 

27,74 


21.29 
24  2 

19,68 

25,32 

25,48 
27,42 
25,49 

22,25 

120,80 

16,93 


Osservazioni 


Colore  tendente  al  giallo 
Buon   gusto,   poco   pro- 
fumo. 
Gusto  particolare 
Gusto  disaggradevole 
Profumo  troppo  forte 
Bellissimo  colore 
Sapore  disaggradevole 


Ottimo  gusto  e  bel   co- 
lore. 
Colore  ranciato 
Molto  zuccherino 
Ottimo  in  tutto 


Bel  col.,  sapore  marcato 


Eccess.  zuccherino 


Gusto  disaggradevole 


62 


CAPITOLO  III 


Quadro  33 


VINI  BIANCHI. 


NOME 
del   vitigno 

Alcool 
per  cento 

in 
volumi 

Acidità 
per  litro 

Residno 

secco 

a  100° 

per  litro 

Osservazioni 

Tipo  Labrusca 

Concord      

10,50 

5,36 

20.60 

Concord      .     .     .     ,     . 

12,50 

4,77 

— 

Gusto  disaggradevole 

Catawba     .     ,     .     .     . 

13,50 

4,27 

— 

Poco  profumato 

Catawba 

12,50 

5,66 

17,00 

Molto  profumato 

Delaware 

13,00 

5,66 

— 

— 

Delaware 

11,90 

4,67 

19,20 

Molto  zucchero 

Martha 

14,00 

4,27 

20,80 

Color  roseo 

Tipo  Aestivalis 

Herbemont      . 

14,00 

— 

19,20 

Herbemont     .... 

10,80 

5,46 

16,77 

Cunnigham     .... 

15,00 

5,17 

20,15 

Rulander 

15,00 

4:97 

— 

Tipo  Cordi fo Ha 

Taylor 

15,40 

5,17 

20,15 

Profumo  poco  aggradev. 

Taylor 

13,00 

5,66 

— 

Gusto  dolce  di  cassia 

Tipo  Rotundifolia 

Scuppernong  .... 

15,20 

— 

— 

Sapore  assai   disaggrad. 

Scuppernong  .... 

16,10 

3,77 

23,20 

Sapore  farmaceutico . 

Scuppernong  .... 

12,4 

6,66 

— 

Scuppernong  .... 

— 

— 

57,25 

Eccessivamente  zuccher. 

Ibridi  di  Roger 

Goethe 

13,20 

5,17 

20,00 

Color  roseo 

STATISTICA  DELLA  VITE 


63 


Quadro  C  —  VINI  DI  CALIFORNIA. 


NOME 
del   vitigno 

Alcool 

per  cento 

in 

volumi 

Acidità 
per  litro 

Residuo 

secco 

a  100° 

per  litro 

Osservazioni 

Vitigni  indigeni  colti- 

rati  dalla    Viticoltu- 

ral  Society  .... 

15,00 

3,77 

35,70 

Il  residuo  secco  è  violaceo 

Id. 

14,80 

4,17 

51.60 

Molto  zucchero 

Id. 

15,00 

3,80 

38,00 

Id. 

Vitigni  stranieri  colti- 

vati dalla   Viticoltu- 

ral  Society  .... 

14,30 

3,18 

35,40 

Il  residuo  secco  è  violaceo 

Id. 

15,65 

3,38 

27,50 

Molto  dolce 

La  forte  dose  di  alcool  che  si  osserva  nei  detti  vini  dimostra  che 
gli  Americani,  amando  i  vini  alcoolici,  aggiungono  quasi  sempre  zuc- 
chero o  spirito  all'atto  della  vinificazione. 

Il  Prof.  W.  Mallet,  dell'Università  di  Virginia,  ci  porge  i  seguenti 
altri  dati  analitici  sui  vini  dello  Stato  di  Virginia:  ecco  i  campioni 
da  lui  analizzati: 

1.  Virginia  Claret.  —  Vino  rosso  fatto  coll'uva  «  Alvey  »  senza 
aggiunta  alcuna  di  alcool  o  di  zucchero.  Prodotto  dalla  Società  Vi- 
nicola Monticello  di  Charlottesville;  Ad.  Russow  direttore. 

2.  Virginia  Rock.  —  Vino  bianco  fatto  col  mosto  di  prima  pres- 
sione dell'uva  «  Concord  »  senza  alcuna  edizione  di  zucchero;  ven- 
demmia del  1873.  Prodotto  dalla  Società  Vinicola  Monticello. 

3.  Bacchantees.  —  Vino  rosso  brillante  fatto  con  pura  uva  «  Con- 
cord »  vendemmia  1871.  Prodotto  nella  vigna  Laurei  Hill  a  Norfolk; 
proprietario  Lemosy. 

4.  Concord,  detto  anche  Claret.  —  Vino  rosso,  tinta  di  mediocre 
intensità  fatto  coll'uva  «  Concord.  »  Prodotto  nella  vigna  Belmont 
a  Front  Royal;  proprietario  Buck. 


64  CAPITOLO  III 


5.  Concord  dolce.  —  Vino  rosso  scuro,  fatto  con  uva  «  Concord  » 
con  aggiunta  di  alquanto  zucchero  di  canna  raffinato;  vendemmia  del 
1871.  Prodotto  nella  vigna  Laurei  Hill  già  citata. 

6.  Ives.  —  Vino  di  un  bel  color  rosso  chiaro,  fatto  coli' uva  «  Ives.  » 
Dalla  vigna  Belmont. 

7.  Delaware  —  Vino  bianco  pallido  e  brillante,  fatto  col  mosto 
dell'uva  «  Delaware  »  con  aggiunta  di  Ij4  di  libbra  (113  grammi) 
di  zucchero  per  ogni  gallone  (litri  4,500)  del  mosto  stesso;  vendemmia 
del  1873.  Società  Vinicola  Monticello. 

8.  Sveet  Delaioare.  —  Vino  bianco  dolce,  fatto  con  uva  «  De- 
laware »  con  aggiunta  di  sciroppo  di  zucchero  di  canna  raffinato- 
Vendemmia  del  1881.  Ottenuto  nella  vigna  Laurei  Hill. 

9.  Rock.  —  Brillantissimo  vino  bianco  fatto  col  puro  mosto  del- 
l'uva Delaioare.  Dalla  vigna  Belmonte. 

10.  Catawba.  —  Vino  bianco  fatto  con  puro  mosto  di  uva  «  Ca- 
tawba  »  prodotto  nella  vigna  Belmont. 

1 1 .  Norton.  —  Vino  rosso  porpora  molto  scuro  fatto  coli'  uva 
detta  Norton  's  Virginia  senza  nessuna  aggiunta  di  zuccaro  0  di 
spirito.  Vendemmia  del  1873.  Società  Vinicola  Monticello. 

12.  Dry  Norton.  —  Viao  rosso  carico,  asciutto,  secco,  fatto  come 
il  precedente  con  Norton  's  Virginia  senza  alcuna  aggiunta.  Pro- 
dotto nella  vigna  di  Laurei  Hill. 

Ecco  i  risultati  ottenuti  dalle  analisi  del  Prof.  Mallet: 


STATISTICA  DELLA  VITE 


65 


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0.  Ottavi,  Trattato  di  Viticoltura 


66 


CAPITOLO  III 


La  ricchezza  alcoolica  di  questi  vini  venne  indicata  in  peso;  sic- 
come fra  noi  si  usa  rappresentarla  in  volume,  daremo  qui  i  corri- 
spondenti valori. 


1.  Virginia- e alcool 

2.  Virginia-h. 

3.  Bacchantees 

4.  Concord  . 

5.  Concord . 

6.  Ives 

7.  Delaware 

8.  Sweet  Delaware 

9.  Delaware 

10.  Catawba 

11.  Norton    . 
12  Dry  Norton     . 


Dall'esame  di  questa  tabella  si  deduce  che  i  vini  della  Stato  di 
Virginia  presentano  riguardo  alla  alcoolicità,  un  percento  relativa- 
mente elevato,  dovuto  specialmente  allo  zuccheraggio  dei  mosti.  Ciò 
può  fornirci  un  criterio  abbastanza  importante  per  studiare  il  gusto 
dei  consumatori  americani  relativamente  ai  vini. 


in  volume 

12,0 

» 

10,8 

» 

12,3 

» 

12,3 

» 

14,2 

» 

13,9 

» 

11,8 

» 

13,0 

» 

15,3 

» 

12,3 

» 

13,0 

» 

14,2 

§  9.  La  viticoltura  nell'America  del  Sud.  —  Anche  nell'Ame- 
rica meridionale  la  viticoltura,  benché  lentamente,  accenna  a  progre- 
dire. Quantunque  taluni  accennino  a  viti  indigene  colà  esistenti,  si  ritiene 
generalmente  che  la  viticoltura  abbia  incominciato  nel  1602,  quando 
i  Gesuiti  introdussero  taluni  vitigni  europei  nel  Paraguay,  nell'Uru- 
guay e  nella  Bolivia.  Oggi  si  coltivano  viti  europee  nella  Repubblica 
Argentina  (viti  di  Spagna)  ed  in  Bolivia,  ove  sonovi  vigneti  molto 
rinomati  nella  vallata  di  Cinti  (1)  ad  un'altezza  di  circa  1500  metri 
sul  livello  del  mare;  quivi  la  viticoltura  spingesi  fin  sotto  al  20°  di 
latitudine  sud,  ed  è  1'  altitudine  che  la  favorisce;  senza  di  ciò  essa 
vi  sarebbe  limitatissima,  come  la  è  nel  Chili,  e  più  al  nord,  cioè  verso 
la  linea  equatoriale,  nel  Perù  e  nell'impero  del  Brasile. 


(1)  Cinti,  altra  volta  Camargo,  sul  fianco  orientale  delle  Ande  della  Bolivia,  sul 
fiume  omonimo  affluente  del  Rio  Pilcomayo:  secondo  Weddel  vi  si  produce  un 
vino  eccellente,  forse  il  migliore  fra  tutti  i  vini  d'America. 


STATISTICA  DELLA  VITE  67 

Ci  mancano  notizie  approssimative  sulla  estensione  della  viticol- 
tura nell'America  del  Sud:  solo  sappiamo  che  nella  Repubblica  Ar- 
gentina si  fabbrica  assai  male  il  vino,  il  quale  sopporta  difficilmente 
i  viaggi;  all'interno,  e  così  a  Mendozza,  a  Catamarca,  a  Rioja,  a  San 
Juan,  non  si  beve  che  vino  indigeno.  Intanto  sin  dal  1875  il  Congresso 
nazionale  della  Repubblica  Argentina  ha  decretato  l'apertura  di  scuole 
vinicole  pratiche  e  dirette  da  enologi  esperimentati  venuti  dall'estero. 
La  viticoltura,  quando  fosse  meglio  studiata,  potrebbe  dare  i  più  bril- 
lanti risultati  in  tutta  la  detta  repubblica:  i  sigg.  Claras  e  Heusser  già 
posseggono  vigneti  fiorenti  in  una  zona  al  sud  della  provincia 
di  Buenos- Ayres.  La  provincia  d'Entre  Rios  ed  una  parte  di  quella 
di  Corrientes  sono  singolarmente  adattate  alla  coltura  della  vigna: 
lo  stesso  deve  dirsi  delle  montagne  di  Cordoba.  La  Sierra  di  Cor- 
doba diventerà  senza  dubbio,  in  un  tempo  non  lontano,  una  vera  re- 
gione vinicola. 

Nel  Chili  vi  sono  eccellenti  specie  di  vitigni:  eppure  vi  si  fabbrica 
un  vino  torbido  ed  aspro,  il  quale  però  non  manca  riè  dfcolore  né 
di  forza. 

L'America  meridionale  compera  in  Europa  una  quantità  sempre 
crescente  di  vino,  perchè  —  massime  nelle  grandi  città  —  i  vini 
europei  sono  di  gran  lunga  preferiti  a  quelli  indigeni.  Ecco  alcune 
notizie  in  proposito:  la  Spagna  vende  annualmente  nella  Repubblica 
Argentina  tanto  vino  per  circa  13  milioni  di  lire;  la  Francia  per  12 
milioni  e  Y  Italia  per  1  milione  e  Ij2  a  2.  Vi  sono  però  colà  430 
mila  italiani,  80  mila  spagnuoli  e  50  mila  francesi,  ond'è  a  sperare 
che  il  vino  italiano  abbia  in  breve  ad  occupare  il  primo  posto. 

§.  10.  La  viticoltura  in  Africa.  —  La  viticoltura  in  Africa 
è  limitatissima,  e  questo  perchè  i  4/5  della  sua  superfìcie  si  trovano 
nella  zona  torrida  ove  la  temperatura  media  (nell'Africa  equa- 
toriale) è  circa  di  29°  C;  superiore  cioè  di  1°  a  quella  dell'Asia  e 
di  2°  a  quella  dell'America  equinoziali;  e  dove  può  raggiungere 
gradi  elevatissimi,  come  ad  esempio  56°  nel  Fezzan  e  70°  nell'A- 
frica australe!  (V.  pag.  30).  Però  nell'Algeria,  nell'Egitto  e  nelle 
isole  poste  al  nord-ovest  dell'Africa  nell'Atlantico  (Canarie,  Azorre, 
Madera),  vale  a  dire  nella  parte  settentrionale  del  continente  africano, 
circa  fra  il  27°  ed  il  36°  di  latitudine  nord,  come  pure  nell'Africa 
meridionale  (Colonia  del  Capo)  circa  fra  il  30°  ed  il  35°  di  latitu- 
dine sud,  la  vite  vi  prospera  e  vi  dà  ottimi  prodotti. 


68  CAPITOLO  III 


a)  Algeria.  In  Algeria  la  viticoltura  ha  preso  da  varii  anni  un  no- 
tevole incremento  per  opera  dei  Francesi,  i  quali  se  ne  occupano  con 
amore  e  sperano  di  giungere  a  produrvi  vini  rinomati,  specie  sul  tipo 
del  famoso  vino  spagnuolo  di  Jerez  de  la  Frontera  o  Xeres;  si 
basano,  a  questo  riguardo,  sulla  identità  della  composizione  chimica  del 
terreno  dei  dintorni  di  Xeres  e  di  quello  della  provincia  di  Oran  e  di 
altre  località  algerine.  In  complesso  questa  colonia,  sia  pel  clima 
come  pel  terreno,  è  adattata  essenzialmente  alla  produzione  dei  vini 
liquorosi  ed  alcoolici  sul  genere  del  Porto,  del  Malaga,  del  Madera 
e  del  Marsala;  i  vini  da  pasto  pare  non  possano  reggere  ai  viaggi, 
e  conviene  perciò  consumarli  in  paese:  tuttavia  diremo  che  nel  1883 
alcuni  negozianti  francesi  ne  fecero  in  Algeria  discrete  provviste  per 
uso  della  Francia. 

Ecco  alcuni  dati  sulla  estensione  della  vite  e  sulla  produzione  vini- 
cola dell'Algeria.  Nel  1876  non  si  contavano  che  16,700  ettari  a 
vigna,  i  quali  diedero  221,000  ettolitri  di  vino:  nel  1882  il  numero 
degli  ettari  oltrepassò  i  37,000  e  la  produzione  raggiunse  i  947,153 
ettolitri.  Come  vedesi  si  tratta  d'un  importante  distretto  vitifero,  al 
quale  la  Francia  prodiga  molte  cure,  massime  dopo  V  invasione  fil- 
losserica  nella  Francia  meridionale. 

b)  Egitto.  La  coltura  della  vite  è  antichissima  in  Egitto;  dap- 
prima florida,  decadde  e  quasi  scomparì  a  cagione  dei  precetti  del 
Corano.  Maometto  infatti  chiamava  il  vino  «  una  abominazione  in- 
ventata da  Satana  »  (1)  e  prometteva  la  felicità  a  chi  se  ne  fosse 
astenuto:  ma  il  curioso  si  è  che  questa  felicità  nella  vita  futura  sa- 
rebbe stata,  secondo  lo  stesso  Maometto  (2),  il  trovarsi  fra  ruscelli 
di  latte  e  «  ruscelli  di  vino,  delizia  di  quelli  che  ne  beveranno.  »  Il 
grande  legislatore  apprezzava  adunque  il  vino,  ma  ne  sconsigliava 
l'uso  su  questa  terra  a'  suoi  fedeli;  fatto  è  che,  per  la  esaltazione  re- 
ligiosa di  quei  tempi,  che  certo  non  ha  più  riscontro  nella  fiacca  fede 
d'oggidì,  la  viticoltura  decadde  del  tutto.  Lungo  la  valle  del  Nilo 
ed  in  tutto  quel  grande  triangolo  che  si  estende  tra  il  Cairo  a  mez- 
zodì, Alessandria  ad  occidente  e  Porto-Said  a  levante,  è  un  succe- 
dersi continuo  di  campi  coltivati  a  cotone,  i  più  belli  forse  che  pos- 
sano vedersi,  di  grano,  di  fave,  di  zucchero,  di  trifoglio,  con  boschi 


(1)  Corano,  Cap.  V,  versetto  92. 

(2)  Id.,  Cap.  XLVII,  vers.  16. 


STATISTICA  DELLA  VITE 


di  palme  di  tratto  in  tratto,  paludi,  risaie,  ma  vigneti  punto  (1). 
Infiacchitosi  lo  spirito  religioso,  la  viticoltura  accenna  ora  ad  un  ri- 
sveglio, massimamente  dopo  che  Mohamed  Ali  vi  fece  piantare  due 
milioni  di  viti  di  varie  qualità,  fra  cui  le  mangerecce  (zibibbo)  (2). 
Il  terreno  egiziano  è  molto  adattato  alle  viti,  escluso  però  il  Delta, 
ossia  l'alluvione  del  Nilo,  ove  la  vegetazione,  secondo  il  Dr.  Couvidon, 
è  così  rigogliosa  che  la  potatura  non  basta  a  moderarla,  e  l'uva  vi 
matura  così  irregolarmente,  che  sullo  stesso  ceppo  si  trova  il  fiore, 
l'agresto  ed  il  grappolo  maturo,  appunto  come  accade  sotto  l'equa- 
tore (pag.  38);  a  ciò  contribuiscono  la  fertilità  del  suolo,  il  calore  e 
l'umidità. 

Oggi  in  Egitto  si  trovano  qua  e  là  vigneti  floridi;  uno  fra  i  più  rino- 
mati è  quello  impiantato  a  Raz-el-Ouadi  (provincia  di  Zagarig)  dal  si- 
gnor Nourisson-bey,  cittadino  svizzero:  questo  vigneto,  tenuto  a  cor- 
doni orizzontali  su  fili  di  ferro,  produsse  già  al  quarto  anno  molta 
e  bellissima  uva.  Anche  l'italiano  Carlo  Mazzetti,  Regio  Agente  Con- 
solare d'Italia  a  Zagarig,  ha  ottenuto  ottimi  risultati  con  talee  e  bar- 
batelle di  varietà  italiane.  Infine  è  indubitato  che  l'Egitto  potrebbe 
diventare  un  importante  paese  vitifero;  ma  noi  non  crediamo  che 
ciò  accadrà  tanto  presto,  anzitutto  perchè  oggi  V  Egitto  si  è  dato 
con  molto  ardore  alla  coltura  del  cotone ,  che  esporta  in  grandi 
quantità;  e  poi  perchè  gli  Egiziani,  a  cagione  del  caldo  clima  locale, 
non  sentono  il  bisogno  del  vino;  prova  ne  sia  che  quasi  tutto  quello  colà 
importato  è  bevuto  dai  90,000  stranieri  (per  la  massima  parte  Europei) 
che  dimorano  in  Egitto  e  dalle  navi  che  si  provvedono  di  viveri,  sovra- 
tutto  se  dirette  alle  Indie  (3).  L'Egitto  compra  specialmente  il  vino 
francese  fino  e  da  pasto,  il  vino  greco  ordinario  ed  in  ultimo  il  vino 
italiano. 

Attualmente  le  poche  viti  coltivate  in  Egitto,  massime  nel  Fayum, 
regione  a  mezzodì  del  Cairo,  lo  sono  per  l'uva,  che  vi  matura  assai 
bene  e  forma  grappoli  meravigliosi,  secondo  l'espressione  dei  visita- 
tori di  quel  paese. 

e)  Le  Canarie,  le  Azorre  e  Madera.  Passando  sopra,  per  as- 


(1)  Così  l'avv.  G.  Pio  di  Savoia,  R.  Vice  Console  in  Algeri,  in  una  sua  bella 
«  Memoria  sulla  Viticoltura  in  Egitto  ».  (Bollettino  Consolare:  fase.  II,  feb- 
braio 1883). 

(2)  G.  Rosa:  Storia  dell'Agricoltura  nella  civiltà  (pag.  357). 

(3)  Pio  di  Savoia:  loc.  cit.,  pag.  158. 


70  CAPITOLO  III 


soluta  deficienza  di  dati,  ai  vigneti  esistenti  nei  dintorni  di  Tangeri 
(Marocco)  sulla  costa  dello  stretto  di  Gibilterra,  diremo  che  le  isole 
Canarie  producono  buoni  vini,  non  però  uguali  a  quelli  di  Madera, 
benché  dello  stesso  tipo.  Le  Azorre  sono  pure  molto  vitifere,  anzi 
il  vino  è  uno  fra  i  loro  più  importanti  prodotti:  i  vini  d'esportazione 
si  producono  specialmente  a  Pico,  una  delle  nove  isolette  del  gruppo, 
ma  poi  si  trasportano  a  Fayal,  eh'  è  il  centro  del  commercio.  Il 
gruppo  di  Madera  (Madera  e  Porto  Santo)  dal  lato  viticolo  è  il 
più  importante  fra  le  isole  africane  dell'Atlantico;  una  volta  vi  si 
producevano  150  mila  ettolitri  vino  di  due  qualità,  cioè  quello  che 
in  commercio  chiamasi  London  Particular  o  Madera  ordinario,  ed 
il  Malvasia  o  Malmsey  che  vale  il  doppio  (1).  Però  la  produzione  è 
oggi  diminuita,  sia  perchè  in  molte  località  la  vite  fu  sostituita  dalla 
canna  da  zucchero,  sia  perchè  la  fillossera  si  mostrò  colà  sin  dal 
1879,  specialmente  a  Camara  de  Lobas. 

Nel  1852  il  raccolto  fu  nullo  nell'isola  di  Madera,  perchè  i  vigneti 
furono  devastati  daWoidium,  e  per  nove  anni  si  può  dire  che  Madera 
non  produsse  vino;  ma  dal  1861,  anno  in  cui  si  raccolsero  1600  etto- 
litri, il  raccolto  di  vino  andò  sempre  aumentando,  e  dal  1870  ad 
oggi  il  raccolto  annuo  fu  di  oltre  40,000  ettolitri  in  media.  La  più 
antica  Casa  vinicola  di  Madera  fu  fondata  nel  1745. 

La  vite  a  Madera  e  Porto  Santo  è  coltivata  in  luoghi  molto  ripidi, 
e  quindi  su  banchine  o  terrazze,  che  si  elevano  talvolta  sino  a  2000 
piedi  sul  livello  del  mare;  il  terreno  spesso  è  costituito  da  semplici 
ceneri  vulcaniche  nere  o  grigie,  e  si  suole  qualche  volta  bagnarlo 
mediante  condotte  d'acqua  stabilite  sul  fianco  delle  montagne.  Il  mosto- 
vino  si  trasporta  generalmente  a  Funchal  (porto  dell'isola  Madera), 
ove  si  colloca  nelle  estufas  onde  subisca  l'influenza  dell'alta  tempe- 
ratura durante  parecchi  mesi;  dopo  si  mette  in  botti  e  si  commercia 
passati  due  anni  almeno.  Un  armazen  o  magazzino  di  Funchal  contiene 
una  serie  di  fabbricati,  che  sono  la  fabbrica  di  tini  e  botti,  le  cantine, 
\  estufa  ed  il  pateo  o  deposito.  I  fusti  nei  quali  si  mette  il  vino  di 
Madera  si  chiamano  pipe  ed  ogni  pipa  ne  contiene  418  litri. 


(1)  Oltre  alla  Malvasia,  che  è  dolce  e  delicata,  si  producono  anche  il  Bual  ed  il 
Verdelho,  vini  bianchi  secchi  aromatici,  il  Tinta,  vino  rosso  astringente  sul  genere 
del  Porto,  ed  il  famoso  Sorciaie,  che  è  uno  squisito  vino  secco,  il  quale  si  fa  per- 
fetto dopo  dieci  o  quindici  anni.  Nella  nostra  Monografia  sui  vini  di  lusso,  sonovi 
molti  dettagli  su  questo  vino:  pag.  154  (2a  ediz.  1884). 


STATISTICA  DELLA  VITE  71 

d)  Colonia  del  Capo  di  Buona  Speranza.  Questa  penisola,  la 
quale  gode  di  un  clima  dolce  e  temperato,  è  assai  propizia  alla  col- 
tura della  vite,  fatta  forse  eccezione  delle  terre  alluvionali  presso  il 
Capo,  ove  la  vite  dà  prodotti  di  qualità  inferiore.  I  vigneti  del  borgo 
di  Costantia  producono  vini  rinomatissimi,  liquorosi,  fragranti,  sul  ge- 
nere del  Tokay;  però  si  tratta  d'una  produzione  assai  limitata  e  che 
quasi  non  dà  luogo  ad  esportazione.  Si  esportano  invece,  sotto  il 
falso  nome  di  vini  di  Costantia,  i  moscati  che  si  raccolgono  nei  vi- 
gneti posti  fra  la  Falsa  baia  e  quella  della  Tavola.  Ci  mancano  i 
dati  sull'estensione  dei  vigneti  e  sui  loro  prodotti  nella  colonia  sud- 
detta. 

§  11.  La  viticoltura  in  Australia.  —  Questo  continente  va 
assumendo  grado  grado  una  sempre  crescente  importanza  come  pro- 
duttore di  vino.  Abbiamo  già  detto  a  pag.  25  che  alcuni  Svizzeri 
sin  dal  1851  introdussero  viti  europee  nella  colonia  di  Victoria:  se- 
condo Carlo  Jung  (1)  la  viticoltura  avrebbe  invece  incominciato  sin 
dal  1837  nella  Nuova  Galles  meridionale,  ove  una  famiglia  tedesca 
di  Hattenheim  (Rheingau)  introdusse  in  queir  anno  vitigni  europei: 
ciò  è  molto  attendibile,  perchè  oggi  ancora  il  miglior  vino  di  quella 
colonia  è  il  Riesling. 

Ecco  la  superficie  occupata  dalle  viti  nelle  varie  colonie; 

Superficie  totale 
Nuova  Galles  del  Sud  acri  4200  (2)        799,138  chil.  quad. 
Victoria  »     4500  229,000        » 

Australia  Meridionale    »     4200  2,342,000        » 

Queensland  »       700  1,737,000        » 

Australia  Occidentale    »       700  2,527,000        » 

Enrico  Greffrath,  uno  fra  i  migliori  conoscitori  dell'Australia,  par- 
lando delle  condizioni  climatiche  della  colonia  di  Victoria,  dice  che  le 
isotermiche  la  pongono  al  medesimo  livello  di  Marsiglia,  Bordeaux, 
Bologna,  Nizza,  Verona  e  Madrid;  la  media  temperatura  annuale  è  di 


(1)  Australien   und   Neuseeland;    Historische,   geographische  und  statistische 
Skizze  —  Leipzig  1879,  pag.  52. 

(2)  Un  acre  corrisponde  a  circa  40  are  e  mezza;  l'acre  si  divide  in  4  roods\  il 
rood  si  divide  in  1210  yards:  il  yard  è  uguale  a  metri  quadrati  0,914. 


CAPITOLO  III 


12°,30' 

27°,9 

31°,8 

24°,7 

7°,1 

27°,30' 

20° 

25°,  1 

13°,7 

11°,4 

34° 

16°,9 

21°,7 

11°,7 

10°,6 

38° 

14°,4 

19°,9 

8°,7 

11°,2 

35° 

17°,3 

23°,2 

10°,8 

12°,4 

32° 

18°,8 

25°,4 

febb. 

13°,1 

12°,3 

14°   C.   per   Melbourne    (città   capoluogo).  Egli  ci  porge  pure  i  se- 
gnenti  altri  importanti  dati  sull'Australia  in  genere: 

Latit.  Sud    Temp.  med.    Gennaio  Luglio     Differenze 

(  massimo  )         (minimo) 

Porto  Darwin 

(Aust.  sett.) 

Brisbane 

(Queens.) 

Sydney 

"(N.  Galles) 

Melbourne 

(Vict.) 

Adelaide 

(Aust.  merid.) 

Perth 

(Aust.  occid.) 

Quella  parte  dell'Australia,  la  quale  trovasi  al  Nord  del  tropico  del 
Capricorno,  vale  a  dire  più  vicina  all'equatore,  ha  un  clima  tropi- 
cale, la  cui  temperatura  media  è  di  27°  C.  e  nei  mesi  più  freddi 
non  meno  di  20°  C;  invece  nelle  regioni  meridionali,  come  si  vede 
nel  quadro  che  precede,  il  clima  si  avvicina  a  quello  dei  paesi  del 
Mediterraneo,  ed  è  perciò  favorevolissimo  alla  coltura  della  vite. 
Infatti  la  viticoltura  vi  si  estende  sempre  più  (1)  non  solo  per  la 
produzione  dei  vini,  ma  eziandio  per  quella  delle  uve  mangereccie; 
(la  sola  Galles  ne  produce  non  meno  di  9  a  10  mila  quintali  al- 
l'anno). Tuttavia  il  vino  prodotto  in  paese  non  basta  ai  bisogni  della 
consumazione,  ed  ogni  anno  perciò  si  importano  per  500  mila  lire 
sterline  di  vini  europei;  cioè  per  12,500,000  lire  italiane. 

I  vitigni  che  meglio  riescono  in  Australia  sono  il  Riesling  sovra 
citato,  il  Verdelho  Madera,  l'Aucarot,  il  Pedro  Ximenes,  il  Chasselas 
ed  il  Moscato  nero;  fra  tutti  però  eccelle  il  Riesling,  col  quale  si  fab- 
bricano eziandio  buoni  vini  spumanti.  Si  coltivano  però  con  successo 
eziandio  il  Cabernet,  il  Syrrah,  il  Malbec  ed  il  Roussillon,  tutti  vi- 
tigni francesi.  Le  uve  vi  maturano  benissimo,  talché,  secondo  il 
Wine  and  Fruii  Reporter  di  New  York,  dal  quale  togliamo  queste 


(1)  Il  principale  viticoltore  australiano    è  il  Sig.  J.  T.  Fallon  di  Murray,   che 
produce  12  mila  ettolitri  di  vino   all'anno. 


STATISTICA  DELLA  VITE  73 


notizie,  il  vino  australiano  ha  in  media  il  18  °/0  di  alcool  senza  ve- 
runa aggiunta,  cioè  fatto  con  pura  uva.  Questa  vale  in  media, 
quando  è  di  buona  qualità  e  ben  matura,  L.  12  a  12,50  al  quintale, 
mentre  in  Inghilterra  si  potrebbe  rivendere  a  L.  150  per  la  stessa 
misura;  perciò  si  fanno  sforzi  colà  per  esportare  uve  in  Inghilterra 
in  un  coi  vini  alcoolici  (1).  Alla  esposizione  universale  di  Parigi  del 
1878  figuravano  i  nomi  di  140  coltivatori  di  vigneti  australiani  pro- 
duttori di  Riesling,  di  Borgogna,  di  Tokay,  di  Sherry  o  Xeres  e  di 
Hermitage:  però  si  trovò  che  questi  vini  erano  lungi  dal  rassomigliare 
ai  loro  omonimi;  invero  i  tentativi  fatti  per  esportare  i  vini  d'Au- 
stralia in  Europa  non  furono  insino  ad  oggi  coronati  da  successo 
molto  felice;  pur  tuttavia  a  Parigi  si  ebbero  premii  di  incoraggiamento. 
Ma  alla  susseguente  esposizione  di  Sydney,  l'Australia  si  fece  molto 
onore,  e  gli  Europei  recatisi  colà  dovettero  constatare  reali  e  no- 
tevoli progressi. 

Senonchè  sin  dal  1878  si  scopriva  la  fillossera  a  Geelong  (città 
marittima  nella  colonia  di  Victoria)  sopra  una  estensione  di  8  ettari; 
essa  vi  fu  importata,  ed  era  da  prevedersi,  coi  vitigni  francesi,  e  nel 
1883  già  aveva  invaso,  a  quanto  pare,  una  superfìcie  del  raggio  di 
30  miglia  circa. 

§  12.  La  viticoltura  in  Asia.  —  Riassunto  e  conclusione. 

—  Sono  assai  deficienti  le  notizie  che  abbiamo  potuto  raccogliere 
sulla  viticoltura  in  Asia,  ove  d'altronde  il  vino  ha  un  ostinato  nemico 
nel  maomettanismo,  e  perciò  dovremo  limitarci  a  pochi  cenni.  La  parte 
centrale  e  quella  occidentale  producono  certamente  vini  ed  ottime  uve 
mangereccie,  fra  cui  sono  celebrate  quelle  di  Smirne  (Corinto),  e  già 
dicemmo  che  l'Asia  Minore  fu  la  patria  della  vite  e  della  viticoltura 
(pag.  15);  si  sa  pure  che  nel  Kaschemir  si  producono  vini  alcoolici 
sul  tipo  del  Madera,  e  che  nella  Persia  le  viti,  da  tempi  remotissimi, 
sono  coltivate  dai  Guebri,  i  seguaci  di  Zoroastro;  che  si  coltivano 
pure  viti  nel  Turkestan,  ad  Ispahan,  ove  si  fa  un  buon  moscato  e 
si  producono  uve  mangereccie;  che  infine  nel  Canato  di  Bokhara, 
nell'Asia  Centro-occidentale,  vi  sono  molte  varietà  di  uva,  e  che  le 


(1)  Chi  si  occupa  specialmente  di  ciò,  è  il  valente  viticoltore  Dottor  Bleasdale 
di  Melbourne.  V.  Giornale  Vinicolo  Italiano,  da  me  diretto,  volume  IV,  pa- 
gina 315. 


74 


CAPITOLO  III 


uve  secche   di  quella   provenienza   sono  le  più   grosse  e  le  più  fine 
che  si  possano  mangiare. 

In  quanto  alla  Cina  ed  al  Giappone  non  risulta  che  vi  si  coltivino 
seriamente  viti  (1),  né  che  vi  siano  viti  europee  o  asiatiche  allo  stato 
selvatico,  perchè  quelle  colà  trovate  dai  signori  Degron  e  Caillaud 
anziché  viti  vinifere  sono  verosimilmente  cissi  (2);  del  resto  al  Giap- 
pone, per  causa  della  umidità,  le  uve  danno  vini  deboli  ed  acquosi,  e 
pare  che  le  viti  si  coltivino  solo  nei  giardini.  Le  viti  della  Cina  si 
dicono  migliori,  ma  sono  scarse  perchè  i  Chinesi  bevono  assai  poco 
vino;  però  ora  s'incominciano  ad  introdurre  al  Giappone  viti  europee 
e  nel  1883  dall'Ungheria  partirono  per  quel  lontano  impero  oltre  a 
100  mila  piantine  (barbatelle)  allo  scopo  di  tentarne  la  coltura  ed 
acclimatarle,  cosa  che  secondo  ogni  probabilità  riescirà  bene. 

Riassumendo,  la  viticoltura  e  la  produzione  vinifera  nel  mondo 
sarebbero  rappresentate,  molto  approssimativamente,  secondo  i  dati 
più  recenti  e  più  attendibili,  dai  seguenti  numeri: 

Superficie  vitata    Prod.  media  annua 
ettari  ettolitri 


Francia  . 

2,095,927 

31,300,254  (3) 

Italia 

1,870,109 

30,000,000 

Spagna    . 

1,400,000 

22,000,000 

Portogallo 

250,000 

9,000,000 

Austria    . 

210,513 

3,692,500 

Ungheria 

425,314 

8,506,280 

Svizzera 

34,600 

1,211,000 

Germania 

150,000 

2,600,000 

Grecia     . 

40,000 

1,000,000 

Cipro 

8,000 

150,000 

Russia  europea 

? 

1,942,000 

Rumanìa 

102,000 

1,037,436 

Serbia     . 

? 

? 

Bosnia,  Erzegovina,  Bulg 

aria           ? 

2 

(1)  Gabriele  Rosa  nella  sua  Storia  dell'agricoltura,  pag.    346,  dice   invece  che 
nel  Giappone  e  nella  Cina  meridionale  si  coltivano  viti,  ma  non  dice  di  più. 

(2)  V.  Botanica  della  vite  (Cap.  IV). 

(3)  Media  esatta  dal  1879  al  1883  (V.  pag.  50).    . 


STATISTICA  DELLA  VITE 


75 


America  del 

Nord  colla 

Ca- 

lifornia 
America  del  Sud     . 

43,000 

? 

1,000,000 

2 

Algeria   . 
Egitto     . 
Canarie  . 

. 

37,000 

? 

2 

947,153 

2 
2 

Azorre    . 

. 

2 

2 

Madera  . 

Capo  di  Buona  Speranza 

Australia 

Asia        . 

2 

2 

5,700 

2 

40,000 

2 

150,000 

2 

L'  Europa,  come  risulta  da  questo  specchio,  è  di  gran  lunga  più 
innanzi  nella  viticoltura  d'ogni  altro  paese,  quantunque  sianvi  nel 
mondo  varie  altre  zone  ove  la  vite  potrebbe  prosperare  e  dare  ottimi 
frutti:  che  se  la  viticoltura  del  vecchio  continente  riescirà  a  circoscri- 
vere l'invasione  fìllosserica  ed  a  lottare  vittoriosamente  contro  di  essa, 
non  vi  ha  dubbio  che  assai  difficilmente  si  riescirà  a  muoverle  una 
concorrenza  di  qualche  importanza;  ond'  è  che  ci  paiono  infondati  i 
timori  manifestati  da  taluno  a  questo  riguardo. 

Frattanto  il  continuo  incremento  della  viticoltura  e  della  enologia 
in  ogni  parte  del  mondo,  dimostra  che  ognuno  riconosce  nella  Vite 
una  pianta  eminentemente  benefica  alla  umanità,  e  nel  vino  la  prima 
fra  tutte  le  bevande  alcooliche. 


CAPITOLO  IV 


Botanica  della  Vite. 

§  1 .  Classificazione  :  vite  d'  Europa  e  viti  Americane  —  §  2.  Cissus  d'Africa  e 
d'Asia  (Sudan,  Arabia,  Cocincina,  Cina  e  Giappone)  —  §  3.  Descrizione  della 
vite  o  organografia  —  §  4.   Anatomia  della  vite   —   §  5  Fisiologia  della  vite. 

§  1.  Classificazione:  viti  d'Europa  e  viti  Americane.  —  La 
Vitis  vinifera  appartiene  alla  divisione  delle  Fanerogame  (1),  alla 
sotto  divisione  delle  Dicotiledoni  (2)  all'ordine  o  famiglia  delle  Ampe- 
lidee  (3)  ed  al  genere  Vite.  La  piccola  famiglia  delle  Ampelidee, 
che  in  tutto  novera  circa  250  specie,  comprende  altri  due  generi, 
Cissus  ed  Ampelopsis,  le  così  dette  viti  selvatiche,  ed  è  nettamente 
caratterizzata  dalle  sue  foglie  provviste  di  stipole,  dai  viticci  opposti 
alle  foglie,  dai  suoi  stami  opposti  ai  petali,  e  dalla  struttura  del 
frutto  e  del  seme;  però  il  solo  genere  Vitis  dà  frutti  eduli  ed  atti 
alla  buona  vinificazione,  mentre  i  frutti  di  certi  Cissus,  se  sono  com- 
mestibili e  se  servono  a  far  vino  presso  certe  tribù  negre  della  Nigrizia, 


(1)  Cioè  piante  a  fiori  manifesti,  per  distinguerle  dalle  crittogame,  che  sono  le 
numerosissime  piante  a  organi  sessuali  nascosti  o  invisibili,  così  chiamate  da  Lin- 
neo. (Crediamo  utile  di  dare  queste  spiegazioni  elementari,  nonché  altre  molte 
che  le  seguiranno  nel  corso  dell'  opera,  per  quei  lettori  viticultori  che  avessero 
scordato  i  principii  della  botanica). 

(2)  Cioè  con  embrione  a  due  cotiledoni,  mentre  le  piante  monocotiledoni  ne 
hanno  uno  solo:  seminando  la  vite,  come  il  fagiuolo  ecc.,  si  hanno  due  foglie  se- 
minali appunto  perchè  la  pianta  è  dicotiledone  (V.  più  innanzi  Seminagione). 

(3)  Parola  derivata  dal  greco:  Omero  chiamò  ampelos  la  vite. 


BOTANICA  DELLA  VITE  77 


(v.  pag.  79)  non  servirebbero  se  non  molto  difficilmente  alla  fabbri- 
cazione del  vino,  quale  noi  l'intendiamo. 

Il  Cissus  è  un  arboscello  sarmentoso  a  ricco  fogliame  come  la  vite, 
adatto  a  formare  pergolati  e  capanne;  cresce  spontaneamente  in  Asia, 
nell'America  del  Nord  e  nell'Africa  ed  oggi  è  acclimatato  anche  in 
Europa:  sotto  il  nome  di  Ampelopsis  si  designano  generalmente  le 
viti  vergini,  ed  è  notissima  la  specie  Ampelopsis  hederacea. 

Il  genere  Vite  comprende  una  sola  specie  europea  od  asiatica  (la 
vera  Vitis  vinifera  di  Linneo)  e  parecchie  specie  americane.  Riley 
riduce  queste  ultime  a  nove,  cioè  : 

1.  Vitis  Labrusca  6.  Vitis  Californica 

2.  Vitis  Aestivalis  7.  Vitis  Arizonica 

3.  Vitis  Riparia  8.  Vitis  Candicans 

4.  Vitis  Vulpina  9.  Vitis  Rupestris 

5.  Vitis  Cordifolia 

Soltanto  le  prime  4  specie  sono  coltivate  in  America  per  ottenerne 
direttamente  uva  da  vino.  —  Alcuni  altri  autori  portarono  le  specie 
americane  a  ben  quarantadue,  ma  Elia  Durand  le  ridusse  notevol- 
mente, classificandole  come  segue  : 

SEGTIO  I.  —  Vites  verse  (polygamce  aut  dioicce). 

*   RAMI   PR^ELONGI   ET    SCANDENTES. 

§  Folia  subtus  tomentosa  seu  araneosa. 

1.  —  Vitis  labrusca,  Linn.,   V.  taurina,  Walt.  (Fox-grape). 

2.  —  V.  ìestivalis,  Mich.,  V.  labrusca,  Walt.  (Summer-grape, 
Chicken-grape) . 

Var.  Sinuata  Pursh. 

3.  —  V.  cariBìEa,  DC,   V.  indica,  H.  B.  K. 

4.  —  V.  mustangensis,  Buckley  (spec.  nova  ined.),  V.  Candicans? 
Engelm.  (Mustang -g rape). 

5.  —  V.  californica,  Benth.,   V.  caribcea,  Hoock.  et  Arn. 

§§  Folia  glabra  subtusve  pubescentia. 

6.  —  V.  cordifolia,  Mich.,  V.  vulpina,  Linn.  ?  non  Torr.  et  Gray 
(Fox-grape,    Winter-grape). 


78  CAPITOLO  IV 


Var.  Riparia,  Torr.  et  Gray,  V.  riparia,  Mich.,  V.  odoratis- 
sima,  Don.,  V.  virginiana,  Hort.  Par.?  V.  palmata,  Vahl??  (Ri- 
ver-grape,  sweet-scented-grape). 

7.  —  V.  rotundifolia,  Mich.,  V.  vulpina,  Torr.  et  Gray  (Mu- 
scadine,  Bullace,  Bullet-grape,  Scuppernong). 

r  **   CAULES   ERECTI   SEU   DECUMBENTES. 

8.  —  V.  rupestris,  Scheele. 

9.  —  V.  monticola,  Buckley  (spec.  nova  ined.), 

10.  —  V.  lincecumii,  Buckley  (spec.  nova  ined.)  (Post-oak-grape, 
Pine- wood-g  rape). 

SEGUO  II.  —  Pseudo-vites. 

*   CAULES   SCANDENTES. 

11.  —  V.  indivisa,  Willd.,  Ampelopsis  cordata,  Mich.,  Cissus 
ampelopsis,  Pers. 

12.  —  V.  incisa,  Nutt. 

13.  —  V.  acida,  Linn. 

14.  —  V.  bipinnata,  Torr.  et  Gray,  V.  arborea,  Willd.,  Ampe- 
lopsis bipinnata,  Mich.,  Cissus  stans,  Pers. 

15.  —  V.  hederacea,  Willd.,  Ampelopsis  hederacea,  Michaux, 
V.  quinquefolia,  Lam.,  Cissus  hederacea,  Pursh. 

Var.  Texana,  Buckley  (var.  nova  ined.). 

In  questa  classificazione  si  vede  che  Elia  Durand  chiamò  giusta- 
mente vere  vigne  quelle  che  danno  un  frutto  edulo  e  che  può  ser- 
vire alla  vinificazione,  a  parte  la  maggiore  o  minore  bontà  del  vino. 
Chiamò  invece  false  viti  il  Cissus  e  l'Ampelopsis. 

Ma  secondo  il  già  citato  D.r  Regel,  direttore  del  Giardino  botanico  di 
S.  Pietroburgo,  anche  la  vite  europea  od  asiatica  potrebbe  trovar  po- 
sto fra  le  suddette  viti  americane  (1)  ed  il  Dott.  Engelmann  (2)  pare 
non  dissenta  totalmente  da  questa  opinione.  Regel  dice  che  la  Vitis 
Vinifera  Lin.  è  il  prodotto  ibrido  ed  alterato  della  coltura  delle  due 
specie  selvatiche   V.   Vulpina  e   V.  Labrusca,  ed  Engelmann  la  col- 


(1)  Op.  cit.  (v.  pag.   17  in  nota). 

(2)  G.  Engelmann,  Le  vigne  degli  IStati   Uniti  (nel  Catalogo  dei   signori   Bush 
e  Meissner,  pag.   15-10). 


BOTANICA  DELLA  VITE  79 

locherebbe  fra  la  V.  Riparia  e  la  V.  Aestivalis.  Il  Prof.  Braun  di 
Berlino  suppone  che  le  differenti  forme  della  nostra  vite  dipendano  da 
specie  distinte  che,  come  abbiamo  visto  nel  Capo  I,  si  trovano  ancora 
allo  stato  selvatico  in  molte  parti  del  mezzodì  d'Europa  e  dell'Asia; 
queste  specie,  secondo  Braun,  non  sarebbero  sorte  accidentalmente 
delle  piante  coltivate,  come  generalmente  si  crede,  ma  rappresente- 
rebbero i  veri  parenti  originarii:  ed  il  Dott.  Engelmann  aggiunge  che, 
come  risulterebbe  dalle  sue  ricerche,  la  vigna  la  quale  abita  le  foreste 
primitive  delle  rive  basse  del  Danubio  a  partire  da  Vienna  sino  al- 
l'Ungheria, rappresenta  in  modo  chiaro  le  viti  americane  Cor  di f olia 
e  Riparia  coi  loro  tronchi  spessi  da  3  a  6  a  9  pollici,  colle  loro 
abitudini  di  salire  sugli  alberi  i  più  alti,  colle  loro  foglie  liscie  e  lu- 
centi, appena  lobate,  e  coi  loro  piccoli  acini  neri.  D'altra  parte,  sem- 
pre secondo  Engelmann,  la  vite  selvatica  dei  terreni  accidentali  della 
Toscana  e  del  Lazio  (Roma)  colla  sua  vegetazione  più  bassa,  le  sue 
foglie  tomentose  ed  il  suo  frutto  più  grosso  ed  alquanto  gradevole, 
ricorderebbe,  malgrado  la  minor  dimensione  delle  foglie,  la  vite  ame- 
ricana Aestivalis. 

Noi  non  possiamo  qui  chiarire  sino  a  qual  punto  siano  accettabili 
queste  opinioni  dei  prefati  botanici,  che  godono  meritamente  di  molta 
fama  nel  mondo  scientifico;  solo  chiediamo  come  mai  nella  patria 
delle  suddette  specie  americane,  cioè  negli  Stati  atlantici,  non  siasi 
sin  qui  trovato  nessun  esemplare  della  Vitis  Vinifera  allo  stato  sel- 
vatico (1),  se  è  vero  che  essa  è  un  ibrido  di  talune  fra  quelle  specie? 

In  quanto  alle  varietà  delle  specie  europee  ed  americane,  esse 
sono  tanto  numerose,  a  causa  della  coltura  e  degli  incrociamenti,  che 
non  sarebbe  qui  possibile  enumerarle  tutte  (2);  al  capitolo  Ampelo- 
grafia  diremo  tuttavia  delle  principali  fra  coteste  varietà. 

§  2.  Cissus  d'Africa  e  d'Asia  (Sudan,  Arabia,  Cocincina, 

Cina  e  Giappone).  —  1°  Cissus  del  Soudan  centrale  e  della  N'i- 
grizia.  La  invasione  fìllosserica  ha  fatto  sì  che  gli  esploratori  delle 
regioni  sin  qui  poco  note,  fissassero  meglio  la  loro  attenzione  sulle 
viti  o  sulle  piante  che  loro  assomigliano  (Cissus).  Così  è  avvenuto 


(1)  È  bene  notare  che  la  Labrusca  americana  non  ha  assolutamente  nulla"; di 
comune  colla  Labrusca  selvatica  della  Toscana  e  della  Francia  meridionale.  (Il 
nome  di  Labrusca  fu  impropriamente  applicato  da  Linneo  alla  specie  americana). 

(2)  Saggio  di  una  Ampelografia  universale  del  Conte  G.  Di  Rovasenda. 


80  CAPITOLO  IV 


che  il  sig.  Lécart  portò  in  Francia  dal  Sudan  centrale  una  pianta 
che  egli  chiamò  Vite  tuberosa,  vegetante  sulle  sponde  del  Niger  o 
Kuarra  e  che,  a  suo  parere,  si  sarebbe  potuta  coltivare  come  le 
Dalie;  ma  il  dotto  ampelografo  Vittore  Pulliat  di  Chiroubles  (1)  scrive 
a  tal  proposito  quanto  segue: 

«  La  vite  del  Sudan  scoverta  dal  signor  Lécart  ha  fatto  vera- 
«  mente  gran  rumore  nei  giornali.  Io  credo  bene  che  questo  rumore 
«  sia  molto  al  disotto  dell'importanza  della  scoverta.  Un  giovine  ita- 
«  liano,  che  ultimamente  fu  presso  di  me,  sig.  Rebora  De  Nari,  a- 
«  ve  va  veduto  a  Bordeaux  il  sig.  Lécart,  appena  rientrato  in  Fran- 
«  eia;  egli  aveva  assistito  ad  una  conferenza  tenuta  da  questo  viag- 
«  giatore,  nella  quale  mostrò  al  suo  uditorio  alcune  piante  di  que- 
«  sta  vite,  disseccate  e  nell'erbario.  Queste  piante  (mi  ha  egli  detto) 
«  portavano  delle  foglie  assai  simili  a  quelle  delle  viti  ordinarie,  ma 
«  gli  acini  ne  erano  differentissimi.  Secondo  la  sua  espressione,  essi 
«  avevano  la  figura  di  una  piccola  cimice  (punaise).  Quest'ultima  in- 
«  dicazione,  darebbe  bene  a  credere  che  malgrado  la  somiglianza 
«  delle  foglie  e  la  forma  del  grappolo,  la  vite  del  Sudan  non  ap- 
«  partenga  punto  al  genere   Vitis   Vinifera.  » 

Lo  stesso  sig.  Pulliat,  unitamente  al  Prof.  Planchon,  ebbe  agio 
di  esaminare  un'  altra  vite  (?)  del  Sudan  centrale  e  propriamente 
della  Nigrizia,  coltivata  dal  bravo  viticoltore  sig.  Roche  a  Marsiglia. 
Questa  pretesa  vite  è  essa  pure  a  radici  tuberose  e  sarmenti  legnosi 
persistenti  (2).  Previo  diligente  esame  di  cotal  pianta  sul  vivo,  il 
Prof.  Planchon  non  esita  più  che  tanto  ad  inferirne  trattarsi  proprio 
davvero  di  un  Cissus,  e  forse  più  che  probabilmente  del  Cissus 
glandulosa  dello  Gmelin,  fin  dallo  scorso  secolo  descritto  dal  Forskal 
sotto  la  denominazione  di  Saelantus  glandulosus  nella  sua  Flora 
Aegypt.  arabica,  p.  34.  Ecco  qui  riassunte  brevemente  cotali  an- 
notazioni del  Roche  e  del  Planchon. 

In  una  prima  comunicazione  dal  Roche  diretta  al  Pulliat  in  data 
11  novembre  corrente  anno  troviamo  questi  primi  ragguagli  sulla 
sua   vite   di  Nigrizia:   «  Coltivo  da  sei  anni  questa   vite   del   Sudan 


(1)  Lettera  al  nostro  valente  ampelografo  Barone  A.  Mendola  (V.  Giornale  Vi- 
nicolo Italiano  di  Casalmonferrato  :  1881,  pag.  55.) 

(2)  V.  La  Vigne  Américaine,  1881  (aprile)  —  e  Giornale  Vinicolo  Italiano,  1881 
(maggio)  ove  il  distinto  sig.  Dott.  F.  Console  pubblicava  la  nota  sulle  viti  della 
Nigrizia  sovra  riportata. 


BOTANICA  DELLA  VITE 


«  a  Marsiglia.  Dessa  non  è  mica  però  annua,  come  delle  sue  dice 
«  Lecart;  che  i  suoi  tralci,  che  spogliansi  di  lor  foglie  ben  tardi,  per- 
«  sistono  perfettamente,  ed  anzi  vi  han  sopportato  i  15  gradi  della 
«  invernata  1879-80  sempre  più  fortificandosene,  quando  che  altre 
«  viti  americane  circostanti  vi  soccombevano.  Piantata  per  tubercoli 
«  tal  vite  fruttifica  lo  stesso  anno,  e  al  secondo  invece  se  per  semi, 
«  che  germinano  in  proporzioni  del  90  0[q  e  senza  affatto  traccia 
«  d'ibridazione.  Sua  fruttificazione  è  estremamente  abbondante,  in 
«  gruppetti  di  15-20  bacche  nere,  piccole,  con  un  unico  vinacciuolo 
«  costantemente.  I  semi  spargonsi  in  aprile  e  levano  in  maggio,  for- 
«  mando  lor  radici  di  2-5  tubercoli,  come  a  mo'  di  patate,  lunghi, 
«  un  centim.  distanti  l'un  sull'altro  verticalmente,  quasi  fossero  sal- 
«  sicce  e  fra  loro  ligati  d'un  filetto  cilindrico  della  grossezza  d'uno 
«  spaghetto.  La  foglia  è  molto  doppia,  d'un  bel  verde-bianchiccio  sul 
«  tipo  del  Solonis  americano,  ma  senza  macchie  di  sorta,  anzi  d'una 
«  purezza  immacolata  di  tinta  fino  a  sua  caduta  (sul  finire  di  no- 
«  vembre  in  quest'anno).  Veruno  insetto  frequenta  questa  vite,  io  al- 
«  meno  non  ve  ne  ho  mai  veduto;  e  tutte  le  mie  ricerche  le  più  minute 
«  sui  semi,  trattine  due  anni  fa  per  inviarne  a  qualche  amico,  non 
«  mi  rilevarono  mai  presenza  di  fillossera  (1).  » 

E  in  altra  susseguente  comunicazione  16  stesso  Roche  aggiunge 
questi  altri  dettagli:  «  I  pochi  tubercoli,  che  primitivamente  ne  rice- 
«  vetti,  mi  venivano  ad  intermedio  d'un  mio  amico  Direttore  di  Banco 
«  a  Sierra-Leona  in  Guinea,  che  aveali  ritirati  a  mezzo  d'una  ca- 
«  rovana  di  ritorno  dall'interno  dell'Africa,  ove  li  raccolse  sugli  alti- 
«  piani  circostanti  a  una  cittaduzza  tutta  in  capanne  detta  Falabah, 
«  a  600  o  700  chilometri  interiormente.  I  componenti  la  carovana 
«  riferivano  le  tribù  negre  preparare  col  succo  di  cotal  pianta  uri 
«  eccellente  liquore,  del  pari  che  del  vino  assai  stimato  appo  loro, 
«  e  del  frutto  intiero  confetture  non  spregevoli.  Questa  mia  vite  di 
«  Nigrizia  s'attacca  con  estrema  facilità  ai  muri,  che  riveste  rapi- 
«  damente:  il  legno  ha  molto  sottile,  sul  genere  di  quel  della  vite 
«  vergine  (Ampelopsis),  e  pervenuta  che  sia  in  piena  vegetazione, 
«  produce  fiori  e  frutti  senza  interruzione  da  maggio  a  novembre, 
«  a  misura  che  se  ne  allungano  i  germogli.  La  foglia  è  di  tinta 
«  verde -biancastra,  come  nel  Solonis,  ma  più  lunga  e  meno  larga 
«  e  poi  almeno  quattro  volte  più  densa,  tanto  da  rassembrare  in  cotal 


(1)  Vedi   Vigne  Américaine,  an.  1881,  p.  103. 
O.  Ottavi,   Trattato'  di  Viticoltura. 


82  CAPITOLO  IV 


«  guisa  alla  foglia  del  tubero  americano  Boussingaultia  baselloides. 
«  La  fioritura  è  a  bouquets  in  corimbo,  come  nel  sambuco;  e  le  bac- 
«  che  costituenti  il  grappolo  son  piccole,  nerissime  e  lucenti,  e  con 
«  sugo  poco  colorato.  Non  son  riescito  mai  a  ottenerne  piante  di 
«  talee,  non  più  che  d'innesti  sopra  vitigni  nostrani  od  americani. 
«  L'osservazione  già  fatta  da  vari,  e  segnatamente  dal  Planchon, 
«  circa  la  nessuna  rassomiglianza  dei  vinacciuoli  della  vite  del  Sou- 
«  dan  con  quei  delle  vere  viti  vinifere  è  precisamente  esattissima 
«  a  capello  (1).  » 

Al  seguito  di  tali  comunicazioni  il  professore  Planchon,  avuto  agio 
come  dicemmo  di  esaminare  sul  vivo  tal  pianta  di  Nigrizia,  per  tubercoli 
e  semi  fornitigli  dallo  stesso  Roche,  uno  con  tralci  in  istato  di  vegeta- 
zione avanzata  e  coi  germogli  già  spiegati  abbastanza  da  potere  notar- 
sene nettamente  la  forma  e  consistenza  delle  foglie  e  delle  stipole,  è  tratto 
a  conchiudere  con  tutta  quasi  certezza  questa  volta,  non  potere  ornai 
non  riconoscersi  in  cotale  rimarchevole  ampelidea  se  non  se  un  tipo 
«  di  Cissus  rapportabile  d'assai  alla  vite  vergine  o  Ampelojpsis  pel 
«  modo  suo  di  crescenza  (liana  aggrappantesi  pei  cirri)  e  rassem- 
«  brante  poi  per  molti  tratti,  quanto  a  infoliazione,  alla  Boussin- 
«  gaultia  baselloide;  »  e  più  precisamente  ad  una  specie  del  gruppo 
Saelanthus  del  Forskal,  cui  lo  Gmelin  ben  a  ragione  fa  rientrare 
nel  genere  linneano  Cissus.  «  Fra  questi  Saelanthus  di  Forskal, 
«  continua  invero  il  Planchon,  avvene  uno  curiosissimo,  il  Cissus 
«  rotundi folta  di  Valh,  che  il  nostro  Delile  già  trovò  coltivato  al 
«  Cairo  ia  tempo  della  spedizione  napoleonica  in  Egitto,  e  che  ri- 
«  cevè  pure  posteriormente  d'Abissinia,  nelle  preziosissime  collezioni 
«  del  Rochet  di  Hericourt,  ove  raccoltovi  sulla  strada  da  Farrè  ad 
«  Aleyou-Amba  verso  l'altipiano  dello  Schoa.  Ora  il  vinacciuolo  u- 
«  nico  contenuto  in  ciascuna  bacca  di  questo  Cissus  richiama  per- 
«  fettamente  pei  suoi  caratteri  d'insieme  il  vinacciuolo  parimenti  so- 
«  litario  nelle  piccole  bacche  della  vite  di  Nigrizia  del  Roche.  E  nel- 
«  l'uno  e  nell'altro  il  rafe  (2)  estendesi  qual  tenue  cordicina  risaltante 
«  su  tutta  la  faccia  e  tutto  quasi  il  dosso  del  vinacciolo,  cioè  dipar- 
«  tendosi  dall'ilo,  punto  d'inserzione  del  vinacciuolo,  percorre  il  mezzo 
«  del  lato  ventrale,  contorna  lo  estremo  ottuso  e  non  lobato  di  esso 
«  seme,  e   rimonta   sul   lato  dorsale  fino  quasi  alla  punta  basilare, 


(1)  Ibid.  pag.  104-105. 

(2)  Per  intendere  questo  ed  altri  termini  botanici  si  vegga  più  innanzi  il  §  3. 


BOTANICA  DELLA  VITE  83 


«  serica  menomamente  svanire  in  depressione  calazica,  come  nel  vi- 
«  nacciuolo  della  Vitis.  Le  due  piccole  depressioni  che  nella  Vitis 
«  s'insolcano  sulla  faccia  ventrale  sono  appena  pochissimo  marcate 
«  in  questo  Cissus  del  tipo  Saelanthus.  Ma  non  è  precisamente  con 
«  questo  Cissus  rotundifolia  che  la  vite  del  Roche  presenta  più 
«  affinità,  ma  piuttosto  e  forse  più  sicuramente  col  Cissus  giandu- 
ii Iosa  Gmelin,  o  Saelanthus  glandalosas  Forskal.  Sfortunatamente 
«  non  so  di  quest'ultimo  che  per  la  sola  descrizione  del  Forskal, 
«  che  tranne  in  quanto  gli  assegna,  per  errore  evidentemente,  foglie 
«  opposte  (1),  per  tutto  il  resto  cotale  sua  descrizione  pare  s'attagli 
«  perfettamente  alla  nostra  pianta  di  Nigrizia,  meno  quando  è  detto 
«  di  sue  foglie  folta  serrato-dentata,  subspinosa,  nel  mentre  che 
«  queste  nostre  son  piuttosto  inciso-dentate  e  fortemente  intagliate 
«  a  denti  triangolari.  Forskal  dice  pure  della  sua  specie  caules  teretes, 
«  cioè  tralci  ritondati;  or  la  nostra  vite  ha  i  tralci  quasi  tondi,  benché 
«  lievemente  quadrangolari  o  compressi:  lo  stesso  assegna  bacche  rosse 
«  alla  sua  pianta,  nel  mentre  che  il  Roche  le  dice  nerissime  in  que- 
«  sta  sua  (2).  » 

Concludendo,  anche  queste  viti  di  Nigrizia  appartengono  al  genere 
Cissus  e  non  a  quello  della  vera  Vite  vinifera. 

2°  Cissus  della  Cocincina.  Nel  1882  il  sig.  Martin,  capo  giar- 
diniere della  colonia  francese  di  Laigon,  introdusse  in  Francia  le 
viti  della  Cocincina  (Annam  meridionale)  dicendole  di  prodigiosa  fer- 
tilità, cosicché  una  pianta  poteva  produrre  ben  100  chilog.  d'uva: 
ecco  come  egli  si  esprime: 

«  Io  l'ho  trovata  —  dice  —  la  prima  volta  nel  mese  di  settembre 
1872,  nelle  foreste  dei  Mois.  Vidi  questo  Cissus,  di  cui  ignorava 
l'esistenza,  coperto  da  grappoli  d'un'uva  grossissima.  Mi  venne  su- 
bito l'idea  di  farne  del  vino,  ed  il  risultato  mi  parve  favorevole.  Ne 
feci  assaggiare  a  qualcuno;  mi  dissero  che  non  era  cattivo,  ma  che 
non  si  sarebbe  conservato.  E  per  allora  non  ne  feci  più  nulla;  so- 
lamente l'anno  dopo  mi  contentai  di  farne  del  buon  aceto.  » 

Ma  qualche  anno  dopo  il  signor  Martin  tornò  a  pensarci  sopra  e 


(1)  «  In  realtà  sarebbe  di  lungi  in  lungi  che  certe  foglie  presenterebbonsi  op- 
«  poste  per  ravvicinamento  alle  biforcazioni;  infatti  Forskal  dice  dei  viticci:  Cu  - 
«  rhi  vel  oppositifolii  (dunque  foglie  alterne)  vel  laterales  interfolia  opposita  ex 
«  geniculo  exeunte.  »  Nota   del  Planchon. 

(2)  Ibid.  pag.   105-106. 


84  CAPITOLO  IV 


fece  nuovi  tentativi  onde  ottenere  del  vino.  Ora  da  10  anni  coltiva 
queste  piante,  di  cui  si  trovano  parecchie  varietà  bianche  e  rosse, 
e  pare  che  la  vite  della  Cocincina  sia  la  medesima  di  quella  del 
Soudan,  di  cui  abbiamo  parlato  or'ora. 

Si  tratta  però  sempre  d'un  vino  aspro,  che  contiene  solo  il  5  0\q 
d'alcool;  tutto  ciò,  secondo  il  sig.  Martin,  è  dovuto  alla  mancanza 
di  calcare  nei  terreni  della  Cocincina.  Egli  anzi  racconta  che  dopo 
aver  messo  una  piccola  quantità  di  calce  ad  ogni  piede  di  vite,  ot- 
teneva uva  più  dolce  e  vino  più  alcoolico. 

Pare  che  questa  pianta  sarmentosa,  o  Cissus,  o  liana  che  si 
voglia,  a  radici  tuberose  cresca  abbondantissima  in  quei  paesi.  Ogni 
anno  in  novembre  le  sue  messe  muoiono,  e  in  marzo  od  aprile  ri- 
spuntano dai  loro  tuberi  e  rapidamente  si  svolgono  sino  alla  lun- 
ghezza talvolta  di  40  o  50  metri,  mettendo  grappoli  enormi  in  nu- 
mero grandissimo.  La  coltura,  si  dice,  è  facilissima.  Nella  scelta  del 
terreno  non  vi  sarebbe  che  da  evitare  il  soverchio  umido:  le  terre 
fresche  e  leggere  del  resto  paiono  le  migliori.  La  propagazione  si 
fa  per  semente,  per  tuberi,  per  talea.  Delle  sementi  ve  n'  è  già  un 
deposito  a  Parigi  presso  la  Casa  Vilmorin,  Andrieux  e  Comp.  (1). 

Le  messe  sono  sostenute,  come  si  fa  nella  coltivazione  del  lup- 
polo, da  pertiche  tenute  ritte  da  fili  di  ferro  orizzontali,  per  cui  la 
liana  ascende  ed  arrampicandosi  si  spande. 

Il  signor  Martin  fa  osservare  che  dopo  il  piantamento  della  sua 
vigna  nel  1872,  ha  osservato  in  essa  una  continua  e  progressiva 
modificazione  dovuta  ai  lavori  di  coltura:  V  uva  diventa  più  grossa, 
più  dolce,  più  succosa.  Basta  del  resto  vedere  i  migliori  vitigni  fran- 
cesi ritornare  quasi  allo  stato  selvaggio  dopo  due  o  tre  anni  <T  ab- 
bandono, per  persuadersi  della  reciprocità  del  fenomeno  inverso. 

C  è  quindi  cagione  a  credere  che  la  coltura  migliorerà  la  qualità 
dell'  uva  e  del  vino,  il  quale  del  resto  si  potrebbe  correggere  col- 
l'aggiunta  di  zucchero,  onde  portare  il  titolo  alcoolico  almeno  a  9° 
o  10°. 

Il  sig.  Vilmorin  consiglia  di  tener  i  vinacciuoli  inzuppati  per  qual- 
che giorno  nell'acqua  piuttosto  tiepida  che  fredda,  di  frequente  rin- 
novata, e  poi  di  seminarli  in  vasi,  o  in  luoghi  chiusi,  e  di  non  con- 


(1)  Vilmorin,  Andrieux  e  C,  Quai  de  la  Mégisserie,  4,  a  Parigi.  Il  prezzo  è 
molto  elevato,  perchè  sarebbe  di  L.  2,50  ogni  vinacciuolo,  o  di  L.  22  ogni  10  vi- 
naccioli. 


BOTAiNIOA  DELLA  VITE  85 


fidare  in  piena  terra  le  giovani  pianticelle  se  non  quando  questa  si 
sarà  riscaldata  a  sufficienza,  e  non  vi  saranno  più  a  temere  i  geli 
tardivi:  consiglia  pure  d'aver  cura  di  collocarle  colla  loro  zolla  di 
terra  per  non  recar  nocumento  alle  radici  ancora  sottili. 

Riassumendo,  queste  viti  della  Cocincina  apparterrebbero  esse  pure 
al  genere  Cissus  sopra  ricordato,  e  certo  se  la  coltura  non  riescirà 
a  migliorare  i  frutti,  difficilmente  se  ne  potrà  trarne  partito. 

3°  Viti  (?)  della  China  e  del  Giappone.  Non  è  molto  che  il  si- 
gnor Degron  portava  in  Francia  dal  Giappone  magliuoli  di  quelle 
viti  selvatiche,  il  cui  studio  venne  affidato  alla  Scuola  Viticola  di 
Mompellieri,  onde  vedere  se  resistano  o  non  alla  fillossera.  Queste 
viti  vennero  scoperte  nel  Ken  d'Ischikari;  i  loro  frutti  sono  piccoli, 
neri  e  commestibili.  Il  sig.  Caillaud  trovò  pure  viti  selvatiche  nella  Cina 
e  le  descrisse  dando  loro  varii  nomi;  per  esempio  la  Vitis  Rotar  di, 
originaria  di  Cong-King,  la  quale  produce  uva  due  volte  all'  anno; 
la  Vitis  Pagnucci  originaria  di  Cheri-Si,  nelle  montagne  di  Ho- 
Chen-Miao,  e  la  Vitis  Romane  ti,  altra  vite  selvatica  che  pare  abbia 
il  pregio  di  una  stragrande  fertilità;  essa  prospera  ad  un'altezza  di 
1300  a  1600  metri  e  ad  una  latitudine  di  32°  nord. 

4°  Viti  arabe.  Il  signor  Chabas,  colono  francese  a  Ronached 
presso  Milata  in  Algeria,  pubblicava  nei  1883  (1)  una  nota  sulle  viti 
arabe  (a  quanto  pare  vere   Viti  vinifere)  che  qui  trascriviamo: 

«  La  vite  araba  è  d'un  vigore  incomparabile;  essa  vive  qui  ge- 
neralmente allo  stato  selvaggio  sui  margini  di  burroni  umidi  ed  in- 
colti, e  predilige  le  fessure  delle  roccie  ed  i  terreni  calcari.  La  si 
vede  slanciarsi  sugli  alberi  che  essa  incontra,  sulle  roccie,  ed  inco- 
rona co'  suoi  abbondanti  pampini  tutti  i  cespugli  che  essa  trova  e 
che  coprono  in  gran  parte  questa  terra  di  natura  calcare.  In  questa 
selvaggia  condizione  di  vegetazione  la  vite  si  copre  di  frutti,  che  gli 
Arabi  raccolgono  e  vendono  ai  coloni,  i  quali  ne  fanno  un  vino  molto 
carico  di  colore,  assai  alcoolico  e  di  buon  gusto.  Una  di  queste  specie 
chiamata  dagli  arabi  Hasseroun,  ha  molta  analogia  coll'uva  tintoria 
(temturier),  e  come  questa  è  nerissima,  e  potrebbe  per  conseguenza 
servire  ad  accrescere  il  colore  dei  piccoli  vini;  produce  vino  alcoolico 
d'un  gusto  franco  che  può  rivaleggiare  nel  commercio  coi  nostri  mi- 
gliori vini  del  Mezzogiorno. 

«  È    inoltre  d'  una  prodigiosa  fertilità,    imperocché  non  è  raro  il 


(1)  V.  Gazette  du  Village  (1883). 


86  CAPITOLO  IV 


caso  di  vedere  queste  piante  di  vite  produrre  150  chilogrammi 
d'uva.  Io  ho  visto  un  proprietario  pesare  320  chilogrammi  d'  uva 
raccolta  sopra  una  sola  vite,  e  che  gli  ha  dato  due  ettolitri  di  vino 
eccellente.  Bisogna  però  dire  che  il  tronco  misurava  50  centimetri 
di  circonferenza,  e  che  l'arabo  più  vecchio  del  paese  l'aveva  sempre 
veduto  della  stessa  grossezza. 

«  Infine,  come  resistenza,  ciò  che  io  posso  affermare,  si  è  che  io 
ho  portato  nel  1875  nella  proprietà  di  mio  padre  al  cascinale  di 
Vignères,  a  Cavaillon  (Vaucluse),  10  piedi  di  Hasseroun,  con  cui 
ho  rimpiazzato  dei  mancanti  in  una  vigna  decimata  dalla  fillossera. 
Ora  son  due  anni  (era  nel  1881),  queste  piante  erano  splendide  per 
vigore  e  sanità;  stendevano  i  loro  bei  tralci  sulle  viti  morte,  che 
loro  servivano  di  sostegno   e  sotto  i  quali  queste  ultime    sparivano. 

«  A.  mio  avviso,  il  successo  come  resistenza  di  una  vite  simile 
non  è  più  dubbio,  ed  io  non  saprei  abbastanza  incoraggiare  i  viti- 
coltori della  madre  patria  di  esperimentare  nelle  loro  novelle  pian- 
tagioni le  viti  arabe.  In  tutti  i  casi  si  sarà  sempre  sicuri  di  aver 
piante  assolutamente  esenti  da  infezioni  ». 

§  3.  Descrizione  della  vite  o  organografìa.  —  È  noto  che 
Y organografia,  o  morfologia  esterna,  studia  la  conformazione  degli 
organi  delle  piante.  Questo  studio  faremo  qui  per  la  vite,  ma  con 
obbiettivo  piuttosto  pratico  che  scientifico;  nel  paragrafo  successivo 
ci  occuperemo  invece  della  morfologia  interna  o  anatomia  della  viti, 
ed  in  altro  paragrafo  ancora  studieremo  la  fisiologia  della  vite,  cioè 
il  suo  modo  di  vivere  e  fruttificare;  così  questo  capitolo  della  bota- 
nica della  vite  forse  non  riuscirà  del  tutto  imperfetto  e  ci  permet- 
terà di  trarre  utili  precetti  per  la  pratica  della  viticoltura. 

La  Vite  è  un  frutice  o  arbusto  sarmentoso,  i  cui  rami  tendono  na- 
turalmente ad  arrampicarsi  sugli  alberi  o  sui  sostegni  vicini,  attac- 
candovisi  con  forza  mediante  i  cirri  o  viticci.  Per  studiare  convene- 
volmente la  pianta  della  vite  è  necessario  considerare:  1°)  Le  radici; 
2°)  Il  ceppo  o  caule  o  fusto;  3°)  I  rami  o  tralci,  ed  i  succhioni; 
4°)  I  germogli  o  pampini;  5°)  Le  femminelle  o  nepoti;  6°)  I  vi- 
ticci] 7°)  Le  foglie;  8°)  Le  gemme;  9°)  I  fiori;  10°)  Vuva. 

1.°  Le  radici  della  vite  ottenuta  da  seme  o  da  gemma  isolata,  sono 
a  fìttone,  legnose,  con  molte  diramazioni  laterali,  munite  di  numerose 
radichette  cioè  di  ampio  cappellamento  ;  le  radichette  sono  distese  e 
senza  nodosità  né  nervature;  se  si  riscontrano  queste  ciò  vuol  dire  che 


BOTANICA  DELLA  VITE  87 


la  radice  è  fìllosserata  o  invasa  da  rizomorfe  (1),  oppure,  in  rari  casi, 
dall'anguillaia  radicicola  (2).  Le  radichette  della  vite  presentano  una  cu- 
ticola delicatissima,  che  serve,  nella  parte  tenera  ed  ancora  biancastra, 
all'assorbimento  delle  sostanze  alimentari,  mentre  la  porzione  già  fat- 
tasi bruna  e  ricoperta  da  corteccia  tuberosa,  più  non  giova  a  tal 
uopo;  l'assorbimento  ha  luogo  per  endosmosi  (3)  a  traverso  le  delicate 
membrane  delle  cellule  delle  radichette.  Gli  è  a  queste  estremità  che 
stanno  le  spongiole  o  spongille,  che  costituiscono  il  punto  vegetativo 
della  radice,  cioè  la  parte  in  via  di  formazione  del  cappellamento; 
quando  la  vite  soffre  la  siccità  una  parte  di  questo  cappellamento 
quasi  si  dissecca,  precisamente  nel  punto  vegetativo,  mentre  ciò  non 
accade  nei  terreni  freschi,  ove  anzi  la  vegetazione  continua  anche 
durante  i  grandi  calori;  si  è  appunto  allora  che  gli  acini  ingrossano 
mercè  la  maggior  copia  di  umore  assorbito  dal  suolo,  d'onde  l'utilità 
del  tener  fresco  il  terreno  del  vigneto  colle  zappature  agostane. 

Le  radichette  della  vite  presentano  generalmente  pochi  peli  radi- 
cali; questo  almeno  abbiamo  potuto  constatare  nelle  radici  di  barbera, 
croetto,  fresia  e  Celerina  o  slarina  :  simili  peli  altro  non  sono  che  allun- 
gamenti tubulari  delle  cellule  esterne  delle  radichette  stesse,  e  servono 
a  moltiplicare  il  numero  dei  punti  di  contatto  della  radice  col  terreno. 

Abbiamo  detto  che  la  radice  della  vite  ottenuta  da  seme  è  a  fittone; 
però  tutti  sanno  che  la  vite  si  suole  moltiplicare  per  talee,  e  raris- 
sime volte  mercè  il  seme:  quando  si  adoperano  le  talee  la  radice 
della  vite  presenta  l'aspetto  delle  fig.  1  e  4,  ove  vedesi  che  da  ogni  nodo 
parte  un  gruppo  di  radici  e  di  radichette  in  direzione  orizzontale  o 
ad  angolo  (fig.  2)  a  seconda  delle  condizioni  di  siccità  del  terreno  e 
di  profondità  del  piantamento,  (4)  inquantochè  nei  piantamenti  troppo 
profondi  ed  in  terreni  tenaci  l'ultima  corona  di  radici  anziché  essere 
orizzontale  si  rivolge  all'insù.  Quando  infine  si  piantano  i  soli  occhi 
delle  talee,  cioè  le  sole  gemme  con  un  po'  di  legno,  si  ha  il  sistema 
radicale  indicato  dalla  fig.  3;  ove  in  a  è  indicata  la  gemma,  ed  in 
b  a  b  tre  gruppi  di  radici. 

Nella  radice  della  vite  distinguonsi  varie  parti,  cioè  il   colletto  o 


(1)  V.  Malattie  della  vite. 

(2)  Queste  anguillule  furono  scoperte  dai  Dr.  Bellati  e  Saccardo  nei  vigneti  di 
Alano  di  Piave:  ne  riparleremo  a  lungo  studiando  i  parassiti  delle  viti. 

(3    Al  §  5  (Fisiologia  della  vite)  spiegheremo  i  fenomeni  di  osmosi,  o  diffusione, 
che  avvengono  a  traverso  le  membrane  delle  radici. 
(4)  Vedi  il  paragrafo  Piantamento  delle  viti. 


88 


CAPITOLO  IV 


nodo  vitale  {a  fìg.  4);  esso  non  è  bene  spiegato  come  nelle  piante  er- 
bacee vivaci,  tuttavia  si  può  definirlo  la  parte  superiore  a  fior  di 
terra  S  S,  mediante  la  quale  la  radice  si  unisce  al  caule  o  ceppo; 
la  radice  madre  e  da  cui  partono  le  radici  laterali  g  :  le  radici 
aeree  o  superficiali  b  presso  la  superfìcie  del  suolo,  analoghe  a  quelle 
avventizie  che  producono  il  granturco,  Y  avena  ed  altre  piante  col- 
tivate; queste  radici  se  sono  utili  ad  alcune  piante  perchè  assorbono 
umidità  dall'  aria,  non  lo  sono  alla  vite,  essendo  troppo  facilmente 
esposte  al  gelo  od  al  calore  estivo,  a  seconda  dei  climi,  mentre  d'altra 
parte  impediscono  in  certo  qual  modo  lo    sviluppo  delle  radici  infe- 


Fig.   1. 

riori;  per  questo  si  consiglia  generalmente  di  reciderle:  l'estremità  d 
della  radice  madre,  da  cui  partono  le  radici  inferiori  e  e  ora  diri- 
gendosi all'ingiù  a  guisa  di  fìttone,  ora  prendendo  la  direzione  oriz- 
zontale spingendosi  talvolta  a  molti  metri  di  distanza,  massi- 
mamente se  la  vite  è  educata  alta  (1);  infine  le  radici  capillari 
ffj  o   radichete,  le   cui  estremità  offrono    le  spongille;  mercè    le 


(1)  È  questa  la  conseguenza  dell'armonia  che  regna  fra  i  tralci  e  le  radici, 
del  che  diremo  in  disteso  a  suo  luogo.  Qui  soggiungeremo  soltanto  che  quando 
il  terreno  è  bene  smosso  (scanso  reale)  le  radici  —  anche  delle  viti  nane  —  rag- 
giungono lunghezze  non  indifferenti. 


BOTANICA  DELLA  VITE 


parti  giovani  delle  radichette,  come  già  dicevamo,  l'alimento  viene 
assorbito  e  penetra  nella  radice;  le  spugnole,  cioè  le  spongille 
delle  radichette,  essendo  protette  da  una  guaina  composta  di  cel- 
lule morte  del  tessuto  cellulare  della  radice,  non  possono  assor- 
bire alimenti  (1);  questo  cappuccio,  di  colore  giallognolo,  detto 
pileoriza,  protegge  la  punta  vivente  della  radice,  mentre  essa  va 
sempre  più  penetrando    nel  suolo.  L'  assorbimento  avviene    adunque 


per  mezzo  delle  radichette  giovani  e  dei  peli,  e  l'accrescimento  per  mezzo 
delle  spongiole;  questo  ci  spiega  come  lo  spargere  il  concime  presso  il 
ceppo  delle  viti  sia  quasi  sempre  inefficace  e  giovi  invece  assai  meglio 
sotterrarlo  fra  i  filari,  ad  una  certa  distanza  dai  tronchi,  vale  a  dire 


(1)  Questo  hanno  dimostrato  le  belle  esperienze  di  Ohlerts. 


90 


CAPITOLO  IV 


in  quella  porzione    del  terreno    ove  si  trovano  in  maggior    copia  le 
radichette  a'ssorbitrici. 

Diremo  poi,  parlando  della  anatomia  della  vite,  come  fra  le  ra- 
dichette e  le  foglie  siavi  grande  analogia,  e  ne  trarremo  utili  con- 
seguenze per  la  viticoltura. 


Fig.  4. 


2.°  Il  ceppo  o  fusto  della  vite  può  essere  più  o  meno  lungo  a 
seconda  del  modo  con  cui  la  pianta  è  allevata;  e  così  abbiamo  molte 
gradazioni  a  partire  dalla  vite  bassa  senza  sostegni  alla  vite  maritata 
agli  alberi  ed  ai  pergolati;  nelle  viti  basse  si  suol  chiamarlo  ceppo, 
ceppaja,  ed  impropriamente  anche  ceppata;  in  quelle  alte  tronco: 
in  ogni  caso  è  legnoso,  come  ognuno  sa,  sarmentoso,  ricoperto  da 
corteccia  di  vario  spessore;  generalmente  più  unita  e  più  compatta 
nelle    viti  americane    che  nelle    europee.  —    La  corteccia    presenta 


BOTANICA  DELLA  VITE  91 

• 
screpolature  dirette  nel  senso  delle  fibre  longitudinali,  più  o  meno 
numerose  e  più  o  meno  ampie;  essa  aderisce  con  maggiore  o  minore 
intensità  al  legno,  ma  in  generale  è  poco  aderente.  Nei  ceppi  annosi 
si  osserva  infatti  che  gli  strati  corticali  esterni  si  distaccano  dal 
fusto,  ma  non  sempre  cadono;  questa  corteccia  rugosa  e  morta,  è 
assolutamente  estranea  alle  funzioni  vitali  della  vite,  e  costituisce 
un  vero  strato  suberoso  che  si  può  togliere,  come  il  sughero,  anzi 
è  utile  di  togliere,  come  dimostreremo  parlando  dello  scortecciamento 
delle  viti;  sotto  a  questa  corteccia  esterna  morta,  si  trova  una  cor- 
teccia più  giovine  e  viva,  di  color  grigio  rossigno  (come  i  giovani  tralci) 
e  che  presenta  delle  striscie  per  il  lungo;  queste  striscie  sono  i  fascii 
fibrosi  del  libro,  che  è  la  prima  parte  interna  della  corteccia  (1), 
e  possono  separarsi  in  lunghi  fili. 

3.°  /  rami  ed  i  succhioni.  I  rami,  o  più  propriamente  tralci,  o 
sarmenti,  sono  getti  legnosi  aventi  almeno  un  anno  di  età,  a  scorza 
più  o  meno  bruna  e  più  o  meno  densa  secondo  la  loro  età;  quelli  che 
hanno  un  solo  anno  sono  i  veri  sarmenti,  e  portano  bottoni  dai  quali 
partono  i  getti  uviferi  o  germogli,  mentre  quelli  che  contano  due 
o  più  anni  di  età  generalmente  non  portano  cacchii  uviferi.  A  questa 
regola  si  danno,  per  quello  che  ci  fu  dato  di  constatare,  due  sole 
eccezioni:  1.°  talvolta  portano  qualche  raro  grappolo  quei  polloni  che 
nascono  sul  ceppo  della  vite,  specialmente  nei  nostri  paesi  meridio- 
nali, od  in  qualche  vite  a  pergolato;  2.°  talvolta  vedonsi  grappolini 
sui  getti  estivi  (o  femminelle)  che  spuntano  all'ascella  delle  foglie  dei 
getti  primaverili;  ma  in  rari  casi  si  è  potuto  trarre  serio  partito  da 
queste  fruttificazioni  anormali. 

I  rami  della  vite  hanno  vario  colore,  come  il  cinereo,  il  nocciola, 
il  castagno,  l'avana,  il  cannella  più  o  meno  biancastri,  e  talvolta 
sono  rossicci;  il  colore  non  sempre  è  uniforme,  e  talora  si  fa  più 
scuro  o  più  carico  ai  nodi:  —  quasi  sempre  i  sarmenti  sono  striati, 
cioè  leggermente  solcati  longitudinalmente  da  strie  più  o  meno  fìtte; 
talvolta  però  sono  rigati  e  punteggiati.  La  loro  durezza  è  variabile, 
come  è  pure  variabile  il  midollo,  che  è  più  o  meno  abbondante  a 
seconda  dei  vitigni;  la  loro  aderenza  al  legno  vecchio  differisce  pure 
da  varietà  a  varietà. 


(1)  Per  dare  un'idea  delle  fibre  del  libro  a  chi  non  conosce  gli  elementi  della 
botanica,  diremo  che  sono  appunto  fibre  liberiane  quelle  del  lino  e  della  canapa 
adoperate  per  i  tessuti  ecc. 


92  CAPITOLO  IV 


I  tralci  della  vite  sono  nodosi,  cioè  divisi  in  internodii  o  meritala 
di  lunghezza  variabile  non  solo  secondo  i  vitigni  ma  anche  secondo 
il  metodo  di  potatura,  come  abbiamo  constatato  con  molte  esperienze 
di  cui  diremo  a  suo  luogo.  I  nodi  che  separano  i  meritala"  sono  più 
o  meno  rilevati  e  più  o  meno  coloriti,  talvolta  non  colorati  diversa- 
mente dal  sarmento,  tal'altra  come  di  color  ruggine. 

I succhioni  —  che  taluno  chiama  anche  polloni  —  sono  getti  sterili, 
cioè  non  uviferi,  i  quali  nascono  direttamente  sul  ceppo  della  vite;  nella 
loro  struttura  esterna  non  differiscono  dai  getti  uviferi,  solo  che  sono 
quasi  sempre  sprovvisti  di  grappoli,  come  dicevamo  or'  ora;  costi- 
tuiscono quindi  veri  getti  parassiti,  che  vivono  a  danno  dei  germogli 
superiori,  i  quali  o  hanno  uva  o  sono  destinati,  dal  potatore,  a  dare 
tralci  frutticosi  per  l'anno  che  segue;  è  per  questo  che,  salvo  casi 
speciali  che  studieremo  parlando  della  scacchiatura,  si  sogliono  sop- 
primere. 

4.°  J  germogli,  pampini  o  cacchii  sono  getti  erbacei  a  pri- 
mavera ed  estate,  legnosi  in  autunno,  che  spuntano  generalmente 
sui  sarmenti  di  un  anno:  —  appena  sbucciate  le  gemme  a  primavera, 
cioè  quando  i  germogli  sono  giovanissimi,  appaiono  più  o  meno  to- 
mentosi o  cotonosi,  cioè  coperti  di  peluria  o  lanuggine;  di  colore 
verde  più  o  meno  carico,  alle  volte  biancastri  come  nel  nebiolo  e 
nel  tokai,  talora  unicolori,  tal'altra  leggermente  rosei  in  punta:  cre- 
scendo abbastanza  rapidamente  nel  loro  sviluppo,  possono  raggiun- 
gere una  lunghezza  di  parecchi  decimetri,  più  o  meno  a  seconda  del 
vigore  della  vite  e  della  fertilità  del  suolo;  portano  le  foglie,  i  viticci 
ed  i  grappoli;  questi  in  numero  variabile  da  uno  a  tre  (1),  ma  possono 
altresì  esserne  sprovvisti.  I  germogli  portano  pure  gemme  nascenti, 
che  in  autunno  sono  poi  veri  bottoni  frutticosi  per  l'anno  successivo, 
ed  infine,  accanto  a  queste  gemme,  portano  eziandio  dei  getti  secon- 
darli o  femminelle,  di  cui  diremo  in  seguito.  In  alcuni  casi  questi 
getti  secondarli  portano  grappolini,  detti  secondi  grappoli,  dei  quali 
pure  ci  occuperemo  fra  non  molto.  Nella  fig.  5  vedesi  un  tralcio 
d'un  anno  d  dal  quale  sono  spuntati  tre  germogli  uviferi  b  b  e,  i 
due  superiori  dalla  stessa  gemma:  questo  caso  è  raro,  ma  noi  abbiamo 
potuto  riscontrarlo  con  una  frequenza  relativa  in  alcuni  nostri  fi- 
lari di  fresia  molto  robusti;    in  allora    però    uno    dei  due    getti    è 


(1)  Fanno  solo  eccezione  le  viti  americane  Labrusca,  che  ne  possono  portare  da 
tre  a  cinque,  rare  volte  sei,  secondo  il  Dr.  G.  Engelmann. 


BOTANICA  DELLA  VITE 


93 


sempre  meno  vigoroso  del  primo  spuntato,  ma  entrambi  portano  uva 


Fig.  5. 


generalmente    due  grappoli  nel    cacchio  principale    ed  uno  in  quello 
secondario,    e  nelle    annate  umide    un  solo    grappolo    per  caduno  e 


94  CAPITOLO  IV 


molti  viticci  v  come  nel  precedente  disegno,  che  abbiamo  tolto  dal 
vero  nella  decorsa  primavera.  (La  porzione  superiore  del  tralcio  d'un 
anno  d  non  è  disegnata  per  maggior  chiarezza). 

5.°  Le  femminelle  o  nepoti  sono  getti  erbacei,  chiamati  anche 
rimessiticci,  che  spuntano  sul  finire  della  primavera  sui  germogli  di 
cui  dicemmo  or  ora;  la  loro  struttura  esterna  non  differisce  da  quella 
dei  germogli  ed  essi  pure  portano  foglie,  viticci,  e  qualche  volta  se- 
condi grappoli;  le  gemme  che  stanno  all'ascella  delle  loro  foglie  (punto 
d'inserzione)  spesso  sbucciano  ed  allora  le  femminelle  portano  delle 
sotto- femminelle,  cioè  dei  getti  erbacei  di  varia  lunghezza,  i  quali 
rappresentano  le  ultime  ramificazioni  del  germoglio  uscito  a  prima- 
vera dal  bottone  frutticoso  posto  sul  sarmento  legnoso.  —  Il  numero 
delle  femminelle,  o  nepoti  dei  Toscani,  è  maggiore  quando  si  praticano 
precocemente  le  cimature  dei  germogli  uviferi;  e  così  pure  cimando  le 
femminelle,  si  ottengono  più  numerose  le  sotto-femminelle.  A  suo  luogo 
diremo  della  importanza  di  questi  organi  della  vite,  nel  processo  della 
fruttificazione. 

6.°  I  viticci  o  cirri  o  capreoli  (fig.  6)  che  taluno  chiama  anche 
forchette,  sono  appendici  filamentose  prima  erbacee,  indi  legnose  in 
autunno  od  anche  in  estate  se  non  si  avviticchiano  a  qualche  og- 
getto (1),  provenienti  dall'allungamento  dei  peduncoli  florali,  vale  a 
dire  che  sono  grappoli  abortiti;  infatti  occupano  la  posizione  stessa 
dei  grappoli,  cioè  sono  sempre  opposti  alle  foglie  come  i  grappoli 
stessi:  d'altra  parte  non  è  raro  trovare  viticci  i  quali  portano  ancora 
alle  loro  estremità  uno  o  più  acini  d'uva  (fig.  7  d  d,  fig.  8  e  d)\ 
queste  figure  rappresentano  esattamente  viticci  da  noi  trovati  nei 
nostri  vigneti  nel  Monferrato  (2)  e  dimostrano  in  modo  chiaro  l'o- 
rigine di  consimili  appendici  della  vite;  gli  esemplari  simili  a  quelli 
qui  disegnati  sono  tanto  più  numerosi  quanto  più  la  primavera  tra- 
scorre umida,  d'onde  la  illazione  che  Tumido  soverchio  fa  abortire  i 
grappoli,  il  che  è  noto  a  tutti  i  viticultori  (3).    Abbiamo  anche  os- 


(1)  Questa  regola  però  non  è  costante:  abbiamo  talvolta  osservato  viticci  inat- 
tivi che  si  sono  serbati  verdi  sino  all'  agosto  inoltrato.  Abbiamo  pure  osservato 
che  il  viticcio  prossimo  ad  uno  che  si  è  avviticchiato,  quasi  sempre  si  essica 
prontamente. 

(2)  Osservazioni  fatte  sui  vitigni  Barbera,  Lambrusco  o  Croetto  e  Fresia.  Ciò 
si  verifica  d'altronde  su  tutti  i  vitigni. 

(3)  I  viticultori  tedeschi  dicono  allora  «  Die  Trauben  vergabeln  sich  »  perchè 
essi  chiamano  anche  Gabeln  i  viticci. 


BOTANICA  DELLA  VITE 


95 


Fiff.  6. 


9(3 


CAPITOLO  IV 


servato,  a  questo  proposito,  che  allorquando  la  primavera  è  molto 
umida  sin  dal  suo  principio,  si  hanno  molti  viticci  sui  germogli  uvi- 
feri, mentre  invece  se  la  primavera  è  umidiccia  sul  tardi,  cioè 
quasi  in  principio  dell'  estate,  i  viticci  abbondano  sulle  femmi- 
nelle. L'umido  soverchio  è  quindi  una  fra  le  cause  principali  che 
provocano  la  formazione  dei  capreoli,  il  che  è  naturale  se  si  riflette 
che  l'umido  favorisce  l'allungamento  delle  parti  verdi  della  vite,  cioè 
la  sua  produzione  erbacea. 


In  primavere  molto  asciutte  e  calde  abbiamo  osservato  la  quasi 
assoluta  mancanza  dei  viticci  nei  germogli  uviferi,  e  cosi  in  alcuni 
germogli  di  fresia  abbiamo  potuto  contare  10  internodii,  altrettante 
gemme  e  due  grappoli,  senza  neppure  un  capreolo;  i  viticci  si  mo- 
stravano soltanto  sulle  femminelle,  e  non  sui  pampini  uviferi.  Note- 
remo però  che  i  primi  nodi,  quelli  cioè  prossimi  all'  inserzione  del 
pampino  sul  tralcio,  ne  sono  sempre  sprovvisti. 

La  disposizione  dei  viticci  in  tutte  le  viti  europee  ed  americane, 
fatta  eccezione  per  le  Labrusca,  selvatiche  o  coltivate,  è  quella  indi- 
cata dalla  fìg.  6:  un  viticcio  1  a  sinistra,  poi  al  nodo  successivo 
altro  viticcio  2  a  destra,  indi  un  terzo  nodo  3  senza  viticcio:  poscia 
altri  due   nodi  con  viticci,    4  e  5,  cui    segue  altro  nodo  sprovvisto, 


BOTANICA  DELLA  VITE 


97 


6,  indi  ancora  due  viticci  7  e  8,  ed  altro  nodo  9  senza  cirro;  e  poi 
da  capo  un  viticcio  10  e  così  di  seguito.  Allorquando  vi  ha  un  nodo 
senza  viticcio,  il  primo  viticcio  che  segue  è  sempre  dallo  stesso  lato 
dell'ultimo  viticcio  che  precede  il  nodo  stesso  :  e  così  il  viticcio  4  è 
dallo  stesso  lato  del  viticcio  2,  cioè  a  destra,  mentre  il  viticcio  7  è 
a  sinistra  come  il  5,  e  via  di  seguito. 

Tutti  i  viticci,  come  già  dicemmo,  -sono  opposti  ad  una  foglia,  cioè 
sono  opposi  tifo  Ut;  le  eccezioni  sono  rarissime.  Accade  lo  stesso  dei 
grappoli. 


Fig.  8. 

I  viticci  nei  germogli  uviferi  generalmente  incominciano  dopo  il 
nodo  che  segue  l'ultimo  grappolo,  il  qual  nodo  quindi  ne. è  sempre 
sprovvisto:  nelle  femminelle  incominciano  dopo  la  seconda  o  terza 
foglia;  in  qualche  varietà  dopo  la  prima.  Le  eccezioni  sono  anche  a 
questo  riguardo  assai  rare  (1),  come  sono  rare  le  eccezioni  alla  di- 
sposizione indicata  dalla  fig.  6:  pure  qualche  volta  abbiamo  osservato 
tre  nodi  ed  anche  quattro  consecutivi  provvisti  di  cirri.  Ma  queste 
eccezioni  non  infirmano  per  nulla  la  legge  generale  della  intermit- 
tenza dei  viticci.  Dicemmo  però  che  essi  sono  continui  nella  vite  ta- 


(1)  Nel  luglio  di  quest'anno  abbiamo  riscontrato  un  curioso  caso  di  mancanza 
assoluta  di  viticci  in  un  germoglio  frutticoso  di  fresia:  esso  contava  10  internodi 
tunghi  6  centim.  con  due  grappoli  e  neppure  un  viticcio:  questi  si  trovavano  sol- 
tanto sulle  femminelle. 

0.  OxTAvr,   Trattato  di  Viticoltura,  8 


CAPITOLO  IV 


brusca  e  sue  varietà;  infatti  ad  ogni  foglia  in  questa  specie  si  trova, 
dal  lato  opposto,  o  un  cirro  o  una  infiorescenza  (grappolo). 

In  ogni  viticcio  si  distinguono  generalmente  quattro  parti;  il  pe- 
duncolo a  (fig.  7),  la  ramificazione  maggiore  d,  la  scaglia  b  alla  sua 
base,  e  la  ramificazione  minore  e. 

Queste  ramificazioni  si  possono  anche  osservare  sui  viticci  giova- 
nissimi, cioè  aventi  una  lunghezza  totale  di  pochi  millimetri:  crescendo 
esse  variano  però  di  numero,  e  possono  raggiungere  il  numero  di 
sette  od  otto,  come  si  vede  nella  fig.  6  al  viticcio  N.  1:  in  essa  può 
anche  osservarsi  che  la  ramificazione  più  lunga  spesso  si  biforca  in 
due  filamenti  di  diversa  lunghezza;  il  maggiore  talvolta  si  biforca  a 
sua  volta,  massimamente  nelle  annate  molto  umide.  Pare  che  anche 
la  varietà  del  vitigno  influisca  sul  numero  delle  diramazioni  dei  vi- 
ticci, onde  in  alcune  Ampelografie  leggesi  di  vitigni  a  viticci  bifidi 
(2  diramazioni)  o  trifidi  (3  diramazioni)  e  via  dicendo. 

È  noto  che  se  condo  alcuni  agronomi  e  botanici,  sarebbe  possibile 
mutare  in  grappolo  una  fra  le  ramificazioni  del  viticcio.  Gasparin 
dice  (1)  che  «  si  riesce  spesso  a  convertire  il  viticcio  in  grappolo, 
amputando  una  delle  due  diramazioni  del  viticcio,  quella  che  non  porta 
alla  sua  estremità  una  piccola  prominenza  (asperità)  »:  ma  qui  non  si 
capisce  di  quale  prominenza  intenda  parlare  l'eminente  agronomo  fran- 
cese. Ultimamente  i  signori  Barbant,  Loborier  e  Laporta  consigliarono 
di  mozzare  per  tempo  la  diramazione  del  viticcio  che  porta  la  scaglia 
alla  base,  cioè  la  più  lunga  ossia  quella  che  or' ora  vedremo  chiamarsi 
viticcio  di  grappolo:  essi  asseriscono  che  facendo  quella  amputazione 
poco  dopo  che  il  viticcio  è  comparso,  si  riesce  di  certo  a  mutare 
l'altra  diramazione  in  un  grappolo.  Diremo  tuttavia  che  bisogna  ac- 
cettare tutto  ciò  con  molta  riserva,  poiché  le  prove  fatte  da  altri 
hanno  dato  sempre  risultati  negativi. 

Le  spire  dei  viticci  vanno  da  destra  a  sinistra,  oppure  da  sinistra 
a  destra  senza  una  legge  fissa;  questo  è  quanto  abbiamo  potuto  os- 
servare su  numerosissimi  vitigni  italiani.  Invece,  secondo  Bdbo  (2), 
tutti  i  viticci  avrebbero  le  loro  spire  dirette  verso  sinistra.  Lo  stesso 
autore  soggiunge  che  i  cirri  possono  attorcigliarsi  soltanto  attorno 
ad  oggetti  aventi  una  grossezza  doppia  della  loro,  mentre  chiunque 


(1)  Cours  d'agriculture  —   Tome  IV:  Paris  1848  pag.  625. 

(2)  Handbuch  des   Weinbaues  und  der  Kellerwirthschaft  —  (Berlin,  1881)  — 
(Erster  Band:  Weinbau,  s.  91  :  alle  Ranken  voinden  sich  nach  links). 


BOTANICA  DELLA  VITE  99 

può  osservare  che  essi  si  avviticchiano  anche  a  paletti  aventi  un  dia- 
metro assai  maggiore  di  quello  che  essi  misurano.  Infine  diremo  che  non 
di  rado  i  viticci  si  avvolgono  a  spirale  su  sé  stessi  o  attorno  al  pe- 
duncolo del  grappolo,  e  qualche  volta  anche  attorno  alle  foglie. 

Mohl  e  Butrochet  hanno  osservato  che  i  viticci,  dopo  alcuni  giri,  si 
piegano  dalla  luce  verso  l'oscuro:  Mohl  asserisce  inoltre  che  nelle  viti, 
le  quali  stanno  a  spalliera  contro  un  muro,  i  viticci  si  dirigono  verso 
questo,  e  che  nei  vigneti  in  pien  campo  generalmente  prendono  una 
direzione  verso  nord.  Tutti  poi  avranno  osservato  che  le  varie  rami- 
ficazioni dello  stesso  cirro  hanno  movimenti  indipendenti.  Darwin  (1) 
ha  eziandio  potuto  osservare  il  sub- peduncolo  b  (fig.  7)  d'un  grap- 
polo e  piegato  intorno  ad  un  bastone  ed  anche  in  parte  intorno  ad 
una  foglia  con  cui  era  venuto  in  contatto,  per  cui  non  v'ha  dubbio 
che  esso  ha  la  stessa  natura  del  ramo  corrispondente  d'  un  viticcio 
ordinario,  quando  questo  non  porta  che  alcuni  fiori,  giacché  in  tale 
caso,  come  giustamente  osserva  il  celebre  naturalista,  diviene  meno 
ramificato,  aumenta  in  lunghezza  e  guadagna  tanto  in  sensibilità 
quanto  in  facoltà  di  movimento  spontaneo  (2).  Il  viticcio  d  che  ha 
un  peduncolo  a  comune  con  un  grappolo  e  (fig.  7,  a  sinistra)  chia- 
mato viticcio  di  grappolo  oppure  viticcio  di  fiore,  ed  ha  sempre 
una  scaglia  alla  sua  base  b  analogamente  alla  ramificazione  più  lunga 
e  biforcuta  del  viticcio  comune,  o  semplice  organo  di  prensione  (fig.  6). 
Questi  viticci  di  grappolo  non  sono  sempre  sterili,  come  taluno  ha 
asserito;  talvolta  portano  essi  pure  fiori  che  danno  uva,  per  cui  si  ha 
un  doppio  grappolo,  o  grappolo  gemino;  ne  abbiamo  noi  stessi  un 
esempio  in  un  nostro  pergolato  di  moscatello  nero  ove  quasi  tutti 
i  viticci  di  grappolo  sono  veri  secondi  grappoli  con  uva  che  giunge 
a  perfetta  maturazione;  il  caso  è  abbastanza  frequente  anche  nelle 
graperies  o  serre  da  uva  d'Inghilterra,  ove  il  doppio  grappolo  è  detto 


(1)7  movimenti  'e  le  abitudini  delle  piante  rampicanti  (Traduz.  italiana  di  Ca- 
nestrini e  Saccardo:  Unione  Tipografica-Editrice,  Torino  1878),  pag.  85-86. 

(2)  Secondo  le  osservazioni  di  Darwin  (loc.  cit.  pag.  101)  la  vite  sarebbe  fra 
tutte  le  piante  rampicanti  quella  che  gira  più  debolmente,  «  presentando  essa 
evidentemente  soltanto  una  traccia  di  una  facoltà  primitiva.  »  Il  celebre  natu- 
ralista inglese,  autore  della  teoria  della  selezione  naturale  (selectio  naturalis) , 
vuol  alludere  con  queste  parole  alle  modificazioni  che  i  metodi  di  viticoltura  hanno 
indotto  nella  vite,  cioè  nella  sua  costituzione  morfologica  esterna  ed  interna.  Lo 
studio  dei  viticci  ci  prova  che  la  vite  è  in  un  periodo  di  transizione.  (V.  anche 
la  nota  nella  pagina  che  segue). 


100  CAPITOLO  IV 


cluster,  cioè  gruppo  (1).  Quando,  come  accade  quasi  sempre,  il  vi- 
ticcio di  grappolo  non  porta  bottoni  fiorali,  esso  si  essica  nell'estate 
(luglio)  ond'è  che  tutti  possono  poi  osservare,  sul  peduncolo  dei  grap- 
poli, una  cicatrice  la  quale  rappresenta  il  punto  di  dove  partiva  il( 
detto  capreolo. 

I  viticci  della  vite  sono  di  natura  cessile,  cioè  provengono  dall'asse 
della  pianta,  e  più  precisamente  da  gemme  terminali  dei  tralci  in  istato 
di  sviluppo  normale,  e  non  dalla  modificazione  di  foglie,  come  nei  piselli, 
nelle  veccie,  ecc.  in  cui  i  cirri  sono  invece  di  natura  appendicolare; 
questo  può  osservarsi  chiaramente  nella  fig.  6  (pag.  95)  nella  parte 
superiore  di  essa;  l'internodio  6-7  presentava  dapprima  alla  sua 
estremità  due  gemme,  una  terminale  l'altra  ascellare,  cioè  posta  al- 
l' ascella  dell'  ultima  foglia;  la  prima  diede  un  viticcio  (negli  inter- 
nodii  inferiori  al  viticcio  num.  1,  aveva  dato  un  grappolo),  mentre  la 
seconda  produsse  un  nuovo  ramo  7-8,  che  spostando  a  sinistra  il 
viticcio  si  collocò  nella  stessa  direzione  dell'internodio  6-7.  Accadde 
lo  stesso  al  punto  segnato  col  numero  8,  ove  trovavansi  pure  una 
gemma  terminale,  che  diede  il  viticcio  8,  ed  altra  ascellare  che  diede 
l'internodio  8-9  in  continuazione  dei  precedenti,  avendo  spostato  il 
viticcio  8  a  destra.  La  gemma  ascellare  dà  adunque  un  asse  più 
forte  della  gemma  terminale,  onde  l'asse  di  questa  (viticcio  o  grap- 
polo) viene  spostato  da  quello  e  rimane  ai  lati  del  tralcio  in  svi- 
luppo. Ma  al  punto  segnato  col  numero  9  non  si  ha  che  la  gemma 
ascellare,  quindi  manca  il  capreolo,  che  riappare  poi  al  numero  10 
e  così  di  seguito,  cioè  si  hanno  sempre  due  internodii  che  si  bi- 
forcano (2)   ed   uno   no   (3).   Ales.   Braun,  De    Candolle,   A.   De 


(1)  Darwin  (loc.  cit.  pag.  87)  considerando  che  nelle  viti  si  trovano,  come  si  è 
detto,  viticci  semplici  e  viticci  con  fiori,  accenna  a  che  il  genere  Cissus  (pure 
della  famiglia  delle  Yitaceae)  non  offre  gradazioni,  e  presenta  soltanto  viticci  bene 
sviluppati  e  gruppi  di  fiori.  Indi  conclude  con  la  seguente  acuta  osservazione:  «  Se 
il  genere  Yitis  fosse  stato  sconosciuto,  il  più  ardito  partigiano  della  modifica- 
zione delle  specie  non  avrebbe  mai  supposto  che  lo  stesso  individuo,  allo  stesso 
periodo  di  sviluppo,  avesse  offerto  ogni  possibile  gradazione  fra  i  gambi  fiorali  or- 
dinari per  il  sostegno  dei  fiori  e  delle  frutta,  ed  i  viticci  adoperati  esclusivamente 
per  arrampicarsi.  Ma  la  vite  ci  dà  chiaramente  un  tale  esempio;  ed  essa  mi  pare 
una  prova  di  transizione  sorprendente  e  curiosa  quanto  si  può  immaginare.  »  Si 
vegga  anche  la  nota  (2)  nella  pagina  che  precede. 

(2)  Questo  sistema  di  ramificazione  è  detto  dai  botanici  sirnpodiale,  cioè  con 
bipartizione  dell'apice  o  estremità  del  fusto. 

(3)  In  questo  caso  invece  la  ramificazione  è  monopodiale,  cioè  senza  biparti- 
zione dell'apice  del  ramo.  La  vite  adunque  presenta  un  sistema  di  ramificazione 
misto. 


BOTANICA  DELLA  VITE  101 

Jussieu,  C.  Darwin  ed  altri  insigni  botanici  sono  di  questo  av- 
viso: invece  W.  Velieri  e  0.  Penzig  sostengono  che  i  viticci  sono 
veri  germogli  laterali  che  nascono  sui  lati  del  fusto,  opposti  alle 
foglie,  incominciando  con  piccole  protuberanze,  e  non  ammettono 
quindi  che  essi  rappresentino  l'apice  di  un  internodio.  Ma  dopo  che 
Eichler  ha  dimostrato  (1881-1882)  che  un  cirro  rinforzandosi  può 
ricuperare  il  posto  che  veramente  gli  spetta,  cosicché  il  tralcio  può 
essere  terminato  in  modo  definitivo  da  un  viticcio  (1)  la  quistione 
ci  pare  risolta  in  modo  definitivo. 

Ci  rimane  a  dire  dell'ufficio  dei  viticci;  della  loro  costituzione  e 
del  perchè  si  avvolgano  a  spirale  diremo  più  innanzi  studiando  l'ana- 
tomia della  vite.  È  evidente  che  l'ufficio  dei  viticci  ordinarii  è  quello 
di  innalzare  i  rami  fronzuti  della  vite,  per  cui  una  maggior  quan- 
tità di  foglie  e  gli  stessi  tralci  possano  godere  della  benefica  in- 
fluenza dell'aria,  nonché  del  calore  e  della  luce  solare;  è  ovvio  poi 
il  comprendere  che,  nello  stesso  tempo,  il  viticcio  tiene  salda  la  vite, 
come  pure  i  tralci,  ai  sostegni,  mentre  il  viticcio  di  grappolo  aiuta 
il  grappolo  stesso.  Parlando  a  suo  luogo  della  importanza  dei  viticci 
dal  lato  viticolo  pratico,  vedremo  se  convenga  o  non  di  sopprimerli, 
come  si  usa  in  alcune  provincie  italiane  (2). 

7.°  Le  foglie  della  vite  si  compongono  di  tre  parti  essenziali, 
cioè  il  picciuolo  o  peziolo  o  gambo;  —  il  lembo  o  lamina,  vale 
a  dire  la  parte  piana  e  dilatata;  —  le  nervature  o  costole  colle  vene 
e  le  venicelle:  debbonsi  considerare  inoltre  i  peli  e  le  stipole. 

Il  picciuolo  (p  fig.  9  e  10)  ha  una  lunghezza  ed  uno  spessore 
varii  secondo  le  varie  specie  e  varietà  di  vizzati;  generalmente  è 
rotondo,  talvolta  depresso  nella  parte  superiore,  ossia  terete,  e  porta 
peli  più  o  meno  numerosi,  se  pure,  come  accade  in  molte  varietà, 
non  ne  è  affatto  sprovvisto;  il  suo  colore  è  talora  verde,  tal'altra 
rossiccio,  più  o  meno  striato,  più  o  meno  pallido   verso   l'estremità. 

Il  lembo  della  foglia  di  vite  è  più  o  meno  ampio  secondo  le  diverse 
varietà;  ha  un  colore  verde  intenso  o  chiaro  durante  la  vegetazione, 
ed  assume  una  tinta  giallo-chiara  con  macchie  rossastre  od  abbron- 
zate in  autunno;  alcune  varietà  hanno  le  foglie  rosse  sul  finire 
dell'agosto,  altre  col  contorno  tinto  di  amaranto  in  estate.  Il  lembo 


(1)  0.    Comes  —  Botanica  {La  scienza  e  la  pratica   dell'  agricoltura,   voi.  II, 
pag.  67). 

(2)  Veggasi  «  Soppressione  dei  viticci  »  ove  si  parla  della  potatura  verde. 


102  CAPITOLO  IV 


è  più  o  meno  sottile,  rugoso  e  morbido,  e  si  notano  differenze 
fra  la  pagina  superiore  e  quella  inferiore  della  stessa  foglia;  la  su- 
periore ad  esempio  può  essere  di  colore  verde- oscuro  e  la  inferiore 
di  colore  meno  carico.  È  poi  noto  a  tutti  che  la  pagina  inferiore  è 
più  ricca  di  peli  {tomentosa,  pubescente  o  cotonosa,  talvolta  a  guisa 
di  ragnatela,  talvolta  a  guisa  di  fiocchetti)  che  non  la  superiore,  la 
quale  o  ne  sembra  totalmente  sprovvista  (cioè  glabra)  o  mostra 
soltanto  una  rara  peluria.  Il  lembo  è  variamente  frastagliato,  cioè 
ha  una  dentatura  differente,  più  o  meno  rada  e  profonda  e  più  o  meno 
mucronata,  cioè  coi  denti  terminanti  in  punte  sottili,  acute  o  ad 
uncino;  in  alcune  varietà  il  dente    centrale    è  molto    acuminato,    in 


altre  no.  Il  lembo  offre  grandi  divisioni  dette  seni,  le  quali  for- 
mano i  lobi,  che  sono  generalmente  cinque  (fig.  9  ab  e  de)  ma,  pos- 
sono essere  anche  soli  tre  (fig.  10  fgh)  (1);  nel  primo  caso  la  foglia 
è  quinquelobata  o  cinquelobata,  nel  secondo  è  trilobata.  Si  chiama 
palmare  o  palmata  la  foglia  di  vite  avente  lobi  profondi  a  simi- 
glianza  della  foglia  di  fico,  e  ciò  perchè  in  certo  qual  modo  ricorda 
la  mano  aperta.  Il  seno  del  picciuolo  dicesi  seno  peziolare;  esso  è 
più  o  meno  rotondo  o  elittico,  variamente  profondo  ed  aperto,  e  può 


(1)  Il  nebbiolo  (spanna,  raelasca,  eco.)  presenta,  ad  esempio,  foglie  cinquelobate 
e  foglie  trilobate. 


BOTANICA  DELLA  VITE 


103 


presentare  i  due  lembi  laterali  sovrapposti;  gli  altri  seni  sono  detti 
superiori  od  inferiori  a  seconda  della  loro  maggiore  o  minore  di- 
stanza dal  picciuolo,  e  possono  essere  più  o  meno  stretti,  elittici, 
profondi  e  via  dicendo.  Si  chiama  lobo  di  mezzo  quello  che  costi- 
tuisce la  parte  superiore  estrema  della  foglia.  Esso  ha  forme  varia- 
bili, potendo  essere  cuoriforme  o  allungato  o  dilatato  ecc. 

Le  nervature  partono  dall'  inserziore  del  picciuolo  e  vanno  sino 
al  margine  della  foglia,  divergendo  le  une  dalle  altre;  la  foglia  della 
vite  è  perciò  peltinervia:  generalmente  le  nervature  principali  sono 
cinque  (fig.  9),  di   cui  la   mediana  (o   costola   o   rachide)  è  la   più 


Fig.  10. 


robusta  e  si  trova  nella  direzione  del  picciuolo  di  cui  è  la  continua- 
zione, mentre  le  altre  quattro,  che  ne  sono  le  diramazioni,  formano 
angoli  differenti  (45°  e  talvolta  90°  come  può  vedersi  nella  fig.  10) 
per  cui  le  foglie  della  Vite  sono  angulinervie.  Le  nervature  prin- 
cipali si  dirigono  verso  il  mezzo  dei  singoli  lobi  della  foglia;  da  esse 
partono  poi  nervature  secondarie,  terziarie,  ecc.  (vene  e  venicellej 
le  quali  si  confondono,  si  uniscono  (si  anastomosano)  le  une  colle 
altre,  per  cui  il  lembo  prende  l'aspetto  d'un  reticolato  (nervatura 
palmata-reticolata).  Le  nervature  sono  più  o  meno  rilevate,  con 
diramazioni  più  o  meno  numerose,  colorite  in  rosso  alla  base,  oppure 


104  CAPITOLO  IV 


di  color  verde- chiaro,  o  bianco -verdastro:  quasi  sempre  sono  spor- 
genti, rotonde  nella  pagina  inferiore  delle  foglie,  mentre  sono  come 
depresse  e  piane  nella  superiore,  massime  nelle  ultime  diramazioni. 
Infine  diremo  che  le  nervature  principali  presentano  peli  più  o  meno 
numerosi,  come  ad  esempio  nel  San  Gioveto  piccolo  (forte). 

I  peli,  di  cui  abbiamo  già  detto  qualche  cosa  parlando  del  lembo 
della  foglia,  sono  organi  filamentosi  che  giovano  ad  accrescere  il  po- 
tere di  esalazione  o  traspirazione  del  vapor  acqueo  della  pianta  per 
mezzo  delle  foglie.  Queste  sono  più  o  meno  pubescenti  a  seconda 
delle  varietà;  ma  anche  quelle  che  si  sogliono  chiamare  liscie,  scabre 
o  glabre  presentano  rari  peli  presso  le  nervature  o  sopra  di  esse, 
massime  nella  pagina  inferiore  che  è  la  più  tomentosa  (pag.  102). 

Della  forma  dei  peli  diremo  nel  paragrafo  seguente  studiando  l'a- 
natomìa della  Vite;  qui  ci  limiteremo  ad  accennare  che  la  peluria 
varia  molto  di  intensità  e  di  apparenza  a  seconda  delle  differenti  va- 
rietà di  vizzati,  alcuni  dei  quali  mostrano  la  pagina  inferiore  delle 
loro  foglie  come  cotonosa  (il  barbera  ne  porge  un  beli'  esempio), 
altri  quasi  fosse  coperta  da  una  lieve  ragnatela,  altri  invece  portano 
come  dei  fiocchetti  di  peli,  altri  ancora  paiono  non  portarne  affatto, 
come  talvolta  il  dolcetto  e  via  dicendo.  Questo  carattere  della  pu- 
bescenza  è  costante  per  una  data  varietà,  benché  talvolta  una  va- 
rietà a  foglie  glabre  possa  mostrarsi  alquanto  pelosa;  ed  a  cagion 
d'esempio  le  foglie  appunto  del  dolcetto  ora  mostransi  glabre  ora 
leggermente  tomentose,  a  seconda  del  locale  ove  cresce  la  pianta, 
dell'età  della  foglia,  ecc.  Ad  ogni  modo  gli  arapelografi  tengono  in 
molto  calcolo  questo  carattere  nel  classificare  le  varietà. 

Le  stipole  sono  piccole  appendici,  o  foglioline  precoci,  che  stanno 
ai  lati  del  picciuolo  e  precisamente  al  punto  d'  origine  della  foglia 
sul  ramo;  quando  sono  libere  cadono,  ond'  è  che  molti  forse  crede- 
ranno che  le  foglie  della  vite  ne  siano  sprovviste:  ma  esaminando 
attentamente  il  posto  che  occupavano  si  possono  vedere  due  cica- 
trici, segno  che  esistevano  realmente,  compiendo  al  loro  ufficio  di 
proteggere  la  foglia  prima  del  suo  sviluppo,  cioè  durante  la  prefo- 
liazione  od  ibernazione  nella  gemma.  Le  stipole  della  vite  hanno 
una  forma  ovale  allungata  o  quadrangolare  con  angoli  rotondati  (1) 
e  non  presentano  picciuolo,  cioè  sono  sessili;  nella   gemma  si   svi- 


(1)  0.  Penzig.  Anatomia  della   Vite  (Archivio  del  Laboratorio  Crittogamico  di 
Pavia),  voi.  IV,  pag.  155  e  159. 


BOTANICA  DELLA  VITE  105 

luppano  con  vigore  e  proteggono,  coprendole,  le  giovani  foglie;  ma 
siccome  cessano  assai  presto  di  crescere,  mentre  le  foglie  continuano 
a  svilupparsi  senza  interruzione,  così  esse  cadono  precocemente  e 
non  rimangono  che  le  suddette  cicatrici. 

Descritte  così  le  varie  parti  onde  si  compone  la  foglia  della  Vite, 
ci  rimane  a  dire  qualche  cosa  sulla  loro  disposizione  sui  rami  o  fillo- 
tassi. Tutti  sanno  che  ad  ogni  nodo  d'un  tralcio  di  vite  (fig.  6  pag.  95) 
corrisponde  una  sola  foglia,  per  cui  le  foglie  della  vite  sono  soli- 
tarie, e  vengono  così  chiamate  per  distinguerle  dalle  foglie  dette  op- 
poste. Prendendo  ad  esame  un  tralcio  fronzuto,  e  sia  pure  quello  che 
abbiamo  disegnato  nella  detta  fig.  6,  si  osserva  che  data  una  foglia 
qualunque,  ad  esempio  quella  segnata  col  num.  1,  la  successiva,  cioè 
il  num.  2,  non  si  trova  in  corrispondenza  colla  prima:  vi  si  trovano 
invece  verticalmente  le  foglie  segnate  coi  numeri  3,  5,  7,  9  e  via 
via.  Possiamo  quindi  concludere  che  le  foglie  della  vite  sono  di- 
sposte su  due  file  equidistanti  fra  di  loro,  e  si  alternano  in  guisa 
da  corrispondersi  di  due  in  due:  esse  sono  quindi  foglie  distiche. 
Avvolgendo  un  filo  a  spirale  attorno  ad  un  ramo  di  vite  (fig.  6)  a 
partire  dalla  base  della  foglia  numero  1  e  facendolo  passare  con- 
secutivamente per  tutte  le  foglie,  si  ha  una  spirale  detta  genera- 
trice, i  cui  cicli  sono  rappresentati  dalle  porzioni  di  spirale  com- 
presi fra  le  foglie  corrispondenti  verticalmente  ai  numeri  1,  3,  5, 
7,  ecc.  Ogni  ciclo  (1-3,  3-5,  5-7,  ecc.)  nella  vite  consta  di  un  passo 
di  spira  perchè  alla  foglia  1  corrisponde  la  foglia  3,  alla  foglia  3 
la  foglia  5  e  via  via  (1):  in  ogni  ciclo  e  quindi  in  ogni  passo  di 
spira  si  contano  due  foglie;  infatti  il  ciclo  1-2-3  tocca  le  foglie  1 
e  2;  il  ciclo  3-4-5  tocca  le  foglie  3  e  4  e  così  di  seguito.  Pertanto, 
come  venne  proposto  dal  Dott.  Braun,  si  suole  indicare  questa  di- 
sposizione mediante  una  frazione  il  cui  numeratore  indica  il  numero 
dei  passi  di  spira  del  ciclo  (quindi  1  nel  caso  della  vite),  mentre  il 
denominatore  indica  il  numero  delle  foglie  del  ciclo  (cioè  2).  La 
espressione  frazionaria 

2 
è  detta  indice  di  fillotassi,  e   significa   che  nella    vite  la    distanza 


(1)  Nel    pesco  invece    alla  foglia  1    corrisponde   la  foglia  6  per  cui  ogni  ciclo 
comprende  due  passi  di  spira:  è  facile  constatarlo  esaminando  un  ramo  di  pesco. 


106  CAPITOLO  IV 


angolare  di  due  foglie  consecutive  è  uguale  ad  una  mezza  circonfe- 
renza (1). 

Fu  veramente  provvida  questa  regolare  e  geometrica  disposizione 
delle  foglie  lungo  i  rami  della  vite,  inquantochè  non  trovandosi  mai 
due  foglie  consecutive  che  si  corrispondano  verticalmente,  neppure 
avviene  mai  che  una  foglia  impedisca  totalmente  all'altra  di  godere 
della  benefica  azione  della  luce  solare,  la  quale,  come  vedremo  a  suo 
luogo,  ha  una  così  grande  influenza  sui  fenomeni  della  nutrizione  e 
sulla  produzione  dello  zucchero. 

8.°  Le  gemine  della  vite  non  possono,  rigorosamente  parlando, 
distinguersi  in  gemme  da  legno  {foglifere  o  ramifere)  ed  in  gemme 
da  frutto  {fiorifere  od  alabastri),  cioè  in  occhi  e  bottoni;  infatti 
da  una  gemma  di  vite  può  escire  un  germoglio  che  porta  fiori  e  fo- 
glie ad  un  tempo,  quindi  le  gemme  della  Vitis  vinifera  sono  miste  o 
ramifere.  Il  viticultore  intelligente  sa  discernere  gli  occhi  puramente 
ramiferi  da  quelli  misti,  cioè  che  sbocciando  daranno  un  ramo  con 
bottoni  fioriferi  all'ascella  delle  foglie;  questi  bottoni  danno  origine 
ai  grappoli,  e  come  già  dicemmo  sono  generalmente  due,  rare 
volte  tre,  ed  in  casi  eccezionali  più  di  tre  (2) .  Gli  occhi  ramiferi  sono 
generalmente  più  acuminati,  quasi  diremmo  aguzzi,  imperfetti,  mentre 
i  bottoni  misti  si  presentano  turgidi  e  quadrangolari,  se  così  possiamo 
dire;  questi  ultimi  però  non  sempre  danno  getti  uviferi,  anzi  si  può 
asserire  in  tesi  generale  che  i  bottoni  collocati  nella  parte  inferiore 
del  tralcio,  vale  a  dire  presso  la  sua  inserzione  sul  vecchio,  non  sono 
fruttiferi,  anche  se  ne  hanno  l'apparenza;  onde,  come  vedremo,  ta- 
luni li  acciecano  (3).  È  curioso  il  fatto  che  questi  bottoni  sono  ap- 
punto generalmente  quelli  sprovvisti  di  viticcio  durante  il  periodo 
vegetativo  del  precedente  anno;  al  paragrafo  sulla  fisiologia  della 
vite  ritorneremo  su  di  ciò. 

Le  gemme  della  vite  sono  tutte  ascellari,   cioè  poste   all'  ascella 


(1)  Accade  lo  stesso  nelle  graminacee  e  nell'olmo;  invece  ad  esempio  nel  pesco 
l'angolo  di   divergenza  di  due   foglie    consecutive  è   misurato  da  un  arco  uguale 

2 
a  2j5  di  circonferenza,  e  perciò  l'indice  di  fillotassi  è  -— 

o 

(2)  H.  W.  Dahlen  narra  di  aver  visto  germogli  uviferi  con  sei  grappoli  {Die 
Weinbereitung  —  Vieweg  in  Braunschweig  —  1882,  pag.  10).  Noi  abbiamo  visto 
un  solo  caso  di  4  grappoli  in  un  germoglio,  nonostante  lunghe  e  frequenti  escur- 
sioni viticole. 

(3)  V.  alla  descrizione  dei  principali  sistemi  di  viticoltura  il  Metodo  Van- 
nuccini. 


BOTANICA  DELLA  VITE  107 

delle  foglie:  quasi  sempre  esse  non  sono  solitarie,  ma  più  spesso 
per  così  dire  sovrapposte  ;  infatti  oltre  alla  gemma  principale,  si 
trova  accanto  ad  essa  una  gemma  secondaria,  e  in  qualche  caso, 
non  tanto  raro  quanto  potrebbe  credersi,  una  terziaria;  queste  ul- 
time gemme  chiamansi  usualmente  sotf  occhi  o  contr  occhi  e  spesso, 
se  perisce  il  bottone  principale,  si  sviluppano  oltre  e  possono  anche 
portare  uva. 

Ma  le  gemme  della  vite  si  distinguono  anche  in  pronte  e  dor- 
mienti: le  prime  stanno  su  getti  dell'annata,  germogliano  neh"  anno 
stesso  e  producono  le  femminelle  portanti  talvolta  i  così  detti  secondi 
grappoli;  esse  sono  veri  sott'occhi  posti  presso  il  bottone  o  l'occhio 
dormienti.  Questi  ultimi  stanno  invece  su  tralci  di  un  anno  d'  età  e 
sono  detti  dormienti  perchè  non  si  sviluppano  se  non  nella  primavera 
dell'anno  successivo  a  quello  della  loro  formazione.  Essi  sono  vestiti, 
cioè  protetti  da  appendici  coriacee  embìHcate,  ossia  simili  ad  embrici 
e  disposte  come  il  frutto  squamoso  dei  pini,  per  approfittare  meglio 
del  poco  spazio  che  occupano;  queste  squame  sono  internamente  co- 
perte o  imbottite,  se  così  possiamo  esprimerci,  di  molta  lanuggine, 
per  meglio  proteggere  le  parti  interne  tenere  della  gemma  durante 
i  rigori  dell'inverno.  Appunto  perciò  queste  gemme  dormienti  furono 
chiamate,  da  Linneo,  svernatoi  o  ibernacoli;  Mirbel  chiamò  perula 
l'involucro  protettore  e  diconsi  poi  tegmenti  le  singole  squame  che 
lo  compongono. 

Non  tutte  le  varietà  di  viti  portano  gemme  a  perula  lanugginosa 
o  tomentosa;  alcune  mostrano  bottoni  solo  leggermente  pelosi  sui 
getti  allo  stato  erbaceo,  altre  hanno  gemme  poco  lanugginose;  e 
questo  senza  che  si  possano  stabilire  classazioni,  perchè  nei  paesi 
caldi  troviamo  viti  a  gemme  tomentose  (es.  la  vite  Troja  delle  Puglie) 
e  nei  freddi  viti  a  gemme  senza  lanuggine  (es.  il  Dolcetto  di  Pie- 
monte che  dà  solo  in  primavera  un  getto  leggermente  lanugginoso). 
Anche  la  forma  delle  gemme  varia  a  seconda  dei  differenti  vitigni; 
ora  è  arrotondata,  ora  depressa,  ora  acuminata,  ora  conica,  ora  a 
guisa  di  amandola,  con  squame  di  vario  colore  e  via  via. 

9°  /  fiori  della  vite  —  salve  poche  eccezioni  (1)  —  si  com- 
pongono di  quattro  parti  essenziali;  il  calice,  la  corolla,  gli  stami, 
ed  il  pistillo,  e  perciò  sono  completi:  essi  si  mostrano  aggregati  in 


(1)  Al  paragrafo  seguente  diremo  dei  fiori  anormali  della  vite,  cioè  incompleti, 
per  cui  le  piante  che  li  portano  sono  sterili. 


108  CAPITOLO  IV 


modo  da  costituire,  come  tutti  sanno,  una  infiorescenza  a  grappolo 
o  racemo,  il  quale  consiste  in  un  asse  principale,  detto  rachide  (che 
non  è  altro  che  la  continuazione  del  peduncolo  o  gambo)  attorno  al 
quale  stanno  varii  rami  secondarli;  questi  rami,  disposti  con  una  certa 
uniformità  sulla  rachide,  sono  detti  sub-peduncoli;  essi  ramificano 
alla  loro  volta  e  portano  i  fiori,  per  cui  la  infiorescenza  della  vite 
anziché  essere  semplice  è  composta.  I  piccoli  gambi  che  sostengono 
i  singoli  fiori,  e  quindi  più  tardi  i  singoli  acini,  sono  detti  pedunco- 
letti  o  pedicelli,  onde  i  fiori  della  vite  sono  peduncolati  (1). 

I  rami  secondarli  coi  loro  grappoletti  di  fiori  o  racimoli  sono  sempre 
più  sviluppati  presso  la  base  della  infiorescenza  e  costituiscono,  presso 
alcune  varietà  di  vite,  come  chi  dicesse  le  ale  dei  grappoli,  i  quali 
infatti  chiamansi  alati  se  i  grappoletti  sono  molto  pronunciati;  questi 
grappoletti  possono  poi  essere  sostenuti  da  un  sub-peduncolo  cadente, 
più  o  meno  floscio,  più  o  meno  lungo,  più  o  meno  erbaceo  e  via 
via,  d'onde  le  varie  forme  dei  grappoli  a  seconda  delle  varietà;  come 
ad  esempio  grappoli  quasi  cilindrici,  conici  o  piramidali,  molto  o  poco 
alati,  irregolari,  più  o  meno  allungati,  più  o  meno  ramosi  ecc.  Infine 
se  i  grappoletti  di  fiori,  e  quindi  di  acini,  sono  molto  ravvicinati  gli 
uni  agli  altri,  i  grappoli  sono  detti  uniti  e  talvolta  anche  serrati;  in 
caso  contrario  sono  detti  spargoli  o  sciolti:  di  più,  un  grappolo  può 
essere  ad  esempio  a  racimoli  spargoli  ed  avere  gli  acini  più  o  meno 
densi. 

Le  infiorescenze  della  vite  sono  sempre,  come  dicemmo  dei  viticci, 
opposte  alle  foglie,  cioè  opposi  tifo  He;  invece  normalmente  le  infio- 
rescenze in  quasi  tutte  le  piante,  o  nascono  all'  ascella  delle  foglie 
(ascellari)  o  partono  dall'estremità  del  fusto  o  dell'asse  d'incremento 
(terminali)  come  nel  Tulipano,  o  sono  miste,  cioè  offrono  riuniti  i 
due  modi  di  infiorescenza.  Le  infiorescenze  della  vite  sono  quindi 
extra-ascellari,  e  siccome  deviano  dalla  suddetta  legge  generale  che 
regola  la  disposizione  dei  fiori  sul  fusto,  tanto  bene  studiate  da 
Roeper,  Bravais  ed  altri,  così  appartengono  al  piccolo  numero  delle 
infiorescenze  anomale. 

Esaminiamo  ora  la  conformazione  esterna  dei  quattro  organi  o  ver- 
ticilli onde,  come  dicemmo,  si  compone  il  fiore. 

II  fiore  (fìg.  11)  è  il  verticillo  più  esterno  come  tutti  sanno,  e 
racchiude  per  così   dire  gli  altri    organi  fiorali;    nella    vite    è  molto 


(1)  Diconsi  invece  sessili  i  fiori  senza  peduncolo,  come  quelli  della  Verbena. 


BOTANICA  DELLA  VITE  109 


piccolo,  come  si  può  vedere  nella  figura  11,  ed  i  suoi  sepali  essendo 
uniti  o  saldati  fra  di  loro,  ne  consegue  che  il  calice  nella  vite  è  ga- 
mosepalo  o  monosepalo,  distinguendosi  così  dai  calici  polisepali  cioè 
a  sepali  liberi.  Esso  presenta  cinque  dentelli  onde  è  cinquedentato. 
La  sua  parte  superiore,  ossia  l'orlo,  è  libera;  mentre  la  inferiore  è 
unita  al  ricettacolo,  che  è  il  breve  asse  su  cui  si  inseriscono  tutte 
le  appendici  del  fiore,  corrispondente  al  ramo  vegetativo.  Al  principio 
della  fioritura  il  calice  spesso  si  essica  e  più  tardi  cade. 


Fig.  11.  Fig.  12.  Fig.  13. 

La  corolla  avviluppa  e  protegge  gli  organi  della  riproduzione: 
essa  è  quasi  sempre  costituita  da  cinque  foglioline  o  petali  (fig.  lice 
fig.  12  e)  e  segue  immediatamente  il  calice:  esaminando  un  fiore  di  vite 
prima  che  si  apra  (la  fig.  1 1  lo  mostra  già  aperto)  si  osserva  che  i  cinque 
petali  si  alternano  coi  cinque  dentelli  del  calice,  e  toccano  questi  ul- 
timi soltanto  pei  loro  margini,  onde  si  ha  una  così  detta  estivazione 
valvare  (1).  I  petali  nel  fiore  della  vite  da  principio  sono  divisi  come 
da  cinque  piccoli  solchi  longitudinali  che  vanno  dalla  base  alla  estre- 
mità; ma  quando  incomincia  la  fruttificazione  la  corolla  si  divide  in 
cinque  parti  che  sono  appunto  i  petali:  essi  però  restano  saldati  nella 
loro  parte  superiore  e  staccansi  solo  alla  base  (fig.  11  e)  rimanendo 
con  quest'ultima  ripiegata  in  alto  a  guisa  di  cappuccio  protettore  del 
pistillo  e  degli  stami:  i  petali  non  essendo  veramente    saldati  fra  di 


(1)  I  botanici  chiamano  estivazione  il  modo  differente  con  cui  sono  disposte  le 
parti  componenti  il  fiore  prima  che  questo  si  apra.  Oltre  la  estivazione  valvare, 
si  ha  quella  detta  torsiva,  (di  cui  ci  porge  un  esempio  la  corolla  dei  fiori  di  malva) 
e  la  quinconciale. 


110  CAPITOLO  IV 


loro,  ma  liberi,  la  corolla  della  vite,  a  differenza  del  calice,  è  poli- 
petala. In  alcune  varietà  di  viti  i  petali  anziché  essere  cinque,  come 
accade  generalmente,  sono  sei  e  talvolta  anche  sette.  Il  complesso 
della  corolla  nel  fiore  della  vite  ha  una  forma  che  generalmente 
corrisponde  a  quella  del  futuro  acino. 

Gli  stami,  o  organi  maschili,  nel  fiore  della  vite  sono  quasi  sempre 
cinque  (fig.  13  d  d)  e  costituiscono  il  così  detto  androceo,  che  è  il 
terzo  verticillo  del  fiore,  racchiuso  nella  corolla:  se  sono  cinque  l'an- 
droceo  è  pentandro,  ed  è  questo  il  caso  più  comune  nella  vite,  quan- 
tunque vi  siano  fiori  di  vite  con  quattro,  oppure  sei  od  anche  sette 
stami,  nel  qual  caso  anche  i  petali  si  contano  in  egual  numero.  Ogni 
stame  consta  del  filamento  e  dell'andrà:  i  filamenti  sono  liberi  e 
sorgono  dal  ricettacolo  su  cui  sono  inseriti,  precisamente  fra  i  pe- 
tali e  la  base  dell'ovario;  perciò  l'androceo  nella  vite  è  ipogino  (1)  o 
infero,  mentre  l'ovario  è  supero  perchè  situato  superiormente  al  ca- 
lice alla  corolla  ed  all'androceo:  tutto  ciò  appare  evidente  nella  fig.  13 
ove  in  d  d  ecc.  sono  disegnati  cinque  filamenti  colle  rispettive  antere. 
I  filamenti  nel  fiore  della  vite  sono  subulati  cioè  foggiati  a  guisa 
di  lesina,  allungati  ed  assottigliati  verso  la  estremità. 

Vanterà  sta  all'  estremità  del  filamento,  e  costituisce  come  un 
sacco  membranoso  giallognolo,  quasi  foggiato  a  guisa  di  cuore  (fig.  14) 
entro  cui  si  trova  il  polline  o  polvere  fecondante:  l'antara  è  divisa 
in  due  logge  o  cavità,  o  forse  meglio  borse,  addossate  una  all'altra 
e  solo  separate  da  un  tessuto  intermedio  detto  connettivo;  essendo 
due  le  logge,  l'antera  è  biloculare  nella  vite,  ed  è  quanto  accade 
generalmente  in  pressoché  tutti  i  fiori  delle  varie  piante.  L'antera  è 
fissata  al  filamento  per  la  parte  mediana  del  suo  dorso  (fig.  14  b) 
per  cui  è  mediifissa;  avendo  poi  la  sua  faccia  rivolta  verso  il  centro 
del  fiore  (fig.  13  d  d)  è  intr^orsa  (2).  L'antera  è  oscillante,  ed  ha 
una  deiscenza,  cioè  un  modo  d'aprirsi,  longitudinale.  —  (Fig.  14  a  fila- 
mento con  antera  molto  ingrossata  vista  per  davanti;  b,  vista  per  di 
dietro;  e,  vista  dopo  l'apertura  delle  borse  d  d,  e  l'uscita  del  polline). 

77  polline  è  costituito  (fig.  15  ingr.  410)  da  una  polvere  di  color 
giallo  chiaro;  la  forma  dei  granellini  che  lo  compongono  può  essere 
elittica  come  in  a  o  più   acuminata   come    in   b  ;   del   diametro   più 


(1)  Dicesi  invece  peritino   se  gli  stami  sono   inseriti    sul  calice  —  e  epigino  o 
supero  se  stanno  Della  parte  superiore  dell'ovario,  il  quale  allora  vien  detto  infero, 

(2)  In  altre  piante  l'antera  ha  una  posizione  opposta  (l'sti-orsa). 


BOTANICA  DELLA  VITE 


111 


lungo  di  circa  25  micromillimetri  ed  il  [più  corto  di  circa  15  min.; 
ma  di  essi  parleremo  più  a  lungo  nel  paragrafo  seguente  {Anatomia 
della  vite). 


d 


a 


Fig.  14s. 

Il  pistillo  è  il  verticillo  centrale  del  fiore  della  vite;  esso  qui  co- 
stituisce da  solo  il  gineceo,  ed  è  un  pistillo  supero  come  già 
vedemmo  (fig.  11  b)  terminante  in  una  apertura  detta  stimma, 
(fig.  13  f)  e  diviso  internamente  in  due  logge,  qualche  volta  in  tre  (1): 
in  ogni  loggia  vi  sono  due  ovuli.  Il  pistillo  è  composto  di  due  o  tre 


Fig.  15. 

parti,  dette  carpelli,  saldate  fra  di  loro  e  che  corrispondono  appunto 
alle  due  o  tre  logge  interne;  esso  è  perciò  un  pistillo  composto  o 
pluricarpellare ,  e  forma  due  o  tre  ovarii:  però  usualmente  si  chiama 
ovario  l'intero  pistillo.  Siccome  ogni  ovario  contiene  più  di  un  ovulo, 
ne  viene  che  esso  è  pluriovulato.  La  sua  forma  è  o  arrotondata  o 
allungata,  e  quasi  diremmo  fusiforme  a  mo'  di  bottiglia,  d'onde  le 
varie  forme  degli  acini  di  cui  diremo  fra  poco.  Lo  stimma,  o  aper- 
tura del  pistillo,  generalmente  non  è    posto  in    cima    ad   uno    stilo, 


(1)  Ciò  accade  quando  i  fiori  hanno  sei  o  sette  petali  e  sei  o  sette  stami. 


112  CAPITOLO  IV 


come  in  altri  fiori,  ma  sta  immediatamente  sub"  ovario  (fig.  13  f), 
per  cui  lo  stimma  nel  fiore  della  vite  è  sessile  (1);  se  esiste  uno 
stilo  esso  è  assai  breve  e  semplice,  ma  ciò  è  raro.  Lo  stimma  è  ar- 
rotondato piatto,  e  leggermente  depresso  nel  centro. 

10.°  L'uva.  Come  tutti  sanno  il  grappolo  o  pigna  si  compone 
essenzialmente  degli  acini;  in  quanto  al  gambo  ai  peduncoli  ed  ai 
picciuoli  rimandiamo  il  lettore  a  quanto  dicemmo  (a  pag.  108)  par- 
lando delle  infiorescenze  della  vite,  il  che  naturalmente  vale  pure 
per  quanto  riguarda  la  varia  forma  dei  grappoli  d'  uva.  L' acino 
botanicamente  parlando  è  una  bacca  carnosa,  così  detta  perchè 
tutto  il  pericarpio  è  polposo,  soffice,  succulento  e  non  vi  ha  noc- 
ciolo in  essa,  ma  solo  i  semi:  nel  frutto  dell'  uva  manca  adunque 
l'endocarpio,  che  è  quella  membrana  indurita,  coriacea,  ossea,  che 
tutti  abbiamo  osservato  nella  pesca,  nella  susina,  nella  ciliegia  ecc., 
vale  a  dire  il  nocciolo:  neh'  acino  d' uva  l' endocarpio  è  confuso 
colle  altre  parti  del  pericarpio..  Invece  è  molto  sviluppata  la  parte 
carnosa,  succulenta,  zuccherina  che  sta  fra  la  pellicola  (epicarpio) 
ed  i  semi,  e  che  dicesi  mesocarpio  o  sarcocarpio:  quindi  nella 
bacca  dell'uva  il  'pericarpio  si  distingue  essenzialmente  in  due  parti: 
V epicarpio  ed  il  mesocarpio  o  parenchima  (2).  L'acino  non  è  de- 
iscente, cioè  il  suo  pericarpio  non  si  apre,  quando  i  semi  sono  ma- 
turi, per  dar  luogo  alla  disseminazione;  esso  quindi,  come  tutti  i 
frutti  carnosi,  è  indeiscente. 

La  forma  degli  acini  può  essere  sferica  o  depressa;  subrotonda, 
dubbia  o  incostante,  e  decisamente  ovale  (3):  queste  forme  però  non 
sono  scrupolosamente  costanti  per  una  data  varietà,  poiché  le  con- 
dizioni di  clima  e  di  suolo  possono  far  assumere  ad  uve  ad  acino 
rotondo  la  forma  oblunga:  tuttavia  gli  ampelografi  tengono  calcolo 
anche  di  questo  carattere. 


(1  I  botanici  chiamano  sessili  le  foglie,  i  fiori,  le  antere,  e  gli  stami  che  non 
hanno  picciuoli,  o  peduncoli,  o  stili,  o  altri  sostegni. 

(2)  Chiamasi  parenchima  la  parte  generalmente  molle  (tessuto  cellulare)  dei 
frutti,  delle  foglie  ecc.  Al  contrario  chiamansi  fibre  i  vasi  dei  vegetali  riuniti  in 
fascii  e  costituenti  come  la  trama  o  lo  scheletro  di  quasi  tutti  gli  organi.  Nelle 
foglie,  ad  esempio,  è  facile  distinguere  il  parenchima  dalle  fibre. 

(3)  È  questa  la  divisione  adottata  eziandio  dal  valente  ampelografo  G.  Di  Ro~ 
vasenda  (op.  cit.  pag.  203)  —  Però  L.  Oudart  divideva  gli  acini  in  due  soli  or- 
dini: acino  rotondo  ed  acino  oblungo,  ritenendo  egli  che  gli  acini  subrotondi, 
essendo  rari  assai,  si  potessero  unire  colle  uve  ad  acino  rotondo.  Al  capitolo  Am- 
pelogr.afia  ritorneremo  su  di  ciò. 


BOTANICA  DELLA  VITE  113 

Gli  acini  sono  più  o  meno  aderenti  al  peduncolo,  massime  nel 
periodo  della  maturanza;  in  alcune  varietà  possono  anche  cadere  di 
per  sé  stessi,  se  nel  detto  periodo  sopraggiungono  le  pioggie  e  se 
il  terreno  del  vigneto  è  poco  permeabile.  Il  colore  degli  acini  può 
essere  bianco,  rosso  o  nero,  con  gradazioni  diverse,  come  nero- 
violaceo,  rosso-rubino,  azzurro-cupo,  giallo-dorato,  verdognolo  ecc.; 
alcuni  ampelografì  però  distinguono  le  uve  soltanto  in  colorate  e 
bianche;  comunque  sia,  è  certo  che  questo  carattere  è  fra  i  più  costanti, 
onde  Tampelografia,  come  vedremo  più  tardi,  ne  tiene  grande  conto. 

La  pellicola  o  buccia  degli  acini  d'uva  chiamasi  propriamente  la  fio- 
cine; essa,  oltre  al  differente  colore,  può  mostrarsi  pruinosa  oppure 
lucida;  coriacea  o  sottile.  Diconsi  pruinosi  o  annebbiati  o  cenerini 
gli  acini  che  sono  ricoperti  come  da  un  pulviscolo  bianchiccio,  o  per 
parlare  più  propriamente,  che  sono  spalmati  da  una  sostanza  grassa, 
la  quale  oltre  a  proteggerli  contro  le  intemperie,  perchè  è  impenetrabile 
all'acqua,  giova  molto  allo  sviluppo  degli  eteri  (fragranza)  nel  futuro 
vino:  sono  annebbiati  gli  acini  del  Nebbiolo,  sono  pruinosi  quelli  del 
San  Gioveto  piccolo  e  del  Dolcetto,  e  sono  cenerini  quelli  della  Cenerina 
o  Celerina  o  Slarina.  È  lucida  invece  la  fiocine  non  pruinosa,  come 
ad  esempio  quella  dell'  uva  Troia  delle  Puglie.  Chiamasi  coriacea 
quella  degli  acini  che  volgarmente  diciamo  duri  o  croccanti,  com'è 
delle  uve  che  si  conservano  per  fare  i  vini  passiti  o  ad  uso  tavola 
per  l'inverno,  quali  la  Verdea,  TErba-luce,  ecc. 

Veniamo  ora  ai  semi  d'uva,  detti  più  propriamente  vinacciuoli; 
il  loro  numero  nell'acino  varia  da  zero  a  quattro  al  massimo,  su  di 
che  ritorneremo  nel  paragrafo  seguente.  Per  ora  ci  limiteremo  a  de 
scrivere  esternamente  il  vinacciuolo  (fig.  16):  dicesi  becco  la  sua 
estremità,  più  o  meno  allungata;  calaza  un  rigonfiamento  circolare 
od  ovale  che  si  trova  quasi  nel  centro  del  vinacciuolo:  rafe  o  ra~ 
fide  o  vasidutto  è  una  prominenza  che,  in  forma  di  cordoncino,  parte 
dalla  calaza,  si  ripiega  nella  parte  opposta  del  seme  (parte  ventrale) 
e  va  a  terminare  alla  punta  del  becco  o  ilo,  che  è  il  punto  d'inser- 
zione del  seme  sul  pericarpio:  vertice  è  l'estremità  opposta  al  becco. 
La  calaza  e  la  parte  anteriore  del  rafide  si  trovano  in  una  infos- 
satura  che  va  dalla  parte  centrale  al  vertice  (1). 


(1)  Questa  breve  e  chiara  descrizione    coir  unita   figura  togliamo  dalla    Guida 

pratica  per  la  ricostituzione  dei  vigneti  italiani  dell' agr.  V.  Vannuccini  —  (Fi- 
renze 1883,  pag.  22-23). 

0.  Ottavi,   Trattalo  di  Viticoltura.  9 


114 


CAPITOLO.  IV 


Queste  sono  adunque  le  parti  esterne  del  vinacciuolo;  ma  è  a  no- 
tarsi che  la  loro  conformazione  varia  col  variare  del  loro  numero 
nell'acino,  e  sovratutto  poi  col  variare  delle  specie  di  viti.  Engelmann 
ha  constatato  che  se  in  un  acino  vi  ha  un  solo  vinacciuolo,  esso 
prende  una  forma  più  arrotondata;  se  ve  ne  sono  due,  essi  sono  alquanto 
appiattiti  sul  lato  interno  ed  arrotondati  sull'  esterno  ;    se   infine   ve 


ea-lattu 


lAe/ctloe 


ì^i£qisìs  atti/ut 


ne  sono  tre  o  quattro,  i  vinacciuoli  sono  più  allungati  ed  angolari. 
Queste  differenze  possono  riscontrarsi  anche  negli  acini  d'uno  stesso 
grappolo.  Ma  le  differenze  fra  specie  e  specie  sono  assai  più  importanti 
e  notevoli,  massimamente  per  le  viti  americane.  Si  deve  ad  En- 
gelmann il  miglior  lavoro  su  questo  importante  argomento;  da  esso 
prendiamo  le  figure  che  seguono,  acciò  il  lettore  possa  vedere  le  dif- 
ferenze che  passano  fra  i  vinacciuoli  di  alcune  specie. 

Fig.  Il  a  —  seme  di  vite  Riesling,  ingrandimento  di  4  diametri;  b 
Chasselas;  e  Black-Hamburg  di  una  serra  di  viti  presso  Londra. 

Fig.  18  d  —  Lambrusca  di  Toscana  e  del  Nord  d'Italia. 

Le  viti  della  specie  europea  (  Vitis  vinifera)  hanno,  come  vedesi,  un 
becco  molto  più  allungato  ed  una  calaza  più  grande  che  non  le  specie 
americane;  inoltre  la  calaza  occupa  la  parte  superiore  e  non  la  me- 
diana del  vinacciuolo.  I  quattro  vinacciuoli  qui  disegnati  non  com- 
prendono però  tutte  le  forme  delle  viti  d'Europa;    tuttavia   i   loro 


BOTANICA  DELLA  V1TK 


15 


caratteri  fondamentali  non  variano  di  molto  nelle   altre  numerosis- 
sime varietà. 


a 


Fig    17. 


Fig.  18. 


Fig.  19  e  fg  e  fig.  20  2/  quattro  vinacciuoli  di  viti  Riparia  sel- 
vatiche; e  f  Goat  Island,  alle  cascate  del  Niagara;  g  dal  lago  Cham- 
plain;  fig.  20  i;  June  grape  (uva  di  giugno)  delle  rive  del  Missis- 


Fig.  19. 


sipì,  al  disotto  di  San  Luigi.    Questi  vinacciuoli  sono  ottusi,  o  molto 
leggermente  depressi  al  vertice;  la  calaza  è  piuttosto   piatta,   allun- 


m 


Fig.  20. 


gata  e   si  perde  gradualmente  in   una    infossatura   che  racchiude  il 
rafe  appena  saliente. 


116 


CAPITOLO  IV 


Fig.  20  l  m:  forme  coltivate  di  Riparia  (l  Taylor-Bullit  e  m  Clinton): 
vinacciuoli  più  grossi,  ma  delFistessa  forma. 

Tralasciamo  altre  descrizioni  per  amor  di  brevità  (1)  e  poniamo 
così  termine  alla  morfologia  esterna  della  vite. 

§  4.  Anatomia  della  vite.  —  Abbiamo  già  detto,  incomin- 
ciando il  §  3,  che  l'anatomia  corrisponde  alla  morfologia  interna, 
per  cui  dovremo  ora  fare,  per  i  singoli  organi  onde  si  compone  la 
Vite,  lo  studio  della  loro  intima  costituzione  o  struttura:  a  tale  uopo 
terremo  lo  stesso  ordine  seguito  nella  morfologia  esterna,  incomin- 
ciando dalla  radice  per  terminare  agli  acini  ed  ai  loro  semi. 

l.°  La  radice.  Se  noi  confidiamo  al  suolo  in  determinate  con- 
dizioni di  calore  e  di  umidità,  delle  quali   ci   occuperemo   studiando 


Fig.  21. 


Fig.  22. 


la  seminagione  della  vite,  un  vinacciuolo,  vediamo  che,  dopo  un 
tempo  più  o  meno  lungo,  si  sviluppano  due  foglie  seminali  o  cotile- 
donari, (fig.  21  e  22)  ed  una  radichelta  a  fìttone,  la  quale  si  sviluppa 


(1)  Chi  desiderasse  maggiori  notizie,  cousuiti  Les   Vìgnes  Américaincs  par  Bush 
e  Meissner  (IIoopli-Milauo). 


BOTANICA  DELLA  VITE  117 

rapidamente  nel  suolo,  più  rapidamente  che  il  fusticino;  questo  è  la 
continuazione  di  quella  e  perciò  fra  la  struttura  interna  della  radice 
e  quella  del  fusto  non  sonovi  che  poche  differenze  essenziali. 

La  tenera  punta  della  radichetta  già  mostra  le  spongiole  e  la  pi- 
leoriza  (pag.  87  e  89)  di  colore  giallognolo,  costituita  da  cellule  di- 
staccatesi dal  tessuto  cellulare  della  radice  e  poi  morte;  esse  pro- 
teggono la  punta  vivente  della  radice.  La  parte  esterna  delle  radi- 
chette  presenta  anzitutto  una  speciale  epidermide,  detta  epiblema, 
composta  di  cellule  appiattite  e  senza  pori  o  meati  (1);  la  parte  te- 
nera e  bianchiccia  delle  estremità  delle  radichette,  nonché  i  peli  ra- 
dicali che  ivi  si  trovano,  costituiscono  il  sistema  assorbente  della 
pianticina,  quando  vengono  in  contatto  colle  particelle  del  suolo; 
ed  eziandio  in  una  vite  completamente  sviluppata  è  sempre  la  gio- 
vine punta  delle  radichette  che  prende  gli  alimenti  dal  terreno,  come 
diremo  più  distesamente  nel  successivo  paragrafo  (Fisiologia). 

La  parte  interna  della  radichetta  è  quasi  totalmente  costituita  da 
tessuto  cellulare  attraversato  da  vasi  (tessuto  vascolare)  che  ne  occu- 
pano la  parte  centrale,  come  si  vede  nel  disegno  (fig.  23).  La  piccola 


Fig.  23. 

zona  centrale  libera  da  vasi  si  può  considerare  come  il  midollo 
(tessuto  cellulare  impregnato  di  succhi).  Invecchiando  la  radice,  l'e- 
pidermide è  surrogata  da  uno  strato  di  cellule  morte.  Infatti  nelle 
radici  vecchie  vediamo  anzitutto  all'esterno  un  vero  strato  sugheroso 
(cellule  sugherose   o    suberose)   che  si  può   separare  in    squame 


(1)  Diconsi  meati  o  spazii  intercellulari,  le  cavità  che  si  riscontrano  tra  le  cel- 
lule, massime  se  queste  sono  arrotondate. 


118  CAPITOLO  IV 


come  accade  dei  tronchi;  queste  squame  sono  costituite  dai  fascii  fi- 
brosi del  libro.  Alla  scorza  fa  seguito  una  zona  di  tessuto  cellulare 
o  parenchima  (1)  le  cui  cellule  non  si  sono  vuotate  del  loro  succo 
come  accade  di  quelle  esterne  anzidette,  ma  ne  sono  impregnate  es- 
sendo in  pieno  sviluppo. 

Queste  cellule  contengono  molti  granuli  amidacei.  L'amido  si 
trova  nelle  cellule  non  solo  dei  grani  (cereali)  e  dei  tuberi  (patate), 
ma  anche  nel  legno  degli  alberi,  e  ci  accadrà  molte  volte  di  accen- 
narlo studiando  l'anatomia  della  Vite;  specialmente  perchè  nelle  foglie 
di  quest'ultima,  se  esposte  direttamente  al  sole,  si  forma  pure  amido 
in  grande  quantità  durante  l'estate  e  perchè  l'amido  in  determinate 
circostanze  si  metamorfosa  in  glucosio  o  zucchero. 

I  granuli  d'  amido  osservati  al  microscopio  offrono  forme  molto 
differenti  e  grossezze  pure  diverse;  la  loro  presenza  si  può  ricono- 
scere facilmente  mettendoli  in  contatto  con  una  soluzione  acquosa  o 
alcoolica  di  iodio;  se  ne  ottiene  così  un  colore  azzurro  porporino  assai 
bello  (2). 

Oltre  all'amido,  nelle  radici,  massime  se  vecchie,  si  riscontrano  ab- 
bondanti i  cristalli  di  ossalato  di  calcio  (3)  nelle  cellule  del  paren- 
chima corticale:  da  principio  1'  ossalato  è  disciolto  entro  le  cellule 
della  radice,  benché  sia  insolubile  nell'acqua  pura;  ma  quando  la  radice 
è  bene  sviluppata  si  hanno  i  cristalli  quasi  visibili  ad  occhio  nudo,  o 
almeno  con  piccolo  ingrandimento.  Questi  cristalli  (ossalati,  solfati, 
fosfati,  carbonati  di  calcio,  ecc.)  hanno  ricevuto  diversi  nomi:  chia- 


(1)  Abbiamo  già  detto  (pag.  112  nota  2.a)  che  il  tessuto  parenchimatoso  è  il 
tessuto  cellulare  molle,  composto  di  cellule  poliedriche  oppure  arrotondate,  nel 
qual  caso  ò  detto  merenchima  :  si  chiama  invece  prosenchima  il  tessuto  composto 
di  cellule  allungate  o  fibre  (tessuto  fibroso).  È  bene  conoscere  questi  termini  bo- 
tanici. 

(2)  L'amido  ha  la  identica  composizione  chimica  della  cellulosa  (  Co  Hio  O5  ). 
E  noto  che  la  pianta  ò  un  aggregato  di  cellule  microscopiche;  le  pareti  delle 
cellule  sono  cellulosa,  la  quale  costituisce  come  lo  scheletro  della  pianta,  dandole 
la  solidità.  I  corpi  che  più  abbondano  nelle  piante  coltivate  sono,  per  ordine 
d'importanza,  l'acqua,  la  cellulosa,  e  Yamido. 

(3)  Gli  elementi  superflui  od  eccessivi  della  pianta,  0  rimangono  disciolti  nei 
succhi,  e  sono  emessi  sotto  forma  di  efflorescenza,  oppure  si  depositano  nelle 
cellule,  incrostando  talvolta  le  pareti  cellulari.  S.  W.  Johnson  dice  che  quan- 
tunque questi  cristalli  non  siano  mandati  fuori  dall'  organismo,  tuttavia  si  pos- 
sono giustamente  considerare  come  escrezioni.  (V.  Come  crescano  i  raccolti,  di 
Johnson  traci.  Giglioli  —  Milano:  Treves,  pag.  201). 


BOTANICA  DELLA  VITE  119 

mansi  cistoliti  le  concrezioni  cristalline,  le  quali  sono  attaccate  ad 
una  parete  cellulare;  rafidi  i  fascii  di  cristalli  aventi  la  forma  di 
aghi;  druse  se  l'agglomeramento  dei  cristalli  assume  come  la  forma 
d'una  stella.  Di  questi  cristalli  diremo  più  a  lungo  studiando  l'ana- 
tomia della  foglia.  Nelle  cellule  del  parenchima  radicale  si  trovano 
specialmente  i  rafidi. 

Dopo  la  scorza  ed  il  tessuto  cellulare,  o  parenchima  corticale,  tro- 
viamo nella  radice  della  vite  uno  strato  intermedio  detto  zona  ge- 
neratrice o  cambio,  che  riscontreremo  anche  nel  caule;  nella  radice 
però  questa  zona,  che  taluno  chiama  libro  tenero,  consta  soltanto 
di  tessuto  cellulare  e  vascolare  (1)  cui  fa  seguito  il  corpo  legnoso 
che  occupa  il  centro  della  radice,  ove  non  si  riscontra  più  il  midollo 
delle  giovani  radici,  o  almeno  è  quasi  impercettibile  nelle  radici 
molto  vecchie. 

Il  tessuto  vascolare  della  radice  consta  principalmente  di  vasi  'pun- 
teggiati e  rigati,  (fig.  24)  cosidetti  per  l'apparenza  delle  loro  pareti, 
nei  quali  quasi  sempre  si  riscontra  amido  in  piccoli  granelli,  secondo 
il  Prof.  G.  Briosi.  Aggiungeremo  che  tutto  il  tessuto  cellulare  della 
radice  abbonda  di  vasi  laticiferi  (1). 

Il  corpo  legnoso  è  attraversato  dai  raggi  midollari  come  il  caule. 

2.°  Il  fasto.  Per  quanto  il  caule  si  confonda  in  certo  qual  modo 

col    corpo    della   radice,    da    cui    non   lo    separa    nessuna    linea    di 

demarcazione,   pure  nella   vite   vi  sono  talune    differenze    essenziali 

tra  la  struttura  interna  dell'uno  e  dell'altro. 

Se  noi  pratichiamo  un  taglio  orizzontale  nel  ceppo  di  una  vite, 
o  in  una  diramazione  legnosa  di  essa,  noi  vediamo  chiaramente  (fig.  25) 
tre  zone  concentriche;  cioè  nel  centro  il  midollo,  poscia  il  corpo  le- 
gnoso, indi  all'esterno  la  corteccia.  Studiamo  queste  tre  zone  inco- 
minciando dalla  corteccia. 

La  parte  più  esterna  di  essa  è,  come  già  dicemmo,  X epidermide, 
composta  di  uno  o  più  strati  di  cellule  a  grosse  pareti  intimamente 
uniti  fra  di  loro;  si  attribuisce  all'azione  diretta  dell'aria,  della  luce 


(1)  Ricorderemo  che  il  tessuto  vascolare  è  formato  dai  vasi,  i  quali  sono  organi 
essenziali  della  nutrizione:  appariscono  come  tubi  o  canali  aperti  ai  due  capi,  non 
ramificati,  a  pareti  sottili,  più  o  meno  lunghi,  isolati  o  riuniti  in  fascii,  i  quali 
penetrano  entro  il" tessuto  cellulare.  Diconsi  vasi  laticiferi,  quei  vasi  semplici  o 
ramificati  che  contengono  il  latice  o  succo  proprio  della  pianta.  (L'oppio,  le  gom- 
me resine  ecc.  si  ricavano  appunto  dai  latici  di  talune  piante). 


120 


CAPITOLO  IV 


e  di  tutti  gli  agenti  atmosferici  sul  tessuto  cellulare  esterno,  l'ori- 
gine dell'epidermide,  come  già  sostenne  pel  primo  Malpighi,  quantun- 
que le  cellule  che  la  compongono  differiscano  notevolmente  da  quelle 
del  tessuto  sottostante.  Essa  mostra  un  certo  numero  di  stomi  (men- 
tre questi  mancano  nelle  radici)  i  quali  riscontreremo  assai  più  nu- 
merosi nelle  foglie:  questi  stomi  o  pori  corticali  (fig.  26)  rendono  per 
così  dire  la  vite  permeabile  all'aria,  ed  Hales  trovò  pel  primo  che 
per  loro  mezzo  l'aria  penetra  nei  vasi  longitudinali  del  fusto  legnoso. 
Come  mostra  la  fig.  26  essi  constano  di  due  cellule  a  forma  di  mezzaluna, 
le  quali  formano  come  piccoli  occhi  oblunghi,  talvolta  poligonali,  posti 


Fig.  24 


Fig  25. 


nello  spessore  dell'epidermide,  e  le  di  cui  pareti  sono  suscettibili  di  re- 
stringersi o  allargarsi;  già  da  parecchi  anni  Amici  provò  che  l'umi- 
dità soverchia  quasi  li  fa  chiudere,  mentre  il  secco  e  l'azione  diretta  dei 
raggi  solari  li  dilatano  e  li  aprono.  L'epidermide  ha  uno  spessore  vario 
secondo  le  diverse  varietà  di  viti  (1),*  però  essa  esiste  soltanto  nelle 
parti  giovani  del  fusto;  nelle  altre,  quando  hanno  due  o  più  anni, 
troviamo  invece  lo  strato  sugheroso  (pag.  91)  che  tutti  i  viticul- 
tari avranno  certo  osservato  sui  tronchi  vecchi,  ove  è  assai  spesso. 


(1)  Secondo  il  Dr.  0.  Penzig  la  varia  grossezza  della  cuticola  determinerebbe 
la  maggiore  o  minore  resistenza  che  le  varie  viti  possono  opporre  ai  parassiti. 
Archivio  del  Laboratorio  crittogamico  Garovaglio,  Pavia   1882,  pag.   153). 


BOTANICA  DELLA  VITE  121 

Dopo  lo  strato  sugheroso  troviamo,  nel  tronco  della  vite,  un  tes- 
suto corticale  da  cui  trae  appunto  origine  il  detto  tessuto  sugheroso; 
e  poscia  fanno  seguito  i  fascii  fibrosi  del  libro,  di  cui  già  parlammo 
a  pag.  91.  Tutto  ciò  costituisce  la  corteccia  della  vite. 

Procedendo  verso  l'interno  del  ceppo  troviamo  il  corpo  legnoso: 
ma  fra  esso  e  la  corteccia  si  trova  la  zona  generatrice  o  cambio, 
già  accennata  a  pag.  119,  composta  di  tessuto  cellulare  e  vascolare 
e  che  Mirbel,  sin  dal  1816,  definì  un  tessuto  assai  giovine  che  forma 
la  continuazione  del  libro,  ed  in  cui  circola  il  succo  nutritore,  per 
la  qual  cosa  esso  si  cangia  insensibilmente  in  legno  ed  in  libro  se- 
condochè  tocca  il  primo  od  il  secondo  (1).  Ciò  è  tanto  vero  che  e- 


Fig.  26. 

saminando  in  primavera  un  tronco  di  vite,  si  trova  la  superficie  del 
legno  (alburno)  e  quella  interna  della  corteccia  (libro)  come  turgida 
e  ricoperta  di  tessuto  cellulare  formativo,  ossia  nascente,  inzuppato 
di  succhi:  così  si  formano  sia  le  fibre  del  libro  che  quelle  del  legno. 
E  se  in  primavera  noi  possiamo  scortecciare  facilmente  un  ramo  di 
vite  sino  a  scoprire  il  legno,  si  è  appunto  perchè  le  cellule  del  cam- 
bio sono  giovani  e  delicate,  mentre  in  autunno  sono  pienamente 
sviluppate,  si  indurano  e  diventano  legnose  o  liberiane. 

Veniamo  ora  al ^ corpo  legnoso:  esso  si  compone  di  due  parti,  il 
legno  giovane,  a  contatto  colla  zona  generatrice,  detto  alburno  (2) 


(1)  Mirbel  disse  che  questa  trasformazione  è   percettibile   all'occhio   dell'osser- 
vatore. 

(2)  Alburno,  quasi  per  significare  un  legno  più   bianco;   infatti   talvolta  è   più 
pallido  del  legno  propriamente  detto  cioè  più  interno,  e  tal'altra  è  bianco  come  nel- 


122  CAPITOLO  IV 


ed  il  legno  propriamente  detto,  chiamato  duramen  o  cuore  del  legno, 
od  anche  semplicemente  legno,  il  quale  è  più  duro  e  consistente  del- 
l'alburno. Nel  corpo  legnoso  della  vite  vi  ha  poca  differenza  di  co- 
lore fra  queste  due  parti;  F  alburno  però  è  meno  consistente. 

Nella  fìg.  25  abbiamo  disegnato  una  sezione  orizzontale  d'un  tronco  di 
vite  barbera;  in  essa  si  vedono  chiaramente  gli  strati  legnosi  circolari 
che  costituiscono  il  corpo  legnoso,  disposti  attorno  al  canale  midol- 
lare; ogni  anno  si  forma  uno  di  consimili  anelli  all'esterno  di  quelli 
che  già  costituivano  il  corpo  legnoso,  ma  non  sempre  essi  sono  di- 
sposti regolarmente  attorno  al  midollo:  se  il  tronco  o  ramo  della 
vite  è  verticale  abbiamo  la  disposizione  a  della  fìg.  27;  ma  se  è  molto 
ricurvato,  come  accade  generalmente  nei  sistemi  di  educare  la  vite, 
allora  si  ha  la  disposizione  b  cogli  strati  annuali  che  si  protendono 
eccentricamente  verso  il  lato  inferiore  del  ramo.  Questi  anelli  legnosi 


Fig.  27. 

annuali  rimangono  sempre  visibili  nel  caule,  onde  dal  loro  numero 
può  dedursi  quanti  anni  abbia  la  vite;  (nella  fig.  25  il  numero  degli 
strati  non  corrisponde  a  quello  degli  anni  perchè  l'abbiamo  ingran- 
dita di  2  volte  onde  renderla  più  chiara).  Conviene  tuttavia  notare 
che  ciò  si  verifica  specialmente  nei  paesi  ove,  per  il  freddo  dell'in- 
verno, la  vegetazione  della  vite  cessa  del  tutto  o  quasi,  poiché  se 
essa  continuasse  quasi  senza  interruzione  (pag.  30)  gli  strati  legnosi 
annuali  si  confonderebbero  gli  uni  cogli  altri,  e  allora  sarebbe  molto 
difficile  dedurre  dal  loro  esame  l'età  della  vite. 

Come  vedesi  nella  fig.  25  ogni  anello  legnoso  annuale  è  separato 
dai  due  altri  in  mezzo  a  cui  si  trova,  mediante  un  sottile  strato;  esso 
è  costituito  da  cellule  legnose  più  piccale  delle  altre,  e  corrisponde 


T  ebano,  ove  il  legno  interno  è  a  dirittura  nero,  e  nel  campeggio,  ove  è  rosso  _ 
Però  questa  differenza  di  colorazione  è  insensibile  nei  legni  bianchi  e  leggeri 
(pini,  pioppi,  ecc.  ecc.).  ^ 


BOTANICA  DELLA  VITE  123 

al  momento  dell'anno  in  cui  la  vegetazione  della  vite  si  arresta:  du- 
rante la  vegetazione  le  cellule  sono  più  grosse,  d'onde  questi  sottili 
strati  di  legno  più  compatto,  bene  visibili  anche  ad  occhio  nudo. 
Esaminandoli  al  microscopio  si  riconosce  che  essi  sono  composti  di 
tessuto  legnoso  perfettamente  identico  a  quello  che  costituisce  V  in- 
tera massa  legnosa. 

La  fibra  legnosa,  massime  del  legno  o  duramen,  è  impregnata 
da  lignina^  oltre  alla  cellulosa  che  costituisce,  come  già  dicemmo 
a  pag.  118  la  parete  delle  cellule:  la  lignina  ha  una  composizione  non 
ancora  bene  definita,  ed  è  forse  una  miscela  di  varie  sostanze  (Schulze). 

Veniamo  ora  al  midollo,  che  è  la  parte  centrale  del  fusto  della 
vite:  esso  è  racchiuso  nell'astuccio  midollare  di  forma  circolare,  il 
quale  altro  non  è  che  la  parte  interna  del  primo  strato  legnoso  for- 
matosi, ond'  è  che  non  è  separato  dal  corpo  legnoso.  Esso  si  com- 
pone di  trachee  (1),  vasi  punteggiati  (2)  e  tessuto  legnoso. 

Il  midollo  consta,  nella  vite,  di  grandi  cellule,  ossia  d'una  massa 
continua  di  tessuto  cellulare,  impregnata  di  succo,  ma  che  offre  ca- 
ratteri diversi  secondochè  si  esamina  un  ramo  giovine  oppure  un 
vecchio  tronco:  in  quest'ultimo  caso  il  midollo  si  riduce  notevolmente 
di  volume  (fig.  25)  e  cede  grande  parte  de'  suoi  succhi  alle  altre 
parti  del  tronco,  onde  le  cellule  si  vuotano,  le  loro  pareti  inspes- 
siscono e  si  impregnano  di  lignina,  per  cui  il  midollo  si  riduce  ad 
una  massa  quasi  diremmo  arida,  di  colore  rossastro  o  monachino, 
come  gli  strati  corticali,  mentre  quando  è  giovine  è  bianco. 

Dal  midollo  partono  i  raggi  midollari  e  vanno  al  tessuto  cellu- 
lare della  corteccia;  essi  altro  non  sono  che  lamine  verticali  di  tes- 
suto cellulare,  le  quali,  come  si  vede  chiaramente  nella  fig.  25,  divi- 
dono il  corpo  legnoso  in  tanti  compartimenti  formando  per  così  dire 
delle  chiusure:  essi  sono  di  colore  più  chiaro  e  però  si  vedono  fa- 
cilmente, come  si  vedono  gli  strati  legnosi  annuali.  I  raggi  midollari 
tagliano  appunto  questi  anelli  legnosi:  essi  notansi  assai  numerosi 
nei  giovani  tralci,  specialmente  nel  legno  di  un   anno    sul  quale   sia 


(1)  Sono  tubetti  cilindrici,  lunghi,  a  pareti  sottili  e  membranose,  aventi  nel 
loro  interno  un  filo  ravvolto  a  spirale,  per  cui  si  chiamano  anche  vasi  a  spirale. 
Il  filo  è  cilindrico  e  pieno  di  sava;  il  tubo  cilindrico  è  invece  pieno  d'aria. 

(2)  I  vasi  (pag.  119  nota  l.a)  sono  detti  punteggiati  quando  mostrano  sulla 
periferia  dei  puntidisposti  con  una  certa  regolarità  in  linea  trasversale:  questi  punti 
sono  realmente  spazii  (areolé)  nei  quali  non  si  sono  deposte  sostanze,  per  cui  mercè 
di  essi  il  succo  può  venire  facilmente  assorbito  e  poscia  diffuso. 


124 


CAPITOLO  IV 


praticata  una  sezione  trasversale;  ma,  com'  è  evidente,  quanto  più 
abbondano  tanto  minore  è  il  loro  spessore.  Essi  constano  di  cellule 
aventi  una  forma  speciale,  e  visti  in  una  sezione  orizzontale  appa- 
iono come  tanti  quadrilateri  allungati  (fig.  28:  a  midollo,  b  raggio  mi- 
dollare, e  epidermide  della  corteccia)  :  tali  cellule  sono  prismatiche 
assai  regolari  con  pareti  punteggiate  ad  occhiello  (fig.  29  e  30  r  r)\ 
esse  sono  molto  ricche  di  amido  nochè  di  tannino  (1),  il  quale  ri- 
scontrasi anche  negli  strati  corticali  e  nel  libro;  inoltre  contengono 
cristalli  di  ossalato  di  calce  (rafidi)  e  cristalli  isolati  presso  gli  strati 
esterni  del  libro. 


Per  dare  ora  un'  idea  complessiva  della  costituzione  morfologica 
interna  del  fusto  della  vite  esamineremo  la  fig.  29  (2)  che  rappre- 
senta un  taglio  trasversale  del  legno,  ingrandito  400  volte:  in  g  ve- 
diamo i  vasi  (pag.  119);  in  r  un  raggio  midollare  ed  in  II  le  fibre 
del  libro  (pag.  121)  a  figura  allungata  ed  aguzza  e  poco  punteggiate. 
La  fig.  30  invece  ci  mostra  un  taglio  longitudinale  del  fusto  della  vite 
ingrandito  300  volte;  g  g  sono  i  vasi  rigati,  o  più  propriamente  sca- 


(1)  0.  Penzig,  loc.  cit.  pag.  151. 

(2)  Riproduciamo  le  fig.  29  e  30  dal  citato  lavoro 
del  Laboratorio  crittogamico  di  Pavia). 


del  Dott.    Penzig   (Archivio 


BOTANICA  DELLA  VITE 


125 


lari  formi,  essendo  le  linee  trasversali  assai  regolari;  questi  vasi  pre- 
sentano pure  le  areole  di  cui  parlammo  a  pag.  123,  nota  2;  l  Me 
libre  libriformi  semplici;  V  V  quelle  tramezzate  o  septate  da  sottili 
tramezzi;  p  p  il  parenchima  legnoso:  r  r  un  raggio  midollare. 

3°.  Il  legno  giovine.  Passiamo   ora  a  studiare  1'  anatomia   del 
tralcio  legnoso  della  vite:  esso  non  presenta  differenze  dal  legno  del 


Fi-.  29. 


fusto  or'ora  studiato  ed  offre  uno  o  due  anelli  legnosi  secondochè  ha 
uno  o  due  anni. 

Il  midollo,  relativamente  al  legno  ed  alla  corteccia,  è  molto  svi- 
luppato, siccome  ci  mostra  la  fìg.  31,  la  quale  rappresenta  un  tralcio 
di  un  anno  d'età:  il  suo  colore  è  più  chiaro  che  non  nel  legno  vecchio; 
inoltre  esso  è  più  ricco  di  succhi. 

Nel  legno  giovine  il  midollo  non  è  continuo,  ma  ai  nodi  pre- 
senta delle    soluzioni    di    continuità,    cioè    dei   tramezzi   legnosi  di 


126 


CAPITOLO  IV 


color  chiaro,  come  vedesi  in  a  e  b  fig.  31.  Gli  è  perciò  che  nei  tralci 
della  vite  troviamo  i  meritalli  o  internodii  aventi  ciascuno  un  mi- 
dollo proprio,  cioè  indipendente  da  quello  degli  internodii  superiore 
ed  inferiore.  La  gemma  o  bottone  fa  sempre  parte  del  meritallo  ad 
essa  superiore  (1)  il  cui  midollo  senza  dubbio  contribuisce  a  renderla 


Fig.  30. 


più  robusta  e  più  feconda  :  ond'  è  che  il  potatore  razionale  non  re- 
cide mai  il  tralcio  presso  la  gemma,  ma  bensì  alla  estremità  del  suo 


(1)  Ciò  però  non  significa  che  la  gemma,  se  separata  dal  suo  meritallo,  debba 
certamente  perire:  è  noto  che  si  possono  seminare  le  semplici  gemme  (V.  più  in- 
nanzi Pianlamento  della  vite). 


BOTANICA  DELLA  VITE 


127 


internodio.  Questa  gemma,  alla  quale  sovrasta  un  internodio  (il  quale 
però  deve  essere  chiuso  superiormente  dal  tramezzo  legnoso)  si  chiama 
gemma  franca,  quasi  per  indicare  che  non  può  fallire,  e  difatti  è 
raro  che  non  sbucci.  Se  però  l'internodio  venisse  tagliato  troppo  in 
basso,  così  da  non  essere  chiuso  dal  tramezzo  legnoso  superiore,  il 
midollo  si  guasterebbe  e  l'astuccio  midollare  potrebbe  servire  di  nido 
ad  insetti,  per  cui  ne  verrebbe  gravemente  danneggiata  la  gemma: 
questo  fatto  ci  è  accaduto  di  constatarlo  più  volte. 

Invecchiando  il  legno,  i  tramezzi  legnosi  si  fanno  sempre  più  scuri, 


Fiff.  31. 


Fi-    32. 


sino  a  prendere  lo  stesso  colore  del  midollo:  infine  scompaiono.  Non 
sapremmo  precisare  quando  ciò  accada,  solo  possiamo  dire  di  aver 
trovato  i  detti  tramezzi  di  colore  scuro,  ma  ancora  sufficientemente 
duri,  nel  legno  di  vite  di  cinque  anni. 

La  quantità  di  midollo  contenuta  nei  tralci  della  vite  varia  a  se- 
conda delle  varietà  differenti  di  vizzati:  e  così  abbiamo  quelli  con 
sarmenti  ricchi  di  midollo,  altri  medianamente  provvisti  ed  altri  po- 
veri.   Si  osserva  generalmente  che   quando  il   midollo  è  scarso  ab- 


128 


CAPITOLO  IV 


bonda  il  legno,  ed  è  naturale;  onde  allora  il  vitigno  è  più  robusto 
e  più  resistente  alle  intemperie  e  sovratutto  ai  grandi  freddi:  però 
non  si  deve  ritenere  ciò  come  assoluto,  essendovi  talune  eccezioni, 
fra  cui  il  barbera,  che  nonostante  un  copioso  midollo  è  robustissimo 
e  che  abbiamo  visto  resistere  a  forti  geli  nel  rigidissimo  inverno  del 
1880  in  cui  in  Monferrato  si  ebbero,  nel  gennaio,  10  gradi  C.  sotto 
lo  zero  a  mezzogiorno. 

Anche  nel  legno  giovine,  come  nel  ceppo,  trovasi  tannino,  ossa- 
lato  di  calcio  ed  amido  e  nulla  abbiamo  da  aggiungere  su  di  ciò. 


Pia-.  33. 


4.°  /  germogli.  Se  noi  pratichiamo  un  taglio  orizzontale  sovra 
un  germoglio  erbaceo  vediamo  agevolmente  come  le  parti  verdi 
della  vite  si  compongano  di  fascii  vascolari  bene  distinti  (fig.  32) 
che  scorrono  lungo  il  germoglio  parallelamente  al  copioso  midollo 
che  essi  circondano.  Come  si  vede  nella  fig.  32  i  fascii  sono  attra- 
versati da  un  anello,  detto  anello  cT  inspessimento,  ond'  è  che  ri- 
mangono divisi  in  due  parti:  la  più  piccola  è  esterna  e  fa  parte  del 
libro;  la  più  grande   è  interna  ed  appartiene  al    legno.  Questi  fascii 


BOTANICA  DELLA  VITE 


129 


di  vasi  da  principio  sono  più  rari  di  quanto  non  appaia  nella  fìg.  32, 
e  fra  di  essi  trovansi  parecchi  strati  di  parenchima,  oltre  ai  raggi 
midollari  molto  marcati:  ma  a  poco  a  poco  i  fascii  si  moltiplicano, 
suddividendosi  ciascuno  in  due  altri    fasci  distinti,  separati    solo  dai 


Fi-.  34. 


raggi  midollari:  ciò  accade  rapidamente  e  spiega  il  pronto  accrescersi 
del  diametro  dei  germogli  viticoli. 

La  fìg.  33  rappresenta  un  taglio  trasversale  d'un  giovane  tralcio 
ingrandito  200  volte:  in  l  abbiamo    il  libro;  in   g  i  vasi;    in  e    cri- 
0.  Ottavi,   Trattato  di  Viticoltura.  10 


130  CAPITOLO  IV 


stalli  isolati  di  ossalato  di  calcio;  in  d  druse  stellate  pure  di  ossalato, 
ed  in  r  rafidi  dello  stesso  sale  (vedi  pag.  119). 

Ricorderemo  che  nelle  parti  giovani  della  vite,  le  quali  sono  ri- 
coperte dall'epidermide  di  colore  verde,  manca  lo  strato  sugheroso 
che  si  riscontra  nel  legno  di  due  o  più  anni;  inoltre  queste  parti 
verdi  presentano  (pag.  92)  peli  analoghi  a  quelli  del  picciuolo  della 
foglia.  Il  citato  Dottor  0.  Penzig  ha  disegnato  (fig.  34)  uno  di  questi 
peli  semplici  con  un  ingrandimento  di  1[500:  essi  sono  di  forma  co- 
nica, immersi  mercè  la  loro  base  in  una  massa  di  cellule  epidermiche, 
la  quale  quasi  come  glandola  (1)  sporge  dalla  superficie  del  ger- 
moglio o  del  peziolo;  la  loro  parete  è  spessa  ed  è  formata  da  una 
cuticola  densa  e  pieghettata,  il  cui  contenuto  mostra  chiaramente  la 
circolazione  del  plasma  granuloso  lungo  la  parete  stessa  (2).  Questi 
peli  si  possono  quindi  considerare  come  unicellulari,  cioè  costituiti 
da    una  grande  cellula  allungata  contenente,    come  tutte    le  cellule, 


Fig.  35. 

quel  liquido  denso  e  granuloso  che  è  detto  liquido  formativo  o  pro- 
toplasma, oltre  al  nucleo  nel  centro.  Pare  che  nei  peli  della  vite  non 
esista  amido,  mentre  esso  trovasi  invece  nei  peli  del  genere  Ampelopsis 
(pag.  76). 

L'estremità  del  germoglio  della  vite  può  rappresentarsi  come  nella 
fìg.  35  (ingrandimento  1[200):  in  /'  f  f"  sono  indicati  i  principii 
delle  foglie;  in  r'  r"  i  viticci;  in  n'  ri'  le  stipole  (pag.  104);  ed  in  s 


(1)  Le  glandule  sono  piccoli  ammassi  di  cellule,  le  quali  secernono  umori  spe- 
ciali, ora  odorosi  ora  acri  ecc.  Ad  esempio  nelle  ortiche  le  glandule  che  si  trovano 
alla  base  dei  peli  secernono  quell'  umore  caustico  che,  passando  pei  peli  stessi, 
viene  ad  irritare  la  pelle  di  chi  tocca  l'ortica,  perchè  nell'atto  del  toccare  rom- 
pesi  la  punta  fragile  dei  peli. 

(2)  0.  Penzig  loc.  cit.  pag.   156. 


BOTANICA  DELLA  VITE  131 


la  sommità  del  fusto  (1).  Alla  foglia  f  è  opposto  il  viticcio  r'\  alla 
foglia  f"  il  viticcio  r"  secondo  la  regola  generale  accennata  a  pa- 
gina 94.  Alla  foglia  f  non  corrisponde  un  viticcio,  ma  poi  si  ha  un 
viticcio  r'  opposto  ad  una  foglia  f,  ed  una  foglia  f"  opposta  ad 
un  viticcio  r"  in  conformità  di  quanto  dicemmo  a  pag.  96  accen- 
nando alla  legge  generale  della  intermittenza  dei  viticci. 

5°.  /  viticci.  Se  noi  pratichiamo  una  sezione  orizzontale  a  tra- 
verso un  viticcio,  vediamo  che  i  fascii  fibro-vascolari  sono  disposti 
secondo  la  fìg.  36  :  questi  fascii  sono  molto  numerosi  e  molto»  vicini 
gli  uni  agli  altri;  come  quelli  dei  germogli  essi  sono  disposti  in  cir- 
colo attorno  al  midollo,  e  provengono  per  così  dire  da  una  dirama- 
zione dei  fascii  vascolari  del  germoglio  stesso  da  cui  parte  il  viticcio: 
i  vasi  a  spirale  vi  sono  predominanti.  L'  epidermide  è  costituita  da 
cellule  allungate,  e  vi  si  trovano  stomi  come  nei  germogli  :  il  libro 
è  pure  bene  determinato.  Mancano  i  peli,  o   almeno   sono   rarissimi 


Fig.  36.  Fig.  37. 

e  si  trovano  solo  nei  giovani  cirri  di  alcune  varietà.  L'amido,  il 
tannino  e  l'ossalato  di  calcio  vi  si  trovano  distribuiti  come  nel  fusto. 
6°.  Le  foglie.  Nel  picciuolo  i  fascii  fibro-vascolari  sono  disposti 
come  lo  indica  la  fìg.  37,  con  una  depressione  verso  la  faccia  supe- 
riore del  picciuolo  stesso,  e  costituiscono  essi  pure  una  diramazione 
di  quelli  del  germoglio;  alla  estremità  del  picciuolo  si  distribuiscono 
nelle  nervature,  nelle  vene  e  nelle  venicelle  (pag.  103).  Questa 
rete  di  vasi  a   maglie  poligonali  (2)   costituisce   un  solido    scheletro 


(1)  Penzig  Id.  id.  pag.  162. 

(2)  Queste  maglie  anastomizzandosi  costituiscono  il  reticolato  delle  nervature, 
(veggasi  la  fig.  42  a  pag.  137):  in  ciascuna  di  queste  maglie  penetra  un  ramo 
(raramente  due)  formato  di  trachee,  che  si  ramifica  più  o  meno  regolarmente  in 
quella  guisa  che  dicesi  pedata,  e  le  cui  ramificazioni  ulteriori  sono  formate  di 
semplici  tracheidi  che  terminano  a  fondo  cieco,  cioè  non  si  anastomizzano   ulte- 


132  CAPITOLO  IV 


per  la  foglia,  come  già  osservammo  a  pag.  112  (nota  2a),  mentre 
gli  spazii  che  intercedono  fra  i  vasi  sono  più  o  meno  ripieni  di  cellule 
parenchimatose  con  granuli  di  clorofilla  di  cui  diremo  or'ora. 

L'epidermide  del  picciuolo  è  costituita  da  ampie  cellule,  e  mostra  stomi 
nonché  peli  corti  di  forma  uguale  a  quella  indicata  a  pag.  129.  Anche 
nel  picciuolo,  come  nei  germogli  e  nel  fusto,  si  trovano  ossalato  di 
calcio,  tannino  e  amido. 

Le  due  pagine  della  foglia  sono  ricoperte  da  una  epidermide 
robusta  e  spessa,  poco  aderente  al  tessuto  sottostante,  composta 
di  cellule  appiattite  e  diafane,  cioè  senza  granuli  di  clorofilla.  L'  e- 
pidermide  presenta  certe  aperture,  o  pori  respiratori!,  che  già  ve- 
demmo (a  pag.  121)  chiamarsi  stomi,  mercè  cui  gli  spazii  intercel- 
lulari della  foglia  comunicano  coli'  atmosfera  :  gli  stomi  sono   raris- 


Fig.  38. 

simi,  e  spesso  mancano  del  tutto,  nella  pagina  superiore  della  foglia 
{a  fig.  38),  mentre  sono  molto  numerosi  nella  pagina  inferiore  (b  fig.  38), 
la  qual  cosa  si  osserva  in  tutte  le  foglie  delle  piante  terrestri  (1): 
si  può  quindi  concludere  che  le  parti  delle  foglie  le  quali  sono  più  di- 
rettamente esposte  al  calore  solare  sono  quelle  che  difettano  o  man- 
cano di  pori  respiratomi;  infatti,  secondo  alcuni  botanici,  il  calore  e 
la  siccità  non  solo  farebbero  restringere  1'  orifizio    di    questi    stomi, 


riormente.  11  Dott.  Giuseppe  Cuboni  di  Collegllano  fu  quegli  che  pel  primo  de- 
scrisse  questo  modo  di  terminarsi  delle  ultime  estremità  libere  dei  cordoni  va- 
scolari nelle  foglie. 

(1)  Le  foglie  sommerse  delle  piante  acquatiche  ne  sono  sprovviste  del  tutto, 
tolte  poche  eccezioni:  le  foglie  galleggianti  hanno  stoini  soltanto  sulla  pagina 
superiore, 


BOTANICA  DELLA  VITE 


133 


ma  talvolta  lo  costringerebbero  a  chiudersi  del  tutto,  laddove,  con- 
trariamente a  quanto  dicemmo  a  pag.  120,  l' amido  ne  provo- 
cherebbe l' apertura  e  l' allargamento,  tanto  più  se  coadiuvato  da 
una  luce  viva.  Noteremo  però,  che  se  la  luce  favorisce  l'aper- 
tura dei  pori,  come  già  ammetteva  Amici,  V  ombra  ne  fa  aumen- 
tare il  numero,  cosicché  talvolta  in  luoghi  ombreggiati  ed  umidi 
anche  la  pagina  superiore  ne  è  sufficientemente  provvista. 

Abbiamo  detto  che  le  cellule  dell'epidermide  non  contengono  gra- 
nuli di  clorofilla:  ne  contengono  però  le  cellule  che  costituiscono  gli 
stomi,  e  forse  dipende  da  ciò  la  diversa  intensità  di  colorazione  verde 
che  si  osserva  talvolta  fra  le  due  pagine  della  stessa  foglia. 

La  fig.  39,  la  quale  rappresenta  una  sezione  trasversale  assai  in- 
grandita della  foglia,  ci  indica  chiaramente  la  disposizione  delle  varie 


Fig.  39. 


parti  nello  spessore  della  foglia  stessa:  e  così  in  e  e  abbiamo  l'epi- 
dermide della  pagina  superiore  senza  stomi,  ed  in  é  e'  l'epidermide 
della  pagina  inferiore:  o  indica  uno  stoma  formato  dalle  due  cel- 
lule s  s  poste  una  verso  l'altra,  per  cui  ne  risulta  un  poro  nell'epi- 
dermide: in  p  p  p'  p'  abbiamo  il  tessuto  cellulare  del  parenchima 
contenente  i  granuli  di  clorofilla  segnati  colla  lettera  e:  —  p  p  in- 
dicherebbe il  vero  parenchima  a  cellule  allungate,  disposte  per  così 
dire  a  palizzata  e  molto  vicine  le  une  alle  altre,  mentre  p'  p'  pr  ecc. 
sarebbero  varii  strati  del  così  detto  merenchima  (pag.  118,  nota  la) 


134 


CAPITOLO  IV 


o  tessuto  spugnoso  a  cellule  arrotondate,  le  quali  perciò  lasciano  fra 
di  loro  gli  spazii  i  i  detti  meati  intercellulari,  come  già  sappiamo. 

La  fig.  40  mostra  la  sezione  trasversale  molto  ingrandita  di  una 
nervatura,  ove  e  e  indica  l'epidermide,  e  e  il  tessuto  cellulare  e  t 
un  pelo,  poiché  le  nervature  principali  presentano  sempre  peli  (pa- 
gina 104). 

Infatti  nella  pagina  inferiore  della  foglia  di  vite  si  trovano  sulle 
nervature  molti  peli ,  come  già  dicemmo  :  di  essi  abbiamo  dato 
una  descrizione  a  pag.  129  fig.  34.  Aggiungeremo  qui  che  oltre 
a  questi  peli  di  forma  conica,  che  sono  i  più  numerosi,  se  ne  tro- 
vano altri  assai  sottili,  lunghi  e  flessuosi,  per  cui  intrecciandosi  fra 
di  loro  talvolta  danno  luogo  a  quella  pubescenza  che  a  pag.  102  chia- 
mammo   ragnatela,  mentre  tal'altra  costituiscono  come  un  vero  strato 


J<òO 


o 


ODO 


p  C  J 


Fisr.  40. 


cotonoso.  Infine  il  D.r  Penzig  ha  pel  primo  osservato  una  terza 
forma  di  peli  sulle  foglie  della  vite,  come  pure  sul  picciuolo,  sui  gio- 
vani tralci  e  sui  viticci  (1):  questi  peli,  che  si  osservano  pure  sulle 
foglie  del  genere  Ampelopsis,  hanno  (fig.  41)  un  gambo  cortissimo  com- 


(1)  Loc.  cit.  pag.  158. 


BOTANICA  DELLA  VITE 


135 


posto  di  molte  cellule  ed  un  capolino  assai  grande,  talvolta  lungo  2 
millimetri,  ialino  e  luccicante  quasi  a  mo'  di  perla  diafana,  onde  molti 
osservatori  furono  già  tratti  in  inganno  prendendo  simili  peli  per 
ova  di  insetti  oppure  per  acari  parassiti  della  foglia.  Nel  centro  del 
capolino  esistono  molte  grandi  cellule  piene  di  plasma  e  di  succo 
limpido:  sui  fianchi  si  vede  un  solo  stoma  st  di  forma  ordinaria,  le 
cui  cellule  contengono  molta  clorofilla  e  molto  amido. 

Per  ultimare  quanto  si  riferisce  alla  anatomia  della  foglia  ci  rimane 
a  parlare  della  clorofilla  e  dell'ossalo  di  calcio,  sin  qui  accennati 
soltanto  fuggevolmente. 

La  clorofilla  (1)  si  presenta  nel  parenchima  della  foglia  sotto 
forma    di    granuli,  i  quali  trovansi  nel  protoplasma  cellulare,  costi- 


Fig.  41. 

tuiti  da  un  nucleo  di  amido  circondato  da  vera  clorofilla:  infatti 
trattati  col  iodio  (pag.  118)  si  colorano  tosto  in  violetto.  La  clorofilla 
è  solubile  nell'alcool,  nell'etere  e  negli  acidi  cloridrico  e  solforico,  che 


(1)  Clorofilla  significa  verde  delle  foglie. 


136  CAPITOLO  IV 


si  colorano  intensamente  in  verde:  secondo  Fréray  essa  si  può  decom- 
porre in  due  sostanze  coloranti  trattandola  con  un  miscuglio  di  acido 
idroclorico  ed  etere;  si  ottiene  allora  sciolta  nell'  etere  una  sostanza 
azurra,  che  Frémy  chiamò  cianofilla  (o  fillocianina)  mentre  nell'a- 
cido rimane  una  sostanza  gialla,  detta  xantofilla  (o  filloxantina) 
alla  quale  probabilmente  si  deve  il  colore  giallo  che  assumono  le 
foglie  in  autunno.  Noi  abbiamo  trovato  però  nelle  foglie  di  alcune 
viti  (barbera,  tintoria,  ecc,)  una  copiosa  materia  colorante  rossa,  a- 
naloga  alla  enocianina;  essa  si  produce  solo  sul  finir  dell'  estate. 
Ne  riparleremo  al  capitolo   Chimica  della   Vite. 

È  importante  sapere  che  senza  ferro  non  può  formarsi  clorofilla, 
per  cui  le  piante  le  quali  vegetano  in  terreni  privi  di  ferro  riman- 
gono bianche;  ma  basta  aggiungere  al  terreno  sali  di  ferro  (solfato 
o  cloruro)  perchè  comparisca  il  color  verde,  come  hanno  dimostrato 
con  esperienze  dirette  Salm-Horstmar,  Sachs  e  Gris.  Quest'ultimo  e- 
sperimentatore  osservò,  coli' aiuto  del  microscopio,  che  mancando  il 
ferro  il  protoplasma  delle  cellule  (pag.  130)  rimaneva  una  massa  in- 
coio ra  o  gialla,  mentre  sotto  l' influenza  del  ferro  non  tardavano  a 
formarsi  i  granuli  della  clorofilla.  Sono  le  cellule  contenenti  questi 
granuli,  che  sotto  l'influenza  moderata  della  luce  e  del  calore  hanno 
il  potere  di  decomporre  V  acido  carbonico  dell'  aria,  assimilandosi  il 
carbonio  e  formando,  cogli  elementi  dell'  acqua  e  del  suolo,  le  so- 
stanze organiche  onde  è  costituita  la  pianta.  Concludendo,  diremo  che 
il  ferro  è  indispensabile  alla  produzione  della  clorofilla  e  quindi  anche 
alla  vita  ed  allo  sviluppo  delle  piante;  la  pratica  della  viticultura  ci 
insegna  infatti  che  il  ferro  (solfato)  sparso  sul  terreno,  è  di  grande 
giovamento  alla  vite,  il  cui  fogliame  si  fa  rigoglioso  ed  assume  un 
bel  colore  verde  carico. 

Uossalato  di  calcio  (pag.  118)  è  stato  studiato  ultimamente  con 
molta  cura,  nelle  foglie  della  vite,  dal  Dr.  Cuboni  (1),  il  quale  ha  esa- 
minato ai  microscopio  il  tessuto  della  foglia  direttamente  in  super- 
ficie e  non  già  in  sottili  sezioni  trasversali  come  si  usa  fare  ordina- 
riamente: egli  ha  trattato  le  foglie  assai  giovani  con  alcool,  per 
allontanare  la  clorofilla,  e  le  foglie  adulte  con  idrato  di  potassio,  la- 
vando poscia  il  preparato  con  acido  acetico:  con  questi  metodi  egli 
ha  potuto  constatare:  1°)  che  le  foglie  giovani  della  Vitis  vinifera 
non  contengono  altri  cristalli  (di  ossalato  di  calcio)  che  i  rafidi,  mentre 


(1)  Rivista  di  Vit.  ed  Eh.  di  Conegliano  (N.  23  e  24  1S83). 


BOTANICA  DELLA  VITE 


137 


le  druse  non  compariscono  se  non  nelle  foglie  adulte.  (A  pag.  119  ab- 
biamo detto  che  cosa  siano  questi  cristalli).  2°)  Che  i  rafidi  sono  sempre 
contenuti  entro  grandi  cellule  di  forma  speciale,  differentissime  dalle 
cellule  ordinarie  che  costituiscono  il  parenchima  della  foglia,  mentre 
le  druse  sono  contenute  entro  cellule  piccolissime,  inoltre  i  primi  dif- 
feriscono dalle  seconde  per  la  diversa  posizione  che  costantemente 
occupano  nel  tessuto  della  foglia. 

Le  cellule  contenenti  rafidi  hanno    una  forma  ordinariamente    ci- 
lindrica (fig.  42;    porzione    di  foglia  giovine  di  Raboso  ingr.  140  e 


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Fie.     2. 


fig.  43  a  b  e  cellule  con  rafidi  isolate  ingrandite  600  volte):  il  dia- 
metro trasversale  ordinariamente  misura  da  20  a  25  millesimi  di 
millimetro,  mentre  quello  longitudinale  varia  assai,  cioè  da  100  a 
200  millesimi  di  millimetro:  il  fascio  dei  rafidi  è  lungo  da  30  a  35 
millesimi  di  millimetro.  —  La  fig.  44  ci  mostra  una  porzione  di  foglia 
adulta  di  vite  Rabosa  colle  cellule  a  rafidi  e  le  druse  ingr.  140  e  la 
fig.  45  in  a  ci  rappresenta  varie  cellu'e  a  druse  di  forma  quasi  cu- 


138 


CAPITOLO  IV 


bica  ed  il  cui  lato  maggiore  misura  soltanto  10-12  millesimi  di  mil- 
limetro; ed  in  b  una  cellula  a  rafidi  trattata  con  acido  acetico  con- 
centrato, nel  qual  caso  si  forma  subito  un  precipitato  gelatinoso  opaco 
che  inviluppa  il  fascio  dei  rafidi.  Questo  precipitato,  a  parere  del 
Dr.  Cuboni,  è  dovuto  senza  dubbio  alla  coagulazione  di  una  sostanza 
che  prima  era  disciolta  nel  succo  cellulare:  essa  è  molto  abbondante 
nelle  cellule  delle  foglie  giovani,  ma  va  mano  mano  scemando  col 
crescere  dell'età  della  foglia,  finché  nelle  foglie  autunnali  il  tratta- 
mento coll'acido  acetico  non  determina  che  un  coagulo  sottilissimo 
intorno  al  fascio.  Questo  coagulo  non  presenta  alcuna  delle  reazioni 
caratteristiche  del  protoplasma:  è  solubile  nell'acido  cloridrico  e  forse 
non  è  altro  che  l'ossalato  di  calcio  disciolto  nel  succo  cellulare  che 
precipita  allo  stato  amorfo  coll'acido  acetico. 


Fig.  43. 


11  D.r  Cuboni  ha  osservato  pel  primo  che  le  cellule  a  rafidi  nelle 
maglie  poligonali  di  fascii  fibro-vascolari  che  costituiscono  il  reticolo 
delle  nervature,  si  trovano  in  numero  di  una  o  due,  ai  lati  del  cor- 
done vascolare  che  penetra  nelle  maglie  stesse,  come  è  chiaramente 
indicato  nella  fig.  42.  Il  numero  di  queste  cellule,  il  quale  pare  varii 
da  70  ad  80  per  ogni  millimetro  quadrato,  non    aumenta  né    dimi- 


BOTANICA  DELLA  VITE 


139 


nuisce  coll'età  della  foglia,  a  cominciare  dal  momento  in  cui  essa  ha 
raggiunto  la  sua  forma  definitiva.  Invece  le  druse  non  si  trovano 
che  nelle  foglie  adulte,  molto  tardi  verso  l'autunno:  le  cellule  che  le 
contengono  sono  piccolissime  e  sono  disposte,  come  si  vede  nella 
fig.  44,  in  una  fila  più  o  meno  interrotta  alla  diritta  ed  alla  sinistra 
di  ciascun  cordone  vascolare.  Il  numero  di  queste  cellule  va  mano 
mano  aumentando  coll'età  delle  foglie,  e  le  prime  si  formano  vicine 
alle  nervature  più  grosse. 


^T\ 


Infine  diremo  che  il  D.r  Cuboni  ha  trovato  le  cellule  a  rafidi  in 
200  e  più  viti  europee,  nonché  nelle  americane  Labrusca,  Riparia 
ed  Aestivalis  e  nelle  foglie  dell'  Ampelopsis  hederacea  :  quindi  pro- 
babilmente esse  sono  caratteristiche  di  tutte  le  Ampelidee  (pag.  76). 
Nel  paragrafo  seguente  sulla  fisiologia  della  vite,  diremo  dell'azione 
della  luce  solare  e  delle  condizioni  fisico -chimiche  del  terreno  su 
questi  cristalli  di  ossalato  di  calcio. 

7.°  Le  gemme  {occhi  e  bottoni).  I  botanici  chiamano  prefoglia- 
zione (pag.  104)  la  disposizione  che  hanno  le  foglie  entro  le  gemme 
foglifere  {occhi)  prima  che  queste  si  aprano:  chiamano  poi  pre-fio- 


140 


CAPITOLO  IV 


razione  la  disposizione  delle  varie  parti  del  fiore  entro  le  gemme 
fiorifere  {bottoni).  Tanto  la  prefogliazione  quanto  la  preflorazione 
sono  generalmente  le  stesse,  cioè  sono  costanti,  in  tutte  le  piante 
di  una  stessa  famiglia  naturale,  ond'  è  che  vi  si  attribuisce  molta 
importanza.  La  prefogliazione  dicesi  anche  ibernazione,  e  la  pre- 
florazione è  pure  chiamata  estivazione. 


Fig.  45. 

Negli  occhi  della  vite  le  foglie  sono  ripiegate  su  sé  stesse  secondo 
la  loro  lunghezza  a  guisa  d'un  ventaglio,  e  perciò  la  prefogliazione 
è  plicata  o  pieghettata  od  anche  increspata.  Le  foglie  normali 
negli  occhi  sono  protette,  come  già  dicemmo  a  pag.  104,  dalle  sti- 
pole.  Queste  foglioline  precoci  sono  ricoperte  da  una  epidermide  a 
cellule  sottili,  senza  stomi,  ma  con  lunghi  peli  da  ambe  le  faccie  per 
meglio  proteggere  la  vera  foglia  prima  del  suo  sviluppo,  quasi  come 
farebbe  una  guaina:  secondo  il  Dott.  Penzig  nella  base  delle  stipole 
non  penetrano  affatto  fascii  fibro -vascolari,  locchè  è  strano;  perchè 
in  generale  le  stipole  hanno  una  nervatura  mediana,  osservata  in- 
fatti nel  genere  Cissus  dalla  stesso  Penzig.  Infine  le  stipole  presen- 
tano ossalato  di  calcio  (rafìdi  a  grossi  fascii:  veggasi  la  fig.  42  a  pa- 
gina 137),  ma  invece  mancano  di  clorofilla,  d'amido  e  di  tannino  (1). 


(1)  Loc.  cit.  pag.  160. 


BOTANICA  DELLA  VITE  141 

Nei  bottoni  della  vite  i  cinque  petali  si  alternano  coi  cinque  den- 
telli del  calice,  toccando  questi  ultimi  soltanto  pei  loro  margini,  per 
cui  la  preflorazione  è  detta  valvare  (veggasi  la  pag.  109).  Nei  bot- 
toni i  fiori  sono  protetti  dalle  brattee  che  corrispondono  alle  stipole 
delle  foglie.  Le  brattee  trovansi  anche  sui  cirri,  ed  è  questa  un'altra 
prova  che  il  viticcio  è  un  grappolo  abortito:  la  brattea  del  viticcio 
corrisponde  alla  scaglia  della  sua  ramificazione  maggiore,  come  dicemmo 
a  pag.  98  (fig.  7  d)\  le  brattee  possono  trasformarsi  in  vere  foglie  pic- 
ciuolate,  mentre  talvolta  anche  le  diramazioni  secondarie  dei  cirri  por- 
tano brattee  alla  cui  ascella  nascono  i  pedicelli  fiorali  dei  quali  di- 
remo or'ora.  Queste  brattee  hanno  una  sola  nervatura  mediana  assai 
sporgente:  le  parti  laterali  sono  tenere,  sottili  e  scolorate.  (Penzig). 

Tutte  le  gemme  della  vite,  ma  specialmente  quelle  bene  svilup- 
pate, presentano  in  autunno,  sotto  di  esse,  come  un  rigonfiamento 
del  legno  (una  specie  di  mensoletta  o  rigonfiamento  polputo)  rac- 
chiudente una  sostanza  di  apparenza  amilacea,  la  quale  rappresenta 
i  cotiledoni  dei  semi.  Infatti  questo  rigonfiamento  alimenta  il  tenero 
germoglio  nella  successiva  primavera  sino  a  che  esso  non  abbia  cac- 
ciato le  foglie,  ed  intrecciate  le  sue  fibre  con  quelle  del  libro  del 
ramo. 

8.°  /  fiori.  I  sepali  del  calice  ed  i  petali  della  corolla  sono  essi 
pure  attraversati  come  le  foglie  da  fascii  fibro- va  scolari;  la  qual  cosa 
è  naturale,  poiché  in  sostanza  i  sepali,  i  petali,  gli  stami  ed  i  car- 
pelli (pag.  Ili)  altro  non  sono  che  foglie  variamente  modificate  (1). 
Fra  i  fascii  suddetti  trovasi  un  tessuto  parenchimatoso,  appunto  come 
nelle  foglie:  l'epidermide  ricopre  il  tutto,  e  mostra  benché  in  piccolo 
numero,  gli  stomi. 

La  struttura  interna  del  fiore  è  la  seguente  (fig.  46  ingrandita 
50  volte)  (2):  sotto  l'apertura  o  stimma  a  si  trova  come  un  breve 
stilo  b  che  realmente  è  la  parte  superiore  dell'ovario:  esso  da  prin- 
cipio è  ripieno  di  un  tessuto  che  trae  origine  dalla  sua  parete  interna 
ed  è  composto  di  cellule  leggermente  connesse  fra  di  loro:  tale  tes- 


(1)  È  noto  che  i  giardinieri  per  produrre  i  così  detti  fiori  doppi  si  giovano 
appunto  dell'identità  che  passa  fra  la  natura  delle  varie  parti  del  fiore,  trasformando 
ad  esempio  gli  stami  in  petali. 

(2)  Togliamo  questa  figura  da  una  recentissima  ed  interessante  memoria  del 
Dott.  Portele,  dell'Istituto  Agrario  di  S.  Michele  nel  Tirolo.  (Studien  iiber  die 
Entwicklung  der  Traubenbeere  t-  1883). 


142  CAPITOLO  IV 


suto  cellulare  costituisce  in  sostanza  le  papille  dello  stimma  a.  Questo 
ultimo  forma  generalmente  un  tutto  senza  divisioni  e  solo  la  La- 
brusca  qualche  volta  ha  uno  stimma  che  si  può  considerare  come  di- 
viso in  cinque  parti.  Il  breve  stilo  b  è  realmente  aperto  solo  quando 
i  carpelli  invece  di  essere  due  sono  tre  (come  già  accennammo  a  pa- 
gina 111)  e  contengono  quindi  sei  semi  o  ovuli,  la  qual  cosa  fu  ri- 
petutamente osservata  da  Portele  nei  Riesling. 

Non  appena  i  granellini  del  polline  cadono  sullo  stimma,  questo  si 
rigonfia  e  spinge  i  tubetti  pollinici  a  traverso  l'accennato  tessuto  b 
dello  stilo  (detto  precisamente  tessuto  conduttore)  sino  agli  ovuli  k 
ed  s  che  si  trovano  nell'ovario.  Gli  ovuli  sono  fìssati  mediante  il  funi- 
colo o  cordone  ombellicale  r  alla  parete  y  dei  carpelli  oplacenta  (1). 
Prima  ancora  che  i  tegumenti  od  involucri  degli  ovuli  n  ed  o  pren- 
dano origine  dalla  base  m  degli  ovuli  stessi,  questi  subiscono  un  mo- 
vimento di  rotazione  tale  che  al  tempo  della  piena  fioritura  (come 
è  rappresentato  nella  sezione  longitudinale  della  fìg.  46)  il  micro- 
pilo  x  viene  a  trovarsi  a  lato  del  funicolo  r  il  cui  tessuto  allun- 
gandosi viene  così  a  formare  quella  linea  sporgente  che  a  pag.  144 
abbiamo  chiamato  rafe  o  vasidutto.  Il  micropilo  è  un'apertura  stretta 
a  guisa  di  canale,  formata  per  così  dire  da  un  rigonfiamento  anulare 
di  cellule  del  tegumento  esterno  n  e  dell'interno  o,  ed  a  traverso  la 
quale  gli  otricelli  pollinici  riescono  agli  ovuli. 

Riassumendo,  nella  fìg.  46  le  lettere  laterali  indicano  quanto  segue: 

a  Cellule  delle  papille  dello  stimma;  b  breve  stilo;  e  ovario;  d  nettario; 
(pag.  143);  f  un  pezzo  di  stame  o  per  dir  meglio  di  filamento  inserito 
presso  la  base  dell'ovario;  g  punto  da  cui  si  distaccarono  i  petali;  h 
rudimenti  del  calice;  k  ovulo  in  sezione  verticale;  s  ovulo  in  prospet- 
tiva; n  tegumenti  esterni  dell'ovulo;  o  tegumenti  interni;  p  germe  del- 
l'ovulo; x  micropilo;  r  funicolo;  v-v  cordoni  fibro  vascolari  in  numero 
di  15  a  18  provenienti  dal  pedicello  ed  entranti  nel  fiore;  z  punto 
da  cui  si  diramano  i  fascii  fibro-vascolari  i  quali  scorrono  lungo  le 
pareti  dell'ovario  i:  w  punto  di  dove  partono  altri  fascii  o  cordoni 
per  dirigersi  agli  ovuli;  y  parete  del  carpello,  la  quale  sull'epidermide 
esterna  presenta  alcuni  stomi,  e  nelle  cellule  della  interna,  che  sono 
poligonali,  offre  un  grande  numero  di  druse  stellate  di  ossalato  di 
calcio. 

L'ovario  porta  alla  sua  base  come  un  cerchio  di  cinque  protube- 


(1)  Chiamasi  placenta  quella  porzione  dell'ottano  che  porta  gli  ovuli. 


BOTANICA  DELLA  VITE 


143 


ranze  o  glandole  d  (1),  le  quali  si  alternano  cogli  stami  f;  esse  con- 
sistono in  cellule  parenchimatose  colorate  in  giallo,  le  quali  conten- 
gono molto  zucchero  ed  un  olio  essenziale  {nettare).  A  parere  di  Plan- 
chon  corrisponderebbero  ad  un  secondo  circolo  di  stami  rudimentali, 


V      V 


Fig.  46. 


e  Portele  ha  potuto  constatare  che  possono  eziandio  metamorfosarsi 
in  petali;  i  botanici  sono  però  molto  discordi  su  di  ciò.  Solo  è  noto 
che  tali  glandole  nettariche,  da  cui  proviene  il  gratissimo  odore  dei 


(1)  Queste  cinque  glandole  si  possono  vedere  nettamente   nelle  figure    11  e  13 
a  pag.  109  alla  base  dell'ovario,  tra  questo  e  il  calice. 


144  CAPITOLO  IV 


fiori  della  vite,  si  essiccano  dopo  la  fioritura,  ma  rimangono  aderenti 
alla  base  dell'acino  sino  alla  sua  maturazione. 

Gli  stami  abbiamo  già  visto  (pag.  110)  che  constano  del  filamento 
e  dell'antera;  il  filamento  è  attraversato  nella  sua  parte  mediana  da 
un  cordone  di  vasi  a  spirale  che  poscia  entra  nella  parte  di  mezzo  del 
dorso  dell'antera:  facendo  una  sezione  trasversale  si  osservano  nel 
filamento,  da  ogni  lato  del  fascio  vascolare,  tre  a  quattro  serie  di  cel- 
lule parenchimatose,  a  pareti  delicate,  contenenti  zucchero;  la  cloro- 
filla ed  il  tannino  si  trovano  specialmente  nelle  cellule  più  esterne 
al  momento  della  fioritura,  e  nei  filamenti  vecchi  si  trovano  eziandio 
traccie  di  amido  (1). 

L'  antera  è  composta  di  puro  tessuto  parenchimatoso  ;  le  sue  due 
logge  o  borse  nei  primi  stadii  del  loro  sviluppo  sono  riempite  d'un 
protoplasma  fortemente  azotato,  nel  quale  vedonsi  piccolissimi  gra- 
nuli rotondi  di  amido.  Da  questo  protoplasma  prendono  origine  i 
granuli  di  polline  (figura  47  a,  b,).  Successivamente  le  borse 
dell'antera  presentano  le  pareti  formate  da  una  serie  di  cellule  molto 
omogenee,  le  quali  ne  costituiscono  l'epidermide;  ma  quando  il  fiore 
incomincia  ad  aprirsi,  le  membrane  esterne  di  queste  cellule  dell'epi- 
dermide si  essiccano,  le  pareti  si  stracciano  longitudinalmente  ed  i 
granuli  di  polline  escono  e  sono  portati  dal  vento  o  dagli  insetti 
sugli  stimmi  dell'ovario.  (Veggasi  la  fig.  14  a  pag.  111). 

Il  polline  è  formato,  come  dicevamo  or'  ora,  da  cellule  del  pro- 
toplasma che  si  trova  nell'antera  nei  primi  momenti  del  suo  sviluppo; 
successivamente  esse  prendono  una  configurazione  speciale,  hanno 
una  doppia  parete  e  contengono  un  liquido  granelloso  detto  fovilla, 
composto  essenzialmente  di  acqua,  materie  azotate  (plasma)  e  zuc- 
chero; Fritzche  sostiene  che  non  di  rado  nella  fovilla  trovansi  anche 
granuli  di  amido  tanto  teneri  da  muoversi  di  continuo  (movimento 
broivniano  o  meglio  brauniano)  (2). 

I  granuli  sono  estremamente  piccoli,  e  si  contano  a  migliaia  in  un 
antera:  essi  hanno  o  la  forma  elittica  a  o  la  allungata  b,  come  già  sap- 
piamo: la  loro  parete  esterna  è  sottile  ed  elastica,  e  messi  nell'acqua 
questa  viene  assorbita  per  endosmosi,  onde  i  granuli  si  gonfiano  in 


(1)  Loc.  cit.  (Portelo),  pag.   10. 

(2)  Hrown  osservò  pel  primo  che  quando  in  un  liquido  si  trovano  in  sospen- 
sione  corpicini  assai  minuti,  essi  vanno  saggetti  ad  un  movimento  oscillatorio  con- 
tinuo, come  accade  ad  esempio  sciogliendo  dell'inchiostro  di  China  nell'acqua. 


BOTANICA  DELLA  VITE  145 


breve  tempo  e  scompaiono  allora  le  due  pieghe  che  prima  si  osserva- 
vano sulla  detta  parete  esteriore.  Ma  considerando  la  loro  forma  quando 
non  sono  gonfiati  dall'acqua,  si  osserva,  come  ha  constatato  pel  primo 
il  Dr.  Portele,  che  allorquando  i  filamenti  sono  più  corti  che  l'ovario 
propriamente  detto,  cioè  fatta  astrazione  dallo  stilo  e  dallo  stimma, 
allora  i  granuli  di  polline  hanno  sempre  la  forma  acuminata  b;  mentre 
quando  i  filamenti  sono  più  lunghi  dell'ovario,  i  granuli  presentano  sem- 
pre la  forma  a;  se  poi  i  rapporti  fra  queste  due  lunghezze  non  differi- 


Fig.  47. 


scono  di  molto,  si  possono  osservare  V  una  accanto  all'  altra  le  due 
forme;  infine  tanto  più  brevi  sono  i  filamenti  relativamente  all'ovario, 
tanto  più  acuminati  mostransi  i  granelli  pollinici.  La  differente  lun- 
ghezza dei  filamenti  è  pure  in  relazione  coll'apertura  dello  stimma:  se 
quelli  sono  corti,  lo  stimma  è  più  largo  e  più  basso;  se  quelli  sono  lun- 
ghi è  più  stretto  e  più  alto.  Il  Dr.  Portele  ha  fatto  un'altra  curiosa  os- 
servazione, ed  è  questa;  che  in  quasi  tutte  le  varietà  d'uva  con  stami 
più  corti  dell'ovario,  i  fiori  cadono  facilmente  prima  di  attecchire,  cioè 
si  verifica  il  così  detto  aborto  o  coulure  dei  Francesi.  Il  Portele 
cita  ad  esempio  le  uve  moscate:  ebbene  egli  ha  perfettamente  ragione, 
inquantochè  anche  nel  Monferrato,  di  dove  noi  scriviamo,  il  moscato 
rosso,  il  così  detto  moscatellino,  pure  rosso,  il  moscato  bianco  o  greco, 
e  la  moscadella  bianca  o  bergamotto,  vanno  ogni  anno  molto  sog- 
getti alla  caduta  dei  fiori.  Finora  non  abbiamo  potuto  trovare  una 
soddisfacente  spiegazione  di  questo  fatto. 

Ma  il  fiore  della  vite  può  essere  anormale,  come  già  dicemmo  a 
pag.  107,  e  le  anormalità  possono  essere  varie.  Talvolta  ad  esempio  gli 
stami  mostrano  i  filamenti  ripiegati  e  le  antere  rivolte  all' insù  in- 
vece di  avere  la  faccia  verso  il  centro  del  fiore:  secondo  Portele 
ciò  dipende  dalla  soverchia  umidità  della  primavera,  per  cui  i  petali 
della  corolla  non  cadono  abbastanza  prontamente  e  quindi  gli  stami 
rimangono  curvati  e  tortuosi.  Però  pare  che  ciò  non  rechi  nocu- 
mento alla  fioritura,  per  le  ragioni  che  diremo  parlando  della  impol- 

0.  Ottavi,   Trattato  di  Viticoltura,  11 


146  CAPITOLO  IV 


linazione  nei  fiori  della  vite,  la  quale  avviene  essenzialmente  con 
polline  di  altri  fiori. 

A  cagione  delle  sfavorevoli  condizioni  climatologiche  della  prima- 
vera, può  anche  accadere  che  la  corolla  quinquepetala  si  sollevi  bensì, 
ma  non  cada  totalmente:  in  questo  caso  una  parte  degli  stami  si 
raggrinza  e  perisce,  e  l'ovario  finisce  per  cadere,  onde  l'acino  è  per- 
duto del  tutto. 

Alle  volte  lo  stimma  dell'ovario,  il  quale  si  mostra  soverchiamente 
grosso,  non  si  sviluppa  affatto;  ed  anche  in  questo  caso  la  feconda- 
zione e  l'attecchimento  del  fiore  non  sono  possibili;  quindi  esso  cade. 
Invece  quando  i  petali  della  corolla  si  distaccano  dalla  loro  parte  su- 
periore e,  rimanendo  fìssati  alla,  base  dell'ovario  per  la  loro  parte 
inferiore,  si  ripiegano  all'ingiù,  la  fecondazione  può  ancora  aver  luogo, 
purché  lo  stimma  sia  sviluppato.  Portele  ha  anche  osservato  che 
talvolta  gli  stami  prendono  l'aspetto  di  foglioline  ripiene  di  clorofilla 
mentre  l'antera  è  gialla.  Però  il  loro  polline  è  normalmente  svilup- 
pato. I  petali  poi  possono  essere  doppii,  cioè  in  due  ordini  l'uno  sul- 
l'altro quasi  a  guisa  dei  fiori  detti  appunto  doppii:  in  questo  caso  i 
nettarii  si  sono  trasformati  in  petali,  e  difatti  essi  mancano  sempre  in 
fiori  consimili:  l'ovario  però  è  regolare  ed  il  polline  pure  normale, 
onde  non  sempre  si  ha  la  perdita  del  frutto:  V  acino  però  rimane 
più  piccolo  di  metà  e  più  ancora,  vale  a  dire  che  può  avere  un 
diametro  di  soli  2  millimetri  e  mezzo  invece  d'uno  di  5  a  7  (1). 

Questa  piccolezza  degli  acini  è  da  attribuirsi  al  fatto  che  gli  ovuli 
non  si  sono  sviluppati  regolarmente  e  completamente;  ciò  è  tanto 
vero  che,  allorquando  un  ovulo  si  sviluppa  male,  l'acino  appare  sen- 
sibilmente più  grosso  dal  lato  del  vinacciuolo,  ossia  dell'  altro  ovulo 
bene  sviluppato.  Inoltre  è  noto  che  gli  acini  delle  uve  senza  vinac- 
ciuoli (i  Corinti)  sono  sempre  piccoli.  I  vinacciuoli  non  completamente 
sviluppati  hanno  essi  pure,  come  gli  acini,  metà  grossezza  al  mas- 
simo di  quelli  che  si  trovano  in  acini  regolarmente  cresciuti,  ed 
inoltre  sono  privi  della  facoltà  di  germinare. 

Abbiamo  accennato  alle  uve  che  sono  prive  di  vinacciuoli,  cioè 
apirene,  poiché  dicesi  apirenità  (2)  la  mancanza  dei  semi  negli  acini; 


(1)  Portele  loc.  cit,  pag.  19.  Lo  studioso  che  desiderasse  conoscere  tutte  le  ri- 
cerche di  questo  diligente  osservatore  dovrebbe  provvedersi  1'  accennata  memoria 
(Hoepli  —  Milano). 

(2)  Parola  tolta  dal  greco  (a  privazione,  pyren  nucleo  o  vinacciuolo). 


BOTANICA  DELLA  VITE  147 

sono  tali  tutti  i  Corìnti,  uve  che  ci  vennero  dalla  Grecia  e  dall'Oriente  (1), 
ma  possono  eziandio  diventare  temporaneamente  apirene  le  uve 
di  alcuni  fra  i  nostri  vitigni  se  vengono  a  trovarsi  in  speciali  cir- 
costanze, in  certe  annate,  come  ebbe  ad  osservare  il  Mendola  ac- 
cidentalmente nel  Cataratta  di  Sicilia  ed  in  altri  vitigni  della  sua 
bellissima  collezione  ampelografica.  Qual'  è  la  causa  di  questa  man- 
canza di  vinacciuoli?  Putliat  crede  che  si  debba  rintracciarla  in  un 
difetto  di  conformazione  degli  organi  sessuali,  {Le  Vignoble  1874, 
Avril);  ma  Portele,  dopo  diligente  esame  del  fiore,  è  venuto  a  con- 
cludere che  fra  il  fiore  dei  Corinti  e  quello  normale  delle  altre  uve 
non  vi  ha  la  minima  differenza  sia  nella  struttura  esterna  sia  nella 
anatomica  (toc.  cit.  pag.  20)  e  Muller-Thurgau  attribuisce  la  api- 
renità  al  mancato  sviluppo  degli  ovuli  dopo  avvenuta  la  fecondazione 
{Weinbau,  1883,  n.  22  e  23).  Questa  conclusione  del  Dr.  Mtiller 
ci  pare  accettabile,  massime  dopo  le  osservazioni  del  Portele. 

Nel  novero  delle  viti  a  fiori  anormali  dobbiamo  infine  collocare  anche 
le  Lambrusche  selvatiche;  i  loro  fiori  presentano  uno  stimma  molto 
appiattito;  lo  stilo  manca  affatto,  onde  lo  stimma  è  applicato  diret- 
tamente sull'ovario,  mentre  i  filamenti  delle  antere  sono  relativamente 
assai  lunghi:  la  corolla,  durante  la  fioritura,  è  sollevata  a  mò  di 
padiglione  dagli  stami  ed  il  fiore  ha  i  nettarii  che  mandano  molto 
odore.  Il  polline  pare  costituito  regolarmente,  e  1'  ovario  pure;  con- 
tuttociò  le  lambrusche  sono  generalmente  sterili,  forse  perchè  il 
fiore,  essendo  sorretto  da  un  pedicello  lungo  e  delicato,  cade  facil- 
mente: tuttavia,  invecchiando  molto,  esse  diventano  fertili  (pag.  16). 
9.°  Gli  acini  ed  i  vinacciuoli.  Ci  rimane  ora  a  descrivere  l'in- 
terno dei  frutti  della  vite.  L'acino  (fìg.  48)  si  compone  della  fiocine 
o  epicarpio  a;  del  mesocarpio  o  sarcocarpio  b,  d,  che  è  la  parte 
carnosa  e  succulenta  (parenchima):  la  porzione  centrale  d  del  meso- 
carpio è  composta  di  un  succo  come  dire  vischioso,  entro  il  quale 
stanno  i  vinacciuoli;  l'epicarpio  ed  il  mesocarpio  costituiscono  il  così 
detto  pericarpio  a,  b  e  d,  che  proviene  dai  carpelli  dell'ovario:  in- 
fine dei  semi  e  che  sono  raramente  quattro  come  nel  disegno,  più 
spesso  soli  due  e  talvolta  mancanti,  come  dicemmo  a  pagina  146. 
Ogni  acino  è  sopportato   da  un    pedicello    liscio   rotondo    sul    quale 


(1)  Veggansi  sulla  tribù  dei  Corinti  un  esteso  ed  attraente  studio  pubblicato 
nell'anno  1878  del  nostro  Giornale  Vinicolo  Italiano  dal  dotto  ampelografo  Ba- 
rone A.  Mendola. 


148 


CAPITOLO  IV 


notansi  alcuni  peli  assai  piccoli:  questo  pedicello  ha  una  costitu- 
zione anatomica  simile  a  quella  dei  viticci  (fascii  vascolari,  paren- 
chima, epidermide  e  piccolissimo  midollo).  La  parte  carnosa  b  e  d, 
quasi  sempre  di  colore  bianco  giallastro,  risulta  dall'  agglomera- 
zione di  numerosissime  cellule  assai  piccole  a  forma  di  glandole, 
nelle  quali  avviene  la  secrezione  o  produzione  del  succo.  Dal  picciuolo 
entrano  generalmente  neh"  acino  i  vasi   conduttori  della  linfa   nutri- 


Fig.  48. 


trice,  che  si  ramificano  poi  in  ogni  parte  dell'acino:  il  numero  di 
questi  vasi  corrisponde  a  quello  degli  ovuli  o  semi  (vinacciuoli)  (fi- 
gura 46  v  v  e  fìg.  13). 

La  fiocine  risulta  dagli  strati  più  esterni  del  tessuto  cellulare  del- 
l' acino,  e  consta  di  piccole  cellule  appiattite  molto  spesse:  lo  strato 
più  esterno  costituisce  una  cuticola  spessa  da  3  a  6  millesimi  di 
millimetro,  sotto  a  cui  si  trovano  cellule  estremamente  piccole, 
lunghe  da  10  a  30  millimillimetri  e  larghe  da  3  a  7.  Procedendo 
verso  l'interno,  gli  strati  sono  formati  da  cellule  sempre  più  grandi 
sino  a  raggiungere  una  lunghezza  di  circa  100  millimillimetri  ed 
una  larghezza  di  20:  infine  le  cellule  della  parte  carnosa  dell'  acino 
possono  raggiungere  un  diametro  di  circa  mezzo  millimetro.  La 
fiocine  è  composta  di  un  differente  numero  di  strati  di  cellule,  a 
seconda  delle  varie  uve:  alcune  ne  hanno  da  10  a  12  (Labrusca) 
altre  soli  8,  altre  ancora  soli  6.  Ciò  nonostante  essa  è  talvolta  diafana, 
sempre  poi  elastica  quando  l'acino  si  avvicina  alla  maturità,  mentre 
prima  è  dura  e  rigida. 


BOTANICA  DELLA  VITE 


149 


Nell'acino  maturo  si  trovano  varie  sostanze  disposte  a  poco  presso 
come  ora  diremo: 

Attorno  ai  vinacciuoli  a  (fig.  49)  abbiamo  anzitutto  uno  strato  b  la  cui 
composizione  è  molto  complessa,  ma  che  presenta  la  caratteri- 
stica di  essere  quasi  privo  di  zucchero;  esso  consta  pertanto  di 
sostanze  albuminoidi  (o  azotate)  di  acidi  liberi,  fra  cui  però 
scarseggia  assai  l'acido  tartarico,  e  di  cremor tartaro:  ha  una  cotale 
densità  e  si  presenta  come  vischioso  a  causa  delle  materie  albumi- 
noidi  suddette.  Allo  strato  b  ne  segue  un  altro  e  assai  più  grosso  e 
più  liquido,  perchè  contiene  molta  acqua;  il  suo  componente  più 
importante  è  lo  zucchero,  cui  tengon  dietro  l'acido  tartarico  libero, 
altri  acidi,  varii  sali,  ed  infine  una  piccola  quatità  di  albumina, 
assai  meno  però  che  non  nello  strato  b.  Dopo  lo    strato  e  abbiamo 


Fig.  49. 


un  piccolo  strato  d,  abbastanza  ricco  di  zucchero,  di  consistenza  car- 
nosa, e  composto  essenzialmente  di  sostanze  le  quali,  come  Y  amido, 
la  gomma  e  le  mucillagini,  sono  quasi  tutte  destinate,  col  concorso 
della  luce,  del  calore  e  dell'umidità,  ed  essere  trasformate  in  zucchero: 
in  questo  strato  però  non  mancano  affatto  né  le  sostanze  albumi- 
noidi,  né  i  sali  e  gli  acidi.  Infine  l' ultimo  strato  e  è  per  così 
dire  aderente  alla  buccia  dell'  acino  ed  ha  una  grande  importanza 
per  l'enologo:  infatti  in  esso  trovasi  anzitutto  la  materia  colo- 
rante (1);  vi  si   incontra   pure    V  acido    tannico,    o    tannino,    ma 


(1)  Sono  ben  rare  le  uve  le  quali,  come  la  nota  Tintorìa,  contengano  materia 
colorante  anche  negli  altri  strati  dell'acino. 


150  CAPITOLO  IV 


però  solo  quando  l'acino  è  quasi  maturo,  perchè  il  tannino  non  si 
forma  che  negli  ultimi  giorni  della  maturazione  dell'uva:  nell'ultimo 
strato  trovansi  pure  le  sostanze  aromatiche,  che  tutti  conoscono 
perchè  il  loro  sapore  è  pronunciatissimo  in  certe  uve,  come  i  moscati, 
gli  aleatici,  le  malvasie  e  molte  uve  americane:  queste  sostanze  aro- 
matiche però  non  si  devono  confondere  cogli  eteri  da  cui  deriva  la 
fragranza  dei  vini  vecchi:  gli  aromi  sono  realmente  olii  volatili,  di 
maniera  che  se,  estratti  che  fossero  dall'uva,  si  avesse  a  versarne 
una  goccia  su  un  pezzo  di  carta,  tale  goccia  finirebbe  per  non  lasciare 
veruna  macchia,  appunto  per  la  natura  volatile  dell'essenza:  diciamo 
questo  per  ispiegare  popolarmente  il  significato  delle  parole  «  olii 
volatili.  » 

Ci  rimane  ora  ad  esaminare  il  vinacciuolo. 

Nell'acino  può  mancare  a  dirittura,  come  nelle  uve  greche  (Co- 
rinto) ed  allora  già  sappiamo  (pag.  146)  che  l'acino  è  detto  apireno; 
ma  generalmente  vi  si  trovano,  come  già  dicemmo,  due  o  tre  semi, 
rare  volte  uno  solo  oppure  quattro;  e  secondo  alcuni  si  danno  casi  in  cui 
i  vinacciuoli  sono  anche  cinque  o  sei.  In  allora  le  tre  logge  dell'ovario, 
(le  quali  da  principio  sempre  mostransi  in  questo  numero,  ma  a  fiore 
sviluppato  riduconsi  a  due)  contengono  due  ovuli  per  caduna,  ed  hanno 
quindi  portato  a  compimento  tutti  gli  ovuli;  ma  il  caso  è  quanto  mai 
raro,  come  è  anche  raro  che  le  dette  logge  si  conservino  in  numero 
di  tre;  già  vedemmo  a  pag.  Ili  che  usualmente  sono  solo  due  di- 
stintamente sviluppate.  Anche  gli  ovuli  sono  sei  da  principio,  ma 
non  se  ne  sviluppano  che  due  o  tre;  gli  altri  abortiscono. 


I  vinacciuoli  sono  separati  da  un  tramezzo  carnoso  composto  di 
cellule  parenchimatiche  e  derivante  dalla  parete  dei  carpelli  {y  fig.  46); 
questo  tramezzo,  che  è  composto  di  due  parti,  aumenta  di  volume 
mano  mano  che  l'uva  va  maturando:  nella  fig.  50  abbiamo  una  se- 
zione trasversale  d'un  acino,  in  cui  a  b  da  un  lato  e  g  d  dall'altro 


BOTANICA  DELLA  VITE 


161 


indicano  quattro  vinacciuoli,  f  segna  il  tramezzo  carnoso,  /  indica  i 
due  o  più  fasci  di  vasi  (pag.  148)  i  quali  entrano  nel  tramezzo/1,  ed 
infine  e  mostra  lo  strato  di  tessuto  fibroso  a  rete  che  separa  la  fio- 
cine dalla  parte  polposa  dell'acino.  Ma  allorquando  uno  o  più  ovuli  abor- 
tiscono, allora  il  tramezzo  carnoso  ne  occupa  il  posto,  aumentando  di 
volume:  —  la  fig.  51  ci  mostra  alcuni  casi  di  aborto  (1);  in  A  abbiamo 
un  solo  vinacciuolo  a,  ed  il  tramezzo  carnoso  b  colle  sue  cellule 
parenchimatiche  occupa  il  rimanente  spazio  dell'ovario:  in  B  abbiamo 
due  semi  a  a  disposti  uno  sovra  1'  altro,  mentre  in  C  sono  disposti 
differentemente,  ma  sempre  il  tramezzo  b  occupa  il  posto  dei  vinac- 
ciuoli mancanti.  Dal  che  si  deduce  che  la  quantità  di  mosto  che  può 
dare  un  acino  è  tanto  maggiore  quanto  più  piccolo  è  il  numero  dei 
vinacciuoli  sviluppati. 


Fig.  51. 

Ogni  vinacciuolo  proviene  da  un  ovulo  completamente  sviluppato,  la 
cui  posizione  abbiamo  indicata  a  pag.  143,  fig.  46.  L'ovolo,  non  ap- 
pena fecondato,  cresce  rapidamente  e  presenta  i  rudimenti  delle  parti 
di  cui  va  poi  a  comporsi  il  vinacciuolo:  infatti  abbiamo  in  esso  la 
parte  interna  detta  nocella  o  nucleo,  o  terzina  di  Mirbel,  composta 
di  cellule  molto  sottili  e  bene  unite;  ad  essa  fa  seguito  la  secondina  o 
tegumento,  e  poscia  viene  la  primina  o  testa.  L'ovulo  è  attaccato  alla 
placenta  (pag.  142)  per  mezzo  di  un  breve  cordone  ombellicale,  ed 
il  punto  in  cui  questo  aderisce  alla  primina  è  detto  ilo.  La  nocella, 
al  momento  della  fecondazione  dell'ovulo,  presenta  nel  suo  interno 
una  lunga  cavità,  detta  sacco  embrionale,  nel  quale  riscontransi  un 
liquido  protoplasmatico  e  due  vescicole  embrionali  nella  estremità 
superiore  del  sacco;  una  di  queste  vescicole,  fecondata  che  sia  dal 
polline,  si  sviluppa  ed  abbiamo  1'  embrione;  V  altra,  non  fecondata, 
scompare. 

Gli  ovuli  da  principio  s.ono  costituiti  in  modo  tale  che  la  calaza 


(1)  Portele   loc.  cit.  pag.  36. 


152  CAPITOLO  IV 


(veggasi  la  fìg.  16  a  pag.  114)  si  trova  alla  estremità  opposta  del  becco 
o  ilo,  mentre  questo  risulta  vicino  al  micropilo;  essi  sono  allora  ovuli 
anatropi.  Ma  più  tardi,  continuando  Y  ovulo  a  svilupparsi,  subisce 
come  un  movimento  di  rotazione,  pel  quale  la  sua  cima  o  micropilo 
si  avvicina  alla  base  o  calaza,  e  l'ovulo  risulta  come  curvato  su  sé 
stesso;  allora  diventa  campolitropo. 

Nel  vinacciuolo  completamente  sviluppato  troviamo  essenzialmente 
due  parti:  il  tegumento  esterno  .o  episperma,  ed  il  contenuto  o 
mandorlo  coli'  embrione.  U  episperma  risulta  dalla  primina  e  dalla 
secondina  accennate  or'  ora,  e  difatti  è  composto  di  due  membrane; 
l'esterna,  risultante  da  molti  strati  a  cellule  poligonali  ricche  di  pla- 
sma scolorato,  e  l' interna  o  secondina,  composta  di  soli  tre  strati 
di  cellule  schiacciate  (1). 

Il  mandorlo  contiene  il  germe,  nonché  un  tessuto  cellulare  detto  peri- 
sperma o  endosperma,  ricco  di  materia  grassa  e  d'olio,  con  albume 
di  poca  consistenza,  e  con  qualche  cristallo  (drusa)  di  ossalato  di 
calcio  (2).  Il  germe  o  embrione,  assai  piccolo,  è  collocato  alla  estre- 
mità superiore  del  vinacciuolo,  colla  radichetta  verso  il  micropilo, 
siccome  accade  generalmente  nei  differenti  semi;  esso  ha  quindi  una 
direzione  opposta  alla  normale,  perchè  il  micropilo  è  alla  cima  del- 
l'ovulo, e  la  radichetta  si  deve  considerare  come  la  base  dell'embrione. 

L'embrione,  quando  è  completamente  sviluppato,  presenta  i  rudi- 
menti della  futura  pianta;  cioè  l'asse  (radichetta  e  fusticino  o  plu- 
mula),  i  cotiledoni  (prime  foglioline)  e  la  gemmula  mercè  cui  l'asse 
si  allunga  e  produce  le  prime  foglie  propriamente  dette.  Nella  fìg.  56 
pag.  156  abbiamo  disegnato  dal  vero  una  giovine  pianticina  colla 
radichetta,  Tasse,  le  due  foglie  cotiledonari  e  la  prima  foglia  regolare. 

Il  vinacciulo  non  contiene  amido;  invece  è  ricco  di  tannino,  il 
quale  si  trova  nell'epidermide  esterna,  nonché  nei  tessuti  della  pri- 
mina e  della  secondina:  la  quantità  di  tannino  si  può  calcolare  in 
media  al  5  0[q.  L'olio  sovraccennato  si  trova  nella  mandorla  secca 
nella  proporzione  del  15  0[Q'  è  un  olio  fìsso,  buono  per  gli  usi  in- 
dustriali. 

§  5.  Fisiologia  della  Vite.  Ora  che  conosciamo  la   struttura 
esterna  ed  interna    della    Vite,  dobbiamo  studiare  come  viva,  come 


(1)  Penzig:  loc.  cit.  pag.  171. 

(2)  Babo:  loc.  cit.  pag.  39. 


BOTANICA  DELLA  VITE  153 

fruttifichi    e    come    porti    i    suoi    frutti    a   quel    grado    di    matura- 
zione che  è  richiesto  dagli  usi  enologici  ed  alimentari,  questo  essendo 
l'obbiettivo  per  cui  si  coltiva  la  vite.  Tale  arduo  e  delicato  compito 
spetta  alla  fisiologia    vegetale;  vediamo    pertanto  quanto    ci  appren- 
dono sulla  importantissima  quistione  gli  studii   e  le    esperienze   fatti 
negli  scorsi  anni  dai  botanici  e  dai  viticultori  in  Italia,  in  Germania 
ed  in  Francia.  Divideremo  questo   paragrafo  in  varie    parti,  e  così: 
1°)  Germogliamento  dei  vinacciuoli; 
2°)  Respirazione  e  traspirazione  della  vite; 
3°)  Nutrizione  ed  accrescimento        » 
4°)  Vegetazione  » 

5°)  Fioritura  » 

6°)  Fruttificazione  » 

7°)  Maturazione  dell'uva; 
8°)  Longevità. 
1°)  Germogliamento  dei  vinacciuoli.  I  semi  della  vite,  come  ac- 
cade delle  sementi  in  generale,  non  possono  germogliare  se  non  sono 
posti  in  determinate  condizioni  di  umidità  e  di  calore;  questi  agenti, 
coadiuvati  dall'ossigeno  atmosferico,  il  quale  eccita  lo  sviluppo  del- 
l'embrione, come  dimostrò  Saussure,  provocano  1'  uscita  della  radi- 
chetta  e  della  plumula.  Si  può  asserire  che  la  germogliazione  avviene 
anche  in  piena  terra  per  tutti  i  semi  di  vite,  europea  o  americana, 
onde  non  è  indispensabile  apposito  germinatoio;  noi,  che  seminiamo 
viti  da  più  anni,  ne  abbiamo  sempre  fatto  senza. 

La  quantità  di  calore  di  cui  abbisognano  i  vinacciuoli  per  germo- 
gliare varia  a  seconda  dei  differenti  vitigni;  per  esempio  le  viti  Aesti- 
valis  e  Cinerea  richiedono  maggior  calore  che  non  le  V.  Riparia  e 
loro  derivati  (Clinton,  Taylor  e  Solonis);  queste  ultime  quindi  sono 
a  consigliarsi  pei  paesi  a  primavera  fredda,  mentre  le  prime  conviene 
coprirle  con  letame  paglioso  o  con  altro  corpo  coibente. 

L'umido  non  deve  essere  deficiente,  perchè  se  ciò  accade  l'acqua 
non  riesce  a  penetrare  a  traverso  il  duro  episperma,  e  quindi  il 
seme  non  si  gonfia,  non  si  ha  verun  movimento  nelle  cellule  germi- 
nali e  la  germogliazione  è  impossibile.  È  quello  che  accade  spesso, 
perchè  la  seminagione  della  vite  è  quasi  una  pratica  sconosciuta,  ed 
è  soltanto  dopo  l' introduzione  delle  viti  americane  quali  resistenti 
alla  fillossera,  che  si  fecero  al  riguardo  accurate  esperienze  (1). 


(1)  Dobbiamo  però  accennare  alle  numerose  seminagioni  fatte  dal   prefato  Ba- 


154  CAPITOLO  IV 


Per  dar  tempo  ai  vinacciuoli  di  provvedersi  della  quantità  di  ti- 
mido di  cui  abbisognano,  è  necessario  tenerli  durante  alcune  settimane 
stratificati  nella  sabbia  fina  ed  umida,  oppure  immergerli  nell'  acqua 
durante  quattro,  cinque  e  sino  otto  giorni.  Abbiamo  fatto  alcune 
esperienze  per  vedere  quale  influenza  può  esercitare  la  temperatura 
dell'acqua  sul  germogliamento,  nonché  il  miscuglio  d'acqua  e  soda  o 
urina.  Ecco  i  risultati: 

Vinacciuoli  (1)  immersi  per  24  ore  in  acqua  sem-  )  Germ0£iiarono 
plice,  tenuta  al  sole:  seminati  poi  in  terreno  assai  \      tutti, 
fertile,  e  coperti  con  3   centimetri  di   terriccio.    ) 

Vinacciuoli  tenuti  per  dodici  ore  in  acqua  calda  \  Qerm0o-iiar0I10 
a  40°  C  che  poi  si  lasciò   raffreddare   del  tutto:  >  y  quasi  tutti, 
seminati  come  sopra.  ) 

Vinacciuoli  tenuti  per  dodici  ore  in  acqua  e  )  Ne  germogliò  un 
soda  (acqua  quasi  satura).  )       quarto  circa. 

Vinacciuoli  tenuti  per  dodici  ore  in  acqua  ed  )  j^e  germogliò  la 
urina  di  cavallo  già  fermentata  (50  Ojo)-  >      metà. 

Non  è  adunque  necessario  tenere  i  vinacciuoli  durante  quattro  o  più 
giorni  nell'acqua,  se  questa  è  alquanto  riscaldata,  perchè  in  tal  caso 
agisce  più  prontamente  sull'involucro  dei  semi  stessi.  Al  capitolo  Se- 
minagione della  vite  entreremo  in  altri  dettagli  pratici,  che  qui 
sarebbero  fuor  di  luogo.  Soggiungeremo  soltanto  che,  sotterrato  il 
vinacciuolo,  dopo  un  tempo  più  o  meno  lungo  (talvolta  dopo  quattro 
mesi  e  talvolta  ancora  dopo  un  anno  se  difettano  l' umido  ed 
il  calore  e  se  si  tratta  di  semi  d' uve  americane)  esce  prima  la 
radichetta  e  poscia  il  fusticino,  con  due  foglie  cotiledonari  o  false- 
foglie,  onde  si  hanno  i  quattro  aspetti  indicati  dalle  figure  52,  53, 
54  e  55.  Nelle  fìg.  54  e  55  si  vede  spuntare  una  prima  foglia  rego- 
lare, che  è  poi  pienamente  sviluppata  nella  fig.  56  fra  le  due  cotile- 
donari: lateralmente  ad  essa  ne  spunta  tosto  una  seconda,  e  non 
tardano  pure  a  formarsi  le  gemme  laterali,  per  cui  la  pianticella 
prende  forma.  —  Nel  primo  periodo  la  pianta  germinale  vive  a  spese 
dell'endosperma  (pag.  152).  Ma  noi  abbiamo  visto  che  l'endosperma 


rone  Mendola  a  Favara  (Girgenti)  prima  ancora  dell'invasione  fillosserica:  perciò 
il  Mendola  ci  ha  apprese  molte  utili  nozioni  a  questo  riguardo. 
(1)  Scuppernong,  del  Sud  degli  Stati  Uniti  d'America. 


BOTANICA  DELLA  VITE 


155 


del  vinacciuolo  contiene  specialmente  materie  grasse  ed  olio,  che  sono 
quasi  insolubili  od  intieramente  insolubili  nell'  acqua,    e    perciò    non 


J? 


Fig.  52. 


Fig.  53. 


Fig.  54. 


Fig.  55. 


potrebbero  servire  alla  nutrizione;  senonchè,  per  le  belle  esperienze 
di  Sachs  e  Fleury,  sappiamo  che  i  corpi  grassi    durante    il  germo- 


156 


CAPITOLO  IV 


gliamento  si  trasformano  quasi  totalmente  in  amido,  il  quale  alla 
sua  volta  si  cangia  in  destrina  (1)  e  zucchero  d'  uva,  cioè  in  so- 
stanze solubili  nell'acqua.  In  quanto  all'albume,  è  noto  che  gli  albu- 
minoidi  sono  generalmente  solubili  nell'acqua.  Questi  albuminoidi  sotto 


Fig.  56. 


l'azione  dell'  ossigeno  od  in  presenza  dell'  acqua  si  decompongono  e 
poscia  danno  origine  ai  così  detti  fermenti,  i  quali  agiscono  sul- 
l'amido e  lo  cangiano,  come  dicevamo,  in  destrina  e  zucchero.  Payen 
e  Persoz  hanno  sostenuto  invece  sin  dal  1883  che  nel  seme  germo- 
gliale si  trova  presso  Y  embrione  una  sostanza  azotata,  detta  dia- 


(1)  L'amido  esposto  per  qualche  ora  al  calore  di  un  forno  si  gonfia  e  si  muta 
in  una  sostanza  bruno-chiara  detta  destrina,  ed  in  commercio  gomma-britannica. 
Anche  gli  acidi  ed  i  fermenti  trasformano  l'amido  in  destrina. 


BOTANICA  DELLA  VITE  157 

siasi,  la  quale  provoca  la  trasformazione  dell'  amido  :  una  parte  di 
diastasi  può  trasformare  2000  parti  di  amido  prima  in  destrina  e 
poi  in  zucchero  (1). 

Durante  il  germogliamento  si  producono  acido  carbonico,  acido 
acetico  ed  acido  lattico,  oltre  a  traccie  di  ammoniaca  e  di  azoto:  una 
parte  dell'acido  carbonico  proviene,  secondo  alcuni  botanici,  da  una 
vera  fermentazione  alcoolica  dello  zucchero;  altro  diossido  carbonico 
proverrebbe  dalla  ossidazione  degli  albuminoidi.  Infine  non  vogliamo 
scordare  di  far  cenno  dello  sviluppo  di  calore  che  accompagna  sempre 
il  germogliamento,  e  che  è  dovuto  alle  azioni  chimiche,  fra  cui  so- 
vratutto  l'assorbimento  dell'acqua  e  l'assorbimento  dell'ossigeno. 

Ma  se  l'acqua  ha  grande  importanza  nel  primo  atto  del  germo- 
gliamento, cioè  nella  soluzione  delle  materie  nutritive  dei  cotiledoni, 
è  pure  indispensabile  quale  veicolo  di  queste  materie  stesse  a  prò 
della  radichetta,  indi  dell'  intera  pianticina,  la  qual  cosa  avviene  a 
traverso  il  tessuto  vascolare,  secondo  Herbert  Spencer. 

Crescendo  la  giovine  pianta  embrionale,  a  spese  dell'  endosperma, 
i  cotiledoni  escono  col  fusticino  dal  terreno  e  formano  le  due  prime 
foglie  (fig.  54)  che  già  chiamammo  cotiledonari.  A  queste  seguono 
le  vere  foglie  della  vite,  e  la  pianticella,  già  provvista  all'estremità 
della  radichetta  di  radici  penetranti  nel  suolo,  cessa  di  vivere  a  spese 
del  seme  (fig.  56). 

2°  Respirazione  e  traspirazione  della  vite.  La  vera  respi- 
razione vegetale,  nel  senso  della  respirazione  animale  (assorbimento 
di  ossigeno  ed  emissione  di  acido  carbonico)  avviene  solo  di  notte 
per  le  parti  verdi  delle  piante,  e  di  giorno  per  le  parti  non  verdi;  di 
giorno  nelle  parti  verdi  abbiamo  invece  un  fenomeno  inverso  (assor- 
bimento dell'acido  carbonico).  Questa  respirazione  diurna  —  o  piut- 
tosto assimilazione  —  avviene,  come  è  noto,  essenzialmente  per 
mezzo  delle  foglie,  ma  altresì  per  tutte  quelle  parti  verdi  (germogli) 
le  quali  sono  provviste  di  clorofilla  (pag.  135).  Essa  consiste  nel- 
l'assorbimento dell'acido  carbonico  dell'aria  e  nella  emissione  di  ossi- 
geno nonché  del  vapor  acqueo  esuberante;  il  tutto  sotto  l'azione  della 
luce  e  del  calore  solari.  Questo  ossigeno  deriva  dalla  riduzione  dell'a- 
cido carbonico  e  del  vapor  acqueo,  locchè  accade  appunto  nei  granuli  di 


(1)  Johnson  op.  cit.  pag.  345  e  346:  «  Non  è  ancora  stato  spiegato  con  cer- 
tezza in  qual  maniera  la  diastasi  ed  altre  simili  sostanze,  cagionino  le  modificazioni 
descritte  ». 


158  CAPITOLO  IV 


clorofilla.  Le  foglie  trattengono  quindi  carbonio,  che  proviene  dal- 
l'acido carbonico,  non  che  idrogeno,  il  quale  invece  è  proveniente 
dall'acqua  (1). 

La  clorofilla  non  può  assolutamente  agire  senza  la  luce  solare  (2); 
anzi  senza  la  luce  non  si  formerebbero  neppure  i  granuli  di  essa, 
come  hanno  dimostrato  Sachs  e  Mayer.  Una  pianta  di  vite  (come 
qualsiasi  altro  vegetabile,  fatta  eccezione  pei  funghi  (3)  )  qualora  te- 
nuta per  un  certo  tempo  al  buio,  perirebbe  sicuramente,  perchè  si 
decomporrebbero  i  granuli  di  clorofilla  e  scomparirebbero,  onde  non 
sarebbe  più  possibile  la  respirazione. 

La  formazione  della  clorofilla  è  eziandio  influenzata  dal  calore; 
noi  non  sappiamo  quale  sia,  per  la  vite,  il  limite  minimo  di  calore 
sotto  il  quale  più  non  si  forma  clorofilla  sappiamo:  solo  che,  in  ge- 
nerale, una  temperatura  di  35°  rappresenta  il  limite  massimo  favo- 
revole a  quella  produzione  fWiesner).  Fino  a  35°  la  rapidità  con 
cui  formansi  i  granuli  di  clorofilla  cresce  col  crescere  della  tempe- 
ratura :  oltre  questo  limite  la  clorofilla  finisce  col  non  più  formarsi. 

Quelle  parti  della  vite  le  quali  non  sono  clorofillate,  ci  danno 
una  prova  evidente  dell'importanza  M  questa  sostanza  verde  nei  pro- 
cessi di  elaborazione  ed  assimilazione  :  infatti  i  fiori,  e  specialmente 
gli  stami,  appunto  siccome  parti  non  clorofillate,  assorbono  ossigeno 
ed  emettono  acido  carbonico;  e  gli  acini  dell'  uva  in  maturazione, 
quando  hanno  perduto  il  loro  colore  verde  e  quindi  la  clorofilla,  in- 
vece di  ridurre  l'acido  carbonico,  siccome  dicemmo  or  ora,  esalando 
ossigeno  ed  assimilando  carbonio,  assorbono  invece  essi  pure  1'  ossi- 
geno dell'aria  ed  emettono  acido  cai  bonico  e  vapore  acqueo;  la  ma- 
turazione dell'uva  è  quindi  una  vera  ossidazione,  la  quale  continua 
anche  dopo  che  il  grappolo  è  stato  distaccato  dal  tralcio. 


(1)  Per  chi  non  lo  sapesse,  diremo  che  l'acido  carbonico  o  diossido  di  carbonio 
si  compone  di  carbonio  ed  ossigeno  (  C  O2  )  —  e  l'acqua  di  idrogeno  ed  ossigeno 
(  H2  0  ).  La  metà  circa  del  peso  della  materia  secca  delle  piante  è  costituita  da 
carbonio  (Sachs). 

(2)  Gli  è  sotto  l' influenza  della  luce  bianca,  cioè  della  luce  solare  non  iscom- 
posta,  che  la  formazione  della  clorofilla  raggiunge  il  suo  massimo.  (È  noto  che  la 
luce  solare  può  scomporsi,  col  prisma  triangolare  di  cristallo,  in  sette  colori  diversi). 

(3)  I  funghi  costituiscono  la  classe  dei  vegetali  senza  clorofilla,  i  quali  perciò 
appunto  non  possono  elaborare  materiali,  cioè  produrre  composti  organici  (cellu- 
losa, amido,  glucosio  ecc.):  essi  quindi,  come  gli  animali,  debbono  vivere  a  spese 
delle  sostanze  organiche  già  elaborate  da  vegetali  clorofillati.  Fra  questi  ultimi 
la  Vite  occupa  un  posto  importantissimo. 


BOTANICA  DELLA  VITE  159 


Inoltre  è  noto  che  di  notte,  quando,  mancando  la  luce,  cessa  il 
lavoro  di  elaborazione  della  clorofilla,  le  piante  assorbono  ossigeno, 
ed  emettono  acido  carbonico  ed  acqua. 

Ma  le  foglie  non  servono  solo  alla  respirazione;  per  loro  mezzo  si 
compie,  come  abbiamo  già  accennato,  la  traspirazione,  che  è  quella 
funzione  importantissima  per  cui  la  pianta  dalle  cellule  dell'epidermide 
e  dagli  stomi  (pag.  132)  perde  sotto  forma  di  vapore,  l'acqua  che  le 
riesce  esuberante  (circa  i  due  terzi  della  quantità  assorbita).  Nello 
stesso  tempo,  penetrando  nuova  acqua  dalle  radici,  penetrano  pure 
le  materie  saline  dal  terreno,  d'onde  il  legame  che  passa  tra  la  tra- 
spirazione e  lo  sviluppo  vegetale.  Cotale  esalazione  non  può  avve- 
nire senza  il  calore  e  la  luce  del  sole,  ed  è  molto  maggiore  se  la 
luce  è  viva  e  l'aria  secca,  mentre  diminuisce  d'assai  e  può  anche 
cessare  se  l'aria  è  umida,  come  ad  esempio  accade  durante  un  tempo 
piovoso. 

Se  la  traspirazione  fa  rapidamente  perdere  alla  pianta  una  quantità 
d'acqua  maggiore  di  quella  assorbita  dalle  radici,  la  pianta  stessa  ne 
soffre  e  può  essicarsi;  ma  in  condizioni  normali  è  funzione  assai  im- 
portante, come  quella  che  dà  sfogo  all'acqua  esuberante  della  linfa 
ascendente,  ricca  di  materiali  utili  provenienti  dal  terreno;  anzi,  se- 
condo le  recenti  esperienze  del  prof.  Bóhm  (1)  la  evaporazione  a 
traverso  gli  stomi  delle  foglie,  sarebbe  la  causa  principale  dell'ascen- 
sione del  succo,  coadiuvata  però  dalla  pressione  dell'aria  e  dalla  e- 
lasticità  delle  pareti  delle  cellule.  Gli  ultimi  studii  sulla  traspirazione 
hanno  provato,  in  modo  non  dubbio,  che  essa  è  debolissima  all'om- 
bra, quasi  nulla  durante  la  notte,  mentre  è  attivissima  se  la  luce  so- 
lare è  viva,  e  questo  indipendentemente  dal  calore. 

Infine  non  vogliamo  scordare  di  dire  che  la  vite,  come  tutte  le 
altre  piante,  evapora  acqua,  così  come  farebbe  se  fosse  morta  e 
come  fa  ad  esempio  il  terreno;  questa  evaporazione  è  adunque  un  fe- 
nomeno puramente  fisico,  mentre  l'anzidetta  traspirazione  è  un  vero 
fenomeno  fisiologico  ben  diverso.  Infatti  la  vite  evapora  anche  al 
buio,  cioè  tanto  di  notte  quanto  di  giorno,  più  o  meno  secondo  la  tem- 
peratura e  l'umidità  dell'aria;  invece  essa  non  traspira  che  alla  luce. 

Per  dare  una  idea  della  quantità  d'acqua  consumata  giornalmente 
dalla  vite,  riferiremo  qui  una  tabella  comparativa  di  E.  Risler: 


(1)  A.  Levi.  (L'Actimometro  Arago-Davy)  Rivista  di   Vit,  ed  En.  di  Conegliano 
1879  pag.  68. 


160 

CAPITOLO 

IV 

Media 

diurna 

millimetri  d'acqua 

Erba  medica 

da  3,4  a  7,0 

Prati  naturali 

da  3,1  a  7,3 

Avena 

da  2,9  a  4,9 

Fave 

più  di  3,0 

Granturco 

da  2,8  a  4,0 

Frumento 

da  2,7  a  2,8 

Trifoglio 

più  di  2,9 

Segale 

»     2,3 

Vite 

da  0,9  a  1,3 

Patate 

da  0,7  a  1,4 

Pino 

da  0,5  a  1,1 

Quercia 

da  0,5  a  0,8 

La  vite  adunque  esige  assai  meno  acqua  delle  piante  foraggiere 
e  delle  cereali,  ed  invero  tutti  sanno  che  anche  in  terreni  aridissimi 
e  quando  l'annata  trascorre  assai  asciutta  il  raccolto  può  essere  ot- 
timo e  quasi  sempre  anche  abbondante,  mentre  nelle  condizioni  op- 
poste è  mediocre  e  generalmente  scarso. 

3°  Nutrizione  ed  accrescimento  della  vite.  —  Gli  organi  del- 
l'alimentazione delle  piante  sono,  come  è  noto,  le  radichette  e  le  fo- 
glie. Tutte  le  piante  sono  composte  di  sostanze  fisse  (ceneri)  e  di 
sostanze  combustibili  o  volatili  (gaz);  le  prime  vengono  tutte  dal 
suolo  per  mezzo  appunto  delle  radichette,  le  seconde  quasi  tutte 
dall'aria  e  dall'acqua  mercè   le  foglie. 

Sostanze  fisse  Sostanze  volatili 

Potassio    \   Solfati  Carbonio 


dall'aria 
e 


Calcio        !   Fosfati  Ossigeno 

Magnesio      Nitrati  Idrogeno  , 

Ferro         )■  Cloruri  Azoto  (1)  )   dal1  acqua 

Oltre  ad  altre  di  importanza  Azoto  ) 

secondaria.  Zolfo  >   dal  suolo 

Fosforo 


(l)  L'azoto  (o  nitrogeno)  che  si  trova  nell'aria  in  piccolissima  quantità  sotto 
forma  di  ammoniaca  (carbonato  ammonico)  è  assimilato  di  giorno  e  di  notte  dalle 
parti  verdi  della  pianta,  e  specialmente  dalle  foglie,  come  hanno  dimostrato  in 
modo  evidente  A.  Stóckhardt  (1859),  A.  Selmi  (1864),  Th.  Schlocsling  e  A.  Ma- 
yer  (1874). 


BOTANICA  DELLA  VITE  161 

I  sali  nutritivi  sono  assorbiti,  come  già  si  disse  a  pag.  87,  mercè 
la  parte  tenera  e  biancastra  delle  radichette;  ed  essendo  sciolti  nel- 
l'acqua (che  la  vite  prende  quasi  totalmente  dal  suolo)  si  innal- 
zano nel  fusto  a  traverso  il  corpo  legnoso,  costituendo  la  così 
detta  linfa  ascendente  o  succo  greggio.  L' acqua  è  il  principale 
ingrediente  di  questo  succo,  mentre  i  sali  vi  sono  sempre  contenuti 
in  piccole  quantità.  Nel  suo  tragitto  la  linfa  si  arricchisce  anche  di 
materiali  utili,  che  trova  nell'interno  del  legno  della  vite  serbati  dal- 
l'anno antecedente,  e  giunge  infine  alle  foglie. 

Nelle  foglie,  che  sono  il  vero  laboratorio  della  pianta,  queste  so- 
stanze, unitamente  al  carbonio  all'idrogeno  ed  all'azoto  tolti  all'aria, 
danno  origine  alla  materia  organica  (1);  sono  le  cellule  provviste 
di  clorofilla  che  compiono  questa  importantissima  elaborazione. 

Le  materie  organiche,  dette  anche  principii  immediati,  costitui- 
scono la  parte  essenziale  dell'organismo  ed  esse  sole  possono  costi- 
tuire organi  vitali,  diventando  allora  materie  organizzate;  le  prin- 
cipali materie  organiche  sono  l'amido,  lo  zucchero,  le  sostanze  albu- 
minoidi  (azotate  o  proteiche)  le  sostanze  coloranti,  gli  acidi  vegetali, 
il  tannino,  i  corpi  grassi,  gli  olii,  nonché  il  pectosio  (polpa  e  gelatina 
delle  frutta). 

II  succo  ascendente  così  elaborato,  scende  poscia  dalle  foglie  e, 
come  suol  dirsi,  emigra  verso  i  frutti  ossia  gli  acini,  nonché  verso 
tutti  gli  organi  attivi  della  pianta  sino  alle  radici,  a  traverso  la  zona 
generatrice  di  cui  abbiamo  parlato  a  pag.  121,  cangiandosi  insensi- 
bilmente in  legno  ed  in  libro,  vale  a  dire  cooperando  al  lavoro  di 
organizzazione  dei  tessuti  della  vite.  Questo  succo  elaborato  suole 
chiamarsi  linfa  discendente. 

La  materia  organica  si  forma  quindi  da  materiali  ino'rg anici  e- 
sclusivamente  nei  vegetali  provvisti  di  clorofilla,  fra  i  quali  la  vite  oc- 
cupa un  posto  importante:  i  vegetali  non  clorofillati  e  gli  animali 
distruggono  invece  la  materia  organica  rilucendola  alle  materie  inor- 
ganiche di  cui  era  composta;  ma  i  vegetali  con  queste  materie  prime 


(1)  «  È  usuale,  tra  gli  scrittori  d'agricoltura,  di  limitare  l'espressione  organico 
alla  porzione  volatile  ed  apparentemente  distruttibile  dei  corpi  vegetali  ed  animali, 
e  di  chiamare  inorganici  gli  ingredienti  della  loro  cenere.  Un  simile  uso  di  pa- 
role è  pochissimo  corretto.  Quello  che  si  trova  nelle  ceneri  di  un  albero  o  di  un 
seme,  essendo  una  parte  essenziale  dell'organismo,  è  tanto  organico  quanto  la 
parte  volatile.  »  Così  Johnson  (op.  cit.  p.  16)  —  Soggiungeremo  pertanto  che 
anche  il  carbonio,  l'acqua,  l'ammoniaca  ecc.  sono  elementi  inorganici. 

0.  Ottavi,  Trattato  di  Viticoltura.  12 


162  CAPITOLO  IV 


ricompongono  nuove  sostanze  organiche,  ed  ecco  il  ciclo  che  percorre 
la  materia  passando  dal  vegetale  all'animale. 

Come  avvenga  che  nel  protoplasma  clorofillato  delle  foglie  si  formi 
la  materia  organica  non  fu  tuttora  spiegato  in  modo  soddisfacente; 
solo  è  noto  qual'  è  la  prima  sostanza  che  in  esso  si  forma,  nel  caso 
speciale  della  vite.  Gli  studii  relativi  a  questo  importantante  oggetto 
si  debbono  anzitutto  a  Sachs,  Molli,  Kramer  ecc.  e  poscia  a  Briosi, 
Penzig,  Mùller,  Cuboni  ed  altri  esperimentatori.  Sachs  sostenne 
con  molti  altri  illustri  botanici,  che  il  primo  prodotto  organico  che 
si  forma  nelle  foglie  di  vite  sotto  1'  azione  dei  granuli  di  clorofilla, 
si  è  V amido,  dal  quale  poi  deriverebbero  lo  zucchero,  la  destrina, 
la  cellulosa,  le  materie  grasse  ecc.  ecc.  (1),  tutte  sostanze  le  quali 
in  complesso  costituiscono  circa  i  7[8  della  sostanza  secca  della 
pianta. 

Invece  Briosi  (1872  e  1878)  e  più  tardi  Penzig  (1882)  osserva- 
rono che  nei  grani  di  clorofilla  delle  foglie  di  vite  non  si  trova  amido, 
ma  bensì  tannino  ed  in  abbondanza  (2).  Senonchè  il  Dott.  Cuboni, 
prendendo  le  mosse  dalle  osservazioni  fatte  al  Briosi  dal  Dott.  Mùller- 
Thurgau  in  una  sua  conferenza  tenuta  nel  1881  a  Geisenheim,  riu- 
sciva molto  abilmente  a  mettere  d'  accordo  questi  risultati  apparen- 
temente cotanto  contradditorii.  Il  Cuboni  ripeteva  infatti  le  espe- 
rienze del  Mùller,  seguendo  anche  nella  ricerca  dell'amido  lo  stesso 
procedimento  tenuto  da  lui:  è  bene  citare  testualmente.  «  Egli  opera  a 
questo  modo  :  tratta  la  foglia  con  alcool  per  allontanare  il  color  verde, 
lascia  la  foglia  per  lungo  tempo  in  una  soluzione  di  potassa  e  poscia  la 
tratta  colla  soluzione  di  iodio.  Esaminando  a  questo  modo  una  foglia 
immediatamente  dopo  che  è  stata  per  qualche  tempo  sotto  l'azione  della 
luce  diretta,  comparisce  un  bellissimo  color  violetto  caratteristico  dell'a- 
mido; se  invece  la  foglia  esaminata  è  rimasta  per  qualche  tempo 
fuori  della  luce  diretta,  il  color  violetto  non  si  manifesta  più.  » 


(1)  Queste  sostanze  sono  dette  idrati  di  carbonio  perchè  risultano  dalla 
combinazione  del  carbonio  coli'  idrogeno  e  l' ossigeno,  nelle  stesse  proporzioni, 
questi  ultimi,  in  cui  trovansi  nell'  acqua:  popolarmente  si  potrebbe  dire  che  gli 
idrati  carbonici  sono  combinazioni  di  carbonio  con  acqua. 

(2)  Il  tannino,  detto  anche  acido  tannico,  benché  assai  debolmente  acido,  venne 
considerato  sino  a  questi  ultimi  te  mpi  come  un  glucoside,  perchè  capace  di  sdop- 
piarsi in  glucosio  ed  acido  gallico.  Ma  dietro  le  ricerche  accurate  di  Ugo  Schifi' 
si  deve  oggi  ritenerlo  come  acido  digallico.  Il  tannino  è  esso  pure  composto  di 
carbonio,  idrogeno  ed  ossigeno. 


BOTANICA  DELLA  VITE  163 

«  Ora  tutto  ciò  è  verissimo,  e  Mùller-Thurgau  ha  ragione;  le  cen- 
tinaia di  esperienze  da  me  fatte  negli  scorsi  mesi  (1883)  me  lo  hanno 
perfettamente  confermato.  Anzi  nel  dubbio  che  il  color  violetto,  che  la 
tintura  di  iodio  genera  in  queste  foglie,  fosse  determinato  non  già 
dall'amido  esistente  nei  granuli  di  clorofilla,  ma  dalla  cellulosa  mo- 
dificata forse  dall'azione  della  potassa,  ho  voluto  escludere  quest'al- 
cali troppo  energico.  Dopo  parecchi  tentativi  ho  trovato  che  per  ren- 
dere la  soluzione  di  iodio  penetrabile  nella  foglia,  e  quindi  capace 
di  determinare  la  reazione  sia  sulle  cellule  della  zona  spungosa  che 
della  cosidetta  palizzata,  si  presta  benissimo  il  sapone  di  colofonio, 
suggeritomi  dal  mio  collega  Prof.  Comboni.  Le  foglie  di  vite  scolo- 
rate coll'alcool  ed  immerse  per  qualche  minuto  in  una  soluzione  calda 
di  colofonio,  trattate  colla  tintura  di  iodio,  si  colorano  in  violetto. 

«  Non  vi  è  dubbio  quindi,  secondo  me,  che  anche  nella  vite  il  primo 
prodotto  dell'  assimilazione,  almeno  quello  osservabile  microscopica- 
mente, è  1'  amido,  ed  il  Mùller-Thurgau  ha  il  merito  di  averlo  per 
primo  dimostrato. 

«  Restava  una  difficoltà:  come  spiegare  l'asserzione  contraria  di 
microscopisti  così  valenti  come  il  Briosi  ed  il  Penzig? 

«  Le  ulteriori  esperienze  lo  chiarirono  nettamente,  dimostrando  che 
l'amido  formato  nelle  foglie  di  vite  sotto  l'influenza  diretta  dei  raggi 
solari  scomparisce  con  istraordinaria  rapidità  durante  la  notte,  ov- 
vero anche  nel  giorno  stesso  quando  la  foglia  rimanga  per  un  certo 
tempo  sottratta  all'azione  diretta  dei  raggi  solari.  Per  questo  riguardo 
le  foglie  della  vite  presentano  una  serie  di  fenomeni  notevolissimi, 
mostrandosi  sensibili  alla  luce  in  un  grado  molto  maggiore  di  quello 
che  finora  si  conoscesse  per  le  piante  superiori  (1).  Mi  limiterò  qui 
a  riferire  i  risultati  principali  delle  mie  osservazioni  fatte  nei  mesi 
di  giugno,  luglio,  agosto,  settembre  ed  ottobre  di  quest'anno  (1883): 

1.  Le  foglie  di  vite  raccolte  prima  della  levata  del  sole  o  prima 
che  il  sole  le  abbia  colpite  coi  suoi  raggi  si  mostrano  prive  quasi 
totalmente  d'amido; 

2.  Le  foglie  raccolte  in  un  giorno  piovoso  od  anche  soltanto 
nebuloso  non  contengono  amido;  ugualmente  non  contengono  amido, 
ovvero  ne  contengono    piccolissima    quantità,    le  foglie    rimaste  alla 


(1)  Vedi  Pfeffer,  Pflanzen  Physiologie,  Band  1,  pag.  191,  e  la  monografia  di 
Ugo  de  Vries  «  Wachstumgeschichte  der  Kartoffelplanzen  (Landw.  Jahrbucher 
1878,  pag.  591).  » 


164  CAPITOLO  IV 


luce  diffusa    o  all'  ombra,    ma  non    colpite   direttamente   dai   raggi 
solari. 

3.  Nelle  foglie  esposte  direttamente  al  sole  nelle  calde  giornate 
d'estate  l'amido  si  forma  in  grande  quantità  ed  in  poco  tempo:  basta 
tenere  esposta  la  foglia  ai  raggi  del  sole  per  un  paio  d'  ore  per 
ottenere  colla  tintura  di  iodio  una  intensa  colorazione  violetta. 

Un'  elegante  dimostrazione  dell'  influenza  della  luce  nella  genesi 
dell'amido  si  ha  ricoprendo  le  foglie  con  stagnola,  lasciandone  sco- 
perta qualche  porzione  circoscritta;  l'amido  allora  non  si  forma  che 
nei  punti  scoperti.  Se  sopra  la  stagnola,  con  la  quale  si  ricopre  le 
foglie  vi  si  intagliano  alcune  lettere  o  parole,  quando  si  va  a  trat- 
tare queste  foglie  colla  tintura  di  iodio,  si  ottiene  una  riproduzione 
esattissima  delle  medesime  lettere  o  parole  colorate  in  violetto,  con 
contorni  così  precisi  e  distinti  come  se  fossero  state  formate  con  un 
pennello. 

«  L'esperienza  riesce  meglio  nelle  foglie  giovani  che  nelle  vecchie, 
nelle  quali  è  evidente  che  il  processo  di  assimilazione  procede  con 
minor  energia. 

«  Così  pure  da  queste  esperienze  è  risultato  evidente  che  la  colo- 
razione violetta  (e  quindi  la  formazione  dell'amido)  riesce  tanto  più 
intensa  ed  omogenea,  non  solamente  quanto  più  intensa  e  di  maggior 
durata  è  stata  l'energia  dei  raggi  luminosi,  ma  anche  quanto  più 
alta  è  la  temperatura  dell'aria.  Le  condizioni  precise  secondo  le  quali 
il  fenomeno  varia  rispetto  a  questi  due  agenti  luce  e  calore,  non  le 
ho  finora  studiate,  ma  non  sarà  inutile  ricordare  che  ho  potuto  con- 
statare formazione  d'amido  nelle  foglie  di  vite  fino  al  giorno  21  no- 
vembre, nel  quale  giorno  un  termometro  esposto  al  sole  vicino  alla 
foglia  sperimentata  segnava  17°;  nei  giorni  successivi  invece  non  mi 
riuscì  più  di  constatare  formazione  di  amido  sebbene  il  cielo  fosse 
sereno,  ma  in  questi  giorni  il  termometro  non  si  elevò  sopra  13°. 

Non  ho  bisogno  di  far  notare  quanto  V  esatta  investigazione  di 
tutte  le  circostanze  che  valgono  a  favorire  o  a  rallentare  la  forma- 
zione dell'amido  interessi  il  fisiologo  non  solo,  ma  abbia  anche  una 
importanza  grandissima  nella  pratica.  Giacche  è  questo  amido  che 
convertito  in  zucchero  emigra  dalla  foglia  e  va  ad  immagazzinarsi 
nell'acino.  »  (1). 

Soggiungeremo  che    l' amido  non    solo  si    muta  in    zucchero,   ma 


(1)  Rivista  di  Yitic.  ed  Enol.  di  Conegliano,  N.  23  e  24  dicembre  1883. 


BOTANICA  DELLA  VITE  165 

compie  nella  vegetazione  della  vite  importanti  funzioni.  Anzitutto 
coopera  alla  formazione  di  nuove  cellule  e  di  nuovi  organi;  inoltre 
si  accumula  nel  legno,  e  già  vedemmo  che  le  gemme  sono  poste  so- 
pra una  specie  di  mensoletta  contenente  materia  amidacea  in  cui  il 
tenero  germoglio  trova  il  suo  primo  alimento  sinché  non  abbia  messo 
le  foglie.  Infine  si  può  ritenere  che  dall'  amido  prendano  origine  i 
diversi  acidi  organici  (malico,  tartrico,  ossalico,  succinico,  ecc.)  delle 
foglie  e  delle  uve  immature,  nonché  la  cellulosa,  le  sostanze  grasse 
ed  altre  sovra  accennate. 

Ma,  come  dicemmo,  il  lavorìo  delle  foglie  è  coadiuvato  dalla 
funzione  assorbente  che  esercitano  le  radici.  Già  sappiamo  che  sol- 
tanto la  parte  giovine  della  radice  è  adattata  ad  assorbire  nutrimento, 
inquantochè  le  parti  vecchie  sono  rivestite  da  un  inviluppo  soveroso 
impenetrabile.  Da  ciò  ne  segue  che  la  vite,  per  prosperare,  deve  for- 
mare continuamente  nuove  radici;  ora,  quanto  più  noi  favoriremo 
questa  formazione,  tanto  più  facilmente  la  pianta  compirà  le  sue  fun- 
zioni fisiologiche,  e  tanto  più  a  lungo  noi  possederemo  un  ceppo 
robusto. 

In  base  a  questi  principii  il  Dr.  Mùller  Thurgau  si  diede  a  ricer- 
care —  nel  1873  —  quali  fossero  gli  agenti  che  esercitavano  una 
influenza  favorevole  sulle  radici  della  vite,  cioè  sul  loro  accresci- 
mento e  sulla  loro  attività.  Le  sue  ricerche,  di  cui  diremo  or' ora, 
sono  basate  sulle  seguenti  considerazioni:  —  Acciò  una  radice  possa 
crescere,  gli  sono  necessarii  dei  materiali  adattati;  ora  i  materiali  che 
essa  prende  dal  suolo  non  servono  a  quello  scopo,  imperocché  sono 
unicamente  sali  inorganici,  i  quali  dapprima  vogliono  essere  elabo- 
rati. Come  tutte  le  parti  del  vegetabile,  anche  la  crescente  punta 
della  radice  è  composta  da  numerose  cellule  ognuna  delle  quali  pre- 
senta essenzialmente  due  parti,  cioè  la  parete  cellulare  o  cellulosa, 
ed  il  contenuto,  detto,  come  già  sappiamo, protoplasma,  che  è  spesso 
di  consistenza  granulosa  e  più  o  meno  liquido  (filante).  Il  protoplasma 
è  la  parte  essenziale  e  vivente  della  cellula;  provvede  alle  funzioni 
di  questa,  costruisce  nuove  pareti  cellulari  e  nuove  cellule;  ed  in  que- 
sto modo  permette  l'accrescimento  della  radice.  Per  molte  cellule  è 
facile  convincersi  della  vitalità  del  protoplasma  quando  lo  si  osserva 
in  movimento  automatico  attorno  alla  parete  cellulare.  Noi  possiamo 
adunque  paragonare  la  parte  crescente  delle  radici  ad  un  immenso 
fabbricato:  in  ognuna  delle  sue  numerosissime  camere  sta  un  infati- 
cabile lavoratore,  il  protoplasma;  le  pareti  delle  camere  noi  le  chia- 


166  CAPITOLO  IV 


miamo  pareli  cellulari.  Ora  le  pareti  cellulari  sono  composte  di  cel- 
lulosa, mentre  il  protoplasma  consiste  di  sostanze  albuminoidi. 

Abbiamo  già  detto  che  il  materiale  principale  per  la  formazione 
della  parete  cellulare,  è  preparato  nelle  foglie  verdi  sotto  l'influsso 
della  luce  e  del  calore:  esso  è  l'amido,  il  quale  è  formato  da  acido 
carbonico  ed  acqua.  L'acido  carbonico  passa  direttamente  dall'aria  nelle 
foglie,  l'acqua  è  quivi  diretta  per  mezzo  delle  radici  e  del  fusto,  e 
viene  dal  suolo.  L'amido  formatosi  e  poscia  trasformato  in  zucchero 
ed  emigra  dalle  foglie  nelle  differenti  parti  crescenti  della  pianta,  e 
così  anche  nella  parte  crescente  delle  radici.  Or  quivi  lo  zucchero  è 
utilizzato  alla  costruzione  di  nuove  pareti  cellulari.  Amido,  zucchero  e 
cellulosa  hanno  la  stessa  composizione  chimica;  essi  consistono  di  car- 
bonio, ossigeno  ed  idrogeno;  queste  tre  sostanze  appartengono  agli 
idrati  di  carbonio  (pag.  162).  Abbiamo  dunque: 

Acido  carbonico   ,    J  ^    .  r  Amido,  zucchero,  cellulosa 

Acqua TdS  i        (Idrati  di  carbonio) 

Ma  acciò  possa  formarsi  la  parte  più  importante  della  cellula,  il 
protoplasma,  la  pianta  deve  produrre  albumina. 

Essa  abbisogna  perciò  d'  un  idrato  di  carbonio,  ed  inoltre  di  a- 
zoto  sotto  forma  d'un  sale  ammoniacale  o  nitrico. 

('    Carbonio   ] 
Idrato  di  carbonio    <    Ossigeno   f  _,     .  ,,       .     .,.  ' . 

f    Idrogeno    ì  Costanze  albuminoidi,  protoplasma 

Sale  azotato  .....  Azoto        ) 

Gli  idrati  di  carbonio  (ossia  l'amido)  come  venne  indicato,  son  for- 
mati nelle  foglie  verdi;  per  contro,  dove  s'originino  le  sostanze  al- 
buminoidi fin  qui  non  era  stato  messo  in  sodo.  Ora,  le  ricerche  del 
Dr.  Mùller  formano  una  contribuzione  alla  soluzione  del  quesito  «  se 
presso  le  piante  li  organizzazione  superiore  le  sostanze  albuminoidi 
sian  formate  ugualmente  soltanto  nelle  foglie,  oppure  se  la  forma- 
zione di  questo  importante  principio  costitutivo  possa  aver  luogo  an- 
che in  altre  parti  della  pianta,  per  esempio  nelle  radici,  quando  le 
medesime  abbiano  a  loro  disposizione  un  idrato  di  carbonio  ed  un 
sale  azotato  ». 

Ad  alcune  giovani  piante  di  semi  di  maiz,  di  frumento,    di   fave, 


BOTANICA  DELLA  VITE  167 


ecc.  allevate  nell'acqua  distillata,  furori  tolte  tutte  quante  le  radici 
lasciandone  loro  soltanto  due  di  uguale  lunghezza:  lo  stesso  venne 
fatto  con  maglioli  di  vite  che  avevano  vegetato  nell'acqua  distillata. 
Ognuna  delle  pianticelle  così  preparata,  venne  allora  collocata  sopra 
due  recipienti  posti  uno  accanto  all'altro,  però  in  modo  tale  che  ca- 
duna  delle  due  radici  pescasse  in  altro  vaso.  In  uno  de'  vasi  tro- 
vavasi  una  completa  soluzione  nutritiva  (acqua  distillata  coi  sali  ne- 
cessarii  alla  nutrizione),  e  nell'altro  la  medesima  soluzione  privata 
però  dei  sali  azotati. 

Ora  se  l'azoto,  per  formare  con  un  idrato  di  carbonio  l'albumina, 
deve  passare  nelle  foglie,  vuol  dire  che  allora  le  sostanze  azotate 
di  nuova  formazione  devono  anzitutto  andare  dalle  foglie  alle  radici, 
e  non  v'ha  alcuna  ragione  perchè  l'una  delle  radici  ne  riceva  più 
dell'altra:  mostreranno  tutt'e  due  un  accrescimento  ugualmente  forte. 
Per  contro,  se  la  cosa  si  passa  diversamente,  cioè  se  anche  le 
cellule  delle  radici  possono  esse  stesse  preparare  sostanze  azotate, 
allora  la  radice  che  si  trova  nella  soluzione  azotata  dovrà,  mercè 
lo  zucchero  che  proviene  dalle  foglie  e  l'azoto  assorbito  direttamente, 
formare  sostanze  albuminoidi  ed  essere  ricca  di  protoplasma.  L'altra 
radice  invece,  che  si  trova  in  una  soluzione  sprovvista  di  azoto,  ri- 
ceverà bensi  abbastanza  di  zucchero  dalle  foglie,  ma  le  mancherà 
l'azoto  necessario  alla  formazione  del  protoplasma:  essa  dovrà  pren- 
dere questo  azoto,  o  sotto  forma  di  albumina  già  preparata  o  sotto 
forma  di  sali  azotati,  dai  fusti  e  dalle  foglie,  oppure  dalle  altre  ra- 
dici. Dovrà  quindi  essere  più  povera  di  protoplasma  che  non  la  ra- 
dice che  si  trova  nella  soluzione  contenente  azoto,  e  perciò  crescerà 
anche  meno  rapidamente. 

Or  bene,  le  numerose  ricerche  del  dott.  Mùller-Thurgau  hanno  di- 
mostrato realmente  una  tale  differenza  nell'accrescimento  delle  due 
radici,  e  con  ciò  hanno  pure  dimostrato  la  verità  della  suesposta  dot- 
trina, cioè  che  anche  le  radici  possoìio  usuf ruttar  e  V  azoto  che  è 
posto  esteriormente  a  loro  disposizione,  e  così  formare  albumina. 

Per  avere  la  sicurezza  che  nessuna  altra  causa  potesse  aver  provo- 
cato un  più  rapido  sviluppo  di  una  delle  radici  (locchè  del  resto  era 
già  stato  escluso  dal  grande  numero  delle  ricerche),  la  soluzione,  in 
molte  esperienze,  venne  cangiata  di  tempo  in  tempo,  cosicché  la  ra- 
dice, la  quale  da  principio  si  trovava  in  una  soluzione  azotata,  ve- 
niva posta  in  una  soluzione  priva  d'azoto,  e  l'altra  invece,  durante 
questo  frattempo,  pescava  in  soluzione  azotata.  Ma  sempre  accadde 


168  CAPITOLO  IV 


che  la  radice  la  quale  pescava  direttamente  nella  soluzione  azotata, 
mostrava   quell'abbondante  accrescimento. 

Queste  ricerche  furono  condotte  a  termine  in  ugual  modo  tanto 
nella  sabbia  che  nella  terra,  e  diedero  gli  stessi  resultati. 

Il  Dr.  Mùller-Thurgau  al  Congresso  viticolo  di  Coblenza  (Settembre 
1879)  fece  andar  in  giro  fra  i  congregati  un  certo  numero  di  piante 
coltivate  nel  suddetto  modo:  il  più  forte  sviluppo  dei  sistemi  radi- 
cali cresciuti  in  soluzioni  azotate  fu  facilmente  riconosciuto  da  ognuno. 

La  differenza  era  specialmente  spiccata  pel  numero  delle  radici 
secondarie  (capell amento)  le  quali  erano  molto  più  fitte;  esse  erano 
poi  anche  più  sviluppate.  Per  esempio  in  due  radici  di  viti  cresciute 
in  soluzione  azotata,  si  vedevano  numerose  radichette  già  sulle  ra- 
dici secondarie  (cioè  si  contavano  tre  ordini  di  radici)  mentre  in  al- 
tri sistemi  radicali  venuti  in  soluzioni  senza  azoto,  non  si  osserva- 
vano per  anco  quelle  radichette  del  terzo  ordine. 

Il  dottor  Mùller-Thurgau  conchiude  osservando  che,  dal  lato  scien- 
tifico, risulta  dalle  suesposte  ricerche  come  le  cellule  delle  radici  siano 
in  condizione  di  preparare  sostanze  albuminoidi  quando  ricevano  i- 
drati  di  carbonio  dalle  foglie  ed  esternamente  possano  usufruire  d'un 
sale  azotato.  Per  la  pratica  poi  possiamo  concludere  che  l'accresci- 
mento di  un  sistema  radicale  è  assai  accelerato  se  noi  poniamo  a  sua 
disposizione  i  necessarii  sali  azotati. 

A  ciò  hanno  condotto  le  ricerche  del  laboratorio:  per  vedere  ora 
sino  a  qual  punto  questi  risultati  possono  giovare  ai  viticoltori, 
è  mestieri  fare  esperienze  coi  concimi  nei  vigneti,  esperienze  che 
già  furono  incominciate  per  cura  dello  stesso  esperimentatore.  In- 
tanto è  provato  questo,  che  nel  trattamento  dei  letami  e  dei  con- 
cimi ecc.  l'azoto  non  deve  essere  cotanto  trascurato,  come  pur  troppo 
lo  fu  sin  qui.  E  si  dovrebbe  pure  in  avvenire,  nella  valutazione  della 
quantità  di  sostanze  nutritizie  esportate  annualmente  da  un  vigneto 
sotto  forma  di  legno,  fogliame,  uve,  ecc.  non  più   scordare   l'azoto. 

Alla  domanda  che  fu  fatta  al  dott.  Mùller-Thurgau,  se  l'azoto  as- 
similato dalla  radice  che  pesca  nella  soluzione  azotata  venga  solo 
usufruttato  per  questa  radice  stessa,  oppure  se  una  parte  del  me- 
desimo emigri  anche  nell'altra  radice,  egli  rispose  che  sperimental- 
mente ciò  non  lo  ha  constatato:  è  tuttavia  ammessibile  che  una 
parte  di  quell'azoto  profitti  anche  alla  seconda  radice.  Ma  la  mag- 
gior parte  della  sostanza  azotata  assorbita  rimane  nella  radice  che 
pesca  nella  soluzione  nutriente  azotata;  è  quivi  impiegata   alla   for- 


BOTANICA  DELLA  VITE  169 

inazione  del  protoplasma  e  favorisce  il  rapido  sviluppo  di  quella  ra- 
dice stessa.  Questa,  in  tutti  i  casi,  è  più  innanzi  nello  sviluppo  che 
non  l'altra. 

Oltre  all'azoto,  la  vite  prende  al  terreno,  per  mezzo  delle  sue  ra- 
dichete, acido  fosforico,  calce,  potassa  e  silice,  ed  in  via  secon- 
daria magnesia,  ferro,  acido  solforico,  sodio,  alluminio,  cloro  e 
manganese:  ma  su  di  ciò  ritorneremo  al  capitolo  Chimica  della 
vite. 

Il  periodo  di  nutrizione  ed  accrescimento  della  vite  dura  general- 
mente parlando  quattro  mesi,  dall'aprile  al  settembre;  verso  il  finire 
dell'agosto  o  nel  principio  del  settembre,  a  seconda  dell'andamento 
delle  stagioni,  cessa  il  periodo  di  accrescimento,  ed  incomincia  quello 
di  maturazione  non  solo  dell'uva  pendente  ma  anche  del  legno  a  van- 
taggio della  fruttificazione  successiva;  è  noto  infatti  che  quando  in 
questo  periodo  il  tempo  è  costantemente  sereno,  e  si  ha  perciò  luce 
viva  e  calore  sufficiente,  i  viticultori  sogliono  dire  che  il  legno  ma- 
tura bene.  Gli  è  pure  in  questo  periodo  che  si  elaborano  e  si  per- 
fezionano i  materiali  raccolti  nelle  mensolette  delle  gemme,  di  cui 
parlammo  testé  a  pag.  165. 

Durante  questo  periodo,  siccome  la  clorofilla  va  mano  mano  scom- 
parendo, (salve  speciali  condizioni  atmosferiche  molto  favorevoli) 
cessa  la  riduzione  dell'  acido  carbonico  nelle  foglie,  cessa  cioè  l'as- 
similazione; le  foglie  ed  i  frutti  respirano  allora  come  respirano 
gli  animali,  cioè  trattenendo  Y  ossigeno  ed  emettendo  l' acido  car- 
bonico. Contemporaneamente  ha  luogo  V  emigrazione  dell'  amido 
dalle  foglie  ai  sarmenti  ed  alle  gemme,  e  dello  zucchero  verso  gli 
acini;  su  di  che  si  intratterremo  più  a  lungo  fra  breve  studiando  la 
maturazione  dell'uva. 

Ma  anche  dopo  la  caduta  delle  foglie  non  cessa  il  processo  di  e- 
laborazione  dei  materiali  immagazzinati  nei  sarmenti  e  presso  le  gemme; 
abbiamo  ripetutamente  osservato  che  un  autunno  ed  un  inverno  re- 
lativamente caldi  e  abitualmente  con  cielo  sereno  influiscono  notevol- 
mente sulla  maturazione  del  legno  della  vite;  il  quale  assume  una 
colorazione  rossigna  e  mostra  le  gemme  più  turgide  che  non  in  con- 
dizioni meteorologiche  meno  favorevoli;  la  cacciata  dei  pampini  in 
primavera  è  allora  sempre  assai  vigorosa,  mercè  l'anzidetto  perfezio- 
namento del  legno. 

L'accrescimento  della  vite  avviene,  come  in  tutte  le  piante  dicoti- 
ledoni, esternamente;  quindi  essa  appartiene  al  novero  delle  piante 


170  CAPITOLO  IV 


esogene,  così  dette  perchè  il  loro  fusto  aumenta  di  diametro  mercè 
nuovi  tessuti  che  si  organizzano  nella  parte  interna  della  corteccia 
formando  un  anello  attorno  al  midollo,  come  abbiamo  visto  apag.  121. 

Invece  le  piante  endogene,  cioè  le  monocotiledoni,  crescono  in- 
ternamente (frumento,  granturco,  avena,  orzo,  le  palme,  ecc.)  ed 
ha  luogo  un  allungamento  anziché  un  ispessimento  successivo  del 
fusto,  fatte  poche  eccezioni  (1). 

Gli  è  appunto  per  il  modo  d'accrescimento  del  tronco  di  vite,  che  noi 
vediamo  esternamente  quello  strato  suberoso  (pag.  91)  che  si  può 
togliere  siccome  inutile,  essendo  infatti  la  parte  morta  della  cortec- 
cia. (Veggasi:  scortecciamento  delle  viti). 

4.°  Vegetazione  della  vite.  —  Il  risveglio  della  vegetazione 
nella  vite  si  manifesta  con  una  perdita  di  umore  acquoso  dalla  e- 
stremità  de'  suoi  tralci;  questo  umore  è  detto  comunemente  il  pianto 
della  vite.  Vediamo  come  e  quando  avvenga  questo  fenomeno;  di- 
remo poi  di  che  cosa  sia  composto  cotale  umore. 

Se  noi  prendiamo  un  imbuto  di  vetro  con  collo  lungo  e  sottile,  e 
lo  chiudiamo  con  un  pezzo  di  vescica,  e  poscia  capovolgendolo  lo 
riempiamo  fino  al  collo  con  acqua  salata,  immergendo  infine  la  ve- 
scica in  un  recipiente  contenente  acqua,  osserviamo  due  fenomeni; 
cioè  che  il  liquido  si  innalza  nel  collo  dell'imbuto,  e  si  abbassa  nel 
recipiente.  Dutrochet,  il  quale  fece  pel  primo  questo  semplicissimo 
esperimento,  chiamò  corrente  di  endosmosi  (propulsione  all'indentro) 
quella  dell'acqua  penetrante  dal  recipiente  nell'imbuto,  ed  esosmosi 
il  passaggio  del  sale  dall'imbuto  verso  l'esterno,  poiché  egli  osservò 
infatti  che  l'acqua  del  recipiente  era  divenuta  salata.  Dutrochet  chiamò 
osmosi  (ossia  impulso)  il  complesso  di  questi  fenomeni  di  diffusione 
a  traverso  le  membrane. 

Orbene  la  stessa  azione  osmotica  viene  esercitata  a  traverso  la 
tenera  cuticola  delle  radichette  ed  i  peli  radicali  della  vite,  dall'acqua 
del  terreno  coi  sali  che  essa  tiene  disciolti  (fosfati,  nitrati,  solfati 
di  calce,  di  potassa,  ecc.);  e  questo  fenomeno  è  favorito  dalla  rapidità 
di  diffusione  dei  sali  stessi.  L'acqua  penetrata  che  sia  nelle  cellule  delle 
radichette,  le  fa  rigonfiare  distendendone  per  modo  di  dire  le  pareti 
(tessuto  cellulare),  onde  filtra  poi   a  traverso  di  esse,    diffondendosi 


(1)  L'albero  del  sangue  di  drago  (Dracoena  drago),  che  è  una  palma  di  Tene- 
riffa,  cresce  anche  in  circonferenza;  ma  è  questa  una  eccezione,  d'  altronde  bene- 
spiegata  dai  botanici. 


BOTANICA  DELLA  VITE  171 

da  cellula  a  cellula  sino  a  giungere  ai  vasi,  che  sono  come  tubi 
verticali  entro  cui  si  innalza  (1)  siccome  ha  dimostrato  Sachs  con 
una  brillante  ed  ingegnosa  esperienza. 

Riflettiamo  ora  per  un  momento  alla  sproporzione  rimarchevole  che 
esiste  fra  il  tronco  di  una  vite  e  V  ampiezza  del  suo  sistema  radi- 
cale; è  facile  vedere  che  il  sistema  assorbente  (radichette  e  peli)  è 
amplissimo  relativamente  al  fusto,  ed  è  ovvio  quindi  l'intendere  come 
il  succo  acquoso  assorbito  dal  suolo,  essendo  relativamente  assai  ab- 
bondante, debba  gocciolare  in  primavera  dalla  estremità  dei  tralci. 
Abbiamo  detto  in  primavera,  perchè  allorquando  i  tralci  sono 
provvisti  di  fogliame,  l'eccesso  di  acqua  è  smaltito  per  mezzo  della 
evaporazione  e  della  traspirazione  (pag.  159);  infatti  noi  abbiamo 
osservato  ripetutamente  che  quando  la  vite  porta  foglie  i  tralci  non 
piangono  che  di  notte,  cioè  quando  le  foglie  non  adempiono  più  a 
quest'ufficio  di  smaltitoi  aerei:  anzi  abbiamo  osservato  che  la  per- 
dita di  linfa  acquosa  va  scemando  man  mano  che  il  sole  si  alza  sul- 
l' orizzonte;  dimodoché  mentre  alle  ore  6  del  mattino  (ad  esempio  ai 
primi  di  maggio)  si  ha  il  pianto,  alle  ore  9  od  alle  10  ciò  non  è 
più  possibile,  essendo  subentrata  una  evaporazione  potente.  (Il  liquido 
acquoso  lascia  un  deposito  di  gomma  sulla  estremità  del  tralcio,  il 
quale  può  impedire  il  pianto;  tagliando  una  piccolissima  porzione  del 
tralcio  stesso,  il  pianto  ricompare,  talvolta  anche  a  primavera  innol- 
trata,  salvo  che  si  verifichino  le  accennate  circostanze:  è  bene  tener 
nota  di  ciò  nell'  esaminare  la  intermittezza  di  questo  fenomeno). 

Non  tutti  però  ammettono  che  la  causa  principale  dell'ascensione 
del  succo  risieda  nell'osmosi:  il  Prof.  Bòhm  (2)  con  esperienze  eli- 
rette  dimostrò  che  tale  fenomeno  è  un  effetto  della  traspirazione, 
della  elasticità  delle  pareti  delle  cellule  e  della  pressione  dell'  aria. 
Ma,  poiché  la  traspirazione  è  quasi  nulla  durante  la  notte,  come 
spiegare  il  pianto  notturno  delle  viti  da  noi  osservato  ?  Forse  colla 
evaporazione  (pag.  159)  la  quale,  come  fenomeno  puramente  fisico, 
ha  luogo  anche  in  mancanza  della  luce,  nonché  coi  fenomeni  di 
osmosi.  Del  resto  Herbert  Spencer  già  aveva  attribuito  il  movimento 


(1)  Il  succo  giunto  ai  vasi  corre  con  molta  maggior  velocità:  Herbert  Spencer 
trovò  che  i  liquidi  assorbiti  dalle  piante  corrono  con  una  velocità  cinquanta  volte 
maggiore  nel  tessuto  vascolare,  paragonato  al  tessuto  cellulare  (Principles  of  Biology 
volume  II,  pag.  555). 

(2)  Veggasi  la  pag.  159,  nota  1. 


172  CAPITOLO  IV 


dei  succhi  essenzialmente  alla  traspirazione  delle  foglie  adulte,  coadiu- 
vate da  altre  cause,  fra  cui  l'osmosi  e  la  capillarità,  ossia  l'attrazione  di 
adesione,  (1)  che  certo  deve  favorire  il  passaggio  del  succo  a  traverso 
i  tessuti  della  pianta. 

La  forza  con  cui  il  succo  acquoso  penetrante  dalle  radichette  sale 
lungo  il  tronco  della  vite  e  si  diffonde  pei  tralci  è  veramente  rag-*' 
guardevole.  Chi  la  misurò  pel  primo  fu  Hales,  sin  dal  1727;  egli 
trovò  che  essa  può  fare  equilibrio  ad  una  atmosfera,  e  talvolta  an- 
che ad  una  atmosfera  e  mezza  di  pressione,  sostenendo  una  colonna 
di  mercurio  alta  822  mm.,  ossia  una  colonna  d'acqua  alta  m.  11,096. 
Hales  notò  pure  che  la  pressione  esercitata  dalla  pianta  della  vite 
dal  basso  in  alto  è  cinque  volte  maggiore  di  quella  con  cui  viene 
spinto  il  sangue  nelle  più  grosse  arterie  del  cavallo.  Hofmeister  un 
secolo  dopo,  esperimentando  su  piante  di  viti  in  vasi,  trovò  in  con- 
fronto con  piante  di  fagiolo  e  d'  ortica  le  seguenti  pressioni: 

Vite 725  mm. 

Ortica 350     » 

Fagiolo 150     » 

Recentemente  (1873)  Neubauer  e  Canstein  (Annalen  der  (feno- 
logie, TV,  pag.  502  e  517)  istituirono  altre  interessanti  esperienze 
sull'argomento,  che  stimiamo  utile  far  conoscere.  —  Neubauer  si 
valse  dell'apparecchio  disegnato  nella  fig.  57;  in  T  abbiamo  un  ramo  di 
vite,  il  quale  mediante  un  forte  anello  di  cauciù  L  è  posto  in  cor- 
rispondenza con  un  tubo  di  vetro  a;  l'anello  L  è  legato  strettamente 
al  tralcio  ed  al  tubo  a.  Quest'ultimo  pesca  in  un  vaso  di  vetro  A 
il  quale  nella  sua  parte  inferiore  e  per  un  terzo  circa  della  sua  al- 
tezza è  ripieno  di  mercurio;  nella  porzione  rimanente  come  pure  nel 
tubo  a  si  mette  acqua.  Nel  mercurio  pesca  un  lungo  tubo  b  b  gra- 
duato in  millimetri.  Il  vaso  A  è  posto  in  una  vaschetta  V  ripiena 
d'acqua,  nella  quale  pesca  un  termometro  t.  Neubauer  osservò,  con 
questo  apparecchio,  che  nelle  giornate  calde  dell'aprile  del  1873  la 
pressione  aveva  raggiunto  i  112  millimetri  (2):  essa  diminuì  allo  sbuc- 
ciare delle  gemme,  e  cessò  allo  sviluppo  delle  foglie,  quando  queste  en- 


fi) E  noto  che  i  liquidi  per  attrazione   capillare  si   innalzano  nei   tubi   sottili 
o  capillari. 

(2)  La  temperatura  essendo  ridotta  a  zero. 


BOTANICA  DELLA  VITE 


173 


trarono  in  funzione.  La  evaporazione  allora  si  era  fatta  assai  forte; 
essa  venne  misurata  da  Neubauer  coll'appareccbio  rappresentato  dalla 
fìg.  58.  In  b  abbiamo  un  getto  di  vite  fronzuto  il  quale  pesca  in  un 
tubo  di  vetro  e  pieno  d'acqua  ma  chiuso  ermeticamente:  questo  tubo 
è  introdotto  in  un  cilindro  a  sul  cui  fondo   trovasi    del  mercurio,  e 


Fig.  57. 


Fiar.  58. 


che  è  pure  ermeticamente  chiuso  in  d.  Ora  più  il  mercurio  si  sol- 
leva e  più  è  forte  la  evaporazione  :  infatti  Neubauer  trovò  che  un 
germoglio  di  vite  lungo  28  centimetri  e  con  una  superficie  di  foglie 
uguale  a  340  centimetri  quadrati,  solleva  una  colonna  di  mercurio 
di  183  millimetri,  alla  temperatura  di  23,5°  C. 

Riflettendo  pertanto  alla  potenza  con  cui  il  succo  sale  in   prima- 


174  CAPITOLO  IV 


vera  dalle  radici  ai  tralci  della  vite,  si  troverà  che  è  molto  efficace 
la  espressione  usata  dai  viticultori,  i  quali  dicono  che,  nelle  prima- 
vere umide,  il  pianto  affoga  i  fiorellini;  su  di  ciò  ritorneremo  stu- 
diando l'aborto  dei  fiori  (francesamente  colatura). 

Da  quanto  abbiamo  detto  risulta  che  nell'  organismo  vegetale  so- 
novi  due  correnti  di  succhi;  l'una  ascendente  dalle  radici  al  fogliame, 
F  altra  discendente  dal  fogliame  alle  parti  vitali  della  pianta  non 
escluse  le  radici.  La  linfa  ascendente  circola  principalmente  pel  tes- 
suto vascolare,  quella  discendente  pel  tessuto  cellulare;  i  due  movi- 
menti sono  indipendenti  l'uno  dall'altro,  ed  il  secondo  è  certamente 
dovuto  in  gran  parte  all'  azione  osmotica  a  traverso  le  membrane 
delle  cellule.  Accade  quindi  una  vera  diffusione,  non  soltanto  all'ingiù 
verso  le  radici,  ma  anche  in  alto  per  tutte  le  parti  della  pianta  (gemme, 
tralci,  frutti)  dei  principii  organici  di  cui  abbiamo  parlato  a  pag.  161. 

Ci  rimane  a  studiare  la  composizione  del  liquido  che  costituisce 
il  pianto  della  vite;  da  quanto  precede  si  deduce  che  esso  non 
è  costituito  da  pura  acqua,  come  crede  il  volgo  dei  viticultori; 
consiste  invece  di  acqua  la  quale  tiene  in  dissoluzione  gli  elementi 
minerali  che  la  terra  somministra  alle  piante,  elementi  che  abbiamo 
enumerato  a  pag.  160.  —  La  sua  composizione  varia  a  seconda  delle 
annate  più  o  meno  piovose,  ed  a  seconda  della  stagione,  perchè  col 
progredire  di  questa  aumentano  in  esso  i  fosfati,  nonché  il  totale 
delle  materie  minerali,  mentre  diminuisce  quello  delle  organiche,  certo 
perchè  va  scemando  la  quantità  di  queste  ultime  posta  in  serbo  dal- 
l'anno precedente,  come  già  si  disse. 

Il  Dott.  Ghizzoni  (1)  ha  studiato  con  cura  il  pianto  della  vite,  rac- 
cogliendo la  linfa  a  diverse  altezze  nonché  dallo  stesso  vitigno,  però 
coltivato  in  luoghi  differenti.  Crediamo  utile  riassumere  tali  esperienze, 
raffrontandole  con  altre  del  Dott.  Rotondi. 

a)  La  prima  conclusione  che  si  desume  dalle  esperienze  del 
Ghizzoni  è  questa,  che  la  linfa  della  vite  è  costantemente  acida, 
ed  olire  al  portare  alla  pianta  nuovi  elementi,  promuove  Vas- 
similabiliià  di  talune  sostanze  contenute  nella  pianta,  ed  agisce 
producendo  lo  sviluppo  delle  gemme.  Questa  azione  sarebbe  pro- 
dotta dal  primo  succo  che  si  innalza  nella  pianta,  il  quale  essendo 
acido,  rende  solubile,  cioè  atta  all'assimilazione,  una  certa  quantità 
di  materie  attornianti  le   gemme   e  destinate  al  futuro  sviluppo  del 


(1)  Rivista  di  Viticoltura  ed  Enologia  di  Conegliano,  1878. 


BOTANICA  DELLA  VITE  175 


germe.  Per  il  Ghizzoni  pertanto  lo  sviluppo  delle  gemme  sarebbe  ia 
tatto  paragonabile  a  quello  dei  semi,  e  la  linfa  della  vite  avrebbe 
nei  primi  momenti  lo  stesso  ufficio  della  diastasi,  la  quale,  come  di- 
cemmo a  pag.  156,  trasforma  in  materia  solubile  quella  che  altri- 
menti non  avrebbe,  per  la  sua  insolubilità,  potuto  aiutare  e  svolgere 
il  tenero  embrione  dei  semi.  In  altri  termini,  secondo  l'esperimenta- 
tore,  la  prima  linfa  agirebbe  da  vero  solvente  sulle  materie  insolubili 
che  stanno  attorno  alle  gemme. 

Contrariamente  alle  deduzioni  del  Ghizzoni,  è  noto  essere  risultato 
all'ing.  Rotondi  (già  della  Stazione  Enologica  di  Asti)  che  la  linfa  sud- 
detta, specialmente  nelle  viti  ad  uve  rosse,  avrebbe  una  reazione  non 
acida,  cioè  neutra  od  alcalina.  Queste  sconcordanze  dimostrano  che 
il  quesito  non  è  ancora  bene  risolto:  gioverà  quindi  fare  nuove  e- 
sperienze  e  tenere  anche  calcolo  di  quel  pianto  che  sgocciola  dalle 
viti  durante  la  notte  verso  il  finir  di  maggio  cioè  allorquando  i 
tralci  sono  già  provvisti  di  foglie,  per  cui  il  pianto  cessa  di  giorno: 
svettando  in  tali  momenti  i  tralci  si  ha  pur  tuttavia  uno  sgocciola- 
mento notturno  che  meriterebbe  d'essere  studiato;  abbiamo  già  detto 
a  tal  riguardo  che  esso  scema  man  mano  che  il  sole  si  alza  sull'o- 
rizzonte, cosicché  verso  le  ore  9  o  10  del  mattino  cessa   del  tutto. 

b)  Altra  conclusione  del  Ghizzoni  è  la  seguente:  che  nel  pianto 
delle  viti  la  quantità  dei  nitrati  è  in  ragione  inversa  della  bontà 
dei  vitigni. 

e)  I  nitrati  stanno  nelle  linfe  in  ragione  diretta  della  ve- 
getatila (campi  ed  orti)  del  terreno,  ed  in  ragion  inversa  della 
bontà  del  metodo  di  coltivazione. 

d)  In  genere  la  sostanza  organica  é,  nelle  viti  nere,  pre- 
dominante sulla  minerale',  mentre  per  le  viti  ad  uva  bianca  la 
minerale  si  troverebbe  in  quantità  predominante  suU organica. 

e)  Mentre  nel  basso  (cioè  nella  linfa  inferiore  d'una  vite)  v'ha 
predominio  di  materia  minerale,  nell'alto  vha  quello  della  ma- 
teria organica. 

f)  Nel  suo  decorso  quindi,  la  linfa  mentre  si  carica  di  ma- 
teria organica  perde  in  materie  minerali. 

g)  I  fosfati  aumentano  in  genere  col  procedere  della  sta- 
gione, aumentando  anche  il  totale  delle  materie  minerali,  men- 
tre diminuisce  quello  delle  organiche. 

Il  dott.  Ghizzoni,  dai  fatti  che  accenna  desume  che  non  si  dovrebbe 
far  perdere  alla  vite,  con  una  potatura  tardiva   o  primaverile,  una 


176  CAPITOLO  IV 


certa  quantità  della  sua  linfa;  stabilito  infatti,  coll'esperimentatore, 
che  l'azione  di  detta  linfa  sia  quella  di  promuovere  ed  aiutare  lo  svi- 
luppo delle  gemme,  parrebbe  potersi  conchiudere  che  questo  viene 
necessariamente  ritardato  quando  venga  a  perdersi  una  gran  parte 
di  quella. 

Noi  non  esitiamo  a  convenire  in  massima  con  quanto  qui  dice  lo 
studioso  autore:  ma  non  possiamo  tuttavia  scordare  gli  indiscutibili 
vantaggi  del  salasso  primaverile  delle  viti  nelle  primavere  umide, 
precedute  da  un  autunno  e  da  un  inverno  pure  umidi,  e  ciò  onde 
evitare  la  colatura  dei  fiori  la  quale  quasi  ogni  anno  arreca  così 
gravi  danni  ai  vigneti  dell'alta  e  media  Italia.  Facciamo  quindi  voti 
acciò  l'importante  quistione  del  pianto  della  vite  sia  pure  studiata  nel 
caso,  non  certo  raro,  d'una  vite  pletorica. 

Dalle  nostre  numerose  osservazioni  risulterebbe  infatti,  che  con  viti 
cosifatte  ed  in  primavere  molto  piovose,  è  assolutamente  indispen- 
sabile provocare  o  aiutare  il  pianto,  nei  modi  che  diremo  studiando 
F  aborto  dei  fiori,  e  questo  tanto  più  se  trattasi  di  viti  giovani,  ri- 
gogliose e  potate  corte.  Per  contro,  nei  paesi  a  primavera  general- 
mente secca  e  calda,  e  dove  si  hanno  viti  vecchie  e  non  molto  ri- 
gogliose, bisogna  che  la  vite  non  pianga  o  pianga  assai  poco  (pota- 
tura precoce,  meglio  se  autunnale). 

Ma  lo  studio  della  vegetazione  della  vite  non  può  limitarsi  a  quanto 
si  riferisce  al  pianto:  abbiamo  altre  importanti  considerazioni  a  fare 
su  questo  grave  soggetto,  specialmente  riguardo  al  portamento  delle 
radici,  alla  tendenza  naturale  dei  tralci  e  dei  viticci  ed  alla  varia 
lunghezza  degli  internodi. 

Il  portamento  del  sistema  radicale  della  vite  varia  a  seconda 
di  differenti  circostanze;  non  parliamo  del  numero  più  o  meno  grande 
delle  radichette,  il  quale  dipende  dai  sali  azotati  (nitrato  di  potassa, 
solfato  d'ammoniaca)  che  si  trovano  più  o  meno  in  copia  a  disposi- 
zione delle  radici  (pag.  166):  vogliamo  invece  alludere  alla  disposi- 
zione delle  radichette  stesse  ed  alla  loro  profondità  variabile.  Nei 
vigneti  non  mai  lavorati  esse  si  portano  a  poca  distanza  dalla  su- 
perficie del  suolo,  quasi  in  cerca  di  principii  assimilabili;  diciamo 
quasi  in  cerca  di  alimento,  perchè  realmente  la  radice  non  si  di- 
rige verso  le  sostanze  nutritizie,  ma  solo  si  sviluppa  e  si  ramifica 
tanto  più  copiosamente  quanto  più  abbondante  è  l'alimento,  se  così 
possiamo  dire,  col  quale  si  trova  in  vicinanza,  in  contatto:  ora,  es- 
sendo dimostrato    dalle  esperienze    di   Emilio  WolfF  e  Boussingault, 


BOTANICA  DELLA  VITE  177 

che  nei  terreni  lavorati,  cosicché  gli  agenti  atmosferici  vi  abbiano 
facile  accesso,  si  forma  una  maggior  quantità  di  nitrati  (1),  è  facile 
intendere  come  le  radichette  si  formino  più  copiose  negli  strati  su- 
perficiali del  terreno,  se  questo  è  lavorato  a  poca  profondità  o  peggio 
se  non  mai  lavorato.  Allorquando  poi  il  piantamento  della  vite  è 
fatto  troppo  profondamente  e,  come  suol  dirsi,  sul  duro,  allora  (fig.  2 
pag.  89  tolta  da  un  nostro  piantamento  a  0,60  di  profondità)  accade 
che  l'ultima  corona  di  radici  si  dirige  all'insù,  come  dicevamo  or'  ora, 
laddove  le  altre  corone  sono  orizzontali  o  quasi.  Certamente  ciò  non 
accadrà  nelle  terre  leggere  e  ciottolose;  infatti  nei  terreni  lapillari 
sofficissimi  dei  dintorni  di  Napoli  si  piantano  i  maglioli  ad  oltre  un 
metro  di  profondità,  senza  inconvenienti:  ma  nelle  terre  compatte  si 
verifica  quanto  dicevamo  sopra,  e  la  vite  ne  soffre,  avendo  un  si- 
stema radicale  che  non  si  sviluppa  in  condizioni  troppo  favorevoli. 
Il  piantamento  profondo  vuol  dunque  essere  accompagnato,  o  per 
meglio  dire,  preceduto  dal  lavoro  profondo:  in  caso  diverso  la  radice 
si  riduce  ad  un  fittone  quasi  sprovvisto  di  radichette,  ed  ha  una  sola 
corona  di  radici  secondarie  quasi  presso  la  superfìcie  del  suolo:  ad 
esempio  un  magliolo  (fig.  59)  piantato  profondamente  sino  al  segno 
b,  in  terreno  non  scassato  convenientemente,  mette  bensì  in  principio 
una  corona  di  radici  sotto  al  punto  a,  ma  queste  in  così  cattive  con- 
dizioni di  suolo  deperiscono  rapidamente,  onde  il  sistema  radicale  in 
pochi  anni  si  riduce  a  poco  presso  come  è  disegnato  nella  fig.  60, 
cioè  alle  sole  radici  superficiali,  troppo  esposte  all'azione  della  sic- 
cità e  troppo  facilmente  danneggiate  dagli  istrumenti  lavoratorii:  ora 
è  evidente  che,  se  soffrono  queste  radici,  tale  pianta  non  può  con- 
tare su  altre  più  profonde,  ed  intristisce  essa  pure. 

Infine  per  la  grande  armonia  che  regna  fra  il  sistema  sotterraneo 
e  quello  aereo  della  pianta,  avviene  che  ogni  offesa  recata  ai  rami 
si  ripercuote  sulle  radici;  d'onde  il  consiglio  di  non  potare  la  giovine 
vite  al  suo  primo  anno  e  di  potarla  leggermente  al  secondo,  perchè 
così  operando  si  permette  un  ampio  sviluppo  al  sistema  radicale,  che 
ha  tanta  influenza  sulla  produttività,  sulla  robustezza  e  sulla  longe- 
vità delle  viti.  È  poi   ovvio  il  comprendere  che,    appunto  in  conse- 


(1)  Wolff,  professore  'a  Hoenheim  (Baden)  trovò,  con  esperienze  dirette,  che 
quando  la  terra  è  bene  smossa  e  divisa,  l'ammoniaca  del  terreno  si  cangia  in  a- 
cido  nitrico  per  l'azione  dell'ossigeno  dell'aria.  Boussìngault  (Chimie  Agricole  L 
jpag.  296)  venne  alla  stessa  conclusione. 

0.  Ottavi,  Trattato  di  Viticoltura.  13 


178 


CAPITOLO  IV 


guenza  di  cotale  armonia  vegetativa,  il  sistema  radicale  sarà  assai 
meno  sviluppato  nelle  viti  potate  corte  ed  educate  basse,  che  non  in 
quelle  allevate  a  lunghi  tralci,  nel  qual  caso  si  possono  vedere  ra- 
dici lunghe  oltre  i  dieci  metri.  Ed  è  tale  1'  armonia  fra  i  rami  e  le 
radici  che  abbiamo  osservato  molte  volte  come  a  rami  robusti  corri- 


Fig.  59. 


Figr.  60. 


spondano,  dallo  stesso  lato  della  pianta,  radici  secondarie  robuste;  e 
come  offendendo  ad  esempio  la  pianta  a  diritta,  ne  soffrono  precisa- 
mente le  radici  a  diritta:  cosa  facile  a  spiegarsi  se  si  riflette,  come 
dicevamo  studiando  l'anatomia  della  radice  e  del  caule  (pag.  119),  che 
i  vasi  del  tessuto  vascolare  vanno  dalla  prima  al  secondo  senza  in- 
terruzione, senza  cioè  una  vera  linea  di  demarcazione  al  così  detto 


BOTANICA  DELLA  VITE  179 

nodo  vitale,  e  proseguono  così  ponendo  in  comunicazione  le  foglie 
colle  radichette;  ma  queste  non  possono  vivere  e  svilupparsi  oltre 
senza  gli  idrati  di  carbonio  di  quelle  (pag.  168),  onde  se  si  offende 
il  sistema  aereo  si  offende  pure  il  sistema  sotterraneo. 

Passiamo  ora  a  studiare  la  tendenza  naturale  dei  tralci.  Ab- 
biamo già  detto,  al  paragrafo  sull'  organografia,  che  i  tralci  della 
vite  propendono  ad  allungarsi  ed  espandersi  strisciando  sul  terreno 
se  pure  non  si  slanciano  sugli  alberi  che  loro  si  trovano  vicini,  rag- 
giungendo altezze  relativamente  grandi:  si  narra  infatti  di  viti  d'A- 
frica e  d'America,  che  slanciansi  a  guisa  di  ponti  attraverso  i  fiumi; 
e  Plinio  ci  tramanda  d'una  statua  di  Giove  fatta  con  un  tronco  di 
vite  e  di  colonne  di  tempii  pure  di  viti.  È  pure  noto  che  le  viti  sel- 
vatiche, delle  quali  abbiamo  già  parlato  più  addietro,  assumono  spesso 
proporzioni  enormi;  e  che  le  viti  coltivate  stesse,  se  si  abbandonano 
a  sé,  possono  coprire  coi  loro  tralci  molta  superficie  di  terreno  (1). 
In  quei  pochi  locali  (ad  esempio  nella  Valle  d'  Aosta)  ove  si  lascia 
la  vite  libera  (vale  a  dire  che  non  le  si  recidono  mai  tralci  secchi, 
come  si  fa  potando)  essa  si  espande  con  tanta  ricchezza  di  vegeta- 
zione, che  si  è  costretti  a  fare  i  piantamene  ponendo  i  filari  a  5 
metri  di  distanza  uno  dall'altro,  e  le  piante  nelle  file  a  ben  25  metri 
l'ima  dall'altra;  queste  enormi  distanze  sono  indispensabili.  Che  dire 
poi  delle  viti  americane?  Giustamente  quelle  selvatiche  furono  chia- 
mate piante  da  bosco  (2)  poiché  si  arrampicano  fìuo  alle  più  alte 
cime  degli  alberi,  ove  maturano  i  loro  frutti. 

Ora,  tutto  ciò  dimostra  che  la  tendenza  naturale  della  vite  è  quella 
di  allungare  quasi  direbbesi  senza  limiti  i  suoi  tralci,  a  guisa  di  ri- 
gogliosa liana;  che  se  noi  la  vediamo  invece  nei  nostri  vigneti  ridotta 
generalmente  a  meschine  proporzioni  si  è  per  i  sistemi  di  viticoltura 
in  uso,  così  spesso  antirazionali.  Né  vale  il  dire  che  così  si  deve  fare 
se  si  vogliono  avere  frutti  zuccherini  ed  abbondanti,  perchè  è  noto 
che,  ad  esempio,  le  viti  tenute  col  sistema  francese  detto  en  chaintres 
(ampie  spalliere  orizzontali)  talora  con  15  tralci  frutticosi  lunghi  da 
metri  1,50  a  2,  danno  molta  uva,  che  matura  bene,  mentre  le  piante  vi 
sono  più  longeve  che  non  seguendo  il  sistema  delle  energiche  potature. 


(1)  Il  Dott.  A.  Cencelli-Perti  narra  d'un  suo  ceppo  di  pizzutello  (uva  Cornetta) 
il  quale  si  estende  su  una  superficie  di  150  metri  quadrati,  da  tempi  remotis- 
simi. [Albereto  Fedisco:  Conegliano  1874,  pag.  4). 

(2)  Così  il  viticultore  americano  Hecker  negli  Annalen  der  Oenologie  (1883). 
Citato  da  A.  Cencelli  (op.  cit.  4). 


180  CAPITOLO  IV 


Ed  anche  con  taluni  sistemi  italiani  di  viti  maritate  ad  alberi,  specie- 
se  all'acero  campestre  (1),  si  hanno  viti  le  quali  sono  più  longeve 
che  non  quelle  educate  basse,  oltre  ad  offrire  una  produzione  più 
costante;  locchè  è  senza  dubbio  conseguenza  del  sistema  di  potatura 
lunga,  mercè  cui  si  asseconda  la  tendenza  naturale  dei  tralci. 

Tuttavia  non  vorremmo  che  si  spingesse  questo  principio  sino  alle 
sue  ultime  conseguenze,  cioè  se  ne  deducesse  che  la  potatura  annuale 
della  vite  è  più  dannosa  che  utile;  noi  diciamo  solo  che  un  eccesso  nella 
potatura  (potatura  povera  o  corta)  rende  la  vite  vecchia  e  spossata 
in  poco  tempo,  perchè  essendo  meschini  i  suoi  tralci  si  fanno  me- 
schine anche  le  sue  radici.  Inoltre  è  certo  che  la  potatura  energica 
modifica  i  tessuti  della  vite  per  quanto  riguarda  la  loro  compattezza. 

Ci  porge  una  prova  assai  convincente  degli  inconvenienti  ai  quali 
si  può  andar  incontro  inceppando  nella  vite  quello  sfogo  che  le  è 
indispensabile  siccome  pianta  sarmentosa,  la  storia  delle  viti  americane 
nel  Nord  America  ed  in  Europa.  Nel  Nord  America  i  viticultori  eu- 
ropei che,  sin  dal  1600,  vi  si  recarono  a  coltivare  viti,  volendo  educare 
quelle  indigene  colla  potatura  corta,  non  riuscirono  mai  ad  avere  viti 
robuste  e  longeve;  il  sig.  Hecker  (loc.  cit,  pag.  13)  dice  chiaramente 
che  le  viti  americane  non  si  debbono  sottoporre  al  taglio  corto,  bensì 
potarle  a  tralcio  lungo,  e  soggiunge  che  chi  pota  secondo  la  ma- 
niera tedesca  (corto)  raccoglie  poco,  mentre  essi,  gli  Americani,  po- 
tano soventi  volte  i  loro  tralci  a  20-30  gemme,  nei  terreni  fertili; 
infine  conclude  che  «  chi  fra  gli  Alleganei  e  le  Montagne  Rocciose 
non  vuol  ottenere  punto  raccolta,  deve  lasciar  potare  il  suo  vigneto 
da  un  vignaiuolo  tedesco,  perchè  allora  sarà  sicuro  che  egli  avrà 
rovinato  il  suo  vigneto.  » 

Le  viti  americane  introdotte  in  Europa  vogliono  sempre,  ed  è  na- 
turale, la  potatura  lunga,  che  è  la  più  consentanea  alla  loro  indole;, 
invece  nelle  numerose  coltivazioni  che  se  ne  sono  fatte  in  Francia, 
quali  resistenti  alla  fillossera,  si  seguirono  senz'altro  i  sistemi  locali, 
cioè  si  potarono  corte,  inducendo  così  talune  modificazioni  nei  tessuti 
oppure  inceppando  un  più  ampio  sviluppo  del  sistema  radicale.  La  mo- 
dificazione nella  compattezza  dei  tessuti  per  causa  della  coltura  che 
diremo  all'europea,  è  oramai  ammessa  dai  fisiologi,  e  ad  essa  si  attri- 
buisce   il    fatto    sconfortante  di    parecchi    vitigni  d'America,  i  quali 


(1)  L'  acero  o  oppio  ha  poche  radici  e  si   può  potare  energicamente;   perciò  si 
può  quasi  considerare  come  un  sostegno  non  vivo,  benché  sia  vivo. 


BOTANICA  DELLA  VITE  181 

mentre  nel  loro  paese  d'origine  resistono  alle  punture  della  fillossera, 
introdotti  in  Europa  vanno  grado  grado  perdendo  questa  loro  pre- 
ziosa proprietà,  cosicché  oggi  sono  pochissime  le  specie  che  ancora 
la  conservano. 

Concludendo  diremo  che  sono  a  ritenersi  come  canoni  importanti 
della  fisiologia  della  vite  questi;  1°)  che  la  espansione  che  si  lascia 
prendere  alla  vite  mentre  accresce  la  sua  fecondità  ne  accresce  pure 
il  vigore  e  la  durata  (Guyot);  2°)  che  in  generale  è  a  preferirsi  la 
potatura  ricca  a  quella  povera,  perchè  la  potatura  ricca  logora  la 
vite  solo  quando  il  suolo  è  spossato,  al  che  si  rimedia  con  opportune 
concimazioni,  laddove  la  potatura  povera  logora  la  pianta,  il  che  è 
assai  più  grave  (G.  A.  Ottavi).  Studiando  la  potatura  e  le  distanze 
dei  piantamenti  ci  accadrà  di  richiamare  in  nostro  aiuto  questi  pre- 
ziosi ammaestramenti. 

Veniamo  ora  alla  tendenza  naturale  dei  viticci:  già  sappiamo 
(pag.  94)  come  si  sviluppino  e  quale  ufficio  abbiano.  Le  spire  vanno 
da  destra  a  sinistra  o  viceversa,  senza  seguire  una  norma  costante; 
cosa  però  non  ammessa  da  tutti,  poiché  v'  ha  chi  sostiene  che  essi 
generalmente  tendono  a  sinistra.  Certo  è  però  che  la  loro  tendenza 
naturale  è  quella  di  attorcigliarsi  agli  oggetti  cui  vengono  in  contatto 
colle  loro  estremità,  fosse  anche  un  altro  viticcio,  o  il  gambo  d'un 
grappolo,  o  una  foglia,  od  un  tralcio:  così  attorcigliati  ai  sostegni 
delle  viti,  le  tengono  salde,  le  rendono  resistenti  all'azione  dei  venti, 
ed  innalzano  i  pampini  esponendo  meglio  le  foglie  all'azione  impor- 
tantissima della  luce  solare. 

Ma  se  i  viticci  colle  loro  estremità  (nelle  quali  il  Dr.  Penzig  crede 
esistano  i  rudimenti  di  organi  già  destinati  (1)  molto  probabilmente  a 
congiungere  la  vite  al  sostegno)  non  riescono  a  toccare  qualche  og- 
getto, generalmente  non  si  contraggono  a  spirale  :  tuttavia  non  è 
necessario  che  essi  tocchino  l'oggetto  precisamente  coll'apice;  abbiamo 
osservato  che  il  contatto  su  qualsiasi  punto  della  loro  superfìce  li 
fa  ricurvare  verso  l'oggetto.  I  viticci  sono  molto  più  sensibili  quando 
sono  giovani;  allora  anche  toccati  leggermente,  si  curvano,  ma  se 
cessa  tosto  il  contatto  si  raddrizzano. 


(1)  Questi  organi  si  osservano  ancora  nell'Ampelopsis,  e  consistono  come  in  un 
disco  che  aderisce  ai  muri  con  forza.  Il  Dr.  Penzig  crede  che  nella  vite  le  punte 
dei  cirri  avessero  un  tempo  questa  funzione,  ma  ora  non  più  perchè  acquistarono 
irritabilità  su  tutti  i  punti. 


182  CAPITOLO  IV 


Dunque  la  tendenza  naturale  dei  viticci  è  quella  di  avvolgersi  a 
spirale;  se  non  possono,  diremo  così,  soddisfare  a  questa  loro  esigenza 
naturale,  si  essicano.  E  così  di  due  viticci  consecutivi  (pag.  95)  quando 
uno  si  è  avviticchiato,  non  essendo  più  necessario,  per  sostenere  il 
pampino,  che  si  attorcigli  anche  1'  altro,  in  quest'ultimo  cessa  la  vi- 
talità e  quasi  si  atrofizza.  Studiando  se  convenga  o  non  sopprimere 
i  viticci,  diremo  se  oltre  all'ufficio  di  organi  di  prensione  essi  adem- 
piano anche,  come  taluno  crede,  a  quello  di  organi  coadiutori  di  nu- 
trizione, essendo  clorofìllati  essi  pure  come  le  foglie. 

Darwin  ha  cercato  di  spiegare  perchè  quando  un  viticcio  tocca 
un  oggetto  si  curva  e  si  avvolge  a  spirale  attorno  ad  esso:  a  suo 
parere  ciò  dipenderebbe  dalla  contrazione  delle  cellule  lungo  il  lato 
concavo  (1)  ed  in  ciò  si  trova  d'accordo  con  H.  De  Vries  e  con  Sachs, 
il  quale  dice  che  quando  il  viticcio  viene  in  contatto  con  un  oggetto, 
si  accelera  notevolmente  lo  sviluppo  della  superficie  convessa,  mentre 
vi  ha  contrazione  nella  superfìcie  concava.  È  però  diffìcile  spiegare 
come  mai  talvolta  i  viticci  si  avvolgano  a  spirale  senza  toccare  ve- 
rmi oggetto,  come  abbiamo  potuto  osservare  più  d'una  volta;  in  questi 
casi  i  viticci  della  vite  si  comportano  come  quelli  di  altre  molte  piante, 
i  quali  si  contraggono  spiralmente  senza  essere  mai  venuti  in  con- 
tatto con  oggetti;  ciò  accade  però  solo  quando  i  viticci  stanno  pen- 
zoloni ed  hanno  perduto  in  grande  parte  la  loro  sensibilità,  cosicché 
a  poco  a  poco  finiscono  coll'essicarsi. 

Ci  rimane  a  studiare  quanto  si  riferisce  alla  lunghezza  degli  in- 
ternodii  ne'  suoi  rapporti  colla  vegetazione  della  vite. 

Si  ritiene  generalmente  che  la  lunghezza  degli  internodi  (meritalli 
o  mesofiti)  sia  costante  per  le  singole  varietà  di  vitigni,  e  per  vie- 
meglio convalidare  questa  opinione  si  citano  anche  le  osservazioni 
di  Pier  de'  Crescenzi,  il  quale  visitando  i  vigneti  di  Asti  osservava 
che  gli  internodi  dei  nebbioli  erano  lunghi;  «  queste  generazioni  di 
«  viti,  dice  egli,  hanno  le  loro  gemme  per  lunghi  internodi  distanti:  » 
ora,  chi  ha  veduto  oggi  viti  di  nebbiolo  può  far  fede  che  gli  inter- 
nodi sono  tuttavia  lunghi;  eppure  sono  trascorsi  nientemeno  che  G00 
anni.  Il  compianto  Luigi  Oudart  nella  sua  Introduzione  alla  am- 
pelografia  italiana,  narra  di  aver  veduto  un  vigneto  piantato  con 
Pinot  e  Gamai  or  sono  più  di  ottantanni  dall'avo  del  conte  di  Ca- 
stelborgo,   nel   suo  podere  di  Neive  presso  Alba;  «  e  queste  specie, 


(1)  Le  piante  rampicanti  —  pag.  107. 


BOTANICA  DELLA  VITE  183 

dice  egli,  benché  piantate  in  un  terreno  e  sotto  un  clima  tanto  di- 
verso da  quello  della  Borgogna  e  del  Beaujolais,  coltivate  e  potate 
così  diversamente,  conservano  i  loro  nodi  alla  distanza  che  anche 
oggi  conservano  nei  vigneti  della  Borgogna  e  del  Beaujolais.  » 

Il  sig.  Oudart,  basandosi  su  questi  ed  altri  fatti,  i  quali  pare  par- 
lino in  favore  d'una  costante  lunghezza  dei  meritalli  per  ogni  vizzato, 
propose  nel  1874  una  classificazione  dei  vizzati  stessi  in  tre  grandi 
schiatte  o  tribù,  collocando  nella  prima  le  viti  ad  internodi  corti, 
nella  seconda  quelli  ad  internodi  medii  e  nella  terza  quelli  ad  inter- 
nodi lunghi.  In  quell'anno,  prendendo  ad  esame  nel  voi.  XXXI  del 
Coltivatore,  questa  proposta,  e  citando  alcune  nostre  osservazioni 
fatte  sui  principali  vitigni  del  Monferrato,  ci  associavamo  alle  idee 
del  valente  sig.  Oudart;  non  vi  si  associava  però  il  barone  Antonio 
Mendola,  dotto  ampelografo  siciliano,  il  quale  in  una  lettera  a  noi  di- 
retta concludeva  col  dire  «  che  questo  carattere  (la  lunghezza  degli  in- 
ternodi) tanto  proteiforme,  tanto  incerto,  tanto  difficilmente  apprezzabile 
e  che  cangia  coi  climi  e  colle  età,  colle  colture,  colle  esposizioni,  non 
è  un  carattere  distintivo,  ma  una  mera  particolarità  da  tenersi  in  un 
cotal  conto  in  via  secondaria,  non  mai  da  poterne  far  base  fonda- 
mentale di  un  sistema.  » 

In  progresso  di  tempo,  facendo  ricerche  su  questo  argomento,  ci 
accadde  di  trovare  parecchi  autori  in  accordo  col  sig.  Oudart,  e  così 
i  francesi  Conte  Odart,  Olivier  de  Serres,  Victor  Rendu  e  lo  spa- 
gnuolo  Simon  de  Rojas.  Ma  oltre  alle  ricerche  sui  libri  facemmo 
anche  varie  esperienze  sui  vigneti,  cercando,  con  speciali  trattamenti 
inflitti  alle  viti,  di  fare  variare  la  lunghezza  dei  meritalli;  ora  queste 
esperienze  ci  portarono  invece  a  concludere  che  ben  s'  apponeva  il 
barone  Mendola,  poiché  il  sistema  di  coltura  può  influire  a  ren- 
dere piti  o  meno  lunghi  gli  internodi. 

Le  piante  sulle  quali  facemmo  le  nostre  osservazioni  erano  poste 
in  filari  distanti  3  metri  circa  uno  dall'  altro;  solo  che  mentre  uno 
dei  filari  era  coltivato  al  sistema  monferrino,  1'  altro  era  tenuto  ad 
alberello.  Il  vitigno  era  lo  stesso,  il  terreno  lo  stesso,  la  esposizione 
la  stessa:  solo  era  diverso  il  metodo  di  educazione  della  vite.  In- 
fatti col  sistema  monferrino  si  ha  un  lungo  tralcio  frutticoso  ed  uno 
sperone  legnoso,  e  non  si  praticano  cimature  o  svettature;  invece 
col  sistema  alla  latina  o  ad  alberello  da  noi  modificato,  si  pratica 
una  cimatura  graduale  prima  della  fioritura  (si  noti  bene  questa  cir- 
costanza) svettando  coll'unghia  i  getti  uviferi,  man  mano  che  si  al- 


184 


CAPITOLO  IV 


lungano,  e  precisamente  quando  è  spuntata  la  quarta  o  quinta  foglia 
sopra  1'  ultimo  grappolo.  Per  tale  cimatura  (che  non  vuoisi  confon- 
dere, come  si  fa  spesso,  colle  cimature  tardive  e  colle  scacchiature) 
si  esporta  la  vera  punta  dei  getti  dell'annata,  la  quale  ha  V  aspetto 
di  un  piccolissimo  ventaglio;  si  concentra  per  tal  maniera  il  vigore 
della  pianta  nella  sua  parte  inferiore  locchè  è  indispensabile  per 
costituire  un  vero  e  solido  alberello,  con  una  impalcatura  ugual- 
mente solida. 

Veniamo  ora  alle  suddette  osservazioni. 

(Dopo  4  anni  di  cultura  ad  alberello  e  5  di  cultura  a  tralcio  lungo). 


VITIGNO 


Viti  ad  alberello 


Lunghezza  degli  internodi 
sui  tralci  di  un  anno 


Viti  a  tralcio  lungo 


Lunghezza   degli    internodi 
sui  tralci  di  un  anno 


Pianta  di  Barbera ... 


/    Cent.  11 

»  8  50 

»  13 

»  6  50 


6  50 
6  50 


Pianta  di  Barbera. 


/    Cent. 


Pianta  di  Barbera. 


9  75 


Cent.  9 


10 
10 
11 
11 

7 

4 
11 
13 

6 

6  50 

9  50 

9 
10 

9 
9  50 

7 


10 

8 
11 
14 

6 


50 


Media  e.  8  75 


Cent. 


Media  e.  9  20 


Cent. 


Media  e.  9  10 


Cent. 


10 
14 
15 
9 
12 
15 

13  50 
16  50 

16 
11 

7  50 
14 
12 
10 
13 
10 

8 

10  50 
14 
15 
16 
10 

10 

16  50 
1150 

9 

12  50 
15 
15  50 

9 
15 
12  50 


Media  e.  12  50 


}  Media  e.  11  90 


Media  e.  12  65 


BOTANICA  DELLA  VITE 


185 


VITIGNO 


Viti  ad  alberello 


Lunghezza  degli  intemodi 
sui  tralci  di  uu  anno 


Viti  a  tralcio  lungo 


Lunghezza  degli  internodi 
sui  tralci  di  un  anno 


Cent.  11 

J>  4 


Pianta  di  Barbera..../ 


Pianta  di  Barbera. 


Pianta  di  Fresia. 


Pianta  di  Fresia. 


Cent. 


Cent. 
» 


/   Cent. 


6 

7  50 
6  50 
3 


6 

4 
10 

4 
10 


>  Media  e.  6  90 


10 

4 


50 


10 
15 

8  50 
17 

6 

7 


4 

6 
10 

4  50 

5  50 
1150 

8 

5  50 
8  50 
8 

7 
8  50 

7  50 
10 

6  50 
9 

4  50 
6 

8  50 
13 

9  50 
10 

11 


>Media  e.  8  50 


Media  e.  7  45 


Cent.  13 

»  1150 
»       9 

»  10 
»       8  50 

»  13  50 

»  10  50 

»  12 

»  10 

>  12 

»  14 

»  13 
»       9 

»  10 

»  12 

Cent.  10 

»  10 

»  12 

»  13 

»  11 

»  10 

»  14 

»  10  50 
»       9 

»  10 

»  10 
»       8 

»  1150 

»  10 
»  7 
»  8 
»       9 

Cent.  12  50    \ 

»  12  50    ' 

»  10 

»  11 

»  11 


Media  e.  1120 


)Media  e.  10  10 


Media  e.  11  16 


\ Media  e.  8  45 


Cent. 


9  50 
14 
11 

9  50 


»       8 


9  50 
11 
7 
7 

8  50 
7 


Media  e.    8  37 


186 


CAPITOLO  IV 


VITIGNO 


Viti  ad  alberello 


Lunghezza  degli  iaternodi 
sui  tralci  di  un  anno 


Viti  a  tralcio  lungo 


Lunghezza  degli  internodi 
sui  tralci  di  un  anno 


Pianta  di  Fresia. 


Pianta  di  Fresia. 


Pianta  di  Fresia. 


/    Cent.  8  50    \ 

»  7 

»  3  50   / 

»  7  50 

»  4  50 

»  6 

»  7 


Cent.  4 

»  5  50 

»  5 

»  6  50 

»  7  50 

»  4  50 

»  5 

»  6  50 

Cent.  5  50 

»  5 

»  3  50 

»  5 

»  5  50 

»  9  50 

»  11 

»  5 


Media  e.  6  10 


Media  e.  5  56 


Media  e.  6  20 


Cent. 


Cent. 


Cent. 


Media  e.    7  60 


Media  e.  1150 


Media  e.    8  10 


Riuniamo  ora  in  un  solo  quadro  tutte  le  medie: 


VITIGNO 


Ad  alberello 


A  tralcio  lungo 


Barbera 
» 
» 
» 
» 

Fresia 


Cent. 


Cent. 


8  75 

9  20 
9  10 

6  90 

8  50 

7  45 

8  45 
6  10 

5  56 

6  20 


\  Media  e.  8  49 


Media  e.  6  75 


Cent. 


Cent. 


12  50 
1190 
12  65 
1120 

10  10 

11  16 
8  37 

7  60 
1150 

8  10 


Mediac.il  6T 


Media  e.  9  34 


Dall'esame  di  questi  dati  deducesi  che  a  parità  di  vitigno,  di  suolo, 
di  esposizione  e  di  altitudine,  il  sistema  di  cultura  ad  alberello  in- 
fluisce a  far  diminuire  la  lunghezza  dei  meritalli  in  proporzione  molto 


BOTANICA  DELLA  VITE 


187 


sensibile.  Nel  caso  suddetto  questa  diminuzione  risultò  alquanto  mag- 
giore per  il  barbera  che  non  p^l  fresia:  volendo  stabilire  un  dato 
medio  pei  due  vitigni,  avremo: 


Viti  a  lungo  tralcio cent.  10,50 


Viti  ad  alberello 


7,62 


Differenza cent.    2,88 

Ma  quale  importanza  può  egli  avere  per  la  pratica  della  viticul- 
tura una  maggiore  o  minore  lunghezza  dei  meritalli? 

Ignoriamo  fino  a  qual  punto  i  viticultori  abbiano  riflettuto  ad  un 
simile  quesito;  crediamo  però  di  non  andar  errati  asserendo  che  po- 
chi si  sono  curati  di  risolverlo.  Eppure,  come  si  vedrà  dagli  altri 
dati  che  seguono,  è  a  ritenersi  che  ad  una  minor  lunghezza  dei 
meritalli  corrisponde  in  generale  una  maggior  fecondità  nelle 
gemme  uvifere. 

Ecco  a  questo  riguardo  alcuni  dati  esatti  fornitici  nel  giugno  del 
1882  dallo  stesso  vigneto  dove  facemmo  le  precedenti  osservazioni. 


VITIGNO 


LUNGHEZZA. 
DEI   MERITALLI 


GRAPPOLI 
PER   GEMMA 


Media  di  varii  vitigni  vecchi  e  a  tralcio  lungo  .     . 

Media  di  varii  vitigni  vecchi  a  tralcio  lungo  ma 
cimati 

Barbera  in  filari  distanti  4  m.  coltivati  a  frumento 
(età  anni  8) 

Barbera  della  stessa  età  ma  cimata,  e  senza  col- 
ture negli  interfilari 

Pinot  anni  4  a  6,  specializzati,  alberelli  .... 

Cabernet         id.  id.  id 

Grenache  o  Alicante        id.  id 

Barbera  id.  id.  id 

Teinturier      id.  id.  id 

Bonarda  id.  id.  id 

Nebiolo  id.  id.  id 

Slarina  id.  id.  id 

Fresia  id.  id.  id 

Croetto  id.  id.  id 


Centim.  10  25 

»  8  50 

»  14  25 

»  9  95 

»  6  70 

»  9  15 

»  6  05 

»  8  75 

»  8  70 

»  8 

»  10 

»  7 

»  8  75 

»  7 


N.     1 
»      1  25 
»     0  60 


75 
30 


Le  misure  furono  prese  tra  la  quarta  e  la  sesta  gemma  dei  tralci 
uviferi  lasciati  alla  potatura,  cioè  fra  le    gemme   che    sbucciando  ci 


188  CAPITOLO  IV 


avevano  dato  i  germogli  uviferi:  i  dati  sovra  riferiti  sono  le   medie 
di  misure  determinate  su  sei  piante  per  ogni  qualità. 

Sin  dal  1874  il  prof.  Carlo  Hugues,  avendo  istituito  varie  ricer- 
che sulla  lunghezza  dei  meritalli  nei  vitigni  coltivati  a  Rovereto,  ebbe 
a  trovare,  analogamente  a  quanto  dicemmo  or'ora,  che  i  vitigni  a 
nodi  corti  eran  i  più  ricchi  in  grappoli.  Le  sue  osservazioni  versa- 
rono su  vitigni  tedeschi  ed  italiani,  e  confermarono  pure  il  fatto  già 
accennato  che  la  lunghezza  degli  internodi  non  è  un  carattere  co- 
stante delle  diverse  varietà  di  vizzati.  D'altra  parte  anche  qui  si  può 
ricordare  Y  adagio,  che  non  vi  ha  nulla  di  nuovo  sotto  il  sole,  poiché 
il  valente  viticultore  latino  Plinio  Secondo  (C.  Plini  Secundi,  Na- 
turalis  Historiae,  liber  XVII)  aveva  scritto  fin  dai  suoi  tempi,  al 
cap.  21,  che  la  densità  o  spessezza  delle  gemme  è  indizio  di  fe- 
condità: densitas  gemmarum  fertilitatis  indicium  est. 

Concludendo,  diremo  che  la  lunghezza  degli  internodi  può  variare 
a  seconda  dei  sistemi  di  potatura,  e  che  le  gemme  dei  tralci  ad  in- 
ternodi brevi  sono  in  generale  più  feconde  di  quelle  dei  tralci  a  in- 
ternodi lunghi. 

5.°  Fioritura  delle  viti.  Eccoci  ora  all'  importantissimo  atto 
della  vita  vegetativa  che  incomincia  colla  comparsa  del  fiore  e  ter- 
mina coli' allegamento  del  frutto:  della  fruttificazione  parleremo  poi, 
per  ora  diremo  solo  della  fioritura  propriamente  detta  e  della  fecon- 
dazione dei  fiori. 

I  fiori  delle  vite  si  presentano  quasi  sempre,  come  già  sappiamo, 
su  germogli  spuntati  in  primavera  da  gemme  di  tralci  i  quali  hanno 
un  anno  di  vita,  cioè  di  tralci  dell'  anno  avanti.  A  questa  regola 
si  danno,  per  quello  che  ci  fu  dato  di  constatare,  due  eccezioni: 
1°)  talvolta  portano  qualche  raro  grappolo  quei  polloni  che  nascono 
sul  ceppo  o  vecchio  tronco  della  vite,  specialmente  nei  paesi  meri- 
dionali, od  in  qualche  vite  a  pergolato;  2°)  talvolta  vedonsi  grappoli 
sui  getti  estivi  (le  femminelle)  che  spuntano  all'ascella  delle  foglie 
dei  getti  primaverili:  ma  in  rari  casi  si  è  potuto  trarre  partito  da 
queste  fruttificazioni  anormali. 

La  fioritura  della  vite  è  singolarmente  favorita  da  una  primavera 
calda  e  moderatamente  umida:  è  un  errore  quello  di  credere  che  l'u- 
mido sia  assolutamente  dannoso  ai  fiori,  perchè  è  a  sapersi  che  senza 
l'azione  di  esso  sul  polline  la  fecondazione  non  potrebbe  aver  luogo:  i 
granelli  pollinici  si  gonfiano  per  endosmosi,  le  loro  pieghe  scompaiono 
(pag.  145)  ed  essi  finiscono  per  emettere  il  loro   contenuto,  d'onde 


BOTANICA  DELLA  VITE  189 

la  fecondazione.  Certo  però  le  pioggie  abbondanti  sono  molto  dan- 
nose, perchè  disperdono  il  polline.  Dannosissimo  è  pure  il  freddo,  e 
sovratutto  il  freddo  accompagnato  da  molta  umidità,  nel  qual  caso 
il  fiore  della  vite  abortisce  facilmente. 

L'osservazione  ci  ha  pure  appreso  che  la  viva  luce  solare  favo- 
risce in  modo  singolare  la  fioritura  della  vite;  per  cui  quando  la 
primavera  si  mantiene  calda,  con  cielo  abitualmente  sereno,  e  mo- 
deratamente umida,  la  vendemmia  è  in  generale  abbondante,  se  non 
soppraggiungono  avversità. 

La  fioritura  avviene  nell'ordine  seguente:  prima  fioriscono  i  grap- 
poli della  base  del  germoglio,  poi  gli  altri;  e  nel  grappolo  prima  fio- 
riscono gli  acini  che  stanno  presso  il  gambo:  adunque  la  fioritura 
avviene  secondo  lo  stesso  ordine  con  cui  si  formano  i  grappoli  sui 
tralci  e  gli  acini  sulla  rachide. 

Come  ha  luogo  la  fioritura  della  vite?  Un  tempo  si  riteneva  che  la 
fecondazione  degli  ovuli  avvenisse  a  vaso  chiuso,  cioè  sotto  la  cuffia 
della  corolla  quinquepetala  (pag.  109);  poscia  si  credette  che  la  vite 
appartenesse  alla  classe  delle  piante  anemofile,  cioè  fecondate  per 
opera  del  vento,  quale  veicolo  pel  trasporto  del  polline;  così  essendo 
è  evidente  che  non  può  arrivare  il  polline  sugli  stimmi  se  non 
quando  la  cuffia  sia  caduta.  Ma  oggidì  si  ritiene  che  siano  gli  m- 
settì  i  pronubi  della  vite,  e  lo  si  argomenta  anche  dal  fatto  che  i 
fiori  della  vite  sono  provvisti,  come  già  sappiamo  (pag.  143)  di  glan- 
dole  nettariche  che  esalano  gratissimo  odore;  queste  glandole  infatti 
non  si  essicano  se  non  quando  la  fioritura  è  finita. 

Abbiamo  fatto  alcune  ricerche  sulla  impollinazione  nei  fiori  della 
vite  e  vogliamo  qui  riferirle  a  complemento  di  quanto  ora  dicemmo. 

Oramai,  dietro  le  osservazioni  dell'illustre  botanico  dott.  Engel- 
mann  di  San  Luigi  (Missouri),  non  v'ha  più  alcun  dubbio  che  la  vite 
selvatica,  ne'  luoghi  primitivi  della  sua  origine  (e  ciò  sia  che  si 
tratti  di"  vite  asiatico-europea,  di  vite  americana  o  di  qualsiasi  altra 
vera  vite)  è  poligama;  ciò  vuol  dire  che  vi  sono  le  piante  che  por- 
tano unicamente  fiori  maschi,  e  le  piante  che  portano  o  fiori  com- 
pleti (maschi  e  femmine;  ermafroditi)  o  rarissime  volte  fiori  femminei; 
in  una  parola  fiori  fertili,  mentre  i  primi  sono  sterili.  Faremo  però 
notare  che  i  fiori  fertili  sono  quasi  sempre  ermafroditi,  perchè  (come 
dice  Engelmann)  non  pare  essersi  mai  osservati  fiori  femminei  sprov- 
visti di  stami.  Così  se  noi  seminiamo  dei  vinacciuoli,  otteniamo  sog- 
getti  sterili   e   soggetti  fertili;  questi  ultimi  sono  a  fiori  completi,  e 


190  CAPITOLO  IV 


sono  quelli  che  noi  prescegliamo  per  la  coltura,  distruggendo  gli 
altri,  locchè  ci  pare  un  errore,  come  diremo  fra  breve. 

La  fecondazione  dei  fiori  della  vite  può  dunque  aver  luogo  in  tre 
modi  diversi,  cioè  con  tre  pollini;  o  col  polline  dei  soggetti  sterili,  a 
fiori  maschi,  o  col  polline  di  altri  stami  che  non  siano  quelli  dell'o- 
vario fecondato,  ma  di  fiori  ermafroditi,  o  infine  col  polline  dei  cin- 
que stami  medesimi  che  circondano  il  pistillo  o  ovario  fecondato.  — 
La  prima  maniera  di  impollinazione  si  chiama  impollinazione  o  fe- 
condazione dioica  (1),  la  seconda,  monoica  (2),  e  la  terza,  omoclina. 

Ora,  le  osservazioni  già  fatte  da  Hildebrand  e  da  Delpino  sull'a- 
rancio e  su  altre  piante,  porterebbero  a  credere  che  la  forza  fecon- 
dativa sia  variabile  nei  tre  suddetti  casi  d'impollinazione.  Così,  par- 
rebbe potersi  ammettere  che  quando  ha  luogo  la  fecondazione  omo- 
clina, si  abbia  l'infimo  grado  di  forza  fecondativa  e  per  ciò  zero  semi 
nell'acino  d'uva;  che  quando  invece  ha  luogo  un'impollinazione  mo- 
noica, si  abbia  un  grado  sensibilmente  maggiore,  potendo  variare  il 
numero  dei  semi  da  1  a  2  a  3;  e  che  infine  quando  può  verificarsi 
la  fecondazione  dioica,  allora  si  abbia  il  massimo  di  forza  fecondativa 
e  4  vinacciuoli  nell'ovario,  cioè  nell'acino. 

Per  vedere  quanto,  riguardo  alla  vite,  si  verifichi  in  natura  a 
questo  proposito  (poiché  pare  che  fin'ora  non  siansi  fatte  esperienze 
dirette,  ma  solo  si  sia  scritto  dietro  congetture  e  raffronti)  abbiamo 
fatto  le  seguenti  prove. 

Varii  grappolini  d'uva  barbera,  i  quali  non  erano  ancora  in  fiori- 
tura, vennero  introdotti  entro  leggere  boccettine  di  cristallo,  chiudendo 
poscia  queste  con  cura  attorno  al  gambo  del  grapp olino  stesso,  in 
guisa  che  assolutamente  non  potesse  penetrarvi  verun  insetto  appor- 
tatore di  polline,  e  solo  si  avesse  una  leggera  aerazione,  Questi  grap- 
polini non  potevano  ricevere  altro  polline  che  quello  dei  loro  stami;  — 
ciò  non  costituiva,  è  vero,  una  impollinazione  omoclina  propriamente 
detta,  perchè  entro  ogni  boccettina  vi  erano  varii  fiori  il  cui  polline 
poteva  incrociarsi,  ma  intanto  era  escluso  il  polline  non  solo  di  altri 
grappoli  dello  stesso  soggetto,  ma  altresì  quello  di  altri  soggetti,  il  quale 
come  vedremo,  può  avvicinarsi,  in  quanto  ad  attività  fecondatrice,  al 
polline  dei  fiori  maschi.  L'uva  allegò  bene  nelle  boccettine,  che  furon 
rotte  a  suo  tempo,  ed  ecco  il  numero  esatto  dei  semi  che  trovammo 
in  ogni  acino: 


(1)  Ce  ne  porge  un  esempio  comunissimo  la  canapa. 

(2)  Ce  ne  porge  pure  un  esempio  la  meliga  (maiz). 


BOTANICA  DELLA  VITE  191 

Con  un  solo  vinacciuolo  N.  210  acini 

N.  280  acini  \    Con  due  vinacciuoli           »  60      » 

di  berbara    j    Con  tre  vinacciuoli             »  10       » 

\    Con  quattro  vinacciuoli     »  0      » 

Per  confronto  prendemmo  ugual  numero  d'acini  della  stessa  uva, 
di  vitigni  allevati  collo  stesso  sistema  (alberello)  e  posti  nello  stesso 
vigneto:  ecco  i  risultati  della  controprova: 

[    Con  un  solo  vinacciuolo  N.     40  acini 
N.  280  acini  ]    Con  due  vinacciuoli  »      60     » 

di  barbera     \    Qon   tre   vinacciuoli  »      100      » 

\    Con  quattro  vinacciuoli     »      80     » 

Ci  pare  che  questo  esperimento  dia  ragione  alle  suddette  conget- 
ture, e  permetta  anche  di  "farvi  qualche  utile  aggiunta  per  la  viti- 
cultura. 

In  primo  luogo  sta  il  fatto  che  quando  un  fiore  di  vite  riceve  il 
polline  d'altri  fiori  (meglio  se  questi  fiori  appartengono  ad  altri  grap- 
poli o  ad  altri  soggetti),  la  fecondazione  è  sicura,  efficace;  ed  au- 
menta il  numero  dei  semi,  mentre  questi  senza  dubbio  darebbero  sog- 
getti assai  robusti  qualora  fossero  confidati  al  suolo.  Converrebbe 
dunque  di  avere  frammezzo  alle  nostre  viti  varii  soggetti  maschi, 
benché  sterili,  nella  proporzione  ad  esempio  di  uno  ogni  cinquanta 
ceppi  di  vite.  La  fecondazione  in  primavera  si  farebbe  meglio,  sa- 
rebbe cioè  completa,  e  non  abortirebbero  tanti  fiori,  come  accade  con 
certe  varietà  dei  nostri  vitigni. 

In  secondo  luogo  si  può  ritenere  che  il  polline  dei  fiori  che  ap- 
partengono ad  uno  stesso  grappolo,  ha  una  debole  forza  fecondatrice 
su  quei  fiori  stessi,  ed  il  numero  dei  semi  si  riduce  ad  uno  circa  per 
acino;  ci  avviciniamo  quindi  alla  fecondazione  omoclina,  con  zero  semi, 
sulla  quale  converrà  però  fare  esperienze  dirette. 

In  terzo  luogo  può  stabilirsi  che  il  polline  proveniente  da  fiori  eh  e 
stanno  su  altri  soggetti  ermafroditi,  od  anche  su  altri  grappoli  dello 
stesso  soggetto,  ha  una  forza  fecondativa  assai  superiore  a  quella 
del  caso  precedente,  come  risulta  dall'esame  dei  280  acini  dell'espe- 
rimento di  confronto. 

In  quarto  luogo  infine  è  a  ritenersi  che  nella  fecondazione  dei  fiori 
della  vite  v'ha  un  continuo  incrociamento  di  polline,  non  solo  tra  un 


192  CAPITOLO  IV 


grappolo  e  l'altro  della  stessa  pianta,  ma  anche  fra  i  grappoli  dei 
diversi  soggetti:  vuol  dire  adunque  che  i  semi  difficilmente  riprodur- 
ranno i  caratteri  individuali  della  pianta  madre.  Ciò  infatti  è  oramai 
noto  a  tutti  coloro  che  hanno  seminato  vinacciuoli;  anzi  questo  ibri- 
dismo è  molto  temuto  ora  in  Francia  per  le  viti  americane  colà  col- 
tivate, dei  cui  semi  si  fa  commercio,  perchè  si  è  osservato  che  ne 
nascono  soggetti  meno  resistenti  alle  punture  della  fillossera.  A  con- 
ferma di  ciò  diremo  che  il  professore  G.  Foéx,  raccomandando 
la  seminagione  di  alcune  viti  americane,  dopo  aver  consigliato  di 
«  scegliere  delle  razze  le  cui  proprietà  di  resistenza  non  siano  state 
«  alterate  dalla  ibridazione  colle  nostre  viti  indigene  »  soggiunge 
che  conviene  attenersi  specialmente  alle  viti  Riparia,  «  grdce  à 
«  la  hdtiveté  de  leur  floraison,  qui  exclui  tonte  chance  d'hybri- 
«  dation.  »  {Messager  Agric.  du  Midi  n.  2,  1880). 

Osserveremo  infine,  che  se  la  esperienza  sovracitata  conclude  in 
favore  della  impollinazione  dicog amica  (cioè  mediante  incrocia- 
mento di  polline)  ciò  è  in  perfetta  armonia  colle  leggi  naturali.  La 
dicogamìa  infatti  è  legge  universale,  ed  i  botanici  più  insigni  ci  di- 
cono che  essa  è  valida  e  nel  regno  vegetale  e  nel  regno  animale, 
nelle  crittogame  inferiori  e  nelle  superiori,  nelle  ginnosperme  e  nelle 
angiosperme,  nelle  dicotiledoni  e  nelle  monocotiledoni.  Sin  dal  1793 
Sprenghel  scrisse:  «  pare  che  la  natura  abbia  voluto  che  niun  fiore 
ermafrodita  sia  fecondato  col  polline  proprio  ».  Knight,  sette  anni 
più  tardi,  provò  che  se  si  adduce  agli  stimmi  polline  eteroclino,  si 
ottengono  semi  più  numerosi  e  una  posterità  più  robusta  che  non 
altrimenti.  Herbert  nel  1837  concluse  analogamente,  accennando  ad 
un  maggior  numero  di  semi  e  ad  una  prole  più  robusta.  Lo  stesso 
concluse  Darwin  nel  1858.  Infine  ci  dicano  uguali  cose  Delpino,  Hil- 
debrand,  Axell,  Ricca,  Erm.  Mùller,  Fr.  Mùller  ed  altri  illustri  bo- 
tanici. Il  nostro  Delpino  intanto  diede  a  quella  legge  il  nome  di  legge 
della  dicogamia. 

Sta  bene  che  nelle  piante  non  si  hanno  sempre  le  nozze  incrociate; 
ma  questa  è  una  previdente  disposizione  della  natura,  dal  momento 
che  i  vegetali  essendo  immobili  ed  avendo  organi  sessuali  pure  im- 
mobili, andrebbero  incontro  a  molti  inconvenienti  riguardo  alla  fe- 
condazione, locchè  non  si  verifica  nel  regno  animale.  La  natura  ha 
però  provvisto  che  vi  siano  dei  pronubi  (insetti,  uccelli  melifagi, 
vento,  acqua,  e  in  casi  rarissimi  le  lumache)  i  quali  si  incaricano 
di  portare  il  polline  eteroclino  (che  è  il  più  attivo)   da  un  soggetto- 


BOTANICA  DELLA  VITE  193 


all'altro.  Tutto  porta  a  credere  che,  nel  caso  della  vite,  siano  le 
mosche  gli  agenti  principali  della  traslazione  del  polline  o  gli  insetti 
in  genere  come  dicemmo  più  sopra;  su  di  che  ci  riserviamo  di  fare 
speciali  osservazioni:  —  sta  intanto  che  i  fiori  della  vite  non  sono 
adattati  all'impollinazione  per  mezzo  del  vento.  Naturalmente  essendo 
talvolta  deficiente  il  numero  delle  mosche  —  per  sfavorevoli  condi- 
zioni climatologiche  in  primavera  —  allora  ha  luogo  una  feconda- 
zione con  polline  omoclino  (cioè  senza  incrociamento):  ma  questo  pol- 
line è  poco  attivo,  ed  allora  molti  fiori  possono  abortire. 

6.°  Fruttificazione  della  vite.  Ed  eccoci  all'  atto  fisiologico 
precipuo,  massime  pel  viticultore  che  chiede  alla  vite  frutti  abbon- 
danti e  di  qualità  pregiata.  Vediamo  anzitutto  quanto  riguarda  il 
tralcio  frutticoso.  Esso  prende  origine  dalle  gemme  ascellari.  La 
gemma  è  verosimilmente  in  origine  una  cellula  vegetale,  cioè  un 
corpicciuolo  tondeggiante  formato  da  una  membrana  (cellulosa)  rac- 
chiudente un  nocciolo  di  sostanza  più  consistente,  il  quale  nuota  in 
un  liquido;  —  quando  poi  il  bottone  è  costituito  ed  ha  perforato  la 
corteccia,  presenta  nel  suo  interno  (cioè  entro  l'involucro  delle  scaglie 
protettrici)  un  embrione  di  germoglio,  del  quale  tutte  le  parti  late- 
rali —  i  rudimenti  delle  foglie  e  fors' anche  delle  gemme  fiorifere, 
foglifere  o  miste  —  stanno  quasi  diremmo  rannicchiate,  pieghettate 
attorno  ad  un  cortissimo  asse  (H.  De  Jussieu),  per  modo  da  occu- 
pare il  minore  spazio  possibile.  Come  avvenga  che  da  una  semplice 
cellula  si  formi  grado  grado  questo  bottone,  non  lo  si  sa  fin'ora;  si 
può  solo  ammettere  con  Raspail  che  la  gemma  si  costituisca  a  spese 
degli  strati  esterni  dell'alburno,  e  che  per  segmentazioni  incessanti 
(strozzature)  della  cellula  madre  da  cui  trasse  origine,  essa  finisca 
per  allungarsi  sotto  la  corteccia,  rendendosi  infine  esterna. 

Ora  se  è  vero  che,  consentaneamente  alle  razionali  idee  del  Ra- 
spai^ al  ritorno  della  primavera  l'alburno  dovrà  nutrire  gli  organi 
più  interni,  fra  cui  cotali  bottoni  latenti,  nessun  dubbio  che  esso  si 
andrà  esaurendo,  passando  in  parte  allo  stato  di  libro,  e  confonden- 
dosi per  tal  maniera  col  libro  degli  anni  antecedenti,  per  poi  passare 
allo  stato  di  corteccia  ed  infine  essicarsi  affatto.  Quindi  è  che  la 
pianta  sentirà  un  potente  bisogno  di  riparare  a  queste  perdite  per 
le  quali  il  legno  si  fa  alburno,  l'alburno  si  fa  libro,  ed  il  libro  cor- 
teccia. Se  la  pianta  si  troverà  in  condizioni  di  provvedere  a  questo 
suo  accrescimento  per  intuscezione,  vuol  dire  che  avrà  un  alburno 
ricco  di  materiali  atti  alla  buona  costituzione  delle  gemme  ed  al  loro 
0.    Ottayi,   Trattato  di  Viticoltura.  14 


194  CAPITOLO  IV 


accrescimento;  per  cui  ognuna  di  esse,  uscita  che  sia  di  sotto  la  cor- 
teccia, conterrà  nel  suo  interno  un  embrione  di  germoglio  provvisto 
di  parecchie  gemme  fiorifere.  Allungatosi  poi  il  germoglio  a  prima- 
vera, cotali  gemme  ci  daranno  i  grappoli.  Ogni  gemma  ne  contiene 
allo  stato  rudimentale  due  o  tre;  è  raro  che  non  ve  ne  siano  affatto; 
ma  non  è  egualmente  raro  il  loro  aborto,  per  cui  il  germoglio  nasce 
e  si  sviluppa  senza  portare  frutti.  Così  quando  la  gemma  si  costi- 
tuisce sotto  cattive  condizioni,  sovratutto  perchè  la  pianta  è  contra- 
riata dal  cattivo  andamento  delle  stagioni,  questi  embrioni  di  grap- 
poli possono  benissimo  fallire  completamente,  o  ridursi  ad  uno  solo 
per  bottone. 

Nel  tralcio  frutticoso  adunque  si   devono   considerare:  1°  i   frutti 
pendenti;  2°  i  bottoni  frutticosi  per  l'anno  successivo. 

Passiamo  ora  a  studiare  le  gemme,  le  quali   sono   la  base   della 
fruttificazione. 

Poiché  i  getti  primaverili  portanti  uva  nascono  dà  gemme,  vuol 
dire  che  il  loro  vigore,  la  loro  potenza  fruttificatrice  sarà  anzitutto 
in  relazione  diretta  colla  fecondità  delle  singole  gemme  madri.  Oltre 
a  ciò  se  questa  gemma  non  troverà  nel  legno  del  tralcio  (alburno) 
e  nel  succo  ascendente  quella  copia  di  alimenti  che  le  tornano  in- 
dispensabili, specialmente  durante  i  primi  momenti  del  suo  sviluppo 
e  della  cresciuta  del  proprio  germoglio,  darà  un  getto  meschino  e 
poco  fruttifero.  Dunque  quello  che  è  il  suolo,  ad  esempio,  per  il 
seme  di  frumento,  è  il  tralcio  di  un  anno  per  la  gemina.  Le 
radici  non  hanno  grande  influenza  nei  primi  momenti  della  germo- 
gliazione  e  della  cresciuta  dei  teneri  germogli;  prova  ne  sia  che  se 
si  pone  in  terra  un  pezzetto  di  tralcio  munito  di  alcune  gemme, 
queste  danno  piccoli  germogli  anche  prima  d'aver  cacciato  radici,  le 
quali  possano  elaborare  materiali  del  suolo.  A  suo  tempo  poi,  e  col 
comparire  delle  foglie,  le  radici  incomincieranno  la  loro  opera  ali- 
mentatrice,  perchè  allora  le  fibre  radicali  della  gemma  stessa  si  sa- 
ranno già  intrecciate,  o  diremo  meglio  anastomizzate,  colle  fibre  cor- 
ticali del  libro  preesistente.  Da  questo  punto  il  germoglio  cessa  di 
essere  un  parassita,  ma  fa  parte  attiva  del  vegetabile,  perchè  le  sue 
parti  verdi  incominciano  ad  assorbire  acido  carbonico  e  fors'  anche 
ossigeno.  Come  si  vede,  havvi  un  periodo  abbastanza  lungo,  durante 
il  quale  la  pianta  madre  deve  alimentare  del  proprio  non  pochi  pa- 
rassiti; sono  dessi  i  bottoni  (veri  svernatoi  di  Linneo)  che  spuntano 
all'ascella  delle  foglie  in  primavera  sui  rametti  dell'annata.  Essi  vi- 


BOTANICA  DELLA  VITE  195 

vono  a  spese  della  madre  tutta  l'estate,  tutto  l'autunno  ed  il  verno 
successivi,  nonché  una  parte  della  primavera,  benché  già  sviluppa- 
tisi in  teneri  germogli,  e  non  cessano  dal  loro  parassitismo  che  al- 
lorquando questi  ultimi,  per  la  loro  corteccia  recente  (che  è  verde) 
e  poi  per  le  prime  foglioline,  incominciano  ad  assorbire  acido  car- 
bonico e  fors'  anche  ossigeno  in  presenza  della  luce. 

Durante  tutto  questo  periodo  si  forma  pertanto  la  fruttifica- 
zione dell'anno  agrario  successivo,  fruttificazione  che  sarà  più 
o  meno  abbondante  a  seconda  delle  condizioni  metereologiche 
alle  quali  sarà  stata  soggetta  la  pianta  madre  nell'anno  agrario 
precedente. 

Le  gemme  infatti  avranno  risentito  esse  pure  l'influenza  di  queste 
condizioni  atmosferiche  e  se  la  madre  sarà  stata  contrariata  nella 
sua  vegetazione,  anche  le  gemme  dovranno  crescere  mal  costituite 
e  dare  Tanno  dopo  germogli  poco  o  punto  fruttiferi.  E  tutto  ciò 
perchè  ogni  influenza  metereologica  alquanto  costante,  si  tra- 
duce in  un  fatto  fisiologico  più  o  meno  importante. 

La  fruttificazione  futura  non  sarà  quindi  altro  che  la  risultante 
delle  varie  influenze  meteorologiche  dell'anno  anteriore,  tenendo  cal- 
colo, ben  inteso,  della  cooperazione  del  suolo  e  dei  concimi,  coope- 
razione che  noi  possiamo  già  valutare  in  anticipazione  con  grande 
certezza.  Anzi,  ci  preme  di  insistere  su  questo  punto,  acciò  non 
si  creda  che  siamo  ciechi  seguaci  dell'antica  massima  annus  fructi- 
ficai,  non  tellus,  che  pecca  alquanto  di  assolutismo,  tuttoché  sia  in 
parte  giusta. 

In  conclusione:  1°  La  fruttificazione  che  in  maggio  vediamo 
sulle  viti,  è  il  frutto  d'un  lavorìo  interno  della  pianta,  il  quale 
ebbe  a  durare  12  mesi  o  poco  meno;  2°  Le  gemme  spuntate  su 
tralci  dell'annata,  i  quali  più  propriamente  si  debbono  dire  germogli, 
e  che  mettono  quasi  un  anno  a  costituirsi,  possono  dare,  al  loro  schiu- 
dersi, getti  molto,  poco  o  punto  frutticosi;  invece  le  gemme  che  sor- 
gono sul  legno  di  soli  2,  di  3,  di  4  e  più  anni,  non  possono  (fatte 
rarissime  eccezioni)  dare  getti  fruttiferi,  per  quanto  siano  bene  co- 
stituite fin  dalla  loro  origine. 

Orbene  l'osservazione  ha  provato,  come  ci  fu  dato  constatare  per 
oltre  un  ventennio  (1),  che  «  durante  una  primavera  calda  e  so- 
pratutto poco  piovosa,  nelle  viti  rigogliose,  in  terre  fertili,  ben  te- 


(1)  Vedi  il  capitolo  Carpoprognosia. 


196  CAPITOLO  IV 


nute,  dell'alta  e  media  Italia,  nonché  nelle  regioni  alte  e  fresche  del 
Mezzodì,  le  gemme  ascellari  primaverili  che  debbono  svolgersi  nel 
successivo  anno,  si  organizzano  bene.  »  Giovano  pure  allo  stesso 
intento  uri  estate  ed  un  autunno  egualmente  caldi  e  poco  pio- 
vosi, e  giova  infine  il  non  essere  la  pianta  troppo  carica  di  frutti. 
Infatti  i  frutti,  che  sono  veri  parassiti  della  pianta  madre,  danneg- 
giano anche  e  gravemente  le  dette  gemme  ascellari,  ed  è  per  questo 
che  due  annate  di  copiosissima  vendemmia  può  dirsi  che  non  si  se- 
guono mai. 

È  superfluo  poi  soggiungere  che  i  concimi  ed  i  lavori  oppor- 
tuni aiutano,  come  diremo  a  suo  luogo,  la  fruttificazione  in  modo 
potente,  e  possono  in  parte,  se  non  in  tutto,  rimediare  alla  si- 
nistra influenza  di  cattive  condizioni  climateriche. 

Vediamo  ora  le  relazioni  che  passano  fra  le  gemme  ascellari,  le 
foglie  e  le  femminelle.  All'ascella  della  foglia  ove  trovasi  la  gemma 
fruttifera,  sorge  spesso,  per  non  dir  sempre,  una  femminella,  per  cui  il 
bottoncello  rimane  collocato  tra  questa  ed  il  picciuolo  della  accennata 
foglia.  Le  femminelle  già  sappiamo  che  sono  rimessiticci  (o  cacchii  o  getti) 
che  spuntano  sul  finire  della  primavera,  specialmente  su  quei  tralci  uviferi 
i  quali  furono  spuntati  al  principio  della  stessa  stagione.  Cosi,  dove 
si  cimano  molto  questi  tralci  frutticosi,  le  femminelle  sono  assai  più 
numerose  che  non  colà  dove  non  si  pratica  la  cimatura,  come  pure 
là  dove  le  piante  sono  poco  rigogliose.  Ma  a  che  cosa  servono 
le  femminelle?  Esse  hanno  due  uffici,  ed  ambedue  della  maggior  por- 
tata. L'uno  è  quello  di  permettere  col  loro  mezzo  alla  vite  quello 
sfogo  vegetativo  che  le  è  indispensabile,  siccome  pianta  per  natura 
rampicante  e  tendente  ad  estendersi  per  ogni  verso.  L'altro  è  quello 
di  giovare  alla  fruttificazione  dell'  anno  susseguente  a  quello  della 
loro  vita  vegetativa.  Bisogna  che  spieghiamo  bene  questi  due  punti, 
perchè  speriamo  cosi  di  poter  dissipare  varii  errori  che  si  commet- 
tono nel  cimare.  La  vite  è  un  frutice  a  rami  rampicanti,  i  quali, 
se  l'uomo  non  intervenisse  col  ferro  a  moderarne  il  rigoglio,  si  esten- 
derebbero rapidamente,  e  quasi  diremmo  prepotentemente  da  ogni 
lato,  avvitichiandosi  coi  capreoli  ai  sostegni  e  salendo  lunghesso  i 
medesimi  sino  a  grandi  altezze.  Se  il  viticultore  inceppa  questa  ten- 
denza naturale  della  preziosa  nostra  ampelidea,  accade  che  essa  ne 
soffre  più  o  meno  a  seconda  del  suo  stato  di  robustezza;  ed  in  tesi 
generale  può  stabilirsi  che  i  tagli  ripetuti,  energici  e  frequenti, 
siano  essi  su  rami  giovani  o  vecchi,  sono  sempre  dannosi  alla 


BOTANICA  DELLA  VITE  197 

pianta  nel  senso  che  ne  provocano  il  precoce  invecchiamento.  Of- 
fendendo i  rami,  infatti,  noi  offendiamo  le  radici.  Ma  se  il  viticul- 
tore  avveduto  limita  al  puro  necessario  le  amputazioni  alle  sue  viti, 
può  averne  eccellenti  risultati.  Si  osservi  che  cimando  i  tralci  uvi- 
feri spuntati  a  primavera,  spunta  tosto  a  fianco  alla  gemma  ap- 
pena nascente  che  si  disegna  su  di  essi,  una  femminella,  oltre  alla 
consueta  foglia.  È  codesta  la  manifestazione  d'un  prepotente  bisogno 
naturale  della  vite:  il  viticultore  le  impedisce  di  allungarsi  ed  esten- 
dersi per  mezzo  dei  tralci  uviferi  che  egli  le  ha  spuntato,  ed  essa 
caccia  rimessiticci  coi  quali  può  liberamente  espandersi.  Se  il  viti- 
cultore  allora  spunta  o  cima  anche  questi  rimessiticci,  la  vite  manda 
fuori  delle  sotto- femminelle,  perchè  quello  che  fu  chiamato  sfogo 
vegetativo  le  è  indispensabile.  Ed  ecco  qual'  è  il  primo  ufficio  delle 
femminelle. 

Ma  dicemmo  anche  che  esse  giovano  pure  alla  fruttificazione  fu- 
tura, e  precisamente  a  quella  dell'anno  che  segue.  Si  badi  infatti  che 
l'umile  bottone  che  sta  alla  loro  base,  cioè  presso  il  loro  punto  d'in- 
serzione, non  può  provvedere  da  solo  che  molto  debolmente  alla  sua 
cresciuta,  né  perfezionarsi  secondo  quanto  dicemmo  più  sopra.  Il  suo 
potere  assorbente  è  assai  poca  cosa,  massime  relativamente  al  ter- 
reno: esso  si  accresce  a  spese  dei  materiali  del  tralcio  stesso,  ma 
noi  riteniamo,  dietro  1'  osservazione  di  moltissimi  fatti,  che  ciò  non 
gli  basti  per  farsi  uu  turgido  bottone  fruttifero.  La  natura  però  ha 
pensato  a  codesto,  e  lo  ha  provveduto  di  una  foglia  che  gli  sorge 
accanto.  Anche  ciò  è  ottimo  per  la  buona  costituzione  della  gemma, 
perchè  la  foglia,  che  è  il  laboratorio  della  pianta,  lavora  anzi- 
tutto a  beneficio  della  sua  gemma  ascellare.  Queste  gemme 
ascellari  però  non  danno  sempre  molta  uva;  le  prove  di  ciò  sono 
qui  in  Monferrato,  di  dove  scriviamo,  numerosissime,  e  lo  consta- 
tammo molte  volte  osservando  i  getti  non  fruttiferi  dello  sperone. 
Ma  se,  come  fa  taluno,  si  provoca  lo  sviluppo  delle  femminelle  ac- 
canto alle  gemme  dei  futuri  speroni,  ecco  che  l'anno  dopo  si  ha  uva. 
Adunque  la  femminella  coadiuva  potentemente  la  foglia  suddetta  a 
fecondare  la  gemma,  la  quale  allora  presenta  altresì  sotto  di  sé,  in 
autunno,  un  bel  rigonfiamento  del  legno  (una  specie  di  mensoletta 
o  cuscinetto  polputo)  racchiudente  una  sostanza  di  apparenza  ami- 
lacea, la  quale  funge  la  stessa  parte  che  fungono  nei  semi  i  cotile- 
doni; cioè  deve  alimentare  il  tenero  germoglio  nella  successiva  pri- 
mavera sino  a  che  esso  non  abbia  cacciato  le  foglie  ed  intrecciate 
le  sue  fibre  radicali,  colle  fibre  corticali  del  libro. 


198  CAPITOLO  IV 


Ma  non  tutte  le  gemme  d'un  tralcio  frutticoso  sono  feconde, 
e  fra  le  feconde  non  tutte  lo  sono  in  uguale  misura.  Generalmente 
parlando  le  prime  gemme  dei  capi  a  frutto  sono  poco  frutticose,  e 
sono  poi  sempre  meno  feconde  delle  gemme  che  stanno  sulla  parte 
mediana  e  sulla  parte  estrema  dei  capi  stessi.  Queste  gemme  infe- 
riori si  possono  a  dirittura  considerare  come  sterili  allorquando  si 
sono  organizzate  sotto  la  influenza  d'un'estate  umida  e  poco  calda: 
infatti  in  questo  caso  le  viti  continuano  senza  posa  a  cacciare  fem- 
minelle e  foglie  e  bottoni  ascellari,  e  perfino  femminelle  sulle  femmi- 
nelle, e  per  ciò  le  gemme  che  si  trovano  alla  base  del  futuro  tral- 
cio frutticoso  non  possono  organizzarsi  bene,  ed  i  loro  serbatoi  riescono 
meno  bene  provvisti  di  materiali  utili:  ciò  non  accade  alle  gemme 
della  parte  superiore  del  futuro  tralcio,  perchè  essendo  questa  por- 
zione di  tralcio  penzoloni,  ricurvata  ed  assai  meglio  esposta  alla  luce 
ed  al  calore,  quelle  gemme  si  fanno  più  turgide  e  feconde,  coi  loro  ser- 
batoi ben  forniti  di  materiali  nutritizii.  Infatti  se  restate  trascorre 
molto  umida  accade  che  le  gemme  meglio  sviluppate  sono  quelle 
della  punta  dei  germogli  primaverili.  Potando  corto,  in  questi 
casi,  si  otterrebbe  ben  poca  uva  perchè  si  reciderebbe  la  parte  mi- 
gliore del  tralcio;  per  questo  noi  crediamo  che  la  potatura  debba  su- 
bire da  un  anno  all'altro  qualche  variante,  che  il  viticultore  stabi- 
lirà dietro  l'osservazione  attenta  delle  condizioni  meteorologiche  cui 
la  vite  fu  soggetta  durante  il  periodo  in  cui  si  prepara  la  fruttifi- 
cazione futura. 

Il  perchè  le  gemme  della  base  dei  tralci  frutticosi  siano  general- 
mente assai  meno  frutticose  di  quelle  della  parte  mediana  e  della 
estrema,  ci  pare  di  poterlo  rintracciare  considerando  quanto  segue: 
noi  sappiamo  che  se  si  piega  orizzontalmente  a  primavera  un  tralcio 
frutticoso,  il  succo  subisce  un  rallentamento  nel  suo  moto,  ed  i  bot- 
toni si  costituiscono  assai  bene,  facendosi  turgidi  e  fecondi,  mentre 
è  pur  noto  che  i  tralci  diritti  o  verticali  danno  sempre  pochis- 
simi frutti.  Consentaneamente  a  ciò  noi  vediamo  che  sono  poco  o 
punto  feconde  le  gemme  le  quali  si  trovano  sulla  porzione  verticale 
dei  tralci,  mentre  quelle  cresciute  e  sbucciate  sulla  porzione  oriz- 
zontale o  ricurva  sono  assai  più  ubertose. 

Non  bisogna  però  scordare  la  efficacia  delle  cimature  graduali, 
fatte  prima  della  fioritura,  sulla  fecondazione  dei  bottoni  inferiori  del 
futuro  tralcio  a  frutto;  quelle  svettature  oltre  a  cagionare  esse  pure 
un  arresto  nel  movimento  della  sava,  provocano  l'uscita  delle  fem- 


BOTANICA  DELLA  VITE  199 


minelle  a  lato  dei  bottoni  medesimi;  le  quali  femminelle,  come  dice- 
vamo or  ora,  loro  recano  non  piccolo  giovamento.  Ma  lasciamo  in 
disparte  per  ora  le  cimature  e  stiamo  al  nostro  argomento,  cioè 
alla  maggior  fecondità  delle  gemme  medie  e  superiori  dei  tralci  a 
frutto. 

Le  gemme  di  un  tralcio,  che  vuoisi  destinato  alla  futura  fruttifi- 
cazione, si  possono  a  nostro  avviso  dividere  in  due  gruppi:  le  prima- 
verili e  le  estive.  Le  prime  si  disegnano  sul  tralcio  crescente,  gene- 
ralmente in  maggio  ed  in  parte  di  giugno;  le  seconde  si  formano  in 
giugno  e  luglio  ad  un  dipresso:  or  bene,  la  differenza  che  passa, 
meteorologicamente  parlando,  fra  le  dette  due  stagioni  si  traduce  in 
una  differente  fecondità  delle  gemme  frutticose,  e  ciò  a  parte  l'in- 
fluenza della  piegatura  del  tralcio,  delle  cimature,  delle  incisioni  anu- 
lari e  via  dicendo. 

Infatti  le  gemme  che  chiamammo  primaverili  nascono  in  una  sta- 
gione meno  calda  e  spesso  più  umida  che  non  le  estive;  il  succo 
nutritore  è  allora  più  acquoso,  e  l'analisi  chimica  ci  dice  che  la  sua 
composizione  varia  sensibilmente  col  progredire  della  stagione.  E 
varia  anche  innalzandosi  nella  pianta,  perchè  nel  suo  tragitto  si  ca- 
rica di  materia  organica;  è  per  questo  che  nella  linfa  della  parte  in- 
feriore della  vite  v'ha  invece  predominio  di  materia  minerale  (pag.  174). 
Le  gemme  estive  adunque,  che  sono  poi  le  superiori,  si  trovano  in  con- 
dizione di  meglio  organizzarsi;  nei  loro  serbatoi  si  accumula  quindi 
molta  sostanza  amilacea,  ed  a  ciò  contribuisce  lo  stesso  calore  estivo, 
infine  sono  più  feconde  l'anno  successivo. 

Concludendo  si  potrebbe  consigliare  a  parer  nostro  l'accecamento 
delle  due  gemme  inferiori,  al  massimo  tre,  del  tralcio  frutticoso  (1) 
perchè  con  esso  si  ottengono  varii  vantaggi,  cioè  1°)  s'impedisce  l'uscita 
di  germogli  quasi  sempre  infecondi,  e  veri  ghiottoni;  2°)  si  favorisce 
l'allegamento  dei  frutti  perchè  si  impedisce  un  soverchio  adombramento 
dei  grappolini  nascenti;  3°)  si  favorisce  lo  sviluppo  dei  getti  dello 
sperone;  4°)  si  rendono  feconde  in  certa  misura  anche  le  gemme  de- 
gli speroni  stessi;  5°)  infine  si  ottiene  un  maggior  prodotto,  senza 
scapito  nella  vigorìa  della  pianta,  perchè  si  usufruttano  le  gemme 
più  feconde  del  tralcio  fruttifero. 


(1)  Fu  proposto  ed  attuato  con  pieno  successo  dal  compianto  Dr.  Luigi  Van- 
nuccini  di  Scansano  (V.  la  nostra  Monografia  sul  sistema  razionale  Yannuc- 
cini  edita  nel  1881  in  Casale). 


200  CAPITOLO  IV 


Sulla  fecondità  del  tralcio  frutticoso,  oltre  alle  cause  sovra  enu- 
merate, esercitano  pure  una  marcata  influenza  le  seguenti  altre. 

Anzitutto  accenneremo  al  movimento  più  o  meno  rapido  della 
linfa:  è  un  fatto  bene  accertato  in  fisiologia  vegetale  che  il  ritardo  nel 
movimento  della  sava  o  succo  nutritore,  favorisce  la  produzione 
dei  frutti,  alimenta  meglio  le  gemme  ascellari,  e  rassoda  il  le- 
gno dei  tralci;  mentre  V acceleramento  favorisce  la  produzione 
delle  foglie  e  delle  tenere  messe  erbacee.  Ciò  è  esatto  anche  per 
la  vite.  La  fisiologia  vegetale  ci  insegna  però  anche  che  questo  ri- 
tardo nel  movimento  della  sava,  allorquando  è  tale  da  arre- 
stare la  vegetazione,  finisce  per  arrecare  grande  nocumento 
alla  pianta  ed  ai  frutti.  Numerosissimi  sono  i  fatti  dai  quali  si 
desunsero  i  due  principii  qui  esposti;  gli  albericoltori  e  gli  stessi  or- 
ticoltori ce  ne  forniscono  molti.  La  cimatura  dei  meloni  e  di 
varie  altre  cucurbitacee,  quella  dei  piselli  e  dei  pomodori,  quella  del 
maice,  la  curvatura  dei  rami  troppo  diritti,  le  incisioni  anulari  sulla 
corteccia  e  via  dicendo,  sono  tutte  operazioni  (che  quasi  costitui- 
scono una  vera  ortopedìa  vegetale)  le  quali  hanno  per  iscopo  di  ri- 
tardare il  movimento  del  succo  nutritore,  per  favorire  i  frutti,  o  le 
gemme,  o  il  legno,  a  seconda  dei  casi. 

La  pratica  adunque  ci  insegna  a  sua  volta  che  se  si  piega  orizzon- 
talmente a  primavera  un  tralcio  frutticoso,  il  succo  subisce  un 
rallentamento  nel  suo  moto,  ed  i  bottoni  si  costituiscono  assai 
bene,  facendosi  turgidi  e  fecondi  secondo  quanto  premettemmo 
testé,  mentre  i  tralci  diritti  o  verticali  danno  sempre  pochissimi 
frutti. 

Le  cimature  graduali  (1)  cagionando  esse  pure  un  arresto  nel 
movimento  della  sava,  giovano  a  raggiungere  lo  stesso  intento. 
In  Toscana  la  piegatura  è  praticata  artificialmente  ogni  anno  e 
si  effettua  sul  finire  di  giugno.  È  pure  praticata  in  Monferrato,  nel- 
l'Astigiano ed  ovunque  con  successo,  massimamente  se  le  viti  sono 
vigorose.  Pelle  viti  deboli  o  vecchie  essa  sarebbe  però  superflua; 
ma  per  certi  vitigni  (bonarda,  grignolino)  essa  è  indispensabile.  Vo- 


(1)  Osserveremo  che  «  per  cimatura  intendiamo  quella  operazione  mercè  cui 
si  esporta  l'estremità  dei  germogli,  estremità  la  quale  ha  l'aspetto  d'un  piccolis- 
simo ventaglio;  tale  operazione  si  deve  fare  coli'  unghia.  »  La  cimatura  dunque 
non  è  né  una  sfogliatura,  né  una  scacchiatura,  come  erroneamente  molti  cre- 
dono; con  essa  si  esporta  unicamente  la  piccola  vetta  del  germoglio,  e  si  fa  quindi 
una  vera  svettatura. 


BOTANICA  DELLA  VITE  201 

lendosi  praticarla,  si  devono  anzitutto  recidere  i  capreoli  o  viticci  ai 
tralci  frutticosi  che  dovranno  servire  per  il  prossimo  anno,  e  poscia 
lasciare  ohe  da  sé  si  facciano  penzoloni  od  orizzontali,  salvo  poi  ad 
appoggiarli  agli  altri  tralci  vicini-  però  senza  far  ombra,  perchè  la 
luce  solare  loro  giova  assai. 

Influiscono  pure  sulla  fecondità  dei  tralci  frutticosi  i  lavori  op- 
portuni nel  vigneto,  coi  quali  si  ottengono  due  risultati:  il  primo  è 
la  distruzione  delle  male  erbe  che  recano  grave  danno  alle  viti 
togliendo  loro  alimento  e  bevanda;  il  secondo  quello  di  concentrare, 
se  così  possiamo  dire,  la  freschezza  nel  suolo,  e  ciò  per  la  ragione 
che  un  terreno  smosso,  riempiendosi  di  bolle  d'aria,  diventa  coibente, 
cioè  cattivo  conduttore  del  calorico,  epperciò  si  riscalda  meno;  onde 
le  radici  stanno  in  ambiente  fresco;  si  aggiunga  poi  che  la  terra  zap- 
pata assorbe  meglio  le  rugiade  notturne. 

I  concimi  appropriati  esercitano  pure  una  notevolissima  influenza 
sui  tralci  frutticosi.  Ma  a  questo  riguardo  è  bene  fare  alcune  distin- 
zioni; anzitutto  è  oramai  provato  che  il  letame  e  gli  altri  concimi 
molto  attivi  giovano  assai  nei  primi  anni  del  piantamento,  per- 
chè fanno  sviluppare  bene  e  presto  le  parti  legnose  che  debbono 
costituire  la  pianta.  In  avvenire,  invece,  non  bisognerà  eccedere 
nella  dose  del  letame  di  stalla  e  dei  concimi  ricchi  di  ammoniaca, 
perchè  usando  ingrassi  assai  azotati  si  ha  più  uva,  ma  vino 
meno  pregevole,  più  ricco  di  albuminoidi  e  perciò  più  facile 
ad  alterarsi. 

Infine  il  metodo  di  potatura  ed  il  momento  in  cui  si  effettua 
questa  importantissima  operazione  influisce  pure  assai  sulla  fecon- 
dità dei  capi  a  frutto.  Studiando  la  potatura  scenderemo  ai  dettagli; 
qui  ci  limiteremo  a  dire  che:  1°)  un  eccesso  nella  potatura  rendendo 
la  vite  stanca  in  poco  tempo,  rende  pure  meno  fertili  i  tralci  frut- 
tiferi; 2°)  che  simili  viti  estenuate  è  meglio  potarle  in  autunno,  cioè 
subito  dopo  la  vendemmia,  quando  le  foglie  sono  ancora  alquanto 
verdi  e  continua  qualche  movimento  nei  succhi;  questi  succhi  ven- 
gono così  usufruttati  a  beneficio  delle  gemme  frutticose  dei  tralci 
uviferi,  i  quali  appunto  per  ciò  non  si  debbono  sfogliare;  3°)  la  vite 
in  condizioni  quasi  normali,  cioè  non  troppo  rigogliosa,  ma  nemmeno 
spossata,  si  deve  potare  più  tardi;  nel  verno,  ad  esempio;  4°)  infine 
la  vite  giovane  e  robusta  si  deve  potare  tardi  in  primavera,  ma 
sempre  prima  nei  paesi  caldi  che  non  nei  freddi.  Queste  viti  rigo- 
gliose, che  crescono  su  terre  feraci,  massime  se  si  trovano  nell'Italia 


202  CAPITOLO  IV 


superiore,  ove  la  primavera  è  spesso  umida  assai,  è  indispensabile 
che  piangano  molto,  se  pur  si  vogliono  evitare  i  gravissimi  danni 
dell'aborto  dei  fiori. 

Da  quanto  qui  dicemmo  si  deduce  poi  che  le  viti  poste  in  terre 
aride,  quelle  dei  climi  assai  caldi,  o  esposte  al  sud  o  coltivate  sui 
poggi,  o  composte  di  vitigni  molto  feraci  e  produttivi,  debbono  po- 
tarsi prima  che  non  le  viti  poste  in  terre  fertili,  quelle  dei  climi 
mediani  o  freschi,  o  esposte  al  nord,  o  coltivate  nelle  piane,  o  com- 
poste di  vitigni  a  produzione  scarsa,  a  lunghi  internodi  e  che  sof- 
frono per  le  primavere  umide.  Quando  poi  una  vite  avesse  sofferto, 
o  avesse  portato  troppa  uva,  o  avesse  avuto  per  vicini,  negli  inter- 
filari,  il  frumento,  la  segale,  ecc.,  o  peggio  le  male  erbe,  e  non  si 
fosse  vangata  o  zappata  che  una  sol  volta,  essa  dovrà  potarsi  prima 
che  non  la  vite  che  abbia  vegetato  in  condizioni  normali;  e  ciò  per- 
chè avvantaggi  un  po'  neh'  autunno,  come  dicemmo  or  ora,  e  non 
pianga  troppo  in  primavera,  perdendo  quel  succo  di  cui  ha  tanto 
bisogno  e  che  in  essa  non  è  sicuramente  esuberante. 

La  conclusione  generale  di  quanto  abbiamo  detto  riguardo  alla 
fruttificazione  della  vite,  è  questa:  che  la  vite  deve  essere  bensì  vi- 
gorosa, ma  entro  certi  limiti,  oltrepassando  i  quali  si  otterrebbe  più 
legno  che  frutti;  bisogna  quindi  trasformare  il  vigore  in  fecondità; 
inoltre  il  viticultore  deve  risolvere  ogni  anno  un  triplice  problema, 
vale  a  dire  deve  predisporre  bene  nelle  gemme  ascellari  la  fruttifi- 
cazione del  successivo  anno;  deve  badare  di  non  recare  danno  al 
vigore  ed  alla  longevità  della  pianta;  infine  deve  aiutare  l'ingrossa- 
mento ed  il  perfezionamento  dei  frutti  pendenti,  del  che  diremo  fra 
poco. 

Ognuno  vede  quindi  quanto  difficile  sia  il  compito  del  viticultore, 
e  come  gli  sia  indispensabile  1'  aiuto  della  fisiologia  vegetale  nell'e- 
sercizio della  sua  arte,  poiché  il  solo  empirismo  non  potrebbe  trac- 
ciargli una  via  sicura. 

7°  Maturazione  dell'  uva.  Fintantoché  1'  uva  è  verde  essa  si 
comporta  come  le  foglie  (1)  vale  a  dire  che  essendo  clorofìllata  as- 
sorbe, benché  con  debolissima  attività,  acido  carbonico  ed  emette  os- 
sigeno; ma  dal  momento  in  cui  al  colore  verde  subentrano   il  rosso 


(1)  Frémy  (Comptes  rendus  de  VAcadémìe  des  Sciences,  t.  58  pag.  656)  «  Il 
«  frutto  verde  agisce  sull'atmosfera  a  modo  delle  foglie,  decomponendone  l'acido- 
«  carbonico  sotto  l'azione  della  luce  solare  ecc.  ». 


BOTANICA  DELLA  VITE  203 

od  il  giallo  (e  secondo  Bérard  anche  prima)  1'  uva  inspira  ossigeno 
ed  emette  acido  carbonico  ed  acqua,  cioè  respira  (pag.  158),  La  ma- 
turazione è  quindi  una  vera  ossidazione,  cioè  una  combustione  lenta. 
Queste  combustioni  insensibili,  non  essendo  accompagnate  dalla  pro- 
duzione di  luce  e  calore  (come  accade  ad  esempio  quando  abbrucia, 
cioè  si  ossida,  la  legna  nel  focolare)  sono  ignote  al  volgo  dei  viti- 
cultori;  ma  pure  conviene  avvezzarsi  a  considerare  siccome  combu- 
stione anche  la  ossidazione,  a  fine  di  intendere  in  qual  modo  avvengano 
quei  cambiamenti  nell'acino  che  da  acerbo  lo  fanno  divenire  maturo. 

Adunque  mano  mano  che  il  colore  verde  va  scomparendo  dall'uva, 
varii  dei  suoi  componenti  si  ossidano,  si  abbruciano,  si  distruggono 
dietro  le  azioni  chimiche  che  avvengono  fra  di  loro;  e  così  una  parte 
degli  acidi  vegetali  ossidandosi  si  cambia  in  acido  tartarico,  che  si 
combina  poi  colla  potassa,  d'onde  il  bitartrato  di  potassa  che  aumenta 
nell'uva  mano  mano  che  questa  va  maturando;  l'altra  parte  degli  acidi 
pure  ossidandosi  è  abbruciata  e  si  cangia  in  acido  carbonico  ed  acqua 
che,  come  dicemmo,  sono  emessi  dall'uva.  Il  tannino  in  parte  si  muta 
in  zucchero  (1)  ed  in  parte  emigra  sotto  la  buccia,  ove  si  trova  sempre 
unito  alla  materia  colorante,  e  nel  tegumento  esterno  dei  vinacciuoli 
(pag.  149).  Abbiamo  quindi  una  continua  diminuzione  di  principii 
acidi  nella  polpa  dell'uva. 

Ma  la  maturazione  dell'uva  non  consiste  solamente  in  questo  fe- 
nomeno di  ossidazione;  vi  ha  altresì  quello  importantissimo  della  for- 
mazione e  della  emigrazione  dello  zucchero  negli  acini.  È  fuor 
di  dubbio  che  negli  acini  si  forma  direttamente  dello  zucchero,  a 
parte  cioè  quello  che  loro  viene  dalle  foglie:  essendo  essi  clorofillati 
producono  zucchero  benché  in  quantità  molto  limitata.  Lo  abbiamo 
constatato  in  piante  di  viti  spogliate  quasi  totalmente  dalle  loro  foglie 
per  causa  della  peronospora  mentre  gli  acini  erano  appena  sul  prin- 
cipio della  maturanza  e  quasi  del  tutto  verdi;  contuttociò  il  loro 
mosto  conteneva  piccole  quantità  di  glucosio.  Gli  è  sotto  1'  azione 
della  luce,  del  calore  e  dell'umidità  che  nella  polpa  dell'acino  avven- 
gono quelle  trasformazioni  per  cui  le  mucilaggini,  la  pectina,  le 
gomme  ed  altre  sostanze  le  quali  si  possono  considerare  come  zuc- 


(1)  Secondo  Mayer  e  Sachs  (Vedi  A.  Levi:  Rivista  di  Vii.  ed  En.  di  Conegliano 
1879,  pag.  72.  —  Ciò  però  è  ora  contraddetto,  ed  il  Prof.  Comboni  (Trattato  di 
Enochimica  pag.  73)  dice  che  oggi  «  non  si  crede  più  alla  importanza  del  tan- 
nino nella  formazione  del  glucosio  ». 


204  CAPITOLO  IV 


cheri  imperfetti,  si  mutano  in  parte  in  zucchero  d'uva;  tutto  ciò  stu- 
elleremo più  in  disteso  al  capitolo  Meteorologia  viticola. 

Senza  dubbio  però  la  maggior  parte  dello  zucchero,  come  già  di- 
cemmo a  pag.  164,  si  forma  nelle  foglie  e  di  qui  emigra  negli  acini 
a  traverso  i  peduncoli  dei  grappoli  ed  i  pedicelli  degli  acini  stessi. 
Fra  le  molte  esperienze  fatte  per  dimostrare  questa  formazione  di 
glucosio  nelle  foglie  le  più  accurate  sono  certo  quelle  del  compianto 
Dr.  Macagno.  Eccone  le  conclusioni: 

1°  Nelle  foglie  della  vite  vi  sono  quantità  considerevoli  di  glucosio, 
ivi  preparato  a  vantaggio  dei  grappoli  sottostanti;  2°  il  glucosio 
abbonda  principalmente  nelle  foglie  della  punta  dei  tralci  frutticosi, 
cioè  nelle  foglie  estreme  del  germoglio  uvifero,  mentre  si  trova  in 
quantità  minore  nelle  foglie  situate  inferiormente  rispetto  ai  grappoli 
del  tralcio  stesso,  nonché  in  quelle  che  sono  destinate  unicamente 
alla  produzione  legnosa  ;  3°  in  conseguenza  di  ciò  le  sfogliature 
(non  le  cimature)  fatte  in  giugno,  luglio  ecc.,  mercè  le  quali  s1 
scacchia,  cioè  si  esporta  tutto  quanto  sta  al  disopra  della  terza  o 
quarta  foglia  oltre  l'ultimo  grappolo,  sono  generalmente  nocive  alla 
vite,  che  dà  allora  poca  uva  ed  uva  mal  matura  e  poco  zuccherina; 
4°  la  piena  luce  solare  attiva  la  funzione  delle  foglie,  e  quindi  ajuta 
potentemente  la  maturanza  dell'uva,  oltre  ad  aver  ajutato  dapprima 
la  fioritura,  impedendo  che  i  grappolini  si  trasformassero  in  viticci. 
Ecco  infatti  alcune  analisi  comparative: 

Uva  delle  viti  Uva  delle  viti 

scacchiate  (sfogliate)  non 

in  estate  scacchiate 

Glucosio,  o  zucchero  (p.  100)     14,600  17,541 

Acidità  totale  (per  1000)   .  .     14  13,200 

Quantità  di  mosto  (in  peso)  .  581  (p.  1000  peso  grapp.)     620  (p.  1000) 

La  maturazione  dell'  uva  adunque  risulta  dalla  ossidazione  d'  una 
parte  degli  acidi  organici  della  polpa  dell'acino,  dalla  formazione  di 
zucchero  negli  acini  stessi  e  sovratutto  dallo  zucchero  che  vi  si  ac- 
cumula proveniente    dalle  foglie  e  dalle  altre  parti  verdi  della  vite. 

Staccata  che  sia  l'uva  dal  tralcio  è  evidente  che  possono  conti- 
nuare a  verificarsi  nel  suo  parenchima  i  soli  fenomeni  di  ossidazione; 
ed  infatti  le  esperienze  del  Prof.  Pollacci,  del  Prof.  Pasteur  e  di  altri, 
hanno  dimostrato  che  nelle  uve,  dopo  la  loro  separazione  dalla  pianta, 
continuano  a  diminuire  gli  acidi,  che  vi  sono  come  bruciati:  noi  stessi 
usiamo  tenere  le  uve  poco  mature,  ma  sane,  ammucchiate  senza  rom- 


BOTANICA  DELLA  VITE  205 

perle  entro  tini,  perchè  abbiamo  constatato  che  vi  aumenta  il  per- 
cento di  zucchero  e  diminuisce  l'acidità  complessiva.  È  questo  il  me- 
todo del  portoghese  Sampayo,  che  anche  Vauquelin  e  Maumené 
hanno  trovato  efficace  per  favorire  la  maturità  dell'uva  vendemmiata. 
Il  Prof.  Pollaccì  trovò  però  che  la  diminuzione  degli  acidi  e  quindi 
l'aumento  dello  zucchero  hanno  un  limite;  infatti  la  quantità  di  zuc- 
chero, oltre  un  dato  punto,  incomincia  a  diminuire  e  continuando 
sempre  la  ossidazione  sovra  accennata,  la  polpa  dell'acino  finisce  per 
essere  decomposta  del  tutto,  tanto  più  perchè  vi  si  manifesta  anche 
una  speciale  fermentazione,  d'onde  la  produzione  dell'  acido  carbo- 
nico (1):  allora  lo  zucchero  sparisce  totalmente,  il  pericarpio  si  di- 
sorganizza ed  i  vinacciuoli  sono  allora  liberi.  Quest'ultimo  è  lo  scopo 
della  natura,  perchè  essa  provvede  essenzialmente  alla  riproduzione 
della  pianta,  ed  infatti  il  vinacciuolo  in  quello  stadio  di  disfacimento 
dell'acino  è  maturo  ed  ottimo  per  la  seminagione.  Ma  il  viticultore 
ha  uno  scopo  diverso;  egli  poco  si  cura  del  seme,  ed  invece  vuole 
un  acino  che  contenga  il  massimo  di  zucchero;  quindi  lo  raccoglie 
nel  punto  culminante  della  maturanza.  La  prima  dunque  si  potrebbe 
chiamare  maturità  botanica;  la  seconda  maturità  agricola,  pren- 
dendo ad  imprestito  una  dicitura  di  Gasparin. 

Vediamo  ora  quali  agenti  favoriscano  sovratutto  la  matura- 
zione. Dietro  numerosissime  osservazioni  (2)  da  noi  fatte  non  in  la- 
boratorio ma  nei  vigneti  stessi  e  per  molti  anni  consecutivi,  crediamo 
di  poter  stabilire  che  ciò  che  contribuisce  a  rendere  più  volumi- 
nosi gli  acini  ed  il  loro  succo  più  ricco  in  sostanza  zuccherina 
e  per  conseguenza  non  soverchiamente  aspro  né  troppo  ricco  di  al- 
buminoidi,  è  il  concorso  in  solido  dei  tre  fattori  luce,  calore  ed 
umido.  Se  facesse  difetto  l'azione  di  uno  di  questi  fattori,  qualunque 
esso  fosse,  la  maturazione  riescirebbe  imperfetta;  è  adunque  indi- 
spensabile il  loro  concorso,  come  è  indispensabile  ognuna  delle  tre  note 
musicali  di  un  accordo  perfetto  per  produrre  questo  accordo  stesso. 
a)  Circa  alla  influenza  della  luce  è  dimostrato  in  modo  irrefu- 
tabile (3)  che  se  essa  non  è  viva  e  potente,  il  calore  non  basta,  col- 


(1)  Frémy  (loc.  cit.)  dice  che  si  possono  ottimamente  conciliare  le  due  opinioni 
di  Chatin  (sviluppo  di  acido  carbonico  derivante  da  ossidazione)  e  di  CaJiours 
(sviluppo  di  acido  carbonico  per  causa  di  fermentazione). 

(2)  Le  accenneremo  in  disteso  al  capitolo  Meteorologia  applicata  alla  viticultura. 

(3)  Il  Dr.  A.  Levi  dopo  molte  accurate  osservazioni  è  venuto  a  concludere  che 
«  la  luce  esercita  una  influenza  rimarchevole  sul  fenomeno  della  maturazione  delle 
uve  »  Annales  Agronomiques  (1881). 


206 


CAPITOLO  IV 


l'umido,  per  portare  gli  acini  a  quel  grado  di  ricchezza  zuccherina 
che  caratterizza  le  uve  delle  annate  ottime.  L'estate  adunque  deve 
trascorrere  non  solamente  calda,  ma  con  un  cielo  abitualmente 
scoperto.  La  luce,  quando  proprio  sia  intensa,  come  nelle  belle 
giornate  di  luglio,  di  agosto  e  di  settembre,  forza  per  così  dire  il 
vitigno  ad  assorbire  dal  suolo  tutta  quanta  l'umidità  che  esso  con- 
tiene; ma  allora  la  stessa  luce  provoca  altresì  una  attiva  evapora- 
zione di  questo  umido  dalle  foglie;  or  siccome  l'evaporazione  è  una 
fra  le  principali  cause  determinanti  il  movimento  dei  principii  imme- 
diati necessarii  alla  maturazione,  ne  consegue  che  più  è  attiva  quella, 
più  completa  è  questa;  e  quindi  infine  le  uve  riescono  più  ricche  in 
zucchero; 

b)  In  quanto  al  calore  esso  agisce  come  agisce  la  luce,  e  tutti 
sanno  che  è  indispensabile;  ma  è  altresì  comprovato  che  se  si  pon- 
gono due  piante,  una  all'  ombra  e  1'  altra  al  sole  sullo  stesso  ter- 
reno, la  prima  (anche  ad  una  maggior  temperatura)  evapora  assai 
meno  che  la  seconda.  Dehérain  fece  di  più  ancora:  mise  tre  piante 
una  al  sole,  l'altra  alla  luce  diffusa  e  la  terza  nella  oscurità  compietà, 
tutte  e  tre  a  20°  C.  Egli  ebbe  ad  osservare  che  mentre  la  prima 
evaporò  gr.  88  circa  d'acqua  per  ogni  100  di  foglie,  la  seconda  non 
ne  evaporò  che  17  e  la  terza  un  solo  gramma.  Il  dottor  Macagno, 
nelle  accennate  esperienze  fatte  a  Gattinara,  ha  trovato  che  le 
viti  tenute  sotto  una  tela  nera  (le  quali  perciò  ricevettero  dall'aprile 
a  tutto  luglio  pochissima  luce  solare)  ma  ebbero  a  godere  di  una 
maggior  temperatura,  vegetarono  malissimo,  e  nelle  loro  foglie  non 
trovò  traccia  di  glucosio.  Riassumeremo  in  una  tabella  i  principali 
risultati  ottenuti  dal  Dr.  Macagno  su  viti  di  Nebiolo. 


Temperatura   media  dal  20   aprile   a 

tutto  luglio 

Quantità  di  tralci 

Glucosio  (nei  tralci  con  foglie)  .     .     . 

Acido  tartarico 

Acido  carbonico  nella  cenere      .     .     . 

Cenere  pura 

Calce 

Potassa  totale 

Acido  fosforico 


All'aria 
libera 


21°.13C. 

100 

126,01 

90,15 

30,71 

154,12 

21,81 

31,91 

2,15 


Sotto  tela 
bianca 


27°.53  C. 

80 

69,29 

53,52 

20,83 

102,53 

15,34 

20,02 

1,47 


Sotto  tela 
nera 


33°.90  C. 
10 
nulla 
1,36 
0,44 
8,22 
0,87 
1,34 
0,07 


BOTANICA  DELLA  VITE  207 


Questi  dati  son  disposti  in  modo  che  stanno  fra  loro  come  100 
ad  80  a  10,  ponendo  eguale  a  100  la  quantità  di  tralci  prodotti 
dalle  viti  poste  in  condizioni  naturali.  Essi  dimostrano  in  modo  evi- 
dente: 1°  che  il  calore  non  basta;  2°  che  un  maggior  calore  non 
giova  affatto  a  supplire  alla  deficienza  della  luce.  Infatti  noi  ab- 
biamo osservato  che  nel  1874,  nonostante  che  la  vite,  in  Monferrato, 
avesse  avuto  circa  2600  gradi  di  calore,  il  mosto  era  poco  zucche- 
rino e  ricco  di  acidi  liberi,  e  ciò  perchè  il  cielo,  dal  maggio  al  set- 
tembre, era  stato  abitualmente  coperto,  e  s'  avevano  avuto  soli  39 
giorni  di  perfetta  serenità  e  di  viva  luce  solare.  (Vedi  pei  molti  det- 
tagli il  nostro  Giornale   Vinicolo,  1875,  pag.  355,  voi.  L); 

e)  Infine,  per  quanto  riguarda  Yacqua,  è  noto  che  se  essa  scar- 
seggia le  uve  tardano  anche  fino  al  novembre  a  maturare,  e  spesso 
maturano  male  assai,  facendosi  allora  lentissimi  ed  incompleti  quei 
processi  chimici  per  cui  il  frutto  da  acerbo  si  fa  maturo  (1);  ciò  ac- 
cade in  varie  delle  nostre  plaghe  del  Mezzodì,  quantunque  le  viti 
abbiano  colà  luce  e  calore  ad  esuberanza.  A  tal  riguardo  citeremo 
una  esperienza  fatta  nelle  nostre  viti  di  Ajaccio  (in  Corsica):  certe 
uve  non  maturavano  se  non  nel  novembre  e  sempre  con  grande 
stento  ed  imperfettamente:  un  anno  si  deliberò  di  annacquare  al  piede 
le  ceppaie  due  volte  per  settimana;  però  non  si  riuscì  con  questo 
espediente  a  far  maturare  i  grappoli  (2).  Allora  supponendo  che 
V  acqua  potesse  direttamente  entrare  nei  frutti  per  endosmosi, 
fecero  aspergere  i  grappoli  e  le  foglie;  or  bene  la  cosa  si  avverò 
appunto  in  questo  senso,  perchè  l'uva  maturò  prontamente  ed  assai 
bene.  Altri  nel  nostro  Mezzodì  praticarono  con  uguale  successo  l'a- 
spersione dell'acqua  sui  frutti  restii  a  maturare,  per  cui  è  questo  un 
fatto  oramai  acquisito  per  la  fisiologia  vegetale.  Infatti  si  può  facil- 
mente dimostrare  che  vi  ha  endosmosi  tra  l'acqua  che  sta  sugli  a- 
cini  ed  il  liquido  racchiuso  nell'acino  stesso:  a  tal  uopo  si  immergano 
nell'acqua  degli  acini  d'uva  dopo  averli  esattamente  pesati;  si  lascino 
nell'acqua  alcuni  giorni,  e  dopo  si  ripesino.  Si  troverà  una  differenza 
molto  sensibile  nel  loro  peso.  Continuando  poi  a  lasciarli  nell'acqua, 


(1)  Il  contadino  siciliano  dice  ben  a  ragione  che  «  la  pioggia  nei  primi  di  a- 
gosto  riempie  il  tino  di  mosto  ».  E  noi,  dell'Alta  Italia,  diciamo:  «  chi  zappa  la 
vigna  in  agosto,  la  cantina  riempie  di  mosto  »  perchè  la  zappatura  vale  almeno 
una  innaffiatura,  come  dimostreremo  a  suo  .luogo. 

(2)  La  stagione  essendo  troppo  avanzata,  verosimilmente  non  vi  era  più  assor- 
bimento per  mezzo  delle  radici. 


208  CAPITOLO  IV 


finiranno  per  iscrepolarsi  dopo  cinque,  sei  o  più  giorni  a  seconda 
dell'elasticità  del  tessuto  epidermico,  precisamente  come  talvolta  ac- 
cade degli  acini  sulla  pianta.  —  J.  Boussingault  trovò  che  due  granelli 
di  tokai,  i  quali  pesavano  prima  dell'immersione  grammi  7,66,  cinque 
giorni  dopo  pesavano  grammi  8,07:  per  cui  in  questo  frattempo  s'e- 
rano introdotti  dentro  grammi  0,41  di  acqua,  cioè  gr.  0,082  per 
giorno.  Nell'acqua  poi  trovò  dello  zucchero,  segno  che  la  fiocine 
(volg.  la  pelle)  aveva  agito  come  una  membrana  interposta  fra  due 
liquidi  mescolabili  e  di  diversa  natura. 

Concludendo  adunque,  gli  è  col  concorso  in  solido  degli  agenti 
luce,  calore  ed  umido,  cui  converrebbe  aggiungere  altresì  la  elet- 
tricità (1),  che  V  acino  si  arricchisce  in  zucchero  e  si  fa  più 
voluminoso.  Sull'importanza  dello  zucchero  nel  mosto  è  assoluta- 
mente superfluo  di  insistere;  ma  in  quanto  al  volume  maggiore  o 
minore  degli  acini  stessi,  diremo  qualche  cosa  forse  non  osservata 
da  tutti  i  viticoltori,  ed  è  che  la  quantità  del  mosto  aumenta 
assai  di  più  coli 'aumentare  del  volume  degli  acini,  che  non  col- 
V accrescersi  entro  certi  limiti  $el  numero  dei  grappoli.  Diciamo 
a  bello  studio  «  entro  certi  limiti  »  e  ognuno  intende  il  perchè  di 
questa  riserva:  ma  è  un  fatto  che,  ad  esempio  nell'anno  1878  le 
piante  di  viti  (alberelli)  aventi  18  grappoli  per  ciascheduna,  diedero 
in  complesso  una  quantità  di  mosto  sensibilmente  minore  che  non  le 
piante  di  viti  (pure  alberelli)  aventi  nell'anno  successivo  soli  12  grap- 
poli. Ciò  dipese  dal  fatto  che  questi  ultimi  grappoli  avevano  gli  acini 
più  grossi  (perchè  dopo  i  calori  estivi  caddero  alcune  benefiche  piogge); 
ora  noi  sappiamo  come  per  legge  matematica,  per  poco  che  aumenti 
il  diametro  degli  acini,  aumenta  d'assai  e  si  raddoppia  o  triplica  la 
quantità  del  mosto  che  essi  possono  contenere.  Ecco  le  prove  dirette 
da  noi  fatte  nel  1879  al  nostro  podere  Cardello,  dove  per  la  prima 
volta  si  studiò  questo  fatto: 

40  acini  di  barbera  del  diametro  medio  ognuno  di  millim.  18,5, 
pesarono  gr.  99,91: 

40  acini  di  bonarda  del  diametro  di  mill.  16  pesarono  gr.  76,31: 

40  acini  di  grignolino  del    diametro,  ancor    minore,  di  mill.  14 

pesarono  soli    gr.  53,32.  Adunque    gli  acini  di  barbera    benché  non 

avessero  che  circa  4  millim.  di    più  di  diametro,    pure  contenevano 

quasi  il  doppio   di  mosto.    Il  viticoltore    deve  pertanto  procurare 


(1)  Di  ciò  ci  occuperemo  al  capitolo   Carpoprognosia. 


BOTANICA  DELLA  VITE  209 


di  fare  aumentare,  fosse  pure  di  soli  due  o  tre  millimetri,  il  dia- 
metro degli  acini,  perchè  ne  avrebbe  in  compenso  il  doppio  di 
prodotto.  Ciò  potrà  ottenerlo  mettendo  in  pratica  i  buoni  precetti  della 
viticoltura,  e  principalmente;  1°  tenendo,  colle  zappature,  fresco  il 
suolo  in  luglio,  agosto  e  settembre;  2°  se  possibile  spruzzando  acqua 
in  autunno  sugli  acini  che  stanno  maturando;  3°  evitando  che  sui  tralci 
deboli,  specialmente  se  la  regione  è  calda  ed  arida,  vi  sia  un  nu- 
mero soverchio  di  grappoli,  locchè  si  fa  nel  nostro  Mezzodì  da  qualche 
esperto  viticultore,  staccando  un  certo  numero  di  grappoli  in  maggio; 
4°  scacchiando,  cioè  sopprimendo  i  getti  inutili;  5°  non  coltivando 
nulla  negli  interfìlari  per  impedire  una  soverchia  sottrazione  di  umido 
dal  suolo;  6°  concimando  opportunamente  i  proprii  vigneti;  7°  infine 
adottando,  salve  le  riserve  che  già  facemmo  a  suo  luogo,  la  pota- 
tura corta,  quella  cioè  con  cui  si  lasciano  al  capo  frutticoso  quattro, 
cinque  o  sei  gemme  al  più,  e  ciò  perchè  il  succo  nutritore,  appena 
uscito  dal  suolo,  trovi  subito  i  grappoli,  senza  dover  percorrere  lungo 
tratto  di  legno,  inquantochè  in  questo  lungo  percorso  perderebbe 
molta  acqua. 

Oltre  a  questi  mezzi,  che  sono  i  più  potenti,  ve  n'hanno  altri  i 
quali  giovano  essenzialmente  a  far  più  ricco  di  zucchero  il  mosto. 
Essi  sono:  1°  il  taglio  dei  tralci  carichi  d'uva,  otto  o  dieci  giorni 
prima  della  vendemmia,  troncando  la  loro  comunicazione  colla  pianta. 
Ma  ciò  non  si  può  fare  se  non  quando  la  vite  è  educata  con  sistemi 
mercè  cui  i  tralci  sono  sostenuti  da  canne  o  fili  di  ferro;  2°  La  sfo- 
gliatura autunnale;  3°  Il  conservare  le  foglie  in  estate;  4°  L'offen- 
dere il  tralcio  a  frutto  o  il  peduncolo  del  grappolo;  5°  Il  vendem- 
miare nelle  ore  calde  ed  in  più  tempi;  6°  Il  pulire  e  lo  spuntare  i 
grappoli. 

8°.  Longevità  della  vite.  Ora  che  abbiamo  studiato  come  nasca 
la  vite  dal  vinacciuolo,  come  viva,  quali  tendenze  naturali  abbia,  come 
si  nutra  e  come  fruttifichi,  dobbiamo  dire  come  deperisca  e  muoia» 
dobbiamo  in  altri  termini  studiare  le  cause  che  influiscono  sulla  sua 
longevità. 

Queste  cause  sono  varie,  ma  si  debbono  principalmente  considerare  le 
seguenti:  1°)  la  fertilità  del  terreno  e  la  maniera  di  concimazione;  2°)  la 
distanza  delle  viti  le  une  dalle  altre;  3°)  il  sistema  di  potatura.  Riguardo 
alla  fertilità  del  terreno  diremo  come  in  un  terreno  magro  e  scarsamente 
ingrassato,  la  vite  deperisce  prontamente;  nel  Basso  Monferrato,  colà 
0.    Ottavi,  Trattato  di  Viticoltura.  15 


210  CAPITOLO  IV 


dove  si  concima  il  vigneto  ogni  biennio,  le  viti  che  hanno  sessanta 
o  settantanni  sono  tuttavia  cariche  di  molti  grappoli,  cioè  non  sono 
né  vecchie  né  spossate.  In  quanto  alla  distanza  dei  ceppi  gli  uni 
dagli  altri,  ed  alla  distanza  fra  i  filari,  risulta  dall'  osservazione  di 
quanto  accade  in  Italia  ed  in  Francia,  che  la  vite  deperisce  assai 
presto  quando  queste  distanze  sono  piccole  ed  il  terreno  è  magro; 
invece,  dato  pure  cosifatto  terreno,  se  le  viti  sono  distanti,  durano 
all'incirca  il  doppio.  In  Toscana,  per  esempio,  le  viti  fìtte  non  vi  du- 
rano oltre  i  18  o  20  anni,  e  danno  in  questo  frattempo  uno  scarso 
reddito;  lo  stesso  può  dirsi  delle  Marche.  Nella  Liguria  ogni  15  anni 
circa  conviene  svellere  le  ceppaie,  già  vecchie  e  sfinite,  perchè  in 
un  suolo  che  è  per  natura  arido  si  contano  circa  9000  ceppi  ad  et- 
tare,  cioè  su  10,000  metri  quadrati,  locchè  è  assolutamente  troppo; 
in  Corsica  si  contano  10,000  piante  ad  ettare,  su  suolo  arido,  e  la 
vite  è  vecchia  a  12  anni;  invece  in  Sicilia,  generalmente  parlando, 
non  si  contano  che  4500  piante  ad  ettare  (a  Cefalù  5000  a  5500) 
e  la  vite  non  invecchia  che  oltre  i  trent'  anni;  nel  Basso  Monferrato 
poi  con  sole  3000  piante  ad  ettare,  all'  ingrosso,  la  vigna  può  toc- 
care i  100  anni  se  aiutata  dal  concime;  e  nel  Salernitano  con  piante 
a  1,60  circa  di  distanza,  e  con  buon  terreno  e  buona  cultura,  vi 
sono  viti  che  toccano  pure  i  100  anni.  Uscendo  poi  dall'  Italia,  ve- 
diamo che  nel  rinomato  Hérault  (Francia)  il  viticultore  invecchia 
prima  della  sua  vigna;  costì  prima  della  fillossera  si  contavano  4500 
piante  ad  ettare  con  concimazione  triennale;  il  prodotto  toccava  i  200 
ettolitri  ad  ettare,  ma  la  pianta  nonostante  non  si  esauriva.  Dunque, 
quanto  più  il  terreno  è  magro  ed  arido,  massime  nei  paesi  molto 
caldi,  e  quanto  più  sono  grandi,  entro  ragionevoli  limiti,  le  di- 
stanze,  tanto  più  longeva  è  la  vite. 

Ci  rimane  a  considerare  il  «  sistema  di  potatura.  »  Già  sappiamo 
che  potando  energicamente,  e  cimando  e  ricimando  senza  criterii,  si 
inceppa  lo  sviluppo  aereo  della  vite,  e  si  influisce  sinistramente  sul 
suo  sistema  sotterraneo;  ciò  fa  invecchiare  precocemente  la  vite. 
In  quel  di  Siena  è  stata  fatta  questa  bella  esperienza  (1):  certe  viti 
potate  ad  un  solo  sperone  (con  2  gemme)  s'  eran  fatte  vecchie  e 
sfinite  in  poco  tempo;  si  provò  allora  a  potarle  a  sei  speroni  eon 
due  gemme  caduno,  ed  ecco  che  il  tronco  ingrossò,  la  pianta  riprese 
novello  vigore  e  si  serba  così   da  18   anni  a    questa  parte,   perchè 


(1)  Presso  il  sig.  Severiano  Ardinghi  di  Siena. 


BOTANICA  DELLA  VITE  211 

si  concima  il  vigneto  ogni  due  anni  con  terricciati.  Adunque  quando 
si  vuole  stabilire  con  una  certa  approssimazione  la  durata  di  un  vi- 
gneto, si  deve  tener  calcolo  dei  tre  suddetti  coefficienti. 

Ma  se  1'  uomo  non  fosse  costretto  a  moderare  la  tendenza  natu- 
rale della  vite  colla  potatura,  e  se  la  preziosa  ampelidea  non  fosse 
bersagliata  da  tanti  parassiti,  si  potrebbe  dire  che  la  sua  durata  può 
raggiungere  i  secoli,  e  forse  non  esagerò  colui  che  disse  «  la  Vite 
non  muore  mai  !  » 


CAPITOLO  V 


Chimica  della  "Vite. 


§  1.  Composizione  del  legno  della  vite  —  §  2.  Composizione  delle  foglie  — 
§  3.  Composizione  dell'uva  e  dei  semi  —  §  4.  Composizione  del  mosto  e  delle 
vinaccie  —  §  5.  Componenti  principali  della  vite  —  §  6.  Relazioni  fra  la  com- 
posizione del  terreno  e  quella  della  vite  —  §  7.  Relazioni  fra  i  concimi  e  la 
composizione  dell'uva. 

§  1.  Composizione  del  legno  della  vite.  —  Lo  studio  della 
composizione  chimica  delle  varie  parti  ond'è  costituita  essenzialmente 
la  pianta  di  vite,  ha  una  importanza  non  piccola,  inquantochè  può 
fornirci  utili  ammaestramenti  riguardo  agli  alimenti  che  il  viticultore 
deve  di  preferenza  porre  a  sua  disposizione,  tenuto  calcolo  della  com- 
posizione del  terreno.  E  siccome  questi  alimenti  (concimi)  esercitano 
una  notevole  influenza  sulla  quantità  e  sulla  qualità  dell'  uva,  così 
è  evidente  che  la  chimica  della  vite  può  rendere  importanti  servizii 
al  viticultore. 

La  composizione  della  cenere  del  legno  della  vite,  secondo  la  media 
di  otto  analisi  fatte  da   Wolff  ad  Hohenheim,  sarebbe  la  seguente: 

Percento  di  cenere 2,75 

Potassa 29,80 

Soda 6,7 

Magnesia 6,8 

Calce , 37,3 

Acido  fosforico  anidro 12,9 

Acido  solforico  anidro 2,8 

Silice 0,8 

Cloro 0,8 


CHIMICA  DELLA  VITE 


213 


Il  percento  di  cenere  rappresenta  la  parte  fissa  (pag.  160)  della 
pianta,  la  quale  è  sempre  minore  della  parte  volatile;  infatti  gene- 
ralmente non  supera  il  cinque  per  cento. 

Nel  caso  speciale  della  vite  su  100  parti  di  sostanza  secca  solo  circa 
2,75  sono  costituite  da  materie  fìsse,  cioè  che  rimangono  allo  stato 
di  cenere  quando  si  sottopone  il  legno  all'abbruciamento.  Fra  i  varii 
legni  la  vite  è  tuttavia  dei  più  ricchi  in  cenere;  ecco  ad  esempio 
alcuni  dati  di  confronto  dello  stesso  Wolff: 

Melo    percento  in  cenere  1,3     Faggio    percento  in  cenere  1,0 


Abete        » 

» 

2,0 

Larice          » 

» 

0,3 

Pino  rosso 

» 

0,3 

Pino  bianco  » 

» 

0,3 

Giunco      » 

» 

0,3 

Gelso            » 

» 

1,6 

B  e  tuia       » 

» 

0,3 

Vite              » 

» 

2,75 

Ora,  essendo  gli  elementi  della  cenere  indispensabili  alla  vita  ed 
allo  sviluppo  di  tutte  le  piante,  e  la  pianta  di  vite  contenendone  re- 
lativamente una  forte  proporzione,  è  facile  dedurre  quanta  impor- 
tanza abbiano  per  essa  i  principii  minerali  del  suolo,  e  specialmente 
la  potassa,  la  calce  e  l'acido  fosforico. 

Infatti,  dall'analisi  sovra  riferita  emerge  che  questi  tre  elementi 
sono  i  più  abbondanti  nel  legno  di  vite.  Lo  stesso  dicasi  della  com- 
posizione dei  tralci  dell'annata;  ecco  una  analisi  del  Dottor  Ro- 
tondi: 


Barbera 

Grignolino 

Pinot 

Ossido  di  Calcio            36,83 

35,18 

32,76 

»       di  Potassio         34,54 

33,47 

32,84 

»       di  Magnesio           6,64 

6,50 

5,38 

»       di  Sodio                0,88 

1,77 

1,78 

»       di  Manganese          — 

— 

— 

»       d'Alluminio          traccie 

traccie 

0,13 

»       di  ferro                  2,34 

1,90 

2,47 

Cloro                                 0,74 

0,91 

1,26 

Silice                                  6,36 

6,01 

8,60 

Acido  fosforico  (anidro)    7,69 

10,01 

10,56 

»      solforico         »         3,42 

4,67 

4,07 

A  conferma  di  queste  analisi  del  Rotondi,  citeremo  anche  le  se- 
guenti determinazioni  fatte  presso  la  Scuola  viticola  di  Klosterneu- 
òurg  (Vienna): 


214  CAPITOLO  V 


Cenere  di  nuovi  tralci 

di  Riesling 

Potassa 33,876  0[q 

Calce 30,411  » 

Soda 0,708  » 

Magnesia 7,195  » 

Ferro 7,720  » 

Manganato  di  manganese    ....  0,092  » 

Cloro 0,699  » 

Acido  fosforico 13,175  » 

Acido  solforico 3,153  » 

»      silicico 3,129  » 

L'esame  delle  ceneri  del  pianto  di  vite  concorda  con  quanto  di- 
cevamo or  ora:  Neubauer  trovò  infatti  quanto  segue: 

Potassa 16,20  0\q 

Calce 63,73  » 

Magnesia 8,54  » 

Acido  solforico 2,22  » 

»      fosforico 4,35  » 

Cloro 4,41  » 

Silice 1,25  » 

Ossido  di  ferro 0,29  » 

Per  altri  dettagli  sulla  composizione  del  pianto  di  vite,  rimandiamo 
il  lettore  alle  pag.  174:  qui  ricorderemo  solo  che  esso  è  essenzial- 
mente costituito  da  acqua,  come  si  può  vedere  in  questa  analisi  del 
Dott.  Nessler: 

Pinot  nero 
Quantità  complessiva  delle  sostanze  secche  1,99  per  mille 

Sostanze  organiche .0,81       » 

Azoto 0,17       » 

Ceneri 0,84       » 

Acido  carbonico      .     .     , 0,35      » 

Neubauer  avrebbe  trovato  i  seguenti  massimi,  esaminando  il 
pianto  di  diversi  vitigni: 

Sostanze  secche 2,91  per  mille 

»         organiche 2,03        » 

Ceneri 0,94        » 


0 

CHIMICA  DELLA  VITE  215 

Infine  Rotondi  studiando  il  pianto  di  viti  a  uve  bianche  e  rosse 
trovò  quanto  segue: 

Rosse  Bianche 

Sostanze  secche    .     .     .  0,20  0,11  per  mille 

»         organiche   .     .  0,14  0,06         » 

Azoto 0,00  1,55         » 

Ceneri     .-...,  0,06  0,04         » 

Nelle  annate  molto  piovose  aumenta  la  quantità  dell'acqua;  inoltre 
progredendo  la  primavera  aumenta  la  quantità  della  cenere  e  dimi- 
nuiscono le  sostanze  organiche.  Ciò  può  spiegare  le  contraddizioni  delle 
precedenti  analisi. 

Le  sostanze  organiche  che  entrano  a  far  parte  del  legno  di  vite 
sono  la  cellulosa,  l'amido,  l'acido  tannico,  l'ossalato  di  calcio,  il  tar- 
trato  di  potassio  ed  infine  le  sostanze  azotate.  Queste  ultime  nella 
sostanza  secca  trovansi  nella  proporzione  di  circa  l'uno  per  cento. 
Però  lo  studio  di  tutte  queste  sostanze  organiche  in  quanto  alle  pro- 
porzioni in  cui  si  trovano  nel  legno  della  vite,  è  oggi  assai  defi- 
ciente: solo  si  sa,  dalle  analisi  fatte  a  S.  Michele  (Tirolo),  che  i  getti 
erbacei  della  vite  contengono  da  20  a  30  per  cento  di  sostanze  a- 
zotate,  nella  sostanza  secca;  corrispondenti  dal  4  al  5  0[0  nei  getti 
allo  stato  fresco,  cioè  col  70-77  0[q  di  acqua.  Ciò  spiega  come  i 
concimi  azotati    favoriscano  tanto  la  produzione  erbacea  nella  vite. 

§  2.  Composizione  delle  foglie.  —  Già  sappiamo  che  nelle 
foglie  riscontransi  principalmente  la  clorofilla  (pag.  135  e  158)  l'a- 
mido (pag.  162)  Vossalato  di  calcio  (pag.  136)  oltre  allo  zucchero 
(1  0[Q  secondo  Neubauer  nelle  foglie  fresche),  le  sostanze  albumi- 
noidi,  (da  2  a  3  0[q  nella  sostanza  secca  secondo  Rotondi  e  Kur- 
manrì),  le  sostanze  coloranti  ed  altre  enumerate  a  pag.  161.  Ve- 
diamo ora  la  composizione  delle  ceneri:  dietro  le  suaccennate  analisi 
del  D.r  Rotondi  si  avrebbe  il  seguente  per  cento; 

Barbera  Grignolino  Pinot 

Silice 34,22  39,44  33,11 

Acido  solforico  (anidro)  2,82  1,41  1,41 

Acido  fosforico    id.  0,92  0,66  0,90 

Ossido  di  ferro     ...  1,04  0,74  1,28 

»      d'alluminio     .     .  traccie  traccie  — 

»      di  manganese     .  —  —  — 


216                                                  CAPITOLO  V 

Barbera 

Grignolino 

Pinot 

Ossido   DI    CALCIO  . 

.     .     45,06 

41,61 

46,32 

»      di  magnesia 

.     .       8,04 

8,36 

8,78 

»        DI   POTASSIO 

.     .       6,53 

6,36 

6,05 

»      di  sodio     . 

.     .       0,64 

0,64 

0,58 

Cloro      .... 

.     .       0,62 

0,50 

0,46 

La  quantità   di  cenere  lasciata  dalle   foglie   è  maggiore   di  quella 
del  legno  (pag.  213):  infatti  Rotondi  trovò  quanto  segue: 

Ceneri  pure  (private  del-               Barbera  Grignolino  Pinot 

l'anidride,  carbonica)  .  0[Q  gr.  8,34  9,52  8,30 

Invece  nei  tralci  aveva 

trovato »      2,66  2,41  2,91 

E  nel  mosto   (per  ogni 

litro)  ......       »      3,98  8,07  3,71 

Blankenhorn   e  Rósler  hanno  trovato  la  seguente  composizione 
media  delle  ceneri  di  foglie  di  viti: 


Potassa  .  . 
Soda  .... 
Calce  .  .  . 
Magnesia  .  . 
Ossido  di  ferro 

»       di  manganese 
Acido  solforico 
Acido  fosforico  . 

Cloro  

Acido  silicico    .     . 


Foglie 

per  cento  13,02 

»  1,07 

»  55,19 

»  11,13 

»  1,26 

»  0,86 

»  4,92 

»  3,63 

»  1,57 

»  7.51 


Legno  di  vite 

32,20 

0,49 

41,77 

10,88 

0,53 

0,49 

4,18 

6,32 

2,14 

1,48 


Da  tutte  queste  analisi  risulta  che  la  cenere  delle  foglie  è  più  ricca 
in  silice,  calce  e  magnesia  di  quella  del  legno;  mentre  quest'  ultima 
è  più  ricca  in  potassa  ed  acido  fosforico.  La  rilevante  quantità  di 
silice  trovata  dal  Dr.  Rotondi  nelle  foglie  di  viti  può  forse  spiegarsi 
supponendo  che  egli  abbia  esperimentato  su  foglie  vecchie,  cioè  nel 
tardo  estate  od  in  autunno,  avendo  Arendt  trovato  che  in  queste 
stagioni  la  silice  si  accumula  nelle  parti  più  vecchie  della  pianta, 
mentre  è  relativamente  poca  nelle  parti  più  giovani  ed  ancora  in 
isviluppo.  Sin' ora  non  è  stato  bene  spiegato  quale  ufficio  compia 
questa  sostanza  nel  vegetale,  e  tanto  meno  nella  vite. 


CHIMICA  DELLA  VITE  217 


Nelle  foglie  di  alcune  varietà  di  viti,  quali  la  tintoria,  il  barbera 
e  lo  zag arese  abbiamo  trovato,  sin  dal  1882,  una  materia  colo- 
rante rossa  della  quale  diremo  qui  brevemente. 

Nel  settembre  del  detto  anno,  raccolte  varie  foglie  di  tintoria 
fteinturier  dei  Francesi)  che  appaiono  rossastre  in  autunno,  le  po- 
nemmo in  infusione  nell'alcool  a  92°  G.  L.  in  guisa  che  l'alcool  gal- 
leggiasse sulle  foglie  stesse.  Dopo  8  giorni  il  liquido  mostrava  un 
incipiente  colore  rossastro,  ed  al  14°  giorno  aveva  un  bellissimo  co- 
lore di  vino  vecchio.  Degustato  ci  accusò  un  sapore  speciale  che  ri- 
cordava lontanamente  quello  del  the. 

Sul  finire  dello  stesso  settembre  facemmo  un'esperienza  in  grande: 
preso  un  recipiente  della  capacità  di  un  ettolitro,  lo  riempimmo  di 
foglie  di  Tintoria,  comprimendole  alquanto;  su  di  esse  versammo 
30  litri  di  alcool  a  92°  G.  L.  Per  facilitare  però  la  dissoluzione  della 
materia  colorante  e  darle  un  colore  più  vivace,  aggiungemmo  all'al- 
cool 15  grammi  di  acido  tartarico  per  litro. 

Dopo  48  ore  lo  spirito  era  colorato  intensamente  in  un  bel  rosso 
cupo;  il  liquido  era  denso  ed  esalava  l'odore  delle  foglie  di  viti.  Il 
sapore  sui  generis  della  prima  esperienza  era  qui  assai  più  pronun- 
ciato, causa  la  grande  quantità  di  foglie  adoperate. 

Abbiamo  ora  in  corso  altre  prove  sulle  foglie  di  varii  vitigni  per 
sperimentare  questa  materia  colorante  su  vini  chiari,  intanto  cre- 
diamo di  poter  dedurre  quanto  segue: 

1)  Nelle  foglie  di  alcune  varietà  di  viti  si  forma  una  materia 
colorante  solubilissima  nell'alcool. 

2)  Tale  formazione  progredisce  di  pari  passo  colla  maturazione 
dell'uva;  infatti  le  foglie  raccolte  dopo  la  prima  metà  di  settembre 
ne  sono  assai  più  ricche  che  non  quelle  raccolte  sul  finir  dell'agosto. 

3)  L'acido  tartarico  aggiunto  all'alcool  favorisce  la  dissoluzione 
di  tale  pigmento  colorante  e  lo  rende  più  rosso. 

4)  La  materia  colorante  delle  foglie  delle  varietà  Tintoria  e 
Barbera  ha  un  sapore  speciale  che  converrebbe  eliminare  prima  di 
adoperare  quella  sostanza  per  colorare  i  vini. 

In  seguito  alla  pubblicazione  di  queste  notizie  il  signor  Antonio 
Anelli  di  Grottamare  nelle  Marche  fece  esprimenti  sulle  foglie  dello 
Zagarese,  uva  la  quale  dà  vini  di  bel  colore:  queste  esperienze  sono 
molto  interessanti,  onde  vogliamo  farne  cenno  brevemente. 

Il  signor  Anelli  fece  adunque  pigiare  della  malvasia  bianca  cosi 
da  ricavare  tre  litri   di   liquido,  che  mise  in  una  pentola  di  coccio; 


218  CAPITOLO  V 


immediatamente  sopra  cotale  mosto,  egli  stratificò  le  foglie  dello  za- 
garese  (200  grammi)  senza  punto  ammaccarle,  e  sopra  di  esse  stra- 
tificò tutte  le  vinaccie  della  suddetta  malvasia.  Lo  scopo  prefissosi 
dall'  esperimentatore  nel  collocare  queste  vinaccie  sul  mosto  fu  solo 
quello  di  costringere  le  foglie  stesse  a  stare  immerse  nel  liquido  fer- 
mentante, onde  ottenere  una  copiosa  dissoluzione  di  materia  colorante 
mercè  l'alcool  prodotto  dalla  fermentazione.  Le  foglie  non  erano 
dunque  mescolate  al  mosto  ma  solo  poste  sopra  di  esso,  e  non  ri- 
piegate bensì  aperte,  perchè  nelle  foglie  ripiegate  rimane  una  maggior 
quantità  di  colore  non  disciolto  dal  liquido  alcoolico.  Questo  fu  ab- 
bandonato a  sé  durante  8  giorni,  trascorsi  i  quali  il  mosto,  che  era, 
come  dicemmo,  di  malvasia  bianca,  si  trasformò  in  un  liquido  vinoso 
di'  un  colore  rosso  assai  bello,  come  noi  stessi  ebbimo  a  constatare  sul 
campione  che  il  signor  Anelli  ci  inviava.  Questo  mosto  vino  non  a- 
veva  nessun  sapore  disgustoso  o  sui  generis,  come  nel  nostro  espe- 
rimento sopra  descritto:  ma  certo  ciò  dipese  da  che  noi  adoperammo 
alcool  puro  e  forte,  che  disciolse  non  solo  il  colore  ma  anche  i  suc- 
chi delle  foglie  stesse,  mentre  il  signor  Anelli  adoperò  il  semplice 
mosto. 

Da  questo  esperimento  del  distinto  enofilo  di  Grottamare  si  deduce 
che  è  possibile,  mediante  le  foglie  di  certe  uve  ricche  di  colore,  tra- 
sformare durante  la  fermentazione  un  mosto  d'uva  bianca  in  un  vino 
rosso.  Invitiamo  intanto  gli  studiosi  ad  occuparsi  essi  pure  di  questo 
interessante  argomento. 

§  3.  Composizione  dell'uva  e  dei  semi.  —  a)  Uva  sana.  Il 
suo  componente  più  importante  è  lo  zucchero  :  V  uva  è  fra  i  frutti 
più  ricchi  in  principio  dolce,  come  risulta  dalle  seguenti  medie  di 
Fresenius: 

per  cento 

Pesche 1,6 

Albicocche 1,8 

Susine        2,1 

Susine  (green  gages)        3,1 

Susine  gialle        3,6 

Lamponi  4,0 

More  di  rovo 4,4 

Fragole 5,7 


CHIMICA  DELLA  VITE  219 


per  cento 

Mirtillo  di  macchia 5,8 

Ribes 6,1 

Prune 6,3 

Uva  spina 7,2 

Pere  rosse 7,5 

Mele 8,4 

Ciliege  morelle 8,8 

More  del  gelso 9,2 

Ciliege  dolci 10,8 

Uva 14,9 


È  noto  però  che  nei  paesi  meridionali  il  percento  di  zucchero  del- 
l'uva è  molto  superiore  al  14  e  s'aggira  intorno  al  20,  oltrepassan- 
dolo non  di  rado. 

Secondo  le  analisi  di  Berthier  le  ceneri  dell'uva  avrebbero  la  se- 
guente composizione  media: 

Potassa per  cento  56,00 

Calce »  28,06 

Magnesia »  2,97 

Acido  fosforico »  12,97 

La  cenere  delle  pellicole  o  fiocine,  secondo  Crasso  avrebbe  la 
seguente  composizione: 

Potassa per  cento  41,66 

Soda »  2,13 

Calce      ........            »  20,32 

Magnesia »  6,02 

Ossido  di  ferro per  cento  2,11 

»        di  manganese     ...            »  0,76 

Acido  silicico »  3,46 

»      solforico »  3,48 

»      fosforico »  19,58 

»      cloridrico   .....            »  0,51 

Le  ceneri  dei  vinacciuoli,  pure  secondo  Crasso,  sarebbero  così 
composte: 

Potassa per  cento    27,87 

Soda »  — 


220  CAPITOLO  V 


Calce per  cento     32,18 

Magnèsia     .......  »  8,53 

Ossido  di  ferro »  0,46 

»        di  manganese     ...  »  0,35 

Acido  silicico »  0,95 

»      solforico     .....  »  2,40 

»      fosforico »  27,01 

»      cloridrico    ......  »  0,28 

Come  si  vede  i  componenti  principali  delle  ceneri  dell'uva,  come 
quelli  del  legno,  sono  sempre  la  potassa,  la  calce  e  l'acido  fosforico; 
quest'ultimo  abbonda  specialmente  nei  semi,  come  diremo  fra  poco. 
b)  Uve  ammalate.  Blankenhorn  e  Rósler  alcuni  anni  or  sono 
fecero  interessanti  ricerche  di  confronto  sulla  composizione  delle  uve 
sane  ed  ammalate  di  crittogama  (oidio):  crediamo  riescirà  utile 
farne  qui  cenno. 

Uva  Silvaner 

molto  ammalata      poco  ammalata  sana 

Soda 0,45  2,74  0,31 

Potassa 46,42  42,52  48,46 

Calce 7,33    '  8,74  6,95 

Magnesia 3,75  3,50  3,86 

Ossido  di  ferro 0,10  0,19  0,05 

Manganese —  0,08  — 

Alluminio 0,46  0,53  0,02 

Acido  carbonico 24,38  23,46  23,24 

»      fosforico  ........  7,36  11,68  8,00 

»      solforico  .......  4,89  2,97  4,31 

»      cloridrico      ......  0,96  0,33  0,78 

»      silicico 1,71  3,26  3,92 

Da  questo  quadro  risulta  che  Y oidio  non  induce  grandi  differenze 
nella  composizione  dell'uva  per  quanto  riguarda  gli  elementi  mine- 
rali; diminuisce  solo  di  poco  la  potassa.  È  noto  però  che  nelle  uve 
ammalate  è  lo  zucchero  che  si  riduce  di  molto,  quando  la  detta  crit- 
togama riprende  ad  attaccare  le  uve  in  via  di  maturazione. 

e)  Semi  d'uva.  I  vinacciuoli  non  contengono  amido,  bensì  tan- 
nino (5  0[o)  e  olio  fìsso  (15  Ojo),  del  che  abbiamo  già  parlato  a  pa- 
gina 152.  Essi  contengono  pure  oltre  al  2  0[q  di  azoto.  La  quantità 


CHIMICA  DELLA  VITE 


221 


di  tannino  varia  però  secondo  la  varietà  delle  viti  e  secondo  il  grado 
di  maturanza  degli  acini. 

Nelle  ceneri  dei  vinacciuoli  il  Prof.  Bechi  trovò: 

Potassa per  cento     34,4 

Soda ,  »  6,36 

Calce »  6,48 

Magnesia ,  »  1,81 

Acido  fosforico    .....  »  44,42 

Acido  solforico »  5,44 

Acido  silicico       »  0,90 

Cloro »  0,18 

Questa  analisi  differisce  solo  sensibilmente  riguardo  alla  calce  da 
quelle  di  altri  esperimentatori;  ad  esempio  Crasso  ne  aveva  trovato 
ora  il  32  ora  il  35  0[q.  Ad  ogni  modo  l' acido  fosforico,  la  potassa 
e  la  calce  sono,  anche  nella  cenere  dei  vinacciuoli,  i  principali  com- 
ponenti. 

§  4.  Composizione  del  mosto  e  delle  vinaccie.  —  Le  ana- 
lisi fatte  dal  prefato  Dott.  Rotondi  ad  Asti  su  mosti  di  Barbera,  Gri- 
gnolino e  Pinot  (vitigni  dei  quali  già  abbiamo  dato  analisi  nei  tre 
precedenti  paragrafi)  diedero  i  seguenti  risultati,  su  1000  parti  di 
mosto  : 


ELEMENTI  DETERMINATI 


Acidità  totale 

Bitartrato  di  potassio  (cremore)    .     . 

Acido  tartarico  libero 

Acidi  diversi 

Glucosio 

Materie  estrattive,  sottratte  le  ceneri 
Grado  all'areometro  di  Guyot .  .  . 
Densità  a  •*-  15° 


Qualità  del  Vitigno 


Barbera 


.    11,75 

7,40 

2,52 

6,49 

183,24 

241,10 

23,0 

1,099 


Grignolino 


l\    10,65 

7,15 

2,86 

4,94 

171,10 

209,21 

19,25 

1,089 


Pinot 


'.     6,30 

7,25 

0,62 

2,80 

201,61 

247,80 

22,50 

1,096 


Dall'  esame  di  questo  quadro  risulta,  cosa  notoria  d'  altronde,  che 
il  componente  più  importante,  se  non  il  più  abbondante,  è  lo  zuc- 
chero (glucosio). 

Ma  il  mosto  dà  dal  3  al  4  0[q  di  ceneri  :  or  ecco  la  composizione  di 
queste  comparata  con  quella  dei  tralci  e  delle  foglie,  su  100  parti: 


222 


CAPITOLO  Y 


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di   sodio  . 

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CHIMICA  DELLA  VITE  223 


L'  esame  delle  ceneri  del  mosto  ci  dice  che  in  esse  il  principale 
componente  è  la  potassa:  in  seconda  linea  vengono  la  calce  e  l'a- 
cido fosforico,  analogamente  a  quanto  dicemmo  del  legno  nei  prece- 
denti paragrafi.  E  questo  prova  sempre  più  1'  importanza  di  questi 
tre  elementi  per  la  Vite. 

La  composizione  del  mosto  varia  però  secondo  lo  stato  di  mag- 
giore o  minore  maturità  delle  uve,  e  questo  non  solo  riguardo  allo 
zucchero,  ma  anche  riguardo  al  cremortartaro:  già  Neubauer  (1) 
aveva  trovato  che  la  potassa,  in  un  colle  sostanze  minerali,  au- 
menta negli  acini  durante  il  periodo  della  maturazione.  Ma  nel 
1875  il  Doti.  Macagno  dietro  analisi  accurate  trovò  non  solo  la 
conferma  di  quanto  aveva  detto  Neubauer,  ma  altresì  che  il  tar- 
trato  acido  di  potassio  è  meno  abbondante  nel  mosto  della  parte 
inferiore  del  grappolo,  cioè  in  quella  meno  matura;  onde  si  può 
ritenere  che  la  formazione  del  cremortartaro  procede  di  pari  passo 
colla  maturazione  dell'uva;  cosa  evidente  del  resto,  se  si  riflette  che 
infatti  le  vinaccie  dei  paesi  meridionali  danno  più  tartaro  che  non 
quelle  dei  paesi  settentrionali. 

Ecco  riunite  in  una  interessante  tabella  le  ricerche  del  Dott.  Ma- 
cagno,  il  quale  fece  i  suoi  saggi  operando  su  25  a  30  chilogr. 
d'uva;  (la  parte  inferiore  corrisponde  alla  punta  del  grappolo): 


(1)  Chemische   Untersuchungen   iiber  das  Reifen  der    Trauben  negli   Annalen 
der  Oenologìe  (V,  358). 


.224 


CAPITOLO  V 


NOME  DELL'UVA 


o 

-«<  +- 
Èj   § 

W  ~ 
^3 

IN  UN  LITRO  DI  MOSTO 

Glucosio 

Acidi 

Cremor- 
tartaro 

EPOCA 

della  vendemmia 


1 

Barbera      .     .     . 

2 

Uvaggio      .     .     . 

3 

Grignolino  verde 

4 

Barbera      .     .     . 

5 

Uvaggio      .     .     . 

6 

Grignolino.     .     . 

7 

Uvaggio  verde     . 

8 

Moscato      .     .     . 

9 

Malvasia     .     .     . 

10 

Nebbiolo     .     .     . 

11 

Bordeaux    .     .     . 

12 

Pinot      .     .     .     . 

13 

Barbera  appassita 

14 

Balsamina  . 

15 

Tokai     .     .     .     . 

16 

Fresia    .     .     .     . 

17 

Grignolino .     .     . 

18 

Barbera      .     .     . 

19 

Fresia    .     .     .     . 

20 

Grignolino      .     . 

21 

Moscato      .     .     . 

22 

Malvasia     .     .     . 

23 

Montepulciano     . 

24 

Barbera      .     .     . 

25 

Dolcetto      .     .     . 

26 

Grignolino.     .     . 

27 

Nebbiolo     .     .     . 

parte  sup. 
parte  inf. 
parte  sup. 
parte  inf. 
parte  sup. 
parte  inf. 
parte  sup. 
parte  inf. 
parte  sup. 
parte  inf. 
parte  sup. 
parte  inf. 
parte  sup. 
parte  inf. 
parte  sup. 
parte  inf. 
parte  sup. 
parte  inf. 
parte  sup. 
parte  inf. 
parte  sup. 
parte  inf. 
parte  sup. 
parte  inf. 
parte  sup. 
parte  inf. 
parte  sup. 
parte  inf. 
parte  sup. 
parte  inf. 
parte  sup. 
parte  inf. 
parte  sup. 
parte  inf. 
parte  sup. 
parte  inf. 
parte  sup. 
parte  inf. 
parte  sup. 
parte  inf. 
parte  sup. 
parte  inf. 
parte  sup. 
parte  inf. 
parte  sup. 
parte  inf. 
parte  sup. 
parte  inf. 
parte  sup. 
parte  inf. 
parte  sup. 
parte  inf. 
parte  sup. 
parte  inf. 


1,097 

193 

10,9 

9,7 

1,094 

188 

10,8 

9,2 

1,080 

160 

7,0 

9,2 

1,078 

155 

8,3 

7,5 

1,071 

142 

10,4 

6,0 

1,059 

119 

10,2 

3,2 

1,101 

202 

9,1 

10,4 

1,100 

200 

9,1 

10,3 

1,039 

178 

8,9 

8,4 

1,086 

172 

7,9 

7,9 

1,086 

171 

8,4 

9,8 

1,083 

166 

8,3 

9,1 

1,073 

144 

9,8 

8,8 

1,066 

129 

10,0 

8,0 

1,108 

216 

9,2 

9,8 

1,107 

214 

9,3 

9,8 

1,094 

188 

9,7 

8,9 

1,089 

182 

9,2 

8,8 

0,087 

176 

9,9 

8,4 

1,079 

159 

10,2 

7.2 

1,117 

235 

10,1 

9,4 

1,118 

234 

10,3 

9,2 

1,103 

204 

8,4 

10,4 

1,102 

202 

8,8 

10,4 

1,115 

232 

10,5 

9,1 

1,106 

214 

10,8 

9,0 

1,096 

193 

8,2 

7,4 

1,088 

178 

8,4 

6,3 

1,095 

189 

8,8 

7,8 

1,078 

158 

8,7 

5,2 

1,087 

175 

8,8 

7,1 

1,080 

161 

9,4 

6,1 

1,093 

184 

10,1 

9,8 

1,076 

152 

11,9 

8,7 

1,094 

189 

9,8 

10,1 

1,091 

184 

9,7 

10,4 

1,088 

179 

8,5 

6,9 

1,078 

154 

9,1 

5,4 

1,085 

172 

9,7 

9,9 

1,071 

143 

9,9 

7,4 

1,093 

184 

7,8 

8,1 

1,091 

182 

7,7 

7,9 

1,083 

164 

8,8 

6,4 

1.078 

159 

9,9 

4,1 

1,084 

169 

9,2 

6,1 

1,066 

132 

10,4 

4,1 

1,088 

178 

9,3 

8,8 

1,079 

168 

9,9 

7,9 

1,082 

164 

8,1 

6,2 

1,061 

122 

8,7 

4,3 

1,088 

178 

9,2 

8,8 

1,079 

158 

10,0 

7,2 

1,083 

169 

8,9 

8,1 

1,070 

134 

10,1 

6,1 

6  Ottobre 


id. 

id. 

id. 

id. 

id. 

id. 

29  Settembre 
11  Ottobre 
29  Settembre 
2  Ottobre 

2  id. 

28  Settembre 

27  id. 
24      id. 

7      id. 

24  id. 

4  Ottobre 

3  id. 

29  Settembre 

25  id. 

28  id. 
28      id. 

4  Ottobre 
28  Settembre 

4  Ottobre 
25  Settembre 


CHIMICA  DELLA  VITE  225 


Vediamo  ora  la  composizione  delle  vinaccie.  In  alcune  interes- 
santi ricerche  fatte  a  Klosterneuburg  dal  Prof.  S.  Meneghini,  la 
cenere  delle  vinaccie  abbruciate  accusò  la  seguente  composizione: 

Su  100  grammi  di  cenere 

Potassa 44,09 

Soda 0,48 

Calce 7,18 

Magnesia 5,38 

Ferro    . 8,56 

Manganese 0,22 

Cloro 0,37 

Acido  solforico 2,33 

»      fosforico    .     ...     .     .     .     10,59 

»      silicico 20,83 

Come  vedesi  anche  nella  cenere  delle  vinaccie  la  potassa  è  l'ele- 
mento principale;  vengono  dopo  la  silice,  e  poi  Y  acido  fosforico,  la 
calce  ed  il  ferro  (a  cui  si  deve  la  colorazione  verde  dei  tralci,  come 
dicemmo  a  pag.  136). 

Su  1000  parti  di  vinaccia  umida  sì  trovano  in  generale: 

Graspi  ....  parti  280 
B  uccie  ....  »  520 
Vinacciuoli    ...       »     200 

1000 
Secondo  il  Prof.  De  Grully  le  vinaccie  umide  contengono  in  media: 

Acqua 70 

Materia  secca  totale  .  30 

Materie  azotate      .     .  3,25  (corr.  azoto  0,535) 

Materie  grasse       .     .  2,36 

Estrattive  non  azotate  17,45 

Cellulosa  o  legnosa    .  4,06 

Materie  minerali    .     .  2,93 

Invece  quando  sono  secche  contengono  in  media: 

Materie  azotate  .  .  11,25  (corr.  azoto  1,784) 
Materie  grasse  .  .  .  7,86 
Estrattive  non  azotate  58,17 
Cellulosa  ....  13,53 
Ceneri  .'  .  .  .  .  9,78 
O.  Ottavi,  Trattato  di  Viticoltura  16 


226  CAPITOLO  V 


§  5.  Componenti  principali  della  vite.  —  Dall'  esame  delle 
numerose  analisi  sovra  riportate  si  deduce  che  i  principali  compo- 
nenti della  vite,  volendosi  riunire  in  una  sola  le  varie  composizioni 
del  legno  vecchio  e  giovine,  delle  foglie,  dell'uva  e  del  mosto,  sono 
i  seguenti:  la  potassa,  Y  acido  fosforico,  la  calce,  l' acido  silicico 
ed  il  ferro  fra  le  sostanze  minerali,  Y amido,  lo  zucchero,  la  mate- 
ria colorante  ed  il  tannino,  fra  le  sostanze  organiche.  Accenne- 
remo fra  i  componenti  anche  Y acqua,  che  è  assai  abbondante;  in- 
fatti nel  legno  verde  ne  troviamo  circa  il  50  per  cento:  in  quello 
essiccato  all'  aria  il  14  0[q  e  nelle  foglie  oltre  all'80  0[q,  massime 
se  fresche.  Nei  grappoli  circa  60  al  66  0[Q,  nei  semi  circa  il  25  Ojq, 
neh'  uva  matura  il  75  e  più  per  cento,  infine  nel  capellamento  delle 
radici  dal  60  al  63  per  0[q  ed  il  47  Ojo  circa  nelle  radici  grosse. 
L'  acqua  è  adunque  senza  dubbio  il  più  abbondante  componente  della 
vite.  Ma  esaminiamo  gli  altri  componenti  sovra  accennati. 

a)  Potassa.  Moltissime  sono  le  ricerche  chimiche  e  le  espe- 
rienze nei  vigneti,  dalle  quali  risulta  che  la  potassa  ha  grande  in- 
fluenza sulla  vite  e  massimamente  sulla  maggiore  ricchezza  dell'uva 
in  zucchero.  Onde  non  si  riesce  ad  intendere  come  Boussingault  abbia 
potuto  dedurre,  dalle  sue  ricerche,  che  «  la  coltura  della  vigna 
non  esige  una  maggior  quantità  di  potassa  che  le  altre  col- 
ture »  (1).  Sta  però  che  i  concimi  potassici  giovano  molto  alla  vite 
massimamente  il  nitrato  di  potassa,  il  cloruro,  il  carbonato  ed 
il  solfato.  Il  prof.  Andognand  (2)  ha  potuto  constatare  con  ricerche 
dirette:  1.  Che  la  potassa  deve  essere  mescolata  con  altre  sostanze 
concimanti,  perchè  essa  ne  aiuta  V  assorbimento  da  parte  della  vite; 
2.  Che  la  quantità  complessiva  di  potassa  non  vien  concentrata  to- 
talmente nel  frutto,  ma  in  parte  resta  in  serbo  nel  legno  vecchio 
e  nei  tralci  annuali;  cosa  che  noi  pure  constatammo  e  ne  riparleremo 
tra  breve. 

Il  Prof.  Rotondi  dalle  sue  ricerche  in  proposito  dedusse  poi  che 
i  concimi  potassici  sotto  forma  di  cloruro  sembrano  essere  quelli 
che  danno  il  maggiore  aumento  in  materia  zuccherina;  la  qual  cosa 
abbiamo  noi  pure  constatato  ripetutamente  nei  nostri  vigneti  ove 
usiamo  appunto  concimi  chimici  a  base  di  cloruro  potassico  al  50 
per  cento  di  ossido  (cioè  di  potassa    assimilabile).    Il   prof.    Rotondi 


(1)  Agronomie,  Chimìe  Agricole  et  Physiologie.  Tom.  V,  pag.  421. 

(2)  Biedermann's  Centralblatt  fur  Agricultur  Chemie.  1878. 


CHIMICA  DELLA  VITE  227 


ha  pure  trovato  che  la  potassa  somministrata  sotto  questa  forma  è, 
fra  le  sostanze  concimanti,  quella  che  dà  un  maggior  aumento  in 
sostanze  minerali.  Il  Prof.  Bechi  giunse  a  conclusioni  quasi  uguali  (1). 

Il  Prof.  Saint-Pierre,  dopo  molte  esperienze  accurate  fatte  nei 
vigneti  stessi,  è  venuto  alle  seguenti  conclusioni:  1.)  La  potassa  è 
1'  elemento  fertilizzante  più  necessario  alla  vite;  2.)  i  fosfati  solubili 
da  soli  non  giovano  molto;  3.)  Il  miglior  ingrasso  è  quello  che  con- 
tiene potassa  e  fosfati  uniti  assieme.  Queste  esperienze  del  Saint-Pierre 
concordano  pienamente  colle  nostre. 

In  quanto  alla  soda  abbiamo  constatato  con  certezza  che  non  è 
di  alcun  giovamento  alla  vite,  non  ostante  la  sua  analogia  con  la 
potassa;  e  trovammo  pure  differenze  notevoli  fra  il  nitrato  di  po- 
tassa e  quello  di  soda  considerati  come  concimi. 

b)  Acido  fosforico.  Il  celebre  chimico  G.  Liebig  credeva  che  l'e- 
saurimento del  terreno,  specialmente  riguardo  ai  fosfati  ed  alla  potassa, 
fosse  la  causa  della  facile  diffusione  della  crittogama  oidio  ;  ciò  ci  pare 
assai  discutibile ,  perchè  anche  le  vigne  di  terreni  ubertosi  e  concimati 
razionalmente  sono  fieramente  attaccate  dalla  malattia;  ad  ogni  modo 
è  dimostrato  che  anche  Y acido  fosforico  ha  una  grande  importanza 
per  le  viti,  e  si  può  facilmente  desumerlo  dalle  analisi  sovra  riportate. 
Un  prodotto  di  30  ettolitri  di  vino  sottrae  da  un  ettare  di  terreno 
(10  mila  m.  q.)  circa  chilog.  7  a  8  di  acido  fosforico;  ciò  non  è  molto, 
ma  conviene  riflettere  che  l'acido  fosforico  è  l'elemento  che  più  scar- 
seggia nel  terreno,  ond'è  che  quasi  sempre  la  vite  non  trova  a  di- 
sposizione neppur  quella  piccola  dose.  Le  ricerche  del  Professore 
Joulie  hanno  dimostrato  che  una  più  abbondante  alimentazione  della 
vite  con  acido  fosforico,  come  avviene  per  tutte  le  piante  saccarifere, 
accresce  la  proporzione  dello  zucchero  nell'uva.  Il  sig.  Joulie  ri- 
tiene pure  che  la  presenza  di  questo  acido  nel  terreno  faciliti  l'as- 
sorbimento dell'azoto,  e  quindi  indirettamente  giovi  anche  alla  forma- 
zione d'  un  copioso  sistema  radicale  e  d'una  ricca  vegetazione;  altri 
esperimentatori  sono  giunti  alle  stesse  conclusioni. 

Noi,  che  usiamo  sempre  unire  ai  concimi  potassici,  fosfati  di  calce 
allo  stato  di  perfosfato  commerciale,  possiamo  accertare  che  la  vite 
se  ne  avvantaggia  notevolmente  sia  nel  vigore  vegetativo  sia  nella 
qualità  dell'uva. 

Ma  oltre  la  vite  ne  avvantaggia  anche  notevolmente   la  qualità 


(1)  Così  il  Prof.  Comboni  —  op.  cit.  pag.  24. 


228  CAPITOLO  V 


del  vino:  infatti  il  fosfato  di  calce  è  un  componente  costante  del 
vino  buono,  rosso  o  nero  (1).  Un  litro  ne  può  contenere  circa  grammi 
0,8  ed  allora  riesce  molto  nutriente  perchè  il  fosfato,  elemento  pre- 
cipuo delle  nostre  ossa,  viene  agevolmente  trasportato  dal  vino  stesso 
nei  liquidi  del  corpo  umano,  e  va  cosi  a  supplire  alle  perdite  gior- 
naliere che  le  nostre  ossa  fanno  del  fosfato  medesimo. 

e)  La  calce.  Anche  questa  sostanza  ha  una  non  piccola  impor- 
tanza per  la  vite,  e  lo  dimostrano  le  analisi  sovra  riportate  del  legno 
e  delle  foglie.  Benché  nel  mosto  essa  quasi  scompaia,  pure  è  dimo- 
strato da  numerose  osservazioni  che  nei  terreni  calcari  V  uva  si  fa 
più  ricca  di  principio  dolce  che  non  negli  altri  terreni:  il  vino  quindi 
risulta  più  alcoolico  e  più  tardi  si  arricchisce  di  eteri.  La  calce  quindi 
indirettamente  contribuisce  alla  finezza  ed  alla  fragranza  del  vino. 
Clanj  trovò,  ad  esempio,  per  la  stessa  varietà  d'uva  il  seguente  per 
cento  di  alcool  nel  vino: 

Terreno  calcare    .     .     .     .  11,30  per  100  in  volumi 
Terreno  argilloso      .     .     .       9,60  »  » 

ed  in  altri  esperimenti  trovò: 

Terreno  calcare    ....  11,00  »  » 

Terreno  argilloso      .     .     .       9,00  »  » 

Tuttavia  non  è  men  vero  che  speciali  condizioni  non  ancora  bene 
studiate,  possono  supplire  anche  alla  totale  assenza  del  calcare:  veggasi 
per  esempio  qui  appresso  l'analisi  della  terra  di  Chdteau  de  La  fitte, 
famosissimo  vigneto  di  78  ettari  situato  nel  Bordolese,  al  Nord  del 
Comune  di  Pauillac: 

Ciottoli  levigati  silicei     ....  630  per  mille 

Sabbia  minuta 344         » 

Sostanze  organiche  (1,3  0[q)  .     .  13         » 

Allumina 7         » 

Calce  (1[2  0[q) 5         » 

Ossido  di  ferro 1          » 

1000 
In  Italia  abbiamo  pure  ottimi  vigneti  il  cui  suolo  non  contiene  as- 


(1)  Secondo  Midder  i  fosfati  accompagnano  sempre  la  enocianina  (principio  co- 
lorante dell'uva)  ed  è  forse  anche  per  questo  che  i  vini  rossi  sono  più  nutrienti 
dei  vini  bianchi. 


CHIMICA  DELLA  VITE  229 


solutamente  calcare:  il  Dott.  Angelo  Mona  nei  suoi  Studi  di  eno- 
logia scrive  d'aver  fatto  alcune  analisi  su  diversi  campioni  di  terra 
dei  migliori  vigneti  di  Brindisi,  analisi  le  quali  gli  diedero  per  ri- 
sultato la  quasi  assoluta  mancanza  di  calce:  alcuni  campioni  bolliti 
coll'acido  dorico  e  tentati  poi  coll'acido  ossalico  e  coll'ossalato  d'am- 
moniaca non  accusarono  che  una  debole  traccia  di  calce:  eppure  le 
viti  di  quelle  terre  danno  eccellenti  vini. 

Si  vede  quindi  che  se  la  presenza  del  calcare  è  giovevole,  non  è 
però  indispensabile;  e  questo  valga  a  tranquillare  varii  fra  i  nostri 
viticultori  che  sogliono  attribuire  la  meno  buona  qualità  dei  loro  vini 
al  terreno,  laddove  dovrebbero  incolparne  o  il  metodo  di  fabbrica- 
zione o  le  scadenti  varietà  d'uva  coltivate. 

Dell'  ossalato  di  calcio  abbiamo  già  parlato  a  pag.  118  e  136;  è 
una  combinazione  di  calce  ed  acido  ossalico,  acido  che  si  trova  in 
abbondanza  ad  esempio  nell'acetosella.  L'ossalato  di  calcio  benché  in- 
solubile nell'acqua  pura  si  trova  però  disciolto,  come  già  sappiamo, 
nel  liquido  delle  cellule  mentre  la  pianta  è  in  sviluppo.  Più  tardi,  se- 
condo Schmidt  ed  altri,  esso  si  accumula  in  cristalli  dei  quali  ab- 
biamo dato  varii  disegni  a  pag.  136.  Quale  sia  la  funzione  di  que- 
sto sale  nella  pianta  di  vite,  non  è  ancora  stato  detto;  ma  è  a  spe- 
rarsi che  gli  studiosi,  coll'aiuto  della  micro-chimica,  riescano  presto 
a  formulare  qualche  conclusione  soddisfacente  sul  delicato  soggetto. 

d)  La  silice.  Abbiamo  già  detto  a  pag.  216  che  è  sovratutto 
nelle  foglie  della  vite  che  abbonda  la  silice  (dal  7  al  35  0\q  secondo 
l'età  della  foglia):  nei  tralci  invece  se  ne  trova  soltanto  dell'  1  al  9  0[0 
secondo  l'età  ed  il  vitigno,  e  nel  mosto  meno  ancora,  cioè  circa  il 
5  Ofo  (il  3  0[o  nella  cenere  delle  buccie  dell'uva  e  solo  l'I  0\q  in 
quella  dei  vinacciuoli).  È  singolare  il  fatto  che  la  silice  pare  dimi- 
nuisca nelle  uve  affette  da  crittogama  (oidio);  infatti  nelle  esperienze 
citate  a  pag.  220  si  vede  che  nelle  uve  sane  la  silice  rappresenta 
quasi  il  4  0[q  delle  ceneri  mentre  nelle  uve  poco  ammalate  abbiamo 
solo  il  3,26  ed  in  quelle  molto  ammalate  l'I, 71  0[q;  la  diminuzione 
è  rilevante.  Nulla  possiamo  però  dire  dell'ufficio  che  la  silice  compie 
nei  varii  organi  della  vite. 

e)  Il  ferro  ha  una  grande  importanza  nella  vite,  non  solo  per- 
chè senza  ferro  non  si  forma  clorofilla  (pag.  136)  ma  perchè  esso 
contribuisce  alla  robustezza  della  pianta  ed  alla  salubrità  del  vino. 
Contribuisce  alla  robustezza  della  vite  perchè  le  foglie  colorate  d'un 
bel  verde,  lavorano  più  attivamente  a  benefizio  del  legno,  delle  gemme 


230  CAPITOLO  V 


e  dell'uva,  come  abbiamo  lungamente  detto  studiando  la  fisiologia 
della  vite.  Contribuisce  poi  alla  salubrità  del  vino  perchè  è  fuori  di 
dubbio  che  i  sali  di  ferro,  e  specialmente  il  tartrato,  sono  impor- 
tanti fattori  di  quelle  proprietà  ristoratrici  che  posseggono  certi  vini 
fra  cui  il  Barbera  ed  il  Bordeaux,  se  fabbricati  con  mosto  e  vi- 
naccìe  (1).  Il  Dr.  Rotondi  in  alcune  sue  ricerche  trovò  quanto  segue: 

Ossido  ferroso 
Barbera  fatto  con  puro  mosto  per  litro  gr.  0,0067 
»  »         8  0[o  di  vinaccie        »  0,0095 

»  »         50  0[Q        »  »  0,0114 

Le  esperienze  dei  Dottori  Pasqualina  Pasqua  Perier  e  Faurè 
provano  esse  pure  che  i  sali  di  ferro  conferiscono  proprietà  risto- 
ratrici a  taluni  vini  rossi:  Faurè  dice  che  il  Bordeaux  contiene  sino 
a  0,25  per  mille  di  tartrato  di  perossido  di  ferro,  cioè  un  quarto  di 
gramma  per  litro;  i  vini  bordolesi  bianchi  ne  contengono  meno. 

Vino  rosso  Vino  bianco 

Minimo  Massimo  Minimo  Massimo 

gr.     0,1632        0,24S4         gr.     0,0642        0,1870 

Il  solo  Prof.  Nessler  non  ammette  tanta  ricchezza  in  ferro  nei 
vini  bordolesi;  egli  avrebbe  trovato  infatti  soltanto  6  decimilligrammi 
di  ferro  per  ogni  litro.  Senonchè  le  numerose  ricerche  di  parecchi 
altri  analizzatori,  fanno  supporre  che  il  Nessler  abbia  esperimentato 
su  vini  bordolesi  di  qualità  mediocre. 

Ma  il  ferro  è  anche  un  costituente  della  materia  colorante  del- 
l' uva.  Le  interessanti  ricerche  del  sig.  Glenard  e  sovratutto  del 
Prof.  Comboni  sulla  enocianina  hanno  dimostrato  che  il  principio 
violetto  del  colore  d'uva  è  un  sale  di  ferro  (2),  e  questo  spiega 
perchè  i  vini  rossi  siano  più  ricchi  in  ferro  dei  bianchi. 

Infine  da  quanto  dicemmo  risulta  pienamente  giustificata  la  pra- 
tica consigliata  dal  Do  IL  Guyot,  e  seguita  da  parecchi  fra  cui  noi 
stessi,  di  spargere  il  solfato  di  ferro  al  piede  delle  ceppaie  di  viti 
alla  dose  di  circa  20  chilog.  per  ettare,  cioè  circa  2  grammi  per 
pianta  di  vite  di  vigneto  specializzato. 

f)  Materie  organiche.  Dell'  amido  abbiamo  già  parlato  lunga- 


(1)  Fabbricandoli  con  solo  mosto  la  quantità  di  ossido  di  ferro  diminuisce  sen~ 
sibilmente. 

(2)  E.  Comboni  —  Trattato  di  Enochimica,  voi.  2°,  pag.  26. 


CHIMICA  DELLA  VITE  231 

mente,  ed  abbiamo  anche  visto  quale  sia  la  sua  importantissima  fun- 
zione nella  vite;  rimandiamo  perciò  il  lettore  alle  pag.  118,  135,  144, 
149,  156  e  162. 

Abbiamo  pure  parlato  dello  zucchero  studiando  a  pag.  202  la 
maturazione  dell'  uva;  qui  dobbiamo  soggiungere  che  lo  zucchero 
d'uva  risulta  dalla  mescolanza  di  due  sostanze  dolci,  dette  glucosio 
e  levulosio.  Il  glucosio  ha  la  seguente  composizione  centesimale: 

Carbonio 40,00 

Idrogeno 6,67 

Ossigeno 59,33 


100,00 


Il  levulosio  (o  chilarioso)  ha  la  stessa  composizione  del  glucosio,  di 
cui  può  considerarsi  siccome  un  isomero  (1).  Allorquando  l'uva  si  es- 
sica,  una  parte  dello  zucchero  trasuda  e  cristallizza  alla  superfìcie  della 
buccia,  e  costituisce  il  glucosio;  la  parte  liquida  o  sciropposa,  non 
cristallizzabile,  che  rimane  nell'interno  dell'acino  è  il  levulosio.  Gli  è 
certo  perchè  il  principio  dolce  dell'uva  è  così  composto,  che  non  è 
possibile  imitare  perfettamente  il  vino  con  nessun'  altra  sostanza 
zuccherina. 

La  materia  colorante  dell'uva  fu  studiata  molto  accuratamente 
in  questi  ultimi  anni  dai  Prof.i  Comboni  e  Carpenè  di  Conegliano,  i 
quali  riuscirono  a  prepararla  industrialmente  con  un  processo  noto 
soltanto  in  parte:  solo  si  sa  che  le  vinaccie  d'uve  molto  colorate 
sono  tenute  in  infusione  durante  20  giorni  nell'alcool  a  85°,  acidu- 
lato  con  acido  tartarico,  e  che  poscia  si  distilla  il  liquido  di  infusione 
in  apparecchi  speciali.  Colla  decantazione  si  ottiene  quindi  la  eno- 
cianina  commerciale  la  quale  ha  la  seguente  composizione: 

Densità  a  +  15°  =  1,0200 

Acqua gr.  95,006  0I0 

Glicerina »      0,320    » 

Materie  grasse »      0,049    » 

Enocianina »      1,840    » 

Quercetina traccie 


(1)  Diconsi  isomeri  quei  corpi  che  hanno  bensì  la  stessa  composizione   cente- 
simale  ma  differiscono  per  le  loro  proprietà  fisiche  o  chimiche. 


232 


CAPITOLO  V 


Tannino 

Acido  pectico  e  gumme    .     .     . 
Acidi  tartarico,  succinico,  malico 
Acidi  minerali  combinati  .     .     . 
Cremore 


»      0,850    » 

traccie 
»      1,190    » 

traccie 
»      0,657    » 

99,912 
gr.     1,0920  0|o 


Ceneri       

La  composizione  di  queste  ceneri  è  in  media  la  seguente 


Calce 

Acido  fosforico  (anidro) 

Magnesia 

Potassio    . 

Acido  solforico  (anidro) 

Ferro 

Cloro 

Silice 

Sodio,  litio,  rubidio    . 


Gr.  10,1  0[0 
»    23,6    » 
30,2    » 
14,0    » 
7,0    » 

9.0  » 

2.1  » 
3,0    » 

traccie 

99,0 


Il  Dr.  Comboni  (1)  conclude  che  l'enocianina  commerciale  si  può 
quasi  considerare  siccome  vino  privato  del  suo  alcoole  e  della  maggior 
parte  dei  sali. 

L'enocianina  ricavata  coll'accennato  processo,  è  solubile  nell'acqua 
senza  intorbidamento  di  sorta  e  senza  aggiunte  di  alcoole;  è  pure 
solubilissima  nel  vino,  siccome  noi  abbiamo  ripetutamente  esperimen- 
tato: sin  qui  invece  si  era  sempre  ritenuto  che  V  enocianina  fosse 
insolubile  nell'acqua,  il  che  dipende  dal  metodo  di  preparazione. 

Dagli  studii  fatti  a  Conegliano  risulterebbe  che  nell'uva  esistono  varii 
principii  coloranti;  l'uno  violetto,  l'altro  rosso  ed  un  terzo  che  diventa 
rosso  dietro  trasformazioni  chimiche:  ad  essi  va  sempre  unita  clo- 
rofilla. Il  violetto,  che  è  instabile  e  precipita,  contiene  più  ferro  che 
non  il  rosso,  che  è  la  materia  colorante  la  quale  rimane  in  soluzione 
quando  si  prepara  la  enocianina.  Lo  studioso  che  desiderasse  cono- 
scere tutte  le  esperienze  del  Prof.  Comboni,  dovrebbe  ricorrere  al 
suo  pregevole  Trattato  di  enochimica. 


(1)  Op.  cit.  voi.  II  pag.  265. 


CHIMICA  DELLA  VITE  233 


Il  tannino  devesi  pure  annoverare  fra  i  principali  componenti 
della  vite;  infatti  contengono  tannino  le  cellule  dei  raggi  midollari 
(pag.  124),  gli  strati  corticali,  il  libro,  il  legno  giovine  ed  il  legno 
vecchio  (pag.  128),  i  viticci  (pag.  131),  i  picciuoli  (pag.  132),  i  fila- 
menti degli  stami  (pag.  144),  la  rachide  il  peduncolo  ed  i  sub-pe- 
duncoli (pag.  108)  infine  la  fiocine  ed  i  vinacciuoli. 

L'acido  tannico  ha  la  seguente  composizione  centesimale: 

Carbonio 52,42 

Idrogeno 3,56 

Ossigeno 44,02 

100,00 

Il  Dr.  Wagner,  distinguendo  i  varii  tannini,  chiama  quello  del- 
l'uva enotannino  e  lo  dice  tannino  fisiologico  poiché  è  un  prodotto 
di  elaborazione  della  pianta.  Gli  altri  tannini  enumerati  dal  prof. 
Gauthier  sono  quello  della  noce  di  galla,  del  caffè  (caffetannico) 
della  china  (chinotannico)  del  cauciù  (caschutannico)  ed  altri.  Ab- 
biamo già  detto  come  varii  chimici  ritengano  che  il  tannino  sia  un 
glucoside  capace  di  sdoppiarsi  per  fermentazione  in  acido  gallico  e 
glucosio;  recentemente  invece,  dopo  le  esperienze  del  Dr.  Schiff,  ciò 
è  contraddetto.  Crediamo  però  che  sia  ancora  a  studiarsi  qual1 
trasformazioni  subisca  il  tannino  dei  vini  ruvidi,  i  quali,  invec- 
chiando, si  fanno  più  morbidi  perdendo  una  grande  parte  del  tannino 
stesso. 

Dell'  acido  tartarico  e  dei  molti  altri  acidi  dell'  uva  non  diciamo 
nulla,  non  volendo  invadere  maggiormente  il  campo  della  enologia; 
per  cui  rimandiamo  il  lettore  all'altra  nostra  pubblicazione  Enologia 
teorico -pratica  (1). 

§  6.  Relazioni  fra  la  composizione  del  terreno  e  quella 
della  vite.  —  È  facile  supporre  che  la  composizione  chimica,  e  per 
certi  rapporti  anche  la  struttura,  del  terreno  sul  quale  vegeta  la  vite, 
debbono  esercitare  una  rimarchevole  influenza  sulla  composizione  di 
quest'ultima.  Anzitutto  il  terreno  influisce  sulla  quantità  delle  ce- 
neri  di  tutte  le  piante,  e  così  anche  della  vite;  ma,  dato  lo  stesso 
terreno,  le  diverse  varietà  di  vitigni  assimilano  quantità  approssima- 


(1)  Un  voi.  di  pag.  726  —  presso  il  Tip.  C.  Cassone  —  Casal monferrato. 


234  CAPITOLO  V 


tivamente  uguali  di  materie  minerali.  Però  le  piante  più  robuste  e 
più  ricche  di  fogliame  contengono  quantità  notevolmente  maggiori 
di  cenere. 

Riguardo  all'influenza  del  terreno  sui  componenti  organici  della 
vite,,  e  specialmente  dell'uva  che  è  il  nostro  obbiettivo  principale, 
abbiamo  creduto  opportuno  di  radunare  nella  seguente  tabella  i  ri- 
sultati delle  nostre  osservazioni  al  riguardo: 

Sostanze  la  cui  formazione 
Natura  del  terreno  viene  favorita 

Calcare  sciolto   ciottoloso  (1)        Zucchero   (  alcool  abbondante   nel 

vino)  (2) 
Calcare  sabbioso  leggero     .     .     Zucchero  id. 


Marnoso- calcare     .     . 
Ferruginoso  rossastro 
Argillo-calcare  compatto 
Argilloso  umifero,  fertile 


Id.  id. 

Zucchero,  colore         id. 
Tannino,  colore,  tartrati  (vini  ruvidi) 
Sostanze  azotate  (vini  poco  serbevoli) 
Argillo-calcare  di  media  fertilità    Zucchero,  tannino,  colore,  sostanze 

azotate  (vini  usuali) 
Asciutto  arido  vulcanico      ,     .      Zucchero  (vino  scelto) 

Umido Sostanze  azotate,  acqua   (vino  sca- 

dentissimo) 

Osserveremo  che  la  quantità  di  principio  dolce  varia  poi,  a  parità 
di  terreno,  a  seconda  del  clima,  del  vitigno  e  del  sistema  di  potatura; 
diciamo  questo  acciò  non  si  attribuisca  alla  tabella  che  precede  un 
valore  affatto  assoluto. 

Supponendo  un  ettare  di  vigneto  specializzato,  colla  raccolta  del- 
l'uva si  esporteranno  in  media  (Bonssing ault): 

Potassa    ....  chilogrammi  16,42 

Acido  fosforico          .         .  »             7,23 

Calce        ....  »           12,49 

Acido  solforico  (3)   .         .  »             1,93 


(1)  Il  Bordeaux  di  prima  qualità  (es.  Chdteau  La  fitte)  viene  da  terreni  simili;, 
è  vero  che  l'alcool  in  esso  non  si  può  dire  che  abbondi,  ma  vi  abbondano  gli  eteri 
perchè  l'uva  contiene  una  dose  conveniente  di  acidi  ed  è  povera  di  sostanze  a- 
zotate. 

(2)  Nei  climi  caldi,  vini  alcoolici  o  liquorosi;  nei  climi  temperati  vini  meno 
alcoolici  ma  ricchi  di  eteri  invecchiando. 

(3)  Ricorderemo  che  l'acido  solforico  si  trova  nel  terreno  sotto  forma  di  gesso 
(solfato  di  calcio). 


CHIMICA  DELLA  VITE 


235 


Secondo  le  accurate  ricerche  fatte  dal  Prof.  Meneghini  a  Klo- 
sterneuburg  2400  viti  di  Riesling  tolsero  in  un  anno  al  terreno 
quanto  segue: 


Legno  nuovo  (1) 
Parti  erbacee  . 
Vinacce  .  .  . 
Feccia  .... 
Vino      .... 


Totale  in  chilogr. 


Potassa 

Calce 

Magnes. 

4.579 
9.122 
6.686 
0.853 
2.190 

4.092 
5.821 
1.085 
0.103 
0.270 

0.969 
2.334 
0.819 
0.010 
0.100 

23,  430 

11.371 

4.232 

Ac.  fos£ 


1.773 

2,  661 
1.602 
0.093 
0.660 


789 


Questi  dati  del  Prof.  Meneghini  si  riferiscono  ad  un  vigneto  di 
circa  mezzo  ettare:  supponendo  un  vigneto  di  un  ettare  con  5000 
piante  di  viti,  avremo  con  approssimazione  una  doppia  esportazione 
annuale  ài  potassa,  acido  fosforico,  calce  e  magnesia  dal  terreno.  Ora 
giustamente  egli  osserva  che  concimando  i  vigneti  collo  stallatico  ogni 
biennio  od  ogni  triennio  come  si  usa  usualmente,  si  restituiscono  al 
terreno  quantità  assai  minori  di  detti  elementi  minerali,  ond'  è  che, 
volendo  fare  una  coltura  razionale  ed  avere  vigneti  longevi  e  robusti 
ed  il  terreno  non  spossato,  converrebbe  ricorrere  ai  concimi  chimici;  e 
jioi  aggiungiamo  altresì  alla  cenere,  alla  terra  vergine  ed  alle  vi- 
naccie  debitamente  preparate.  Ma  di  questo  dovremo  occuparci  stu- 
diando la  concimazione  del  vigneto. 


§  7.  Relazioni  fra  i  concimi  e  la  composizione  dell'  uva. 

—  I  concimi  esercitano  una  marcata  influenza  sulla  composizione  del- 
l'uva; sono  principalmente  lo  zucchero,  il  tartaro  e  le  sostanze  azo- 
tate che  subiscono  le  variazioni  più  notevoli.  È  provato  che  i  concimi 
potassici  (ceneri,  cloruro  di  potassa  ecc.)  provocano  la  formazione 
d'una  maggior  quantità  di  glucosio  e  di  tartaro;  ed  è  pure  certo  che 
i  concimi  azotati  (solfato  d'ammoniaca,  letami,  guano,  polverina 
ecc.)  provocano  una  copiosa  formazione  di  sostanze  albuminoidi,  d'onde 
un  mosto  meno  zuccherino,  ed  un  vino  di  più  difficile  conservazione. 


(1)  Degli  altri  elementi  minerali  non  si  tien  conto,  perchè  parte  non  sono  in- 
dispensabili alla  vite,  ovvero  in  ogni  terreno  se  ne  ha  a  sufficienza. 


236  CAPITOLO  V 


Il  Prof.  Cer letti  fece  nel  1882  varie  interessanti  ricerche,  all'I- 
stituto di  Conegliano,  sovra  questo  argomento;  ecco  le  sue  conclusioni: 

1)  Le  viti  in  qualsiasi  modo  concimate  entrano  in  fruttificazione 
più  prontamente,  o  a  parità  di  tempo  in  maggior  numero  che  quelle 
non  concimate; 

2)  Non  si  può  ancora  stabilire  nettamente  se  colla  concimazione 
aumenta  il  coefficiente  di  allegazione  del  frutto; 

3)  La  quantità  di  prodotto  in  uva  è  sempre  considerevolmente 
maggiore  per  le  viti  concimate  in  confronto  di  quelle  non  concimate. 

4)  I  concimi  complessi  a  base  di  azoto,  potassa  ed  acido  fosfo- 
rico inducono  una  maggiore  produzione  dei  concimi  isolati  e  ciò  anche 
quando  vengono  abbinati  due  di  essi,  ovvero  anche  raddoppiata  la 
quantità  di  uno. 

5)  La  formazione  del  glucosio  nell'uva  è  notevolmente  più  ab- 
bondante nelle  viti  in  qualunque  modo  concimate  che  non  in  quelle 
non  concimate;  per  le  applicazioni  sotto  i  diversi  climi  occorre  de- 
terminare anche  se  questo  aumento  deve  ritenersi  in  senso  assoluto, 
ovvero  come  una  maggior  rapidità  di  maturazione  procurata  dal 
concime. 

6)  Fra  i  diversi  concimi  quelli  a  base  di  potassa  fanno  aumen- 
tare la  quantità  di  glucosio  in  proporzione  maggiore  che  non  i  con- 
cimi a  base  di  acido  fosforico  o  d'azoto. 

7)  Colla  concimazione  ha  sempre  luogo  un  aumento  assoluto  di 
glucosio,  ma  esso  è  meno  appariscente  là  dove  il  quantitativo  d'uva 
non  crebbe  assai,  che  ove  questo  aumento  risultò  considerevole. 

8)  Circa  all'acidità  complessiva  dell'uva  quattro  risultati  direb- 
bero che  colla  concimazione  essa  diminuisce,  due  invece  accennereb- 
bero ad  un  aumento.  » 

Da  alcuni  fatti  si  sarebbe  poi  indotti  a  concludere  che  i  concimi 
puzzolenti,  se  adoperati  tali  e  quali  anziché  mescolati  con  terra  nei 
composti  o  terricciati,  comunicano  disgustosi  aromi  all'uva;  su  di  ciò 
mancano  però  esatte  osservazioni,  perchè  la  cosa  appare  dubbia  se 
si  riflette  che  i  vigneti  del  Reno  sono  spesso  concimati  cogli  escre- 
menti umani. 

Taluno  infine  pretende  che  concimando  i  vigneti  con  sostanze  ricche 
di  tannino  (cuojacci  ecc.)  l'uva  si  faccia  molto  aspra  e  tanninica;  ma 
anche  questa  affermazione  merita  conferma. 


CAPITOLO  VI 


Meteorologia  viticola. 

§  1.  La  luce  e  la  vite  —  §  2.  Il  calore  e  la  vite  —  §  3.  L'umido  e  la  vite  — 
§  4.  L'elettricità  e  la  vite  —  §  5.  La  grandine  e  la  vite  —  §  6.  La  brina  e 
la  vite  —  §  7.  Il  gelo,  la  neve  e  le  viti  —  §  8.  I  venti  e  la  vite  —  §  9.  La- 
titudine, altitudine  ed  esposizione  —  §  10.  Linee  isotermiche  e  punti  clime- 
nologici. 

§  1.  La  luce  e  la  vite.  —  L'influenza  che  le  condizioni  me- 
teorologiche a  cui  va  soggetto  l'ambiente  nel  quale  vegeta  la  vite 
esercitano  sulla  fruttificazione,  è  marcatissima;  e  se  è  vero  in  gene- 
rale, come  scrisse  Arturo  Young,  che  il  clima  è  altrettanto  essen- 
ziale quanto  il  suolo,  nel  caso  speciale  della  vite  si  può  affermare 
che  l'influenza  di  quello  è  assai  maggiore;  poiché  la  nostra  ampeli- 
dea,  quale  pianta  rusticana,  quasi  si  adatta  ad  ogni  maniera  di  ter- 
reno, laddove,  se  le  condizioni  metereologiche  le  sono  avverse,  ve- 
geta mediocremente  e  fruttifica  male  o  non  fruttifica  del  tutto.  È 
adunque  grande  l'importanza  dello  studio  che  stiamo  per  fare  in 
questo  capitolo,  onde  vi  richiamiamo  sopra  la  maggior  attenzione 
del  lettore. 

Allorquando   Galileo  chiamava  il  vino  «  un  composto  di  umore 
e  di  luce  »  sintetizzava  il  prodotto  della  vite  assai  meglio  di  Dante, 
il  quale  aveva  cantato  «  il  calor  del  sole  »  che  si  fa  vino 
Misto  all'umor  che  dalla  vite  cola. 

Infatti  gli  ultimi  studii  riguardo  all'influenza  della  luce  sulla  frut- 
tificazione della  vite  hanno  dimostrato  in  modo  non  dubbio  che  essa 
è  l'agente  che  esercita  la  massima  influenza  sulla  formazione  del 
principio  dolce  nell'uva;  e  che  a  parità  di  temperatura,  l'uva  è  tanto 
più  zuccherina  e  povera  di  acidi,  quanto  più  intensa  è  l'azione  della 
luce  solare. 


238  CAPITOLO  VI 


Abbiamo  già  accennato  a  questo  fatto  a  pag.  205  e  207;  ma  qui 
dobbiamo  scendere  a  varii  utili  dettagli.  Già  da  alcuni  anni  qual- 
che studioso  di  viticultura  aveva  osservato  che  ad  annate  ugual- 
mente calde  non  corrispondevano  uve  ugualmente  zuccherine;  anzi 
si  notavano  talvolta  differenze  così  rimarchevoli  da  non  potersi 
assolutamente  spiegare  attribuendole  alle  cause  minori  che  possono 
influire  sulla  maturazione  dell'uva.  Così,  gli  anni  1865  e  1866  die- 
dero in  Francia,  e  più  precisamente  in  Borgogna,  vini  molto  di- 
versi nel  titolo  alcoolico:  —  quelli  del  1865  riescirono  eccellenti  e 
quelli  del  1866  scadenti  o  poco  meno.  Tuttavia  le  osservazioni  me- 
tereologiche  attestarono  che  nei  due  anni  la  quantità  di  calore  che 
il  suolo  aveva  ricevuto  era  stata  la  stessa:  senonchè  dalle  stesse 
osservazioni  risultava  che  nel  1865  il  cielo  era  stato  abitualmente 
chiaro  e  la  luce  viva,  piena,  intensa,  mentre  nel  1866  quello  era 
stato  coperto  molte  volte.  Negli  anni  1873  e  1874  noi  facemmo 
una  uguale  osservazione  nell'Italia  superiore  e  specialmente  in  Mon- 
ferrato, e  d'allora  in  poi  raccogliemmo  ogni  anno  osservazioni  non 
solo  a  Casalmonferrato,  di  dove  scriviamo,  ma  in  altri  punti  (Asti, 
Moncalieri ,  Bra,  Firenze)  sempre  allo  scopo  di  constatare  se  re- 
almente la  luce  esercitasse,  a  parità  di  temperatura,  una  così  grande 
influenza  sulla  formazione  del  principio  dolce  nelle  foglie  ed  indiret- 
tamente nell'uva. 

Ecco  radunate  nei  seguenti  quadri,  parecchie  fra  le  osservazioni 
da  noi  fatte  (1). 

Incominciamo  da  un  parallelo  fra  gli  anni  1874  e  1875;  avvertiremo 
anzitutto  che  le  osservazioni  meteorologiche  non  vanno  oltre  la  2a 
decade  di  agosto  così  nei  due  anni  accennati  come  nei  successivi, 
perchè  noi  volevamo  essenzialmente  studiare  l'influenza  della  luce, 
prima  che  l'uva  incominciasse  a  colorarsi,  sulla  formazione  del 
glucosio  nelle  foglie.  Citeremo  poscia  altre  esperienze  le  quali  ab- 
bracciano anche  il  periodo  della  maturazione  dell'uva,  cioè  dal  set- 
tembre all'ottobre.  Abbiamo  chiamato  nelle  seguenti  tabelle  giorni 
sereni  quelli  che  ebbero  realmente  una  serenità  perfetta;  perciò  fra 
i  giorni  misti  ve  ne  sono  parecchi  che  ad  intervalli  ebbero  ore  di 
sole  vivo  e  molto  proficue  per  la  maturità  delle  uve. 


(1)  Ringraziamo  qui  nuovamente  gli  egregi  professori  Bonza  (Moncalieri)  Cra- 
veri  (Bra)  Ravizza  (Asti)  e  Meucci  (Firenze)  che  ci  fornirono  i  dati  raccolti 
dai  loro  reputati  Osservatomi  meteorologici. 


METEOROLOGIA  VITICOLA 


239 


Anno   1875. 
ASTI  —  Osservazioni  fatte  per  cura  della  R.  Stazione  Enologica. 


Giorni  sereni 

Misti 

ID. 

Coperti 

ID. 

Temperatura  media  (1) 

dal  1  giugno  al  10  agosto 

Maggio 

Giugno 

Luglio 

Agosto 
l.a  decade 

31 

33 

7 

— 

25  C 

25  C 

33  C 

CASALE  —  Osservazioni  fatte  per  cura  del  Giornale  Vinicolo. 


13 


74 

15 

19  C 

22  C 

23  C 

21 


BRA  —  Osservazioni  fatte  dal  Prof  F.  Craveri 
all'  Osservatorio  metereologico. 


9 


80 


13 


18.90  C 


19.96  C 


20.90  C 


20.39  C 


MONCALIERI    —    Osservazioni  fatto   dal   Rev.    P.    Denza 
all'Osservatorio  del  Collegio  Carlo  Alberto. 


6 


82 


14 


18.57  C 


20.01  C 


21.37  C 


20.88  C 


FIRENZE  —   Osservazioni  fatte  dal  Prof  F.  Meucci 
presso  V  Archivio  metereologico. 


91 

6 

21.4  C 

23  C 

24.9  C 

23.6  C 


Riguardo  all'anno  1874  riferiremo  solo  i  dati  che  si  riferiscono  a 
Casalmonferrato;  ed  ecco  quindi  un  breve  parallelo  col  1875. 

CASALMONFERRATO 
1874  (2)  1875 


g.  sereni       misti        coperti 

39        58        15 


g.  sereni        misti        coperti 

13        74        15 


Il  1874  che  ebbe  sino  alla  metà  circa  di  agosto  maggior  numero 
di  giorni  sereni,  quantunque  la  temperatura  non  sia  stata  molto  su- 
periore a  quella  del  1875  dal  giugno  al  settembre,  produsse  uve  sen- 


(1)  Per  Asti  le  osservazioni  furono  fatte  con  termometri  posti  a  0,50  dal  suolo 
a  Mezzodì. 

(1)  Qui  vi  sono  10  giorni  di  più  che  nel  1875  e  cioè  dal  1  maggio  al  20 
agosto:  ma  il  confronto  può  farsi  egualmente. 


402 


CAPITOLO  VI 


sibilmente  più  ricche  in  principio  dolce,  e  questo  non  solo  nel  Mon- 
ferrato, ma  altresì  nei  paesi  delle  suddette  stazioni  meteorologiche: 
tuttavia  il  1874  non  fu  una  grande  annata,  quantunque  il  calore  a- 
vesse  raggiunto  quel  numero  di  gradi  che  abbisognano  all'uva  per 
farsi  molto  ricca  di  zucchero;  e  questo  perchè  i  giorni  perfettamente 
sereni  non  furono  che  39  sa  112;  in  detto  anno  le  buone  uve  del 
Monferrato  non  accusarono  in  media  che  19  0[q  di  zucchero  ed  i  vini 
in  media  1 1  0[Q  di  alcool.  L'  acidità  dei  mosti  toccò  1'  11  per  mille 
(acidità  complessiva,  calcolata  come  acido  tartarico).  Vedremo  che 
in  annate  più  ricche  di  giorni  sereni,  i  mosti  riuscirono  più  zucche- 
rini e  meno  acidi. 

Veniamo  ora  al  1876. 

CASALMONFERRATO.  —  Osservazioni  del  Giornale  Vinicolo. 


Mesi 


Maggio  .... 
Giugno  .... 
Luglio  .... 
Agosto  (due  decadi) 


Totali 


Giorni 

Sereni 

Misti 

Coperti 

5 

12 

14 

7 

13 

10 

14 

16 

1 

9 

10 

1 

35 

51 

26 

Temperatura 
media 


14°80C 
21.47 
24.93 
25.46 


ASTI  —  Osservazioni  della  R.  Stazione  Enologica.  (1) 


Maggio     .... 
Giugno     .... 

Luglio 

Agosto  (due  decadi) 


Totali 


5 

13 

13 

13 

15 

2 

23 

2 

6 

12 

4 

4 

53 

34 

25 

18°27C 
26.66 
32.36 
33.  01 


BRA  —  Osservatorio  diretto  dal  Prof.  Craverl 


Maggio     .... 
Giugno     .... 

Luglio 

Agosto  (due  decadi) 


Totali 


17 

14 

4 

23 

3 

4 

27 

— 

5 

14 

1 

13 

81 

18 

13°64C 
19.76 

23.  59 
23.65 


(1)  La  temperatura  fu  misurata  a  0,50  dal  suolo. 


METEOROLOGIA  VITICOLA 


241 


FIRENZE  —  R.  Museo  di  fisica  e  storia  naturale. 


Giorni 

Temperatura 
media 

Mesi 

Sereni 

Misti 

Coperti 

Maggio 

4 

2 

25 

28 
26 
18 

6 

2 
1 

17°      C 
22.3 
25.1 
26.9 

Giugno 

Luglio 

Agosto  (due  decadi)  .     .     . 

Totali 

6 

97 

9 

Riassumendo  abbiamo: 

1876  Casale  Asti 

Giorni  sereni  35  53 

Id.     coperti  e  misti  77  59 


Bra 

Firenze 

13 

6 

99 

106 

Totali      112 


112 


112 


112 


Facciamo  ora  un  parallelo  col  1875. 

1875  Casale  Asti 

Giorni  sereni  13  31 

Id.     coperti  e  misti         89  40 


Bra 

Firenze 

9 

5 

93 

97 

Totali      102 


71 


102 


102 


Disgraziatamente  le  osservazioni  del  1875  non  datano  tutte  dal 
1°  maggio  e  non  si  protrassero  fino  ai  20  agosto  come  è  di  quelle 
del  1876  sopra  stampate;  così  è  bene  facciamo  notare  che  per 
Casale  le  osservazioni  del  1875  partirono  dal  1°  maggio  e  si  arre- 
starono al  10  agosto;  quelle  di  Asti  si  protrassero  dal  1°  giugno 
al  10  agosto,  infine  quelle  di  Bra  e  di  Firenze  similmente  alle  casalesi. 

Però  è  facile  scorgere  che,  eccezione  fatta  per  Firenze,  a  Casale 
ad  Asti  ed  a  Bra  le  uve  hanno  potuto  godere  nel  1876  di 
un  maggior  numero  di  giorni  sereni  che  non  nel  1875,  e  questo  ci 
spiega  come  il  vino  sia  riescito  migliore  di  quello  dell'anno  prece- 
dente. Asti  fu  in  special  modo  favorita,  come  la  era  stata,  a  petto 
delle  altre  stazioni,  nel  precedente  anno;  infatti  i  vini  del  75  riusci- 
rono nell'astigiano  molto  migliori  che  altrove. 

La  temperatura  non  fu  nel  1876  sensibilmente  differente  dal  1875; 
le  uve  ricevettero  cioè  una  somma  di  gradi  di  calore  di  poco  supe- 
riore a  quella  ricevuta  nell'anno  precedente:  —  pure  riescirono  più  ric- 
che di  zucchero  (in  media  22  0[q  nel  Monferrato)  e  meno  acido  (8  per 
O.  Ottavi,  Trattato  di  Viticoltura  17 


242 


CAPITOLO  VI 


mille  in  media,  compreso  il  tartrato  acido  di  potassa,  che  già  sappiamo 
aumentare  coll'accrescersi  dello    zucchero  e  che  perciò    converrebbe 
eliminare  nel  determinare   le   variazioni   dell'acidità  complessiva  dei 
mosti  delle  diverse  annate:  ritorneremo  fra  breve  su  di  ciò). 
Ecco  ora  i  dati  che  si  riferiscono  al  1877. 

CASALMONFERRATO  —  Osservazioni  del  Giornale  Vinicolo. 


Mesi 

Giorni 

Temperatura 
media 

Sereni 

Misti 

Coperti 

Maggio 

2 

11 

6 

4 

18 
18 
25 
14 

11 
1 

2 

16°  14  C 

Giugno 
Luglio .     . 
Agosto  (due 

decadi) 

Totali 

23. 96 
23.92 
25.31 

(aN.) 

23 

75 

14 

BRÀ  —  Osservatorio  diretto  dal  Prof.  Craveri. 


Maggio     .... 
Giugno     .... 

Luglio 

Agosto  (due  decadi) 


2 

24 

5 

4 

25 

1 

2 

29 

— 

2 

18 

— 

10 

96 

6 

FIRENZE 


Totali 


R.  Musco  di  fisica  e  storia  naturale. 


Maggio     .... 
Giugno      .... 

Luglio 

Agosto  (due  decadi) 


Totali 


ASTI  —  Osservazioni  della  R.  Stazione  Enologica. 


14°       C 

22.17 

22.64 

23.39 


28 

3 

— 

30 

— 

3 

28 

— 

3 

17 

— 

6 

103 

3 

17°  1 
24,3 
25,1 
25,6 


Giorni 

Temperat.  media 
a  m.  0,50  dal  suolo 

Mesi 

piovosi 

non  piovosi 

Giugno     

6 
7 
4 

24 
21 
16 

25° 38  C 

Luglio 

Agosto  (due  decadi)  .     .     . 

Totali 

25.48 
26.01 

17 

61 

METEOROLOGIA  VITICOLA 


243 


Nel  1877  i  giorni  perfettamente  sereni  furono  bensì  inferiori  in 
numero  a  quelli  del  1876;  ma  in  compenso  si  ebbero  pochissimi 
giorni  coperti  e  molti  misti,  fra  cui  parecchi  con  ad  intervalli  varie 
ore  di  sole  splendido.  Per  questo  le  uve  del  1877  riescirono  assai 
ricche  di  principio  dolce  e  povere  di  acidi,  al  che  contribuì  anche 
l'elevata  temperatura  estiva.  Intanto  è  facile  intendere  che,  per  fare 
più  accurate  osservazioni  non  basta  la  suddivisione  dei  giorni  nelle 
tre  categorie  sereni  misti  e  coperti,  ma  è  indispensabile  misurare 
giornalmente  l'intensità  luminosa:  di  questo   ci   occuperemo  tra  poco. 

Le  osservazioni  fatte  negli  anni  1878  e  1879  non  possiamo  qui 
riferirle,  essendo  incomplete  per  quanto  consone  in  massima  alle  pre- 
cedenti: passiamo  quindi  al  1880. 

Ecco  i  dati  meteorologici  che  vi  si  riferiscono: 

CASALMONFERRATO.  —  Osservazioni  del  Giornale  Vinicolo. 


Giorni 

Temperatura 
media 

Mesi 

Sereni 

Misti 

Coperti 

Mastio          

8 

6 

15 

5 

11 

16 
14 
20 

12 

8 
2 
6 

15°37C 

Giugno 

14. 60 

Luglio 

23.67 

Agosto      .          

20  91 

Totali 

34 

61 

28 

Maggio 
Giugno 
Luglio . 
Agosto. 


ASTI  —  Osservazioni  della  R.  Staz.  Enologica  (Dr.  F.  Konig). 

(Altezza  degli  strumenti  —  m.  0,50) 


(1)  Media  delle  osservazioni  fatte  alle  ore  11  ed  alle  ore  3  p. 

BRA  —  Osservatorio  diretto  dal  Prof.  Craveri. 
(Altezza  degli  strumenti  —  m.  15) 


Maggio 
Giugno 
Luglio . 
Agosto 


(1) 
20°50C 

23.  20 
29.— 
26.  20 


Totali 


5 

20 

6 

3 

25 

2 

11 

20 

— 

8 

21 

2 

27 

86 

10 

20°  31  C 

23.85 

31.19 


9" 


03 


244 


CAPITOLO  VI 


FIRENZE  —  Osservatorio  del  R.  Museo  di  fisica  {Prof.  F.  Meucci) 


Giorni 

Temperatura 
media 

Mesi 

Sereni 

Misti 

Coperti 

Maggio 

7 

4 

28 

5 

7 
18 

3 
19 

17 
8 

7 

16.  8  C 

Giugno     

Luglio 

20.  2 
26.  8 

Agosto 

23.  1 

Totali 

44 

47 

32 

Come  si  vede  nel  1880  furono  assai  scarsi  i  giorni  sereni  dell'a- 
gosto, e  quantunque  l'annata  fosse  trascorsa  assai  calda,  si  ven- 
demmiarono uve  povere  di  zucchero  e  ricche  di  acidi. 

Per  far  rilevare  come  l'Italia  Meridionale  siasi  trovata  nel  1880 
in  condizioni  assai  migliori  dell'Italia  Settentrionale  riguardo  alla 
luce  solare,  ed  abbia  quindi  vendemmiato  uve  molto  pregiate  per 
ricchezza  zuccherina,  riferiremo  qui  i  dati  fornitici  da  Palermo  dal 
compianto  Dr.  Macagno: 

PALERMO  —  R  Stazione  Agraria  -  1880  - 


Giorni 

Media  mensile  dei  term. 
ad  1  m.  dal  terreno 

Data 

Sereni 

Coperti 

all'ombra 

al  sole 

Maggio 

30 
29 
30 
19 

1 

1 
1 

12 

19.52 
24.73 
30.43 
30.20 

22  12 

Giugno 

Luglio 

27.60 
33.42 

31  58 

Agosto 

Totali 

108 

15 

Sono  quindi  108  giorni  sereni,  mentre  nello  stesso  periodo  se  ne 
ebbero  soli  34  in  Monferrato. 

Infine,  da  tutte  queste  osservazioni,  proseguite  sino  al  1883  con 
risultanze  simili  alle  precedenti,  risulta  che  la  viva  luce  solare  fa- 
vorisce dal  maggio  all'agosto  la  formazione  del  glucosio  nelle  foglie, 
il  quale  vi  si  immagazzina  per  poscia  emigrare  in  copia  nell'uva. 

Ma  è  molto  maggiore  la  quantità  di  glucosio  che  vi  si  forma  nel 
periodo  della  maturazione  (da  metà  agosto  a  metà  ottobre  circa),  e 
questo  vedremo  ora,  riferendo  le  ricerche  del  Dr.  A.  Levi  e  del 
Prof.  F.  Craveri. 


METEOROLOGIA  VITICOLA 


245 


Il  Dr.  Levi  intraprese  sin  dal  1877  accuratissime  esperienze  a 
Villanova  di  Farra;  partendo  dal  principio  che  per  conoscere  l'influenza 
d'un  agente  metereologico  qualsiasi  sovra  un  fenomeno  di  fisiologia 
vegetale,  conviene  nelle  esperienze  comparative  eliminare  quest'agente, 
senza  modificare  però  le  altre  condizioni  fra  cui  il  fenomeno  si  com- 
pie naturalmente,  il  Dott.  Levi  costrusse  un  apparecchio  che  serve 
ad  isolare  completamente  dalla  luce  i  grappoli  d'uva  destinati  alle 
esperienze,  lasciandoli  esposti  alle  stesse  condizioni  di  temperatura  e 
di  umidità  dell'atmosfera. 


Fig.  61. 

Ecco  la  descrizione  di  questo  apparecchio  (fig.  61): 
Esso  è  composto  di  una  specie  di  botticella  a  in  latta  racchiusa  in 
altra  botticella  più  grande  b  in  legno  di  castagno  o  di  rovere,  per  modo 
che  tra  di  esse  vi  sia  in  tutti  i  punti  un  vuoto  d'un  15  mm.;  l'aria, 
che  in  questo  vuoto  si  racchiude,  serve  ad  isolare  la  botticella  di  latta 
dagli  agenti  esterni  che  influiscono  sulla  botticella  esterna;  inoltre 
per  rendere  completo  questo  isolamento  si  produce,  a  mezzo  d'un  tubo 
aspiratore  A  D,  una  corrente  continua  d'aria  nello  spazio  vuoto;  così 
la  temperatura  dell'aria  racchiusa  tra  le  due  botticelle  non  differisce 
dalla  temperatura  dell'aria  esterna. 

Un  altro  aspiratore  B  C  in  comunicazione  coli'  interno  della  bot- 
ticella di  latta  vi  produce  una  corrente  d'  aria  dall'  esterno  e  serve 
così  ad  eguagliare  la  temperatura  ed  il  grado  igrometrico  tra  l'aria 
esterna  e  l'aria  interna,  in  mezzo  alla  quale  si  troverà  il  grappolo. 


246  CAPITOLO  VI 


Ciascuno  di  questi  aspiratori  è  costituito  di  due  tubi  colle  pareti 
interne  annerite,  ed  esternamente  invece  tinte  a  biacca;  l'uno  supe- 
riore A  e  B  ripiegato  più  volte  ad  angolo  retto  finisce  in  una  grossa 
palla  g  di  rame  annerita  al  nero  fumo,  che  porta  superiormente  un 
tubo  piegato  orizzontalmente  e  rimpicciolito  alla  sua  estremità:  la 
palla  internamente  é  munita  ai  suoi  due  punti  di  congiuzione  coi  tubi 
di  due  piccoli  diaframmi  i  tenuti  a  distanza  conveniente  da  supporti 
in  filo  di  ferro;  l'altro  inferiore  C  e  D,  esso  pure  piegato  più  volte 
ad  angolo  retto,  termina  ad  imbuto,  di  cui  l'apertura  è  difesa  da  una 
specie  di  coperchio  l  che  l'avvolge  co'  suoi  bordi  senza  chiuderlo, 
cosicché  lascia  passar  l'aria  e  non  la  luce.  La  corrente  d'aria  vi  è 
prodotta  dal  riscaldamento  delle  palle  di  rame  annerite  e  battute  dai 
raggi  del  sole. 

Sulla  parete  superiore  della  botticella  in  legno  sono  aperti  due  pic- 
coli fori  chiusi  con  un  turacciolo  di  cautchouc,  pel  quale  passano  due  ter- 
mometri n,  nr  destinati  a  misurare  le  temperature  interne;  allo  stesso 
tempo  un  terzo  termometro  si  trova^sospeso  tra  i  rami  della  vite 
all'altezza  dei  grappoli  d'uva  esposti  all'aria  aperta  e  che  dovranno 
poi  servire  nelle  esperienze  come  termine  di  confronto. 

Nella  parte  più  bassa  della  botticella  in  latta  vi  è  un  piccolo  tubo 
o,  che  traversata  la  botticella  in  legno  finisce  in  punta  sottilissima 
e  serve  a  far  scolare  l'acqua  di  condensazione  che  un  rapido  abbas- 
samento di  temperatura  avesse  condensato  sulle  pareti  interne  della 
botticella  di  latta. 

Infine  nella  parte  superiore  della  botticella  vi  ha  una  apertura, 
per  cui  si  introduce  il  grappolo,  che  deve  sottrarsi  alla  luce;  questa 
apertura  viene  poi  chiusa  da  un  turacciolo  e  e  in  cautchouc ,  ta- 
gliato in  due  nel  senso  della  lunghezza  e  traversato  in  questo  senso 
da  un  piccolo  canale  destinato  a  ricevere  il  peduncolo  del  grappolo; 
un  po'  di  cotone  vegetale  cosparso  d'un  mastice,  preparato  con  una 
soluzione  alcoolica  di  cera  e  di  colofonia,  serve  a  chiudere  ogni  in- 
terstizio attorno  al  peduncolo,  acciocché  non  possa  entrare  nell'in- 
terno dell'apparecchio  né  aria  né  acqua. 

In  tal  modo  un  grappolo  che  sia  chiuso  nella  botticella  trovasi  com- 
pletamente privo  di  luce,  mentre  per  riguardo  alla  temperatura  ed 
alla  umidità  dell'aria  si  troverà  nelle  stesse  condizioni  dei  grappoli 
che  trovansi  all'aria  aperta. 

E  così  analizzando  i  gradi  di  zuccaro  e  di  acidità  dei  grappoli 
posti  nel!'  apparecchio  ed  i   gradi   di   zucchero  e   di  acidità  di  altri 


METEOROLOGIA  VITICOLA  247 

grappoli  lasciati  in  piena  luce,  ma,  tranne  ciò,  posti  nelle  stesse  con- 
dizioni, e  paragonandoli  tra  loro  si  avranno  dati  sufficienti  per  mi- 
surare l'influenza  della  luce  sulla  maturazione,  la  quale  appunto  si 
manifesta  con  1'  aumento  dello  zuccaro  e  con  la  diminuzione  degli 
acidi. 

Il  Dott.  Levi  aveva  incominciato  i  suoi  esperimenti  nel  1879  con 
17  degli  apparecchi  suddetti;  ma  nel  1880  ripetè  gli  stessi  esperi- 
menti più  in  grande  ossia  usando  di  40  apparecchi,  e  quindi  isolando 
dalla  luce  40  grappoli.  Il  vitigno,  sul  quale  fu  fatto  1'  esperimento, 
era  il  Pinot  nero.  I  40  grappoli  furono  chiusi  negli  apparecchi  al  7 
luglio,  qualche  giorno  dopo  la  seconda  solforazione.  Le  analisi  di  con- 
fronto cominciarono  al  26  agosto,  e  continuarono  giornalmente  fino 
al  22  settembre,  tempo  della  vendemmia. 

Nessuna  differenza  apprezzabile  si  rimarcò  all'aspetto  esterno  tra 
i  grappoli  maturati  all'oscuro  e  quelli  maturati  in  piena  luce,  tranne 
pel  colore  degli  acini,  i  quali  erano  d'un  rosso  più  pallido  nei  primi, 
e  tranne  per  l'aspetto  dei  peduncoli,  i  quali  avevano  in  questi  la  loro 
corteccia  più  legnosa,  mentre  che  essa  era  ancora  verde  ed  erbacea 
al  tempo  dell'ultima  analisi,  nei  peduncoli  sottratti  alla  luce. 

Ma  analizzando  i  grappoli  per  rispetto  all'acidità  ed  allo  zuccaro, 
si  trovò  sempre  una  maggior  quantità  di  sostanza  zuccherina  e  quasi 
sempre  una  minor  quantità  di  acidi  nei  grappoli  esposti  alla  luce  in 
confronto  dei  grappoli  sottratti  completamente  alla  luce  stessa;  in  me- 
dia l'aumento  della  sostanza  zuccherina,  fu  del  3,59  per  cento  e  la 
diminuzione  degli  acidi  di  1,23  per  cento;  risultati  che  si  erano  anche 
ottenuti  quasi  colle  stesse  cifre  nelle  esperienze  del  1879. 

Da  ciò  il  Dott.  Levi,  e  giustamente,  potè  trarre  la  conseguenza 
che  «  i  grappoli  conservati  dopo  la  fioritura  in  una  profonda  oscu- 
rità, benché  nelle  stesse  condizioni  termometriche  ed  igrometriche  di 
quelli  dello  stesso  ceppo,  della  stessa  branca  e  dello  stesso  pampino 
esposti  alla  luce,  contengono  in  ogni  tempo  della  loro  maturanza, 
meno  di  zuccaro  e  quasi  sempre  più  di  acidi  di  quest'ultimi;  che  la 
luce  la  quale  manca  a  quelli  ed  illumina  questi  è  la  vera  causa 
di  tali  differenze;  che  la  luce  esercita  per  conseguenza  una  in- 
fluenza rimarchevole  sul  fenomeno  della  maturazione  dell'uva  ». 

Osserveremo  riguardo  all'  acidità,  come  già  dicemmo  brevemente 
a  pag.  242,  che  è  indispensabile  allorquando  se  ne  studia  l'accresci- 
mento o  la  diminuzione  nell'uva  a  seconda  della  maturità  di  quest'ul- 
tima,  distinguere   gli  acidi  liberi    (tartrico,   malico,  citrico   ecc.)  dal 


248  CAPITOLO  VI 


tartrato  acido  di  potassio.  Quest'ultimo  aumenta  col  progredire  della 
maturazione;  e  siccome  dosando  l'acidità  complessiva  non  si  distingue 
generalmente  questo  sale  acido  dai  detti  acidi  liberi,  ne  viene  che 
si  può  trovare  un  aumento  nell'acidità  in  uve  bene  mature,  come  è 
accaduto  a  qualche  esperimentatore.  Conviene  quindi,  in  simili  ri- 
cerche, dosare  anzitutto  ed  eliminare  il  bitartrato  di  potassio;  le  va- 
riazioni nella  rimanente  acidità  potranno  allora  porgere  un  sicuro 
indizio  del  progresso  della  maturazione. 

Il  Prof.  Federico  Cr averi  di  Bra,  ideava  sino  dal  1873  un  istru- 
mento  per  misurare  e  registrare  approssimativamente  la  quantità,  in 
durata,  dell'intensità  dei  raggi  che  il  sole  manda  nel  luogo  dove  si  fa 
l'esperienza.  Questo  istrumento,  che  il  Craveri  chiamò  elio  fotometro, 
permette  di  fare  osservazioni  abbastanza  esatte  sull'  influenza  della 
luce  nella  maturazione  dell'uva.  Descriviamolo  colle  parole  stesse  del- 
l'inventore : 

«  L'idea  di  possedere  una  qualche  misura  della  luce  solare  ger- 
mogliò in  me  da  più  anni,  allorquando  provai  che  non  è  impossibile, 
addizionando  certi  dati  forniti  dai  termometri  nei  mesi  dell'accresci- 
mento dell'uva,  il  poter  predire  con  qualche  probabilità  le  qualità  del 
raccolto  che  si  dovrà  ottenere.  Ognuno  si  persuaderà  che,  se  la  tem- 
peratura è  uno  dei  fattori  principali  della  vegetazione,  questa  tut- 
tavia dipende  assolutamente  dalla  energia  solare;  e  di  più  F  effetto 
della  luce,  che  non  ponno  registrare  i  termometri,  ha  talvolta  mag- 
giore importanza  pei  vegetali  che  non  i  dati  consueti  della  tempe- 
ratura. 

Credevo  in  allora  essere  necessario  per  la  riescita  dell'osservazione 
sulla  luce  solare,  di  possedere  un  Eliostato,  apparato  troppo  delicato 
e  costoso;  epperò  ne  abbandonai  l'idea.  Non  fu  che  all'incominciare 
dell'anno  1873  che  mi  determinai  ad  intraprendere  delle  prove  molto 
facili  ad  eseguirsi.  Racchiusi  cioè  delle  cartoline  fotografiche  entro 
una  cassa,  combinando  in  modo  F  imperfetto  apparecchio,  che  pochi 
raggi  solari  percuotessero  le  cartoline,  mentre  queste  obbligavo  a 
camminare  dando  loro  moto  colla  mano.  Visto  il  buon  esito  dei  primi 
tentativi,  mi  decisi  a  far  eseguire  l'Eliofotometro  quale  passo  a  de- 
scrivere. 

Una  cassa  di  legno  forte  fig.  62  (1),  lunga  mm.  280,  larga  mm.  145, 
alta  mm.  200  colle  pareti  spesse  mm.  30,  costituisce  un  parallelepipedo 


(1)  Le  dimensioni  dei  due  disegni  (fig.  62  e  63)  sono  ì\6  dell'originale. 


METEOROLOGIA  VITICOLA 


249 


collocato  su  di  un  sostegno  all'aperto,  ove  niente  impedisce  l'azione 
diretta  del  sole. 

Non  può  però  la  faccia  superiore  dell'apparato  conservar  sempre 
ne'  dodici  mesi  dell'anno  la  posizione  orizzontale,  perchè  spostandosi 
il  sole  durante  l'inverno  troppo  al  di  sotto  dell'equatore,  i  suoi  raggi 
cadrebbero  su  di  essa  troppo  obliqui.  È  necessario  perciò  inclinarla 
in  modo  da  seguire  in  questo  tempo,  se  non  esattamente,  almeno 
con  approssimazione  il  movimento  del  sole.  Ciò  si  ottiene  inclinando 
poco  a  poco  l'Eliofotometro  verso  il  Sud,  incominciando  dal  mese  di 
settembre  sino  al  dicembre;  poi  si  va  diminuendo  V  inclinazione  in 
senso  inverso  sino  al  marzo,  epoca  nella  quale  ricomincia  la  posizione 
orizzontale. 


Fisr.  62. 


A  tal  uopo  la  cassa  si  appoggia  su  di  un  sostegno  o  zoccolo  di 
legno:  e  per  mezzo  di  una  vite  di  pressione  che  questo  attraversa, 
se  ne  alza  od  abbassa  la  parte  posteriore.  Un  arco  graduato  in  ot- 
tone, fìsso  lateralmente  allo  zoccolo,  fa  conoscere  l'angolo  d'inclina- 
zione. 

Lo  specchio  che  segue  aiuta  la  memoria  per  eseguire  le  indicate 
inclinazioni. 


250 


CAPITOLO  VI 


Periodo 

dell'  innalzamento 

Periodo 

dell'abbassamento 

Settenib. 

Ottobre 

Novemb. 

Dicemb. 

Gennaio 

Febbraio 

Marzo 

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no 

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4 

15 

2 

22 

2 

22 

2 

16 

2 

6 

28 

2 

6 

5 

6 

16 

11 

23 

11 

21 

6 

15 

5 

5 

30 

3 

8 

6 

9 

17 

17 

20 

9 

14 

8 

4 

11 

7 

13 

18 

21 

19 

12 

13 

10 

3 

14 

8 

17 

19 

26 

18 

15 

12 

13 

2 

16 

9 

21 

20 

30 

17 

18 

11 

15 

1 

19 

10 

26 

21 

21 

10 

18 

0 

22 

11 

23 

9 

25 

12 

26 

8 

28 

13 

29 

7 

31 

14 

Una  delle  facce  principali  del  parallelepipedo  trovasi  in  posizione 
normale  alla  suddetta  faccia  superiore;  ed  è  l'apertura  o  porta,  fis- 
sata con  cerniere  in  modo,  che,  aprendo  la  cassa,  si  ha  libera  en- 
trata a  tutta  la  cavità  interna,  come  vedesi  nella  figura  63. 

Alla  parete  opposta  alla  porta,  ed  al  di  dentro,  vi  si  attaccò  un 
orologio  a  molla  ed  a  spirale;  ed  aprendo  un  foro  nel  legno,  si  fece 
presentare  al  lato  esterno  della  cassa  il  suo  quadrante  Q  (fig.  62) 
munito  d'un  buon  vetro,  onde  preservare  il  meccanismo  dalle  ingiurie 
dell'atmosfera. 

A  quest'  orologio  si  adattò  una  ruota  dentata  B  (fig.  63),  che 
prende  movimento  da  quella  del  suo  tamburo  O  racchiudente  la  molla. 
Questa  ruota  compie  una  sola  rivoluzione  nelle  24  ore.  Al  suo  perno 
vi  si  adatta,  mediante  una  vite  mobile,  un  grande  cerchio  d'ottone 
C,  la  cui  circonferenza  è  di  520  mm.  ed  il  diametro  è  di  16  mm. 
Sul  contorno  di  questo  cerchio  si  colloca  una  striscia  di  carta,  come 
si  usa  nel  telegrafo  Morse  del  nostro  paese.  I  due  suoi  capi  si  fis- 
sano in  una  fessura  posta  in  M,  per  mezzo  d'una  molla  scorrevole, 
nel  modo  che  si  dirà  appresso. 

Mettendo  il  cerchio  entro  la  cassa  al  suo  posto,  si  trova  in  posi- 
zione normale  alla  parete  superiore,  occupando  la  linea  media  della 
cavità  interna  e  la  parte  superiore  del  cerchio  rimane  pressoché 
tangente  alla  suddetta  parete  interna,  alla  distanza  d'  una  frazione 
di  millimetro,  da  un  diaframma  F  (fig.  62  e  63)  di  platino,  avente 
un  intaglio   rettangolare,  lungo  mm.  3    e  largo  mm.    1,    fissato  sul 


METEOROLOGIA  VITICOLA 


251 


lato  superiore  della  cassa;  di  guisa  che  la  striscia  di  carta  rimane 
allo  scoperto  pel  tratto  libero  lasciato  dalla  fessura,  ed  immediata- 
mente sotto  la  medesima.  Questo  diaframma  è  difeso  contro  le  in- 
temperie da  un  vetro  da  orologio.  I  raggi  solari,  penetrando  nella 
fessura,  percuotono  la  striscia  della  carta  sensibile  che  avvolge  il 
cerchio,  anche  quando  l'astro  si  trova  vicino  all'orizzonte  sensibile. 
Un  bottone  esterno  D  (fìg.  62)  serve  a  far  muovere  una  vite  V 
(fig.  63),  la  quale  fa  innalzare  od  abbassare  il  cerchio  C,  per  ren- 
derlo tangente  alla  fessura. 


Fig.  63. 


L'apparecchio  deve  avere  dimora  stabile  sopra  un  terrazzo,  un 
balcone,  ecc.;  esposto  al  Sud  in  sito  tale,  che  i  primi  raggi  del  sole 
nascente  e  gli  ultimi  del  tramonto,  non  vengano  mai  disturbati  dal 
loro  contatto  coll'apparecchio,  durante  i  dodici  mesi  dell'anno. 

Attiguo  a  questo  luogo  esposto  al  cielo  aperto,  deve  trovarsi  una 
stanza,  un  ambiente  qualunque,  chiuso  da  imposte,  il  quale  servirà 
da  laboratorio  per  eseguire  tutte  le  sere  le  brevi  operazioni  del  cam- 
biamento e  della  fissazione  delle  strisele;  per  le  quali  operazioni  si 
trasporta  la  cassa,  separandola  dal  suo  zoccolo  e  collocandola  sopra 
una  tavola  nel  laboratorio. 

Sul  terrazzo  vi  sarà  un  sostegno  massiccio,  solido,  capace  di  ri- 
cevere la  tavola  di  legno  forte,  ben  connessa  dal  falegname;  e,  per 


252  CAPITOLO  VI 


maggior  precauzione,  munita  di  due  lastre  di  ferro  invitate  sugli  orli 
proclivi  al  torcimento,  per  le  ingiurie  atmosferiche.  Il  tutto  è  rico- 
perto con  denso  strato  di  biacca  all'olio  cotto. 

Questa  tavola  porta  nel  suo  mezzo  la  chiocciola,  nella  quale  pe- 
netra la  vite  che  serve  pel  rialzamento  dello  zoccolo.  È  dunque  ne- 
cessario che,  mentre  la  tavola  posa  sul  sostegno,  esista  un  vuoto  al 
disotto,  affinchè  si  possa  con  una  mano  far  muovere  la  vite. 

La  tavola  vien  collocata  sul  sostegno  in  perfetta  posizione  orizzon- 
tale, valendosi  del  livello  a  bolla  d'aria. 

Il  modo  di  fissare  questa  tavola  può  variare  a  seconda  della  na- 
tura del  sostegno  (muratura,  pietra,  ferro,)  in  qualunque  caso,  devesi 
curare  alla  sua  immobilità,  non  dimenticando  l'apertura  al  disotto  pel 
maneggio  della  vite. 

Disposta  la  tavola,  vi  si  traccia  nella  sua  metà  una  linea  meri- 
diana. Non  credo  necessario  dare  le  indicazioni  per  eseguire  questa 
operazione,  troppo  ovvia  ai  cultori  della  meteorologia. 

È  utile  fissare  in  lontananza  un  punto  di  mira,  per  verificare,  se 
fia  duopo,  l'immobilità  della  tavola  rispetto  alla  linea  meridiana  trac- 
ciata. 

Lo  zoccolo  porta  una  cerniera  al  suo  lato  anteriore.  Si  colloca 
questo  zoccolo  in  modo  che  coincida  nella  sua  metà  colla  linea  me- 
ridiana tracciata  sulla  tavola.  Fissando  colle  viti  la  cerniera  alla  ta- 
vola, si  ha  lo  zoccolo  movibile  in  un  solo  senso;  si  può  cioè  incli- 
narlo dal  di  dietro  in  avanti  (facendo  agire  la  sottostante  vite),  senza 
che  in  questo  movimento  cambi  il  parallelismo  col  meridiano. 

Collocando  finalmente  sullo  zoccolo  la  cassa  dell'apparecchio,  que- 
sta si  troverà  perfettamente  orizzontale,  ciò  che  si  verificherà  col 
livello.  La  linea  meridiana  coinciderà  colla  metà  della  fessura,  dove 
penetrano  i  raggi  della  luce.  Movendo  la  vite  sottostante  l'apparec- 
chio s'inclinerà  a  volontà  dell'operatore. 

Da  pochi  anni,  venne  introdotto  nell'arte  grafica  un  ausiliare  utile 
assai,  quando  si  abbisogna  di  ripetere  varie  copie  dei  disegni  fatti 
sulla  carta  non  totalmente  opaca.  Questo  ausiliare  è  il  sale  cono- 
sciuto nei  laboratori  di  chimica  col  nome  di  prussiato  giallo  di  ferro; 
il  quale,  convenientemente  disteso  sopra  una  delle  superficie  dei  fo- 
gli di  carta,  riesce  un  agente  inalterabile  finché  lo  si  conserva  fuori 
dal  contatto  della  luce  solare;  ma  appena  i  raggi  luminosi,  anche 
diffusi,  lo  percuotono  per  lo  spazio  di  pochi  secondi  di  tempo,  il  prus- 
siato cambia  il  suo  stato  chimico,  acquista  un  bel  colore  azzurro  e 


METEOROLOGIA  VITICOLA  253 

perde  la  sua  primitiva  solubilità  nell'acqua.  Questa  alterazione  chi- 
mica permette  di  poterlo  adoperare  alla  stessa  guisa  come  nell'arte 
fotografica  si  adopera  la  carta  albuminata  intrisa  nel  sale  di  argento; 
il  quale,  se  toccato  dai  raggi  della  luce  del  sole,  s'imbrunisce  e  rie- 
riesce  insolubile  nell'iposolfito  di  sodio;  per  cui,  immergendo  il  foglio, 
che  fu  esposto  alla  luce  dietro  alla  prova  negativa,  nella  soluzione 
dell'iposolfito,  quest'ultimo  esporta  il  sale  d'argento  non  alterato  e 
rimane  quello  oscuro:  si  ha  in  tal  modo  la  prova  positiva. 

Colla  carta  spalmata  di  prussiato  di  ferro  si  consegue  il  medesimo 
risultato,  risparmiando  l'iposolfito  di  sodio;  giacché  basta  mettere  in 
un  bagno  di  acqua  tiepida  a  30  gradi  la  carta,  sulla  quale  agirono 
i  raggi  luminosi,  perchè  l'acqua  disciolga  il  prussiato  inalterato,  la- 
sciando intatte  quelle  porzioni,  sulle  quali  il  sole  non  ebbe  influenza. 

La  carta  al  prussiato  ci  viene  da  Londra.  Si  potrebbe  talvolta 
tentare  la  sua  preparazione  presso  di  noi;  ma  non  credo  che  valga 
la  pena  intraprenderne  l'esperimento,  almeno  per  l'uso  dell'Eliofoto- 
metro. 

Da  Londra  si  spedisce  in  rotoli,  i  quali  sviluppati  misurano  circa 
10  metri  per  60  centim.  di  larghezza. 

Tagliando  coll'aiuto  del  tornio  questi  rotoli  in  tante  porzioni  larghe 
7  mm.,  si  hanno  altrettanti  anelli  CI). 

Da  ogni  anello  sviluppato  si  ottengono  17  strisce  utili  per  collo- 
carle sul  cerchio  dell'apparecchio,  cioè  della  lunghezza  di  59  centim. 
ciascheduna. 

Non  è  prudente  servirsi  di  queste  strisce  dopo  un  anno  dalla  loro 
preparazione;  imperocché  ho  notato  che  invecchiando  perdono  al- 
quanto della  loro  sensibilità.  Inutile  l'avvertire  che  queste  strisce  si 
devono  conservare  nella  completa  oscurità  ed  in  luogo  secco. 

Per  l'uso  giornaliero  è  comodo  tenerne  una  piccola  provvista  nella 
cassettina  a  compartimenti.  Quando  si  deve  riempire  la  cassetta,  si 
opera  colla  luce  artificiale,  dividendo  gli  anelli  sopra  notati  in  tante 
porzioni  colla  esatta  misura  voluta  dal  cerchio  dell'apparecchio. 

Scala  dell'intensità  e  dei  toni  della  tinta.  —  Affine  di  apprez- 
zare la  diversa  intensità  della  tinta,  corrispondente  alla  diversa  e- 
nergia  dell'azione  della  luce  solare,  si  è  formata  una  scala  di   sette 


(1)  Presso  il  sig.  Duroni,  meccanico  dell'Associazione  Meteorologica  Italiana  in 
Torino,  si  trovano  questi  anelli  preparati  e  scrupolosamente  conservati  fuori  dal 
contatto  della  luce  solare  anche  diffusa. 


254  CAPITOLO  VI 


gradazioni  di  tinte,  dal  bianco,  che  corrisponde  a  mancanza  di  luce, 
alla  tinta  più  intensa,  che  indica  il  massimo  dell'intensità  luminosa. 
Le  sette  gradazioni,  o  toni,  si  rappresentano  coi  numeri  1,  2,  3,...  7. 

Ogni  sera  dopo  le  ore  8,  l'incaricato  delle  osservazioni  meteorolo- 
giche, solleva  l'apparecchio  eliofotometrico  dal  suo  zoccolo,  dove  ri- 
mase nel  corso  della  giornata,  e  lo  trasporta  nella  stanza  attigua 
che  serve  quale  laboratorio.  Rischiarato  da  una  lampada,  apre  l'ap- 
parecchio, stacca  il  cerchio  dal  suo  perno,  svitando  la  chiocciola  che 
lo  tien  fermo;  quindi  facendo  scorrere  la  molla,  toglie  via  la  striscia 
che  ha  lavorato  nella  giornata,  la  quale  ravvolge  a  grandi  giri  sopra 
se  stessa,  e  l'immerge  nella  cassula  dove  aveva  preventivamente  scal- 
dato all'incirca  80  cent,  cubici  di  acqua  sino  ai  30  gradi;  tenendo  a 
tal  uopo  un  termometro  immerso  nell'acqua. 

Nel  momento  in  cui  la  striscia  entra  nel  bagno,  è  prudunte  sepa- 
rare la  fiamma  della  lampada  dalla  cassula,  per  evitare  il  riscalda- 
mento esagerato. 

La  striscia  deve  rimanere  nel  bagno  quel  tempo  che  basta  perchè 
il  fondo  si  presenti  senza  colore,  cioè  come  la  carta  bianca:  mentre 
l'azzurro  dove  operò  il  sole,  appare  più  o  meno  intenso,  a  seconda 
della  quantità  della  luce  ricevuta. 

Colla  carta  sensibile  recente,  un  minuto  primo  è  bastevole  per  la 
bagnatura;  colla  carta  preparata  da  dodici  mesi  prima,  abbisognano 
circa  3  minuti. 

Questa  manipolazione  la  deve  eseguire  colui  che  fece  alcune  prove 
per  impratichirsi  a  conoscere  il  momento  preciso,  nel  quale  deve  so- 
spendere l'azione  dell'acqua  tiepida  sulla  striscia. 

In  certe  giornate  eccessivamente  umide,  si  trova  la  striscia  come 
bagnata.  Si  deve  in  questi  casi  rari  far  essicare  al  fuoco  la  striscia 
prima  d'immergerla  nel  bagno  tiepido.  Senza  questa  precauzione,  si 
ottiene  la  prova  col  fondo  giallognolo,  di  brutto  aspetto  e  con  poco 
rilievo  nelle  tinte  azzurre  deboli. 

Quando  l'operatore  considera  giunto  l'istante  di  sospendere  l'azione 
del  bagno,  afferra  colle  dita  l'orlo  della  cassula,  versa  l'acqua  in  un 
recipiente,  mentre  coli'  aiuto  del  termometro  agitatore  impedisce  lo 
scivolamento  della  striscia.  Rimette  acqua  fresca  nella  cassula,  ed 
agitando,  risciacqua.  Rigetta  quest'acqua,  e  ripete  la  medesima  ope- 
razione con  nuova  acqua.  Dopo  la  seconda  lavatura  sospende  la  stri- 
scia, accavalcandola  su  d'un  filo  teso  orizzontalmente,  affinchè  s'  a- 
sciughi. 


METEOROLOGIA  VITICOLA 


zoo 


È  ovvio  l'aggiungere  che,  dopo  questo  trattamento,  la  striscia  può 
venire  esposta  alla  luce  anche  diretta  del  sole,  senza  tema  che  si 
alterino  le  tinte. 

Avrei  forse  dovuto  far  precedere  questa  descrizione  all'  antece- 
dente; ma  si  ha  V  abitudine  nella  pratica  di  eseguire  questa  opera- 
zione dopo  la  già  descritta,  ed  io,  fedele  narratore,  mi  vi  adatto. 

Liberato  il  cerchio  dalla  striscia  che  funzionò  nella  giornata,  fa 
d'uopo  rivestirlo  con  altra  ancor  vergine. 

L'operatore  prende  dalla  cassettina  a  compartimenti  una  delle  due 
striscie  rotolata,  la  sviluppa,  e  ritaglia  colle  forbici  i  due  capi,  re- 
stringendoli a  pochi  millimetri  nella  larghezza,  per  una  lunghezza 
all'incirca  di  due  centimetri  in  isbieco. 

Questo  si  fa  perchè  la  fenditura,  dove  devono  introdursi  i  due 
capi,  è  un  po'  più  stretta  della  larghezza  totale  della  striscia. 

Introdotto  uno  dei  capi  nella  fenditura,  adatta  la  striscia  sul  cer- 
chio, ed  introduce  il  secondo  capo  nella  medesima,  in  guisa  che  la 
superficie  sensibile  della  carta  rimanga  all'esterno.  Tenendo  colle  dita 
i  due  capi  alla  parte  dissotto,  fa  scorrere  lo  molla,  la  quale  compri- 
mendo questi  capi,  impedisce  ogni  movimento  alla  carta. 

Con  una  matita  si  segna  la  carta  sui  due  spigoli  della  fessura  dove 
venne  piegata.  Questo  segno  deve  essere  visibile,  e  servirà  per  ciò 
che  in  seguito  vedremo. 

Si  scrive  pure  colla  matita  la  data  del  giorno  seguente  (quello 
cioè  nel  quale  la  striscia  riceverà  la  luce  solare),  nonché  l'ora  ed  i 
minuti,  calcolando  in  previsione  i  pochi  minuti  che  passeranno  prima 
di  fissare  il  cerchio  entro  l'apparecchio.  Questi  segni  fatti  colla  ma- 
tita non  sono  alterati  dalle  lavature,  alle  quali  si  sottopone  la  striscia. 

Rimesso  il  cerchio  sul  suo  perno,  s'invita  la  chiocciola,  ma  non  la 
si  serra.  Si  fa  girare  il  cerchio  lentamente,  onde  portare  la  fendi- 
tura al  punto  dove  esiste  1'  occhio  dell'  apparecchio.  Il  lume  della 
lucerna  permette  all'  operatore  lo  scoprire  questa  coincidenza,  ed  i 
segni  della  matita  ne  facilitano  lo  scoprimento.  Tenendo  fermo  il 
cerchio  con  una  mano  in  tale  postura,  si  guarderà  l' orologio;  e 
quando  la  lancetta  segnerà  l'ora  ed  i  minuti  stati  scritti  sulla  striscia, 
si  fa  girare  la  chiocciola,  e  si  fissa  il  cerchio  in  modo  che  più  non 
si  muova  attorno  al  perno. 

L'apparecchio  può  venir  subito  ricollocato  al  suo  posto,  dove  al- 
l'indomani deve  operare,  ovvero  lo  si  può  lasciare  nel  laboratorio. 
Io  ho  1'  abitudine  di  rimetterlo  in  sito  nei  mesi   quando  non   nevica 


256  CAPITOLO  VI 


e  non  gela,  per  evitare  di  alzarsi  troppo  presto  al  mattino;  e  lo 
lascio  nel  laboratorio  nelle  notti  d' inverno,  bastando  rimetterlo  in 
sito  prima  del  levar  del  sole. 

La  striscia  che  nella  giornata  antecedente  ha  ricevuto  la  luce  so- 
lare, ebbe  tempo  ad  essicare  durante  le  ore  notturne. 

Questa  striscia  si  stende  sul  regolo  che  porta  disegnato  lo  sviluppo 
del  cerchio,  diviso  in  ore,  ed  ogni  ora  in  dodici  parti  di  cinque  mi- 
nuti ciascheduna. 

Il  segno  della  matita  che  trovasi  sulla  striscia  verso  il  lato  sinistro, 
corrispondeva  alla  sera,  all'  ora  notata  dall'  operatore  ;  adesso  si  fa 
coincidere  questo  segno  colla  corrispondente  ora  segnata  sul  regolo; 
e  si  fissa  con  uno  spillo,  del  pari  che  l'altro  capo  opposto,  in  modo 
che  la  striscia  rimanga  ben  tesa  sul  regolo. 

Consultando  le  effemeridi  del  luogo  dove  si  fa  Y  osservazione,  si 
trova  l'ora  ed  i  minuti  in  cui  si  levò  il  sole  che  lavorò  la  striscia. 
Si  fa  un  segno  colla  matita,  dove  il  regolo  indica  tale  momento, 
avvertendo  che  pei  minuti  è  bastevole  tener  conto  da  cinque  in  cin- 
que. Ad  esempio,  1'  effemeride  segna:  levar  del  sole  ore  7  min.  58, 
io  noto  ore  8  min.  0;  l'effemeride  segna  7,56,  io  noto  7,55;  e  così 
pel  tramonto. 

Notati  i  due  estremi  della  giornata  solare,  si  vedrà  che  la  striscia 
in  queste  due  regioni  non  ha  colore  azzurro  sensibile;  il  che  vuol 
dire  che  al  levar  del  sole  ed  al  suo  tramontare  i  raggi  luminosi  non 
furon  tali  da  lasciare  traccia  visibile. 

Continuando  1'  esame  verso  la  destra,  là  dove  principia  ad  appa- 
rire una  lieve  sfumatura  azzurra,  si  fa  una  riga  colla  matita;  e  qui 
comincia  il  n.  2  della  scala,  il  quale  va  man  mano  acquistando  forza 
ed  arriva  al  n.  3;  in  questo  luogo  si  fa  un  altro  segno  colla  matita. 
Proseguendo  con  questo  criterio  si  formano  i  sette  toni,  se  esistono. 

Tengasi  per  regola,  che  vale  assai  meglio  il  determinare  prima  di 
tutto  quale  è  stata  la  tinta  più  forte  che  si  ebbe  nella  giornata,  li- 
mitando questa  regione  con  duo  segni  di  matita,  Y  uno  a  destra  e 
l'altro  a  sinistra;  e  quindi  proseguire  in  appresso  alle  altre  divisioni. 

Sul  margine  bianco  della  striscia  che  trovasi  in  alto  si  segnano  i 
numeri  corrispondenti  ai  toni  coloriti;  e  sul  margine  inferiore  si  se- 
gnano i  tempi,  cioè  le  ore  ed  i  minuti  che  occupa  ciaschedun  tono 
nel  suo  spazio. 

Questi  numeri,  cioè  i  tempi  ed  i  toni,  si  registrano  a  volontà  del- 
l'operatore, a  norma  dei  dati  che  pretende  ricavare  dalle  osserva- 
zioni eliofotometriche. 


METEOROLOGIA  VITICOLA  257 

Per  suggerimento  dell'  egregio  P.  Denza,  io  seguii  finora  due  si- 
stemi; nel  primo  addiziono  i  tempi  corrispondenti  ai  toni,  e  dico,  ad 
esempio:  2  ore  al  mattino  del  tono  n.  2,  più  1 ,30  alla  sera,  uguale  ad 
ore  3,30  del  tono  n.  2. 

Nel  secondo  sistema  dico,  ad  esempio:  dalle  ore  8  alle  9  mattina 
tono  2,  dalle  9  alle  10  tono  3,  dalle  10  alle  11  tono  3,  dalle  11 
alle  12  tono  3,  dalle  12  all'I  tono  2;  e  così  di  seguito. 

Questi  due  esempi  di  registrazione  non  sono  i  soli  che  potrebbero 
adottarsi,  come  ora  vedremo;  ed  è  per  tal  ragione  che  io  conservo 
le  striscie,  per  soddisfare  alle  ulteriori  domande  che  potrebbero  fare 
i  posteri  su  questo  soggetto. 

Fisso  i  due  capi  delle  striscie  con  una  goccia  di  gomma  sopra  un 
cartone  bristol.  Questi  fogli  di  cartone,  lunghi  50  centim.  e  larghi 
centim.  33  e  1{2,  contengono  31  striscie. 

Le  striscie  corrispondenti  alle  giornate  più  lunghe  in  ore  solari, 
le  ripiego  alquanto  ai  due  estremi,  per  economizzare  la  larghezza 
dei  cartoni;  i  quali  dovrebbero  misurare  36  centimetri,  e  si  spreche- 
rebbero i  fogli  commerciali,  non  potendoli  più  dividere  nella  loro 
metà  ».  — 

Questa  è  adunque  la  descrizione  che  lo  stesso  Prof.  Cr averi  ci 
dà  del  suo  elio  fotometro.  Ora  soggiungeremo  che  le  indicazioni  e- 
liofotometriche  dal  1875  in  qua  concordano  con  quelle,  benché  meno 
precise,  da  noi  fatte  e  più  sopra  riferite.  Ad  esempio  nel  1875  l'in- 
tensità luminosa  fu  quasi  la  metà  di  quella  che  era  stata  nel  1874 
e  perciò  le  uve  riuscirono  ancor  meno  ricche  di  principio  dolce. 
(V.  pag.  239). 

Lo  stesso  dicasi  degli  anni  1879  e  1880  di  cui  ecco  un  breve 
confronto: 

1879  1880 

vi.  VII.  VI.  Vii. 

Maggio  —  1.04  —  0.49  —  1.02  —  0.15 

Giugno  —  2.46  —  2.31  —  1.58  —  0.25 

Luglio  —  2,07  —  1.38  —  2.17  —  0.50 

Agosto  —  2.43  —  0.50  —  1.13  —  0.40 

Settembre  —  1.18  —  0.18  —  1.02  -   0.11 

I  numeri  romani  corrispondono  alle  due  tinte  di  maggior  forza 
solare. 

I  numeri  arabici  indicano  in  media  la  quantità  di  luce   solare,  in 

0.  Ottavi,  Trattato  di  Viticoltura  18 


258 


CAPITOLO   VI 


ore  e  minuti,  per  ogni  giornata  del  mese  che  ciascheduna  ebbe.  Cosi 
nel  giugno  1879  ogni  giornata  ebbe  in  media  2  ore  e  31  minuti  di 
sole  splendido;  mentre  nel  1880  le  corrispondenti  giornate  di  giugno, 
ebbero  appena  25  minuti  della  medesima  luce. 

Ora,  le  uve  del  1879  riuscirono  ottime  per  maturazione  perfetta, 
vale  a  dire  molto  ricche  di  zucchero,  mentre  quelle  del  1880  lascia- 
rono molto  a  desiderare. 

Similmente,  ecco  i  dati  termometrici  ed  eliofotometrici  che  si  ri- 
feriscono agli  anni  1883  e  1884. 


Osservat07"io  meteorologico  di  Brà.  (Prof.  Craveri). 


1883 

Maggio 

Giugno 

Luglio 

Agosto 

Settembre 
Ottobre.... 

1884, 

Maggio 

Giugno 

Luglio 

Agosto 

Settembre 
Ottobre.... 


Temp. 
media 


16.98 
19.67 
23.04 
23.03 
18.09 
12.19 


18.20 
17.87 
24.17 
23.35 
17.79 
11.48 


Giorni 


Sereni 


4 
2 
4 
10 
4 
3 


Misti 


23 
25 
26 
21 
21 
26 


20 
27 
24 
26 
24 
19 


Coperti 


Eliofotometro 

Intensità  della  luce  solare  in  ore  —  Medie  di  oqni  mese 


1.51 
2.06 
1.39 
1.22 
1.26 
1,25 


1.49 
2.12 
1.37 
1.43 
1.43 
1.27 


3.27 
3.43 
2.57 
2.33 
3.11 
2.25 


3.22 
3.14 
2.34 
2.36 
2.54 
1.57 


HI 


4.04 
3.41 
3.43 
3.20 
4.17 
4.33 


4.31 
4.40 
3.56 
3.48 
4.52 
4.10 


IV 


2.01 
1.24 
1.39 
1.50 
1.44 
1.31 


2.03 
2.01 
2.00 
2.04 
1.25 
2.27 


1.31 
1.21 
1.38 
1.42 
1.23 
0.59 


2.09 
1.37 
1.58 
1.44 
0.44 
0.48 


vi 


1.34 
1.35 
2.14 

2.05 
0.26 
0.03 


0.49 
1.46 
2.28 
1.34 
0.40 
0.04 


VII 


0.19 
1.39 
1.21 
1.09 
0.01 


0.06 
0.11 
0.35 
0.29 
0.09 


Decimi  di 
cielo  coper. 


4.52 
4.41 
2.87 
2.20 
5.18 
4.13 


3.69 
4.33 

2.30 
2.74 
5.58 
3.52 


Facendo  un  parallelo  fra  i  toni  VI    e    VII   dell' 83    e    dell' 84    si 
notano  gravi  differenze  a  danno  dell'  84,  infatti: 


1883 
1884 


vi 

7.57 
7.21 


VII 

4.29 
1.30 


—  0.36      —  2.99 

E  nel  1884  i  vini  riuscirono  meno  che  mediocri,  certo  inferiori  a 
quelli  del  1883,  che  pure  erano  riesciti  al  disotto  dei  precedenti  del 


METEOROLOGIA  VITICOLA  259 

1882.  I  dati  dell' eliof otometro  spiegano  molto  bene  cotali  differenze 
e  confermano  vieppiù  i  principii  sovra  esposti. 

Per  dare  infine  un'  ultima  prova  della  importanza  grande  della 
luce  nella  produzione  dello  zucchero,  diremo  che  la  luce  stessa  può 
entro  certi  limiti  supplire  alla  deficienza  di  calore.  Abbiamo 
osservato  molte  volte  che  le  giornate  completamente  serene  della 
seconda  quindicina  del  settembre,  anche  se  poco  calde,  sono  assai 
favorevoli  alla  formazione  del  principio  dolce;  anzi  in  alcuni  casi 
potendosi  ritardare  la  vendemmia  sino  alla  prima  decade  di  ottobre, 
se  è  molta  l'intensità  luminosa  le  uve  si  arricchiscono  di  zucchero  così 
da  produrre  vini  contenenti  circa  l'uno  per  cento  di  più  d'alcool  che 
non  vendemmiando  nella  terza  decade  del  settembre,  e  questo  anche 
se  è  relativamente  deficiente  il  calore.  Secondo  una  comunicazione 
fatta  all'Accademia  delle  scienze  di  Vienna  (1)  dal  Dott.  Richter,  si  po- 
trebbe ritenere  che  la  luce  diretta  si  trasformi  in  calore;  e  già  Hum- 
boldt nel  suo  Cosmo s  aveva  richiamato  l'attenzione  dei  fisiologi  sul 
calore  che  la  luce  diretta  sviluppa  nelle  cellule  della  pianta. 
Fatto  è  che  il  principio  dolce  può  aumentare  nell'uva  mentre  dimi- 
nuisce la  temperatura  ma  si  mantiene  elevata  la  intensità  luminosa: 
•ecco  alcuni  dati  al  riguardo  raccolti  nel  1877. 

Moscatellone  di  Alessandria  (2). 

Zucchero  Cielo         Temp.  a  1,50 

p.  Ojo  dal  suolo 

media  della  decade 

1  Agosto —  —  23,°7  C. 

20       »  ......—  —  23,4 

30       »          12,31  —  25,4 

10  Settembre 17,30  —  18, 4 

20         »            17,91  —  20,9 

30          »            19,62     serenissimo     15,  0 

10  Ottobre 22,81  id.  13,  6 

Sul  finire  del  settembre  e  per  tutta  la  prima  decade  di  ottobre  il 
cielo,  nel  1877,  si  mantenne  neh"  alto   Novarese,  dove  furono  fatte 


(1)  Addì  19  giugno  1879. 

(2)  Stazione  Enologica  di  Gattinara  (I.  Macagno). 


260  CAPITOLO    VI 


queste  osservazioni,  perfettamente  sereno,  per  cui  la  intensità  lumi- 
nosa fu  vivissima  (1).  Ora,  è  oramai  dimostrato  che  la  produzione 
della  materia  organica  (amido,  zucchero,  ecc.)  è  tanto  più  abbondante 
quanto  è  maggiore  l'intensità  luminosa:  più  questa  cresce  e  più  cresce 
eziandio  l'emissione  dell'ossigeno  e  contemporaneamente  e  propor- 
zionatamente la  produzione  di  materia  organica:  ciò  fu  dimostrato 
con  interessanti  esperienze  prima  da  Saussure  poi  dal  fisiologo 
Wollkoff. 

Riassumendo  quanto  dicemmo  sin  qui  relativamente  alla  luce,  cre- 
diamo di  poter  formulare  le  seguenti  conclusioni:  1°)  La  luce  solare 
intensa  e  viva  influisce  notevolmente  sulla  produzione  del  prin- 
cipio dolce  nelle  foglie,  d'onde  emigra  nei  grappoli;  2°)  A  pa- 
rità di  temperatura  la  quantità  di  principio  dolce  cresce  col 
crescere  dell'  intensità  luminosa;  3°)  L  influenza  benefica  della 
luce  non  si  esercita  soltanto  nel  periodo  di  maturanza  dell'uva, 
ma  incomincia  dal  momento  in  cui  la  vite  si  copre  di  foglie, 
per  la  qual  cosa  se  il  cielo  si  mantiene  abitualmente  sereno 
dal  giugno  all'agosto,  si  può  pronosticare  che  le  uve  saranno 
ricche  di  glucosio;  più  o  meno  secondochè  il  sereno  si  sarà  o  non 
mantenuto  predominante  in  settembre  ed  ottobre;  4°)  Entro  certi 
limiti  la  luce  intensa  può  supplire  alla  deficienza  di  calore, 
laddove  un  maggior  calore  non  può  supplire  alla  deficienza 
della  luce.  (Veggasi  la  pag.  207). 

§  2.  Il  calore  e  la  vite.  —  Gli  è  solo  entro  certi  limiti,  come 
or'ora  dicevamo,  che  la  luce  può  supplire  al  calore;  poiché  questo 
fluido  è  indispensabile  alla  vite  se  deve  produrci  quei  frutti  zuccherini 
che  da  essa  vogliamo. 

L' importantissimo  lavoro  chimico-fisiologico  della  clorofilla,  senza 
del  quale  non  si  formerebbe  il  principio  dolce  dell'uva,  non  può  ef- 
fettuarsi quando  manca  un  certo  grado  di  calore;  e  ciò  anche  se 
la  luce  è  intensa.  Il  Dr.  Cuboni  ha  potuto  osservare  che  quando  il 
termometro,  posto  vicino  alle  foglie  stesse,  segna  17°  C  si  forma  an- 
cora amido,  che  convertito  poscia  in  zucchero  emigra  dalle  foglie  ai 
grappoli;  mentre  se.  il  termometro  segna  circa  13°  o  meno  di  13°, 
non  si  forma  più  amido,  anche  se  il  cielo  è  sereno,  cioè  se  vi  ha 
molta  energia  di  raggi  luminosi.  Ma  questi  sono  i  limiti  minimi,  presso 


(1)  Yeggansi  altri  dettagli  nel  mio  Giornale   Vinicolo  1878  p.  40. 


METEOROLOGIA  VITICOLA  261 

i  quali  si  forma  bensì  amido,  ma  in  quantità  troppo  piccole;  onde 
sotto  tali  condizioni  di  temperatura  l'uva  riescirebbe  tanto  povera  di 
zucchero  da  non  poter  servire  agli  usi  enologici.  Il  lavoro  della  clo- 
rofilla si  fa  invece  attivissimo  a  più  elevate  temperature,  special- 
mente se  l'intensità  luminosa  è  molta;  è  massimo  a  35°  (pag.  158) 
e  poscia  incomincia  a  scemare  sinché  si  arriva  ad  una  temperatura 
così  alta  che  non  può  più  formarsi  la  clorofilla  medesima. 

Alla  vite  è  però  assai  più  confacente  un  moderato  calore,  il  quale 
cresca  per  gradi  sino  ad  un  dato  punto,  che  or' ora  determineremo, 
che  non  una  temperatura  subitaneamente  elevata  e  di  durata  breve: 
vale  a  dire  che  la  somma  di  gradi  di  calore  i  quali  occorrono  alla  vite 
per  vegetare  normalmente  e  portare  a  perfetta  maturazione  i  suoi 
frutti,  deve  esserle  somministrata  nello  spazio  di  parecchi  mesi,  partendo 
da  9°  o  10°  C.  al  momento  della  germogliazione,  salendo  a  17°,  18°  o 
20°  C.  al  momento  della  fioritura  (a  seconda  delle  varietà)  e  poscia 
gradatamente  a  30°  o  35°  nel  periodo  più  caldo  dell'agosto  ed  a  0m,50 
dal  suolo  (1).  Questo  calore  crescente  per  gradi  è  favorevolissimo 
alla  produzione  di  molta  uva  di  buona  qualità,  laddove  un  calore 
elevato  subitaneo,  specie  se  favorito  dall'umido,  provoca  un  eccesso 
di  vegetazione  erbacea,  rende  la  pianta  rigogliosa  bensì  ma  non  fe- 
conda, e  più  ricca  di  legno  che  non  di  grappoli. 

Havvi  però  un  limite  in  questo  periodo,  poiché  influisce  molto  sulla 
qualità  dell'uva  e  sulla  sua  ricchezza  in  principio  dolce,  il  vario  modo 
con  cui  possono  essere  ripartiti  i  gradi  di  calore  (in  media  4000)  occor- 
renti alla  vite  dall'uscita  dei  germogli  uviferi  alla  maturazione  per- 
fetta dell'uva.  Cotale  periodo  infatti  può  durare  soli  110  giorni  ma  può 
protrarsi  ai  170  circa,  e  si  può  ritenere  che  allorquando  la  somma 
dei  gradi  di  calore  di  cui  la  vite  abbisogna  è  distribuita  in  un 
troppo  lungo  periodo  di  giorni,  le  uve  riescono  meno  ricche  di 
zucchero  che  non  quando  il  periodo  della  fruttificazione  e  ma- 
turazione è  relativamente  più  breve.  In  questo  caso  però,  cioè 
quando  il  calore  è  molto  elevato,  la  quantità  del  raccolto  dimi- 
nuisce, perchè  il  succo  delle  uve  si  fa  più  denso,  più  sciropposo,  e 
però  meno  acquoso,  onde  spesso  occorrono  più  di  16  miriagrammi 
d'uva  per  ottenere  un  ettolitro  di  mosto. 

Abbiamo  accennato  ai  4000°  di  calore  occorrenti  in  media  alla  vite, 


(1)  Questi  dati  si   riferiscono  specialmente   al  Monferrato   ed  all'Alta  Italia  in 
genere:  nell'Italia  meridionale  il  periodo  dell'agosto  tocca  temperature  più  elevate. 


262  CAPITOLO   VI 


dallo  spuntare  dei  germogli  uviferi  (sbucciamento  delle  gemme)  alla 
maturazione  perfetta  dell'uva:  se  consideriamo  invece  il  periodo  dalla 
fioritura  alla  vendemmia  troviamo  in  media  soli  3000°  circa  per  l'Eu- 
ropa meridionale.  Questi  dati  sono  ottenuti  col  metodo  di  Gasparin, 
moltiplicando  cioè  la  temperatura  media  per  il  numero  dei  giorni 
che  trascorrono  nei  detti  periodi;  il  metodo  è  lungi  dal  potersi 
dire  rigoroso,  ma  tuttavia  è  quello  seguito  generalmente,  potendo 
avere  un  certo  valore  per  la  pratica.  D'altronde  i  suddetti  dati  non 
possono  avere  nulla  di  assoluto,  perchè  la  somma  dei  gradi  di  ca- 
lore varia  eziandio,  e  di  molto,  da  vitigno  a  vitigno  e  converrebbe 
perciò  istituire  numerosissime  osservazioni  tenendo  calcolo  anche  di 
questo  importante  elemento. 

Alla  Stazione  Enologica  di  Asti,  ad  esempio,  studiando  la  matura- 
zione delle  uve  barbera,  grignolino  e  fresia  neh"  anno  1878,  nello 
stesso  vigneto,  sr  trovarono  le  seguenti  differenze: 


Barbera 

Grignolino 

Fresia 

Dalla  germogliazione'(22  aprile)  alla 

fioritura;  giorni. 

43 

45 

46 

Temperatura  a  0,50  dal  suolo  (1) 

816°  C. 

861°  C. 

884°  C 

»            a  0,25  nel  suolo 

771°  C. 

817°  C. 

839°  C 

Dalla  fioritura  alla  maturazione  per- 

fetta; giorni        .... 

125 

123 

122 

Temperatura  a  0,50  dal  suolo 

2793°  C. 

2725°  C. 

2751°  C 

»            a  0,25  nel  suolo 

3024°  C. 

2954°  C. 

2981°  C 

Presso  l'Istituto  Agrario  Castelnuovo  (Palermo)  seguendo  il  me- 
todo di  Gasparin  si  trovarono  nel  1879  i  seguenti  dati: 

Fioritura:  22  maggio         (       :  d     di  ffiorni  n6 
Vendemmia:  IG^settembre^10™  dl  Sl0rni  lib 

Temperatura  massima  all'aria  libera  nel  detto  periodo  31,9°  C. 

»            minima                  »                     »  24,6°  C. 

»            media                     »                     »  28,2°  C. 

Che  moltiplicata  per  116  dà  3271°  C. 

Gasparin,  per  la  vigna  coltivata  presso  il  limite  della  viticoltura 
nel  Nord  della  Francia  (Parigi),  trovò  gradi  2676.  Fra  Parigi,  Asti 


(1)  Diamo  qui  la  somma  dei  gradi,  come  di  consueto. 


METEOROLOGIA  VITICOLA 


263 


e  Palermo  vi  ha  quindi  una  notevolissima  differenza  nella  quantità 
di  calore  occorrente  alla  vite  nel  periodo  dalla  fioritura  alla  ven- 
demmia. A  Palermo  le  viti  vogliono  circa  600°  di  più;  è  vero  però 
che  le  uve  riescono  notevolmente  meno  acide  e  più  ricche  di  prin- 
cipio dolce,  onde  la  maturità  di  cui  parla  Gasparin  deve  intendersi 
in  senso  relativo. 

Per  dare  un'idea  più  precisa  dei  rapporti  che  esistono  fra  la  tem- 
peratura e  la  produzione  della  vite,  riporteremo  qui  una  tabella  di 
Humboldt: 


Latitudine 

Temperature  medie  (centigrade) 

Luoghi 

<D 

<D    O 

Osservazioni 

dell' 

dell' 

della 

dell' 

dall' 

2  -b'o 

82 
23 

anno 

invern. 

prima- 

estate 

autun- 

Z  ^S 

vera 

a)      Vi 

■S'S, 

Bordeaux... 

44°  50' 

13.9 

6.1 

13.4 

21,7 

14.4 

5.0 

22.8 

Clima  molto  fa- 

Francoforte 

vorev.  alla  vite. 

sul  M 

50°  r 

9.8 

1.2 

9.9 

18.3 

10.0 

-0.4 

10.8 

Parisi 

48°  50' 
46°  31' 

10.8 
9.5 

3.3 

0.5 

10.3 
9.2 

18.1 
18.4 

11.2 
9.9 

1.8 
-1.0 

18.9 
18.7 

Vino  mediocre. 

Losanna 

Ginevra 

46°  12' 

9.7 

1.2 

9.5 

17.9 

10.2 

-0.4 

18.6 

Berlino 

52°  31' 

8.6 

-0.7 

8.0 

17.3 

8.8 

-2.4 

18.0 

Vino  appena  be- 
vibile. 

Cherbourg.. 

49°  39' 

11.2 

5.2 

10.4 

16.5 

12.5 

3.2 

17.3 

Senza  viti. 

Londra 

51°31' 

10.4 

4.2 

9.5 

17.1 

10.7 

3.0 

17.8 

Id. 

Dublino 

53°  23' 

9.5 

4.6 

8.4 

15.3 

9.8 

4.3 

16.0 

Id. 

Come  vedesi  nel  clima  di  Bordeaux  si  verificano  appunto  le  con- 
dizioni di  temperatura  che  dicemmo  essere  cotanto  favorevoli  alla 
fruttificazione  della  vite.  Quasi  tutta  l'Alta  Italia  si  trova  in  condi- 
zioni uguali  se  non  migliori;  ma  si  trova  certo  in  condizioni  migliori  il 
rimanente  d'Italia,  d'onde  uve  più  zuccherine  e  vini  più  alcoolici. 
Senonchè  nel  misurare  la  temperatura  converrebbe  eziandio  tenere  cal- 
colo dell'  altezza  dei  termometri  dal  livello  del  suolo,  cosa  che 
non  si  fa  sempre,  dal  che  derivano  i  molti  dati  contraclditorii  che  si  ri- 
scontrano nei  differenti  autori:  nell'anno  1876  la  Stazione  Enologica 
d'Asti  volle  misurare  le  variazioni  termometriche  a  seconda  dell'al- 
tezza degli  istrumenti  d'  osservazione,  ed  ecco  i  dati  che  si  riferi- 
scono all'estate: 


>64 

CAPITOLO   VI 

Altezza  dal  suolo 

Media 

Media  delle  due 

e  ; 

profondità  in  un  vigneto 

di  luglio 

prime  decadi 

di  agosto 

Termometro  Cent. 

al  sole  a  lm,50 

30,60  C. 

31,13  C. 

» 

»            0m,50 

32,36 

33,01 

» 

nel  suolo     0m,10 

29,89 

29,27 

» 

»            0m,20 

28,74 

28,99 

» 

»            0m,30 

26,52 

27,65 

» 

»            0m,40 

25,31 

26,67 

È  notevole  la  differenza  fra  la  temperatura  a  0m,50  e  quella  ad 
lm,50;  ed  è  pure  notevole  che  nel  terreno,  se  duro  o  poco  smosso  come 
era  quello  dell'esperimento,  anche  a  0,40  di  profondità  la  tempera- 
tura può  innalzarsi  da  25°  a  quasi  27°,  quando  si  innalza  pure  la 
la  temperatura  dell'aria,  per  la  qual  cosa  in  terreni  non  scassati  le 
radici  sono  più  esposte  ai  danni  della  siccità,  come  del  resto  è  notorio. 

Crediamo  però  opportuno  di  far  notare  che  non  in  tutte  le  sta- 
gioni si  ha  a  0,50  di  altezza  dal  suolo  una  temperatura  maggiore 
che  a  lm,50;  nei  mesi  più  freddi,  specialmente  ai  crepuscoli  ed  a 
ciel  sereno,  la  temperatura  può  farsi  più  bassa  a  0m,50  come  ha 
constatato  il  Prof.  Gaetano  Cantoni.  Le  viti  allevate  basse  nei 
paesi  ove  V  inverno  ed  il  principio  della  primavera  sono  freddi, 
sono  infatti  più  danneggiate  dalle  brine  che  non  le  viti  alte,  perchè 
basta  qualche  grado  di  meno  di  temperatura  per  determinare  la  for- 
mazione della  brina;  diremo  a  suo  luogo  come  possa  evitarsi  questo 
grave  inconveniente  (1). 

Ma  se  alla  vite  è  indispensabile  un  adeguato  calore,  una  tempe- 
ratura la  quale  ecceda  certi  limiti  può  riescirle  molto  dannosa:  fa- 
cendo la  somma  dei  gradi  di  calore  solare  che  si  hanno  ora  per  ora 
nei  mesi  di  maggio,  giugno,  luglio,  agosto  e  settembre  si  trova  che 
il  numero  63.000  rappresenta  il  limite  estremo,  ed  il  numero  55.000 
rappresenta  la  media  più  favorevole  alla  vegetazione  ed  alla  frutti- 
ficazione della  vite. 

I  seguenti  dati  possono  permettere  al  lettore  di  fare  un  parallelo 
fra  alcuni  paesi  viticoli: 


Vienna 

Mompellieri 

Palermo 

Guibar-Bou-Aoun  (Algeria  limite  estremo) 


49.900 
55.900 
56  500 
63.000 


(1)  Vedi  Viti  a  piramidi  —  ed  il  capitolo  ove  si  parla  delle  brine. 


METEOROLOGIA  VITICOLA  265 

Sotto  i  50.000  gradi  orarii  bisogna  proteggere  la  vite  contro  i  geli, 
sopra  i  60.000  la  vegetazione  e  la  fruttificazione  sono  irregolari.  Ac- 
cade allora  che  l'uva  si  essica  anziché  maturare,  e  questo  special- 
mente nei  vigneti  esposti  a  mezzogiorno  ed  in  terreni  pietrosi.  I  raggi 
calorifici  che  cadono  sulla  loro  superficie  sono  allora  riflessi,  come 
si  vede  nella  fìg.  64,  e  vanno  a  colpire  l'uva  senza  nulla  aver  per- 


Fig.  64. 

eluto  della  loro  potenza;  vale  a  dire  che  i  raggi  diretti  a  hanno  u- 
guale  potenza  calorifica  dei  raggi  riflessi  b,  onde  l'uva  c>  se  non  è 
protetta  da  foglie,  riceve  per  riflessione  i  raggi  solari  che  giungono 
alla  superfìcie  dei  ciottoli,  oltre  a  quelli  che  possono  venirle  diretta- 
mente dalla  parte  superiore.  In  queste  condizioni  se  il  calore  non  ec- 
cede i  suaccennati  limiti,  l'uva  matura  completamente;  anzi  in  alcuni 
paesi  ove  il  clima  non  è  troppo  favorevole  alla  vigna,  si  coadiuva 
la  maturazione  dell'uva  appunto  circondando  le  ceppaie  di  grosse 
pietre,  che  si  riscaldano  al  sole  e  ne  riflettono  i  raggi  sui  grappoli  (1). 
Ma,  oltre  quei  limiti,  si  verifica  la  così  detta  scottatura  dei  grap- 
poli, che  i  Francesi  chiamano  échaudage,  fenomeno  ben  noto  nel- 
l'Italia e  nella  Francia  meridionali.  Si  può  ritenere  che  allorquando 
il  termometro  centigrado  segna  intorno  ai  40°  all'ombra  ed  a  nord, 
gli  acini  si  essicano,  e  ciò  perchè  essi  vengono  a  trovarsi  sotto  Fin- 
fluenza  di  una  temperatura  assai  maggiore,  appunto  pel  calore  ri- 
flesso dal  suolo.  Non  si  erra  stabilendo  che   se  il  termometro  nei- 


CI)  De  Candolle.  Pliysiologie  vegetale,  p.  1254. 


266  CAPITOLO   VI 


l'aria  segna  35°  a  40°,  l'uva  può  scaldarsi  sino  a  60°-65°,  special- 
mente se  i  grappoli  sono  poco  distanti  dalla  superfìcie  del  suolo.  Nel- 
l'interno degli  acini  dei  nostri  vitigni  coltivati  ad  alberello  sui  colli 
di  Casalmonferrato,  abbiamo  sempre  riscontrato  in  giornate  serene 
di  settembre  35°  a  40°  C.;  ma  questo  in  condizioni  normali  di  calore. 
Al  capitolo  Malattie  della  vite,  studieremo  in  disteso  quanto  si  rife- 
risce alla  scottatura. 

Qui  soggiungeremo  soltanto  che  i  perniciosi  effetti  della  tempera- 
tura soverchiamente  elevata,  sono  temperati  alquanto  dall'umido  e 
dal  vento,  o  per  meglio  dire  dallo  stato  di  movimento  in  cui  può  tro- 
varsi l'aria;  in  altri  termini  se  il  tempo  è  molto  secco  e  calmo  non 
è  necessario  un  innalzamento  di  temperatura  uguale  a  quello  che  si 
richiede  durante  un  tempo  umido  perchè  l'uva  abbia  a  soffrirne;  la. 
scottatura  potrà  allora  verificarsi  anche  a  2  o  3  gradi  al  disotto  del- 
l'accennato limite. 

§  3.  L'umido  e  la  vite.  —  Le  pioggie  moderate  sono  senza 
dubbio  di  giovamento  alla  vite,  la  quale  non  potrebbe  vegetare,  e 
peggio  poi  fruttificare  convenientemente,  senza  un  adeguato  umidore 
nel  suolo;  ma  a  bello  studio  abbiamo  parlato  di  pioggie  moderate, 
perchè  poche  piante  risentono  tanto  quanto  la  vite  gli  effetti  perni- 
ciosi del  soverchio  umido. 

Come  ed  in  quale  misura  l'acqua  giovi  alla  vite  ed  all'uva  l'ab- 
biamo già  studiato  a  pag.  207,  accennando  alle  nostre  osservazioni 
sulla  grossezza  degli  acini  a  seconda  della  quantità  d'acqua  caduta 
sul  suolo.  Senz'acqua  non  può  esservi  vino;  né  ciò  deve  parere  un 
paradosso  per  chi  conosce  solo  gli  elementi  della  fisiologia  della  vite 
e  la  composizione  del  mosto. 

Le  piogge  moderate  nei  mesi  di  agosto  e  di  settembre  giovano 
eziandio  a  far  aumentare  la  quantità  del  mosto,  e  sin  dal  1846  il 
sig.  Vergnette  Lamotte  (1)  asseriva  di  aver  constatato  con  esperi- 
menti esatti  che  «  il  giorno  dopo  una  pioggia  vi  era  néìYuva  matura 
un  assorbimento  d'acqua  tanto  meccanico  che  organico,  il  quale  po- 
teva elevarsi  sino  al  5  °/0  del  peso  primitivo.  » 

Una  adeguata  quantità  d'umido  è  poi  indispensabile  per  la  matu- 
razione dell'uva;  senza  l'acqua  o  con  quantità  troppo  piccole  d'acqua 
non  avverrebbero  quelle  trasformazioni  dei  componenti  dell'acino  che 


(1)  Congrès  des  vignerons,  Dijon,  p.  431, 


METEOROLOGIA  VITICOLA  267 

da  acerbo  lo  fanno  maturo;  e  questo  perchè  l'acqua  essendo  uno  fra 
i  più  importanti  solventi,  specialmente  considerata  nei  fenomeni  ve- 
getali, permette  un  più  intimo  contatto  fra  i  suddetti  componenti, 
d'onde  traggono  origine  nuovi  composti.  E  di  ciò  pure  abbiamo  lun- 
gamente detto  studiando  la  maturazione  dell'uva. 

Ma  è  però  vero  di  dire  che  la  vite  ama  piuttosto  la  siccità  che  non 
l'umido,  e  basterebbe  a  dimostrarlo  il  fatto  a  tutti  notorio,  che  nei 
paesi  ove  il  cielo  è  abitualmente  sereno  da  aprile  a  ottobre,  con  un 
persistente  alidore,  le  uve  riescono  esuberantemente  ricche  di  zuc- 
chero cioè  perfette  per  dolcezza  e  profumo. 

Abbiamo  però  altri  fatti  che  ci  provano  come  la  vite  si  appaghi 
di  una  limitata  quantità  d'umido,  e  sia  allora  più  sana,  oltre  a  produrre 
frutto  migliore.  Anzitutto  ogni  viticultore  ha  osservato  di  certo  che  negli 
anni  secchi  il  vino  è  migliore,  e  che  per  contro  negli  anni  umidi  la  vite 
è  facilmente  infestata  da  crittogame,  onde  l'uva  riesce  mediocre  e  ciò 
quand'anche  si  vincano  questi  parassiti.  In  simili  condizioni,  cioè  se 
le  piogge  sono  abbondanti,  si  ha  anzitutto  un  notevole  abbassamento 
di  temperatura,  per  la  qual  cosa  tutte  le  funzioni  vitali  della  pianta 
restano  se  non  paralizzate  di  certo  inceppate  per  deficienza  di  luce 
e  di  calore. 

Inoltre  nelle  annate  umide  il  succo  entra  nei  frutti  troppo  abbon- 
dante e  troppo  acquoso,  e  le  cellule  destinate  ad  elaborarlo  non  pos- 
sono farlo  che  in  modo  incompleto;  il  frutto  diventa  grosso,  ma  ac- 
quoso ed  insipido  (1). 

Quando  poi  le  piogge  sopraggiungono  alla  vigilia,  se  così  possiamo 
dire,  della  vendemmia,  oltre  al  guasto  ed  al  marcimento  di  molti  grap- 
poli, si  hanno  mosti  che  fermentano  lentamente  ed  incompletamente,  e 
vini  di  poca  stabilità.  Accade  allora  che  gli  acini  si  gonfiano  oltre 
misura  in  un  tempo  relativamente  breve,  e  le  fiocine  si  screpolano; 
di  qui  ha  principio  il  marciume,  e  quindi  sviluppasi  la  muffa  speciale 
di  cui  ci  occuperemo  studiando  le  crittogame  degli  acini. 

È  pure  noto  ai  viticultori  che  se  le  pioggie  abbondano  durante 
l'attecchimento  degli  acini,  vale  a  dire  dopo  la  fioritura,  gli  acini 
cadono  e  si  ha  la  cosidetta  càscola  di  cui  diremo  studiando  le  ma- 
lattie della  vite.  Qui  ci  limiteremo  a  notare  che  la  càscola  arreca 
spesso  danni  assai  gravi,  specialmente  se  le  piogge  soverchie  cadono 


(1)  De  Candolle  loc.  cit.  pag.  577. 


268  CAPITOLO   VI 


nel  mese  di  giugno  e  se,  come  accade  quasi  sempre,  all'azione  no- 
civa dell'umido,  associasi  quella  nocivissima  del  freddo. 

Infine  è  pure  noto  che  l'umido  soverchio  durante  il  periodo  della 
fioritura,  cagiona  1'  aborto  dei  fiori,  di  cui  abbiamo  già  parlato  stu- 
diando la  formazione  dei  viticci,  e  di  cui  diremo  a  lungo  più  in- 
nanzi. 

Un  altro  inconveniente  delle  piogge  è  l' abrasione  delle  foglie 
dei  tralci  e  dell'uva  causata  dalla  subitanea  comparsa  del  sole  co- 
cente: allora  le  goccioline  d'acqua  che  stanno  sulla  pianta  fanno  l'uf- 
ficio come  d'una  lente  ustoria,  concentrando  sovra  un  solo  punto  i 
raggi  solari  e  causando  una  alterazione  nei  tessuti  che  si  palesa  poi 
come  una  piccola  macchia  rosso-  nerastra  (1). 

Infine  il  grande  calore  dopo  un  tempo  umido  prolungato,  provoca 
una  soverchia  evaporazione  dalle  foglie  della  vite,  specialmente  se 
il  vigneto  è  situato  in  esposizione  calda  e  protetta  dai  venti;  in  queste 
condizioni  se  perdura  l'elevata  temperatura  le  foglie  ingialliscono  a 
poco  a  poco  e  finiscono  col  cadere. 

Sono  quindi  parecchi  e  gravi  gli  inconvenienti  causati  da  un  ec- 
cesso di  umido:  per  precisare  meglio  la  sinistra  influenza  delle 
pioggie  sulla  qualità  dell'uva,  riferiremo  i  saggi  comparativi  fatti  dal 
Dr.  F.  Ravizza  alla  Stazione  Enologica  di  Asti  sui  mosti  di  due  anni, 
l'uno  secco,  l'altro  umido. 

Questi  due  anni  furono  il  1877  ed  il  1878:  i  vitigni  sui  quali  si 
esperimentò  furono  il  Barbera,  il  Grignolino  e  la  Fresia.  Ecco  le 
quantità  di  pioggia  cadute: 

1877  .     .     .  millimetri  di  pioggia     62 

1878  ..     .  »  309 

Adunque  il  1877  fu  molto  asciutto  ed  il  1878  molto  umido.  Ad 
onta  di  ciò  i  giorni  passati  dalla  fioritura  alla  completa  maturanza 
non  variarono  di  molto: 

Barbera       Grignolino        Fresia 

1877  .     .     .     giorni  123  117  118 

1878  ...        »      125  123  122 

Variò  però  sensibilmente  la  quantità  di  zucchero,  sostanze  estrat- 


(1)  Ne  riparleremo  al  Cap.  XXVIII  studiando  la  melata  o  manna. 


METEOROLOGIA  VITICOLA 


269 


tive  e   tartrato  potassico,    che  fu    notevolmente  maggiore  nelF  anno 
asciutto,  cioè  nel  1877: 


Densità 

Grado  Guyot 

Zucchero 

Tartrato 

Acidi 

Sostanze 

estrattive 

Barbera    . 

1877 

1.101 

23 

200.0 

8.52 

6.38 

242.7 

» 

1878 

1.096 

22.5 

190.8 

6,95 

8.59 

235.7 

Grignolino 

1877 

1.101 

24 

208.3 

8.12 

7.37 

242.6 

» 

1878 

1.083 

19 

168.0 

6.21 

9.90 

202.1 

Fresia    .  . 

1877 

1.104 

24 

192.3 

8.38 

7.47  ' 

235.8 

»        .  .  1878       1.086       19.5       172.4       6.10     10.00       209.3 

Da  questo  specchietto  si  desume  eziandio  che  negli  anni  piovos_ 
aumenta  il  per  mille  di  acidi,  la  qual  cosa  è  un  indizio  che  la  ma 
turità  dell'uva  è  imperfetta.  Il  tartrato  di  potassio  aumenta  invece 
coll'aumentare  dello  zucchero,  come  già  dicemmo  a  pag.  223. 

Le  pioggie  abbondanti  indussero  nel  1878  una  notevole  diminuzione 
nella  temperatura  misurata  entro  terra: 


Totale  dei  gradi 
dalla  fioritura  alla  completa  maturazione 

Termometri  nel  suolo 

a  metri 
0,25 

a  metri 
0,45 

a  metri 
0,65 

Barbera 

. 

1877 

3024 

2910 

2841 

» 

.     .     . 

1878 

2841 

2875 

2729 

Grignolino 

,     . 

1877 

2954 

2826 

2749 

» 

.     •     • 

1878 

2791 

2719 

2682 

Fresia 

.     . 

1877 

2981 

2850 

2772 

» 

# 

.     1878 

2766 

2700 

2658 

La  temperatura  totale  (dalla  fioritura  alla  completa  maturanza) 
misurata  a  25  centimetri  di  profondità  fu  notevolmente  maggiore 
nell'anno  asciutto  (1877)  in  cui  ad  esempio  il  barbera  ebbe  un  to- 
tale di  3024  gradi,  cioè  circa  200  di  più  che  non  nell'  anno  umido 
(1878).  È  facile  però  intendere  come  queste  differenze  vadano  di- 
minuendo col  crescere  della  profondità,  perchè  negli  strati  inferiori 
è  minore  la  evaporazione  che  è  causa  del  raffreddamento  del  terreno: 
nel  1878  ad  ogni  modo  il  terreno  si  raffreddò  assai  più  che  non  nel 
precedente  anno,  causa  le  molte  piogge.  Tutti  questi  fatti  giovano 
a  dimostrare  viemeglio  quanto  l'umido  soverchio  sia  dannevole  alla 
vite. 


270  CAPITOLO    VI 


§  4.  L'elettricità  e  la  vite.  —  L'influenza  grande  che  l'elet- 
tricità esercita  sulla  vegetazione,  ci  induce  a  svolgere  questo  pa- 
ragrafo con  alquanti  dettagli,  tanto  più  che  gli  studii  che  hanno 
tratto  all'elettricità  ne'  suoi  rapporti  colla  vite,  sono  abbastanza  re- 
centi e  poco  conosciuti. 

L'illustre  J.  Sachs  premesso  che  «  colle  radici  nel  suolo  la  pianta 
terrestre  svolge  nell'atmosfera  i  suoi  rami  e  le  sue  foglie  e  presenta 
all'aria  un'ampia  superfìcie,  e  che  il  tessuto  della  pianta  è  imbevuto 
intieramente  di  liquidi  elettrolitici  »,  ritiene  che  la  pianta  sia  capace 
di  eguagliare  le  differenze  elettriche  che  possono  esistere  tra  il  suolo 
e  l'atmosfera,  a  mezzo  delle  correnti  che  traversano  dall'alto  al  basso 
tutto  il  tessuto  vegetale.  Ora  siccome  Y  atmosfera  possiede  d'  or- 
dinario una  tensione  elettrica  differente  dalla  tensione  elettrica  del 
terreno,  e  siccome  questa  differenza  di  tensione  cambia  secondo  il 
tempo  che  fa,  si  è  tratti  a  credere  che  si  operino  continuamente  at- 
traverso alle  piante  degli  scambi  di  elettricità.  «  Queste  correnti  con- 
tinue esercitano  esse  un'azione  favorevole  sui  fenomeni  della  vege- 
tazione? Le  improvvise  e  potenti  scariche  elettriche  che  hanno  luogo 
in  occasione  della  caduta  del  fulmine  attraverso  gli  alberi  dimostrano 
per  lo  meno  che  delle  deboli  differenze  di  tensione  elettrica  possono 
egualmente  neutralizzarsi  con  lentezza  attraverso  al  corpo  della 
pianta  ». 

Nollet  in  Francia,  Jallabert  a  Ginevra,  Mambray  ad  Edimburgo 
fecero  fin  dal  secolo  scorso  esperienze  in  proposito  su  piante  ed  a- 
nimali,  caricando  di  elettricità  con  macchine  a  sfregamento  V  am- 
biente in  cui  racchiudevano  le  une  o  gli  altri,  oppure  in  cui  pone- 
vano semi  a  germogliare;  e  ne  dedussero  che  un  aumento  di  ten- 
sione elettrica  accelerava  le  funzioni  vitali. 

Il  prof.  G.  A.  Ottavi  mio  padre  scriveva  nel  suo  Coltivatore  (voi.  19, 
pag.  160):  «  Le  cose  più  meravigliose  della  natura,  come  la  riso- 
luzione dei  problemi  più  diffìcili,  pare  siano  inerenti  a  questo  potente 
fluido  (l'elettricità).  Ad  esso  perciò,  se  pure  non  mi  illudo,  si  do- 
vranno le  maggiori  scoperte  dei  secoli  avvenire.  » 

Duhamel  de  Monceau  nella  sua  Fisica  delle  piante  insiste  sul  ra- 
pido sviluppo  delle  piante  stesse  durante  i  tempi  procellosi  e  sull'azione 
benefica  delle  piogge,  anche  sulle  piante  acquatiche,  «  S'incominciano 
a  vedere  nella  natura,  egli  aggiunge,  altri  agenti  potentissimi  che 
possono  produrre  questi  effetti;  la  virtù  magnetica  e  quella  dell'e- 
lettricità possono  esser  portate  ad   esempio:   chi  sa  che  non  ve   ne 


METEOROLOGIA  VITICOLA  271 

sia  una  infinità  d'altre?  L'abate  Nollet,  il  signor  Le  Mosnier  il 
medico  e  vari  altri  fisici,  ci  hanno  fatto  intravedere  che  l'elettricità 
può  influire  sulla  vegetazione.  » 

L'abate  Bertolon  è  più  reciso;  «  l'elettricità  dell'atmosfera  ha  sulle 
piante,  come  sopra  tutti  gli  animali  e  particolarmente  sull'uomo,  una 
influenza  ben  marcata.  »  E  le  sue  esperienze  provarono  che  codesta 
influenza  era  delle  più  benefiche  per  la  vegetazione. 

Ma  il  merito  di  avere  in  questi  ultimi  tempi  con  esperimenti 
esatti  tratto  conclusioni  più  precise,  spetta  al  signor  Grandeau  in 
Francia  ed  in  Italia  ai  compianti  nostri  scienziati  dott.  Celi  e  dottor 
Macagno. 

Per  constatare  con  un'esperienza  diretta  se  l'elettricità  atmosferica 
esercita  o  no  una  influenza  sulla  vegetazione,  il  sig.  Grandeau  u- 
sando  di  terreni  più  o  meno  differenti  per  origine,  per  ricchezza  va- 
riabile in  principii  nutritivi,  per  profondità  diverse  ecc.,  ma  pren- 
dendone sempre  due  identici  per  natura  e  condizioni  esterne  in  cia- 
scuna esperienza,  in  questi  poneva  due  piante  della  stessa  specie  e 
tanto  eguali  tra  loro  da  potersi  paragonare  senza  errore.  Così  queste 
due  piante  si  trovavano  in  condizioni  assolutamente  simili  sotto  ogni 
riguardo:  terreno,  umidità,  luce,  ecc.  Soltanto  che  una  delle  due 
piante  la  lasciava  crescere  liberamente  nell'aria  a  contatto  di  tutta 
l'elettricità  atmosferica;  per  l'altra  invece  l'aria  circostante  veniva 
privata  dell'elettricità  atmosferica  ed  ecco  come: 

Due  casse  metalliche,  munite  di  fori  nella  parte  inferiore,  conte- 
nenti ciascuna  19  chilogr.  della  medesima  terra,  venivano  infossate 
nel  terreno  di  un  giardino  ai  ò\6  circa  della  loro  altezza.  Una  delle 
casse  era  posta  all'aria  libera;  l'altra  era  superiormente  coperta  da 
una  leggiera  gabbia  in  ferro  alta  metri  1,50  e  larga  lateralmente 
metri  0,40,  come  si  vede  nella  figura  65.  Questa  gabbia  era 
formata  da  quattro  montanti  in  ferro  di  m.  0,01  di  diametro,  uniti 
tra  loro  da  una  rete  in  filo  di  ferro  fino  (m.  0,0005)  a  maglie  di 
m.  0,15  su  m.  0,10;  questa  gabbia  lascia  libero  accesso  all'aria,  alla 
luce,  al  calore,  all'acqua,  ecc.;  essa  non  ha  altro  effetto  che  quello 
di  sopprimere  intieramente  per  la  pianta  che  vi  sta  dentro,  l'azione 
dell'elettricità  atmosferica. 

Le  due  casse  erano  poste  a  poca  distanza  l'una  dall'altra;  esse 
ricevevano  egualmente  e  durante  lo  stesso  tempo,  i  raggi  del  sole, 
la  pioggia,  ecc.  In  un  angolo  di  ciascuna  delle  due  casse,  il  Gran- 
deau pose,  al  principio  della  esperienza,  due  scatole  metalliche  con- 


272 


CAPITOLO    VI 


tenenti  lo  stesso  terreno  delle  casse;  esse  erano  destinate  a  servir 
di  confronto  per  le  variazioni  che  la  terra  senza  piante  subisce  nella 
sua  composizione  pel  contatto  prolungato  con  l'atmosfera  ed  a  stu- 
diare così  la  nitrificazione  naturale  del  suolo  nudo,  sottratto  o  non 
all'azione  dell'elettricità. 


Le  esperienze  furono  fatte  sul  tabacco,  sul  mais  caragua,  e  sul 
frumento  Chiddam. 

Esperienze  sul  tabacco.  —  Il  7  aprile  1877  in  ciascuna  delle 
due  casse  fu  posto  un  piede  di  tabacco,  proveniente  dalla  stessa 
aiuola,  pesante  gr.  3,5  ed  avente  quattro  foglie  primordiali.  Queste 
piante  affatto  identiche  avevano  completamente  attechito  al  14  aprile. 
A  partire  dal  20  dello  stesso  mese  fino  al  giorno  del  raccolto  (7  a- 
gosto)  si  constatarono  differenze  assai  notevoli  nello  sviluppo  dei 
due  tabacchi:  quello  che  vegetava  all'aria  libera  si  comportava  come 


METEOROLOGIA  VITICOLA 


273 


le  altre  piante  vegetanti  vicino  a  lui  in  piena  terra;  quello  invece 
che  era  posto  sotto  la  gabbia  cresceva  assai  meno  rapidamente  in 
altezza  ed  in  diametro.  Tutti  e  due  erano  vigorosi;  le  loro  foglie, 
assai  verdi,  dinotavano  una  regolare  funzione,  benché  sensibilmente 
differente  in  intensità,  della  cellula  clorofilliana.  Al  7  agosto  la  pianta 
fuori  gabbia  aveva  fiorito  ed  i  grani  incominciavano  a  formarsi, 
mentre  la  pianta  sotto  gabbia  assai  in  ritardo  relativamente  all'altra, 
presentava  appena  qualche  bottone,  ma  neanche  un  fiore. 
Eccone  i  dati  dei  pesaggi  e  dell'analisi: 


TABACCO 


Altezza  totale      

Numero  delle  foglie  .  .  . 
Peso  delle  foglie  fresche 
Peso  medio  di  una  foglia  . 
Peso  dei  fusti  e  delle  radici 
Peso  totale  della  raccolta 
Peso  della  so-  l  foglie  .  . 
stanza  secca  \  fusti  e  radici 

Acqua    

Materie  azotate 

Materie  idrocarbonate       .     . 
Ceneri  (materie  minerali) 


fuori 
m. 

gr. 


gabbia 

1,05 

14 

107 

7,64 

106 

273 

13 

17 

243,000 

2,269 

24,629 

3,102 


sotto 


m. 


gr 


30 


gabbia 

0,69 

10 

70 

7 

70 

140 

8,5 

9,0 

122,500 

1,325 

13,755 

2,420 


17,5 


Per  potere  fare  un  paragone,  supponendo  eguale  a  100  la  quan- 
tità delle  sostanze  della  pianta  in  piena  elettricità,  avremo  i  seguenti 
dati: 

fuori  gabbia  sotto  gabbia 

Materia  vivente  totale 100  51,28 

Materia  azotata »  58,39 

Materie  idrocarbonate  (cellulosa,  amidacee)  »  55,85 

Ceneri »  98,02 


Esperienze  sul  mais  cavagna.  —  All'  8  agosto  alle  due  piante 
di  tabacco  furono  sostituite  due  piante  di  mais  in  tutto  paragona- 
bili; misuravano  m.  0,18  di  altezza  e  pesavano  ciascuna  gr.  2,8;  il 
terreno  fu  concimato  egualmente  in  tutte  e  due  le  casse;  al  13  agosto 
le  piante  avevano  attecchito;  al  21  dello  stesso  mese  la  differenza 
nello  sviluppo  dei  due  mais  era  assai  sensibile,  poiché  la  pianta  tolta  all'e- 
lettricità cresceva  assai  meno  della  pianta  all'aria  libera.  All'8  ottobre 
per  tema  delle  brinate  fu  fatto  il  raccolto:  la    differenza  apparente 

O.  Ottavi,   Trattato  di  Viticoltura  19 


274  CAPITOLO    VI 


tra  le  due  raccolte  si  accentuò  piuttosto  nello  sviluppo  del  diametro 
del  fusto  e  delle  foglie,  che  sull'  altezza  delle  piante. 
Ecco  i  dati  dell'analisi 

MAIS 

fuori  gabbia  sotto  gabbia 

Altezza  totale m.         1,10  0,98 

Numero  delle  foglie »            7  7 

Peso  dei  fusti  e  foglie gr.         86  50 

Circonf.  del  fusto  ad  1  decim.  dal  colletto 

delle  radici ..*...     cm.        5,3  4,1 

Peso  della  raccolta  secca gr.          7,922  5,428 

Acqua »        78,078  44,572 

Materie  azotate »           1,084  0,673 

Materie  idrocarbonate »           5,696  3,693 

Ceneri ,     .     .     .     .       »           1,142  1,062 

Supponendo  anche  qui  eguale  a  100  la  quantità  delle  sostanze 
delle  piante  in  piena  elettricità,  avremo  i  dati  seguenti: 

fuori  gabbia     sotto  gabbia 

Materia  vivente  totale 100  58,14 

Materie  azotate »  62,08 

Materie  idrocarbonate »  64,45 

Materie  minerali »  92,99 

Esperienza  sul  frumento  Chiddam.  —  Al  6  novembre  1877 
dopo  aver  ben  lavorato  la  terra  delle  due  casse,  vi  fu  seminato  il 
frumento;  la  nascita  fu  regolare  e  le  piante  si  comportarono  sensi- 
bilmente nello  stesso  modo  dal  novembre  alla  fine  di  marzo.  Al  primo 
aprile  1878  i  frumenti  delle  due  casse  non  presentavano  alcuna  dif- 
ferenza marcata  per  l'altezza  ed  il  vigore.  Al  25  maggio  i  fusti  del 
frumento  misuravano  in  ambo  le  casse  da  m.  0,38  a  0,40  di  altezza, 
ma  il  volume  apparente  dei  fusti  era  assai  differente;  il  frumento 
cresciuto  all'aria  libera  aveva  maggior  grossezza,  mentre  i  fusti  del 
frumento  sotto  gabbia  erano  assai  meschini. 

Tolti  sei  gambi,  tagliati  rasente  terra  in  ambedue  le  casse,  si  trovò  : 

Peso  dei  6  fusti  fuori  gabbia gr/    6,570 

»  sotto  gabbia »      4,950 

Un  accidente  impedì  di  proseguire  1'  esperimento  fino  alla  matu- 
rarla ;  ma  il  frumento  rimasto  sotto  gabbia  rimase  intristito,   fiori 


METEOROLOGIA  VITICOLA  275 

difficimente,  molti  fiori  abortirono  e  la  raccolta  in  grano  fu  poco  ab- 
bondante. 

Da  queste  sperienze  il  Grandeau  trasse  le  seguenti  conclusioni: 

1°  I  vegetali  sottoposti  all'  esperienza  furono  notevolmente  in- 
fluenzati nel  loro  accrescimento  della  soppressione  della  tensione  e- 
lettrica  dell'atmosfera  che  li  circondava.  La  proporzione  dei  tessuti 
viventi  formati  in  assenza  dell'  azione  dell'  elettricità  atmosferica  fu 
inferiore  del  27,09  per  cento  alla  produzione  normale. 

2°  Il  tasso  di  materia  secca  elaborata  dalla  pianta  si  è  abbas- 
sato sotto  la  gabbia  del  29,71  per  cento;  quello  della  materia  azo- 
tata del  20,28  per  cento;  il  tasso  delle  materie  amilacee  (zuccaro, 
amido,  ecc.)  fu  specialmente  influenzato  dalla  soppressione  dello  stato 
elettrico  dell'aria;  si  abbassò  del  31,75  per  cento  sotto  la  gabbia. 

3°  Le  piante  vegetanti  all'aria  libera  assorbirono  un  po'  più  di 
azoto  (0,06  per  cento)  ed  assai  meno  di  sostanze  minerali. 

Il  compianto  Dott.  Celi  fece  esperienze  consimili  alle  precedenti, 
seminando  alcuni  semi  di  mais  in  ambienti  elettrizzati,  ed  altri  in 
ambienti  non  eletrizzati.  Germinati  i  semi,  le  piante  si  svolsero  in 
proporzioni  assai  differenti;  al  10  agosto  misurate  le  piante  si  eb- 
bero le  seguenti  dimensioni: 

Piante  nell'aria  elettrizzata,  altezza  metri  0,17 
Id.       non  elettrizzata        »         »       0,08 

Ma  veniamo  infine  alla  Vite,  che  fu  essa  pure  sottoposta  ad  eguali 
esperienze  per  cura  del  compianto  nostro  collega  Dott.  Macagno.  Egli, 
all'Istituto  Agrario  di  Castelnuovo  (Palermo)  applicò  a  16  viti  l'ap- 
parecchio indicato  nella  figura  66. 

Un  filo  di  rame  M  N,  innestato  mediante  punta  di  platino  nella 
estremità  superiore  del  tralcio  frutticoso,  era  spinto  verticalmente 
nell'  aria  ad  un'  altezza  di  80  centimetri  circa  sopra  la  linea  A  B, 
che  indica  l'altezza  cui  arrivano  le  foglie  e  le  punte  dei  tralci  della 
vite  durante  la  sua  vegetazione. 

Questo  filo  fu  fissato  con  sostegni  isolatori  al  palo  stesso,  ove  si 
vengono  ad  attorcigliare  e  legare  i  tralci  più  lunghi,  secondo  il  si- 
stema del  luogo.  Alla  base  del  tralcio  frutticoso  venne  pure  innestato 
con  punta  di  platino  un  altro  filo  di  rame  O  P  che  andava  nel  suolo. 

In  tal  modo  le  16  viti  si  trovavano  nella  condizione  di  ricevere 
più  facilmente  delle  altre  F  influsso  dell'elettricità  atmosferica.  L' ap- 


276 


CAPITOLO   VI 


parecchio  venne  applicato  al  15  aprile  e  lo  si  lasciò  fino  al  20  set- 
tembre,   giorno  della  vendemmia.  Raccolti  allora  i  tralci  frutticosi 


Fip-.  06. 


tanto  di  queste  come  di  altre  viti  vicine  lasciate  in  condizioni  ordi- 
narie per  confronto,  vennero  analizzati,  ed  eccone  i  risultati: 


METEOROLOGIA  VITICOLA 


277 


Quantità  per  cento 


Nel  legno  secco  a  110° 

Materie  minerali 

Potassa 

Calce 

Acido  fosforico 

Nelle  foglie  secche  a  110° 

Materie  minerali        

Potassa  sotto  forma  di  bitartrato 
Potassa  sotto  altra  forma        .     . 

Calce         

Acido  fosforico 

Bitartrato  potassico 

Acido  malico 

Acido  tannico    ....... 

Acido  tartarico  libero     .     .     .     . 

Amido  e  destr 

Glucosio ,     .     . 

Negli  acini  freschi 

Mosto  per  cento 

Acqua        

Glucosio 

Acido  tartarico  libero    .     .     .     . 

Bitartrato  di  potassa       .     .     .     . 

Acido  tannico    ....... 

Acido  malico 


Viti 

Viti 

aturali 

con  apparecchio 

3,684 

3,115 

0,642 

0,541 

1,184 

1,192 

0,182 

0,128 

13,415 

14,415 

0,795  ) 
0,429  j 

22!     0.871J 

'~~X     0,390)  V° 

5,211 

5,321 

0,428 

0,665 

3,180 

3,491 

2.480 

2,515 

12,760 

11,911 

2,051 

3,221 

9,730 

10,415 

3,444 

3,528 

78,21 

79,84 

75,80 

74,23 

16,86 

18,41 

0,112 

tracce 

0,880 

0,791 

0,180 

0,186 

0,064 

0,058 

Considerando  le  sole  materie  minerali  troviamo,  siccome  conchiude 
il  Macagno,  che  esse  abbondano  di  preferenza  nelle  viti  naturali 
quando  si  consideri  soltanto  il  loro  peso  totale.  Nelle  foglie  invece 
succede  il  rovescio,  essendo  maggiore  la  loro  quantità  nelle  viti 
che  hanno  subito  maggiore  influsso  elettrico.  Ciò  indicherebbe  una 
certa  accelerazione  di  forza  vegetativa  prodotta  dall'elettricità,  giac- 
ché dove  essa  scarseggia  sembra  che  le  materie  minerali  stentino  a 
diffondersi  per  tutta  la  pianta. 

Altro  indizio  di  questa  speciale  tendenza  indotta  dall'  elettricità  è 
la  distribuzione  della  potassa.  Nei  tralci  è  maggiore  per  quelle  viti 
che  rimasero  in  condizione  naturale,  per  un  ritardo  forse  di  vege- 
tazione, ma  nelle  foglie  delle  viti  munite  d'apparecchio  metallico,  non 
solo  essa  è  un  po'  maggiore,  ma  osservasi  molto  più  pronunciata  la 


278  CAPITOLO   VI 


quantità  combinata  con  acido  tartarico.  Il  bitartrato  di  potassa  è  più 
abbondante  là  dove  è  più  facile  l'accesso  dell'elettricità  ;  ed  oltre  ciò 
rispettivamente  alla  quantità  totale  della  potassa  è  maggiore  quella 
trasformata  in  bitartrato,  prodotto  caratteristico  dell'  attività  delle 
foglie.  Sopra  100  parti  di  potassa  65  nelle  foglie  delle  viti  naturali 
stanno  combinate  coll'acido  tartrico,  mentre  nelle  altre  ve  ne  sono  69. 

Nessun'  altra  differenza  rimarchevole  si  rileva  nella  composizione 
delle  foglie,  tranne  una  certa  tendenza  a  produrre  maggiormente 
amido  e  glucosio  per  quelle  munite  del  suddetto  apparecchio. 

Ma  dove  le  risultanze  dell'esperimento  danno  una  più  chiara  idea 
dell'  influenza  che  l'armatura  metallica  applicata  alle  viti  può  avervi 
esercitato,  è  nell'esame  dell'analisi  degli  acini  freschi. 

Quelli  lasciati  nelle  condizioni  naturali  presentano  un  carattere  di 
maturanza  ritardata  rispetto  agli  altri  che  meglio  poterono  ricevere 
elettricità  dall'aria.  Cioè-,  troviamo  nei  primi  meno  mosto,  meno  glu- 
cosio e  maggior  dose  di  acidi. 

Le  differenze  sono  molto  sensibili,  per  cui  se  ne  deve  conchiudere 
che  l'elettricità  facilita  ed  accelera  lo  sviluppo  degli  elementi 
del  grappolo,  nel  tempo  stesso  che  porta  maggior  attività  nelle 
foglie  della  vite. 

Di  questi  interessanti  studii  non  venne  fatta  sin'ora  veruna  pratica  ap- 
plicazione; ma  noi  crediamo  che  in  un  avvenire  non  lontano  si  penserà 
a  trarre  partito  dell'influenza  elettrica  anche  nella  coltura  della  vite. 

§  5.  La  grandine  e  la  vite.  —  Questa  idrometeora  è  senza 
dubbio  uno  fra  i  più  terribili  flagelli  delle  viti.  Da  osservazioni  fatte 
sino  dal  precedente  secolo  risulterebbe  che  gli  è  specialmente  nel  qua- 
drimestre maggio-agosto  che  le  grandinate  sono  più  funeste,  benché 
si  diano  talvolta  eccezioni. 

La  grandine  reca  danni  diretti  ed  indiretti.  I  danni  diretti  sono 
la  percossa  e  le  abrasioni  dei  tessuti,  la  rottura  dei  tralci,  la  scortec- 
ciatura, infine  la  acciaccatura  e  lo  sgranellamento  dei  grappoli,  I 
danni  indiretti  provengono  dal  notevole  abbassamento  di  temperatura 
che  segue  sempre  la  caduta  della  gragnuola. 

I  danni  diretti  sono  più  o  meno  gravi  secondochè  la  grandine  cade 
accompagnata  o  non  da  acqua;  tutti  i  viticultori  sanno  che  la  cosi 
detta  tempesta  secca  o  asciutta  è  la  più  temibile,  mentre  se  la  gra- 
gnuola è  accompagnata  dalla  pioggia  può  anche  arrecare  danni  in- 
significanti. 


METEOROLOGIA  VITICOLA  279 

Il  guasto  è  poi  maggiore  se  spira  un  forte  vento,  perchè  in  questo 
caso  i  diacciuoli  della  grandine  colpiscono,  cadendo  obbliquamente, 
anche  quelle  parti  della  vite  che  probabilmente  sarebbero  rimaste  il- 
lese. Anche  la  grossezza  dei  diacciuoli  influisce,  come  è  naturale,  a  ren- 
dere la  percossa  più  o  meno  dannosa:  il  loro  peso  può  raggiungere 
proporzioni  incredibili;  si  narra  di  palle  di  gragnuola  che  pesavano 
oltre  i  cinque  chilogrammi  (1)  e  che  formarono  sul  terreno  uno  strato 
alto  25  centimetri.  Certo  queste  sono  rarissime  eccezioni;  ma  diac- 
cioli  del  peso  di  varii  ettogrammi  sono  frequenti,  e  ne  facemmo  una 
dolorosa  esperienza  nel  1884,  specialmente  alla  funesta  grandinata  del 
6  giugno.  La  grossezza  dei  diacciuoli  dipende  dalla  violenta  agita- 
zione che  sempre  ha  luogo  nelle  nubi  temporalesche,  per  la  quale  i 
granelli  di  grandine  vengono  sbattuti  gli  uni  contro  gli  altri,  e  quasi 
diremmo  saldati,  per  modo  che  il  loro  volume  si  va  mano  mano  ac- 
crescendo; alcuni  osservatori  hanno  potuto  udire  il  rumore  prodotto 
dal  cozzo  dei  diacciuoli  fra  di  loro,  come  ci  narra  Marié-Davy  (2) 
accennando  alle  trombe  che  accompagnano  sempre  la  formazione 
della  grandine  nelle  nubi. 

Infine  i  danni  della  grandine  sono  gravissimi  e  senza  rimedio  se 
essa  cade  quando  la  vite  ha  appena  messo  fuori  i  grappolini,  perchè 
allora  una  grandinata  anche  minuta  può  compromettere  tutto  il  rac- 
colto d'un  vigneto.  È  noto  infatti  che  molte  Compagnie  di  assicura- 
zione non  accettano  rischi  anteriori  al  15  di  giugno. 

Indirettamente  la  grandine  arreca  danno  alle  viti,  come  già  di- 
cemmo, per  l'abbassamento  notevole  di  temperatura  che  trae  seco. 
Dalle  medie  termometriche  da  noi  raccolte  prima  e  dopo  le  quattro 
funestissime  grandinate  che  nell'estate  del  decorso  1884  distrussero 
i  nove  decimi  del  raccolto  dell'uva  nel  basso  Monferrato  (circon- 
dario di  Casale)  ci  è  risultato  quanto  segue: 

Temperatura  media  Termom.  sul  suolo  del  vigneto  (Esp.  Sud.) 

—  in  luogo  soleggiato 

Prima  della  grandine  (a  mezzodì)         .  40°  C. 

Poche  ore  dopo  la  grandine         .         .  20°  C. 

La  mattina  successiva  (ore  6)      .         .  16°  C. 

Il  giorno  dopo  (a  mezzodì)  .         .  25°  C. 

Due  giorni  dopo 35°  C. 


(1)  Van  Meeske.  Grèle  tombée  à  Koewacht  (Fiandre  Zélandaise)  il  25  agosta 
1853.  (Citato  da  Berti-Pichat:  Istituzioni:  lib.  II.  Cap.  I.) 

(2)  Meteorologie  et  Physique  agricoles  —  171. 


280  CAPITOLO   VI 


Come  vedesi  il  raffreddamento  durò  per  molto  tempo,  recando  senza 
dubbio  grave  danno  alle  viti,  le  quali  dopo  le  grandinate  hanno  invece 
d'uopo  di  molto  calore.  Il  compianto  Dr.  Macagno  fece  analoghe  osser- 
zioni  a  Gattinara  (alto  Novarese)  nell'anno  1877  in  cui  ebbero  luogo 
colà  tre  grandinate  addì  9,  18  e  22  maggio.  Eccone  i  resultati: 

Terni,  nell'aria  Termometro  nel  suolo 

ci  £L  £b  <X  <X 

50  centim.  10  e.         20  e.         30  e.         40  e. 

Media  delle  temperature 
osservate  per  cinque 
giorni  innanzi  il  tem- 
porale del  22  maggio     20°  C.         21°  C.     18°  C.     17°  C.     17°  C. 

Media  delle  temperature 
osservate  per  sette 
giorni  dopo  il  tempo- 
rale del  22       .     .     .     16°  C.         15°  C.     16°  C.     10°  C.     16°  C. 

Da  questi  dati  risulta  che  non  bastarono  sette  giorni  per  rimet- 
tere il  terreno  nelle  primitive  condizioni  di  temperatura:  inoltre,  l'ab- 
bassamento di  temperatura  subito  fu  più  marcato  negli  strati  super- 
ficiali e  specialmente  a  10  centim.  di  profondità,  ove  si  ebbe  un  ab- 
bassamento maggiore  di  quello  che  ebbe  luogo  nell'aria. 

La  grandine  tuttavia  sarebbe  assai  meno  nociva  di  per  sé  stessa, 
se  discendesse  placidamente  dalle  nubi  come  la  neve;  anzi  come  que- 
st'ultima idrometeora,  recherebbe  un  po'  d'ammoniaca  nel  terreno, 
siccome  ha  constatato  il  sig.  Mene,  analizzando  i  diacciuoli  caduti 
presso  Parigi  il  5  maggio  1851. 

Diremo  al  capitolo  XXVIII  come  sia  possibile  porre  rimedio  en- 
tro certi  limiti  ai  danni  che  cagiona  la  percossa  della  grandine.  Qui 
ci  rimane  solo  a  dire  che  la  sua  caduta  è  preannunciata  da  un 
crepitìo  speciale  dovuto  all'urto  dei  diacciuoli  gli  uni  contro  gli  al- 
tri, come  già  accennavamo  or' ora.  Inoltre  le  nubi  assumono  un  a- 
spetto  rigonfio  ed  una  tinta  giallo -grigia;  sono  i  così  detti  nembi  dei 
meteorologisti,  situati  a  grandi  altezze  ove  la  temperatura  è  molto 
bassa  (sotto  Io  zero),  d'onde  la  formazione  della  grandine,  che  poi 
scende  dagli  alti  strati  delle  nubi  e  si  ingrossa  vieppiù.  Il  nembo 
temporalesco  suole  però    terminare  inferiormente   assai  basso,   cioè 


METEOROLOGIA  VITICOLA 


281 


all'altezza  di  un  miglia  o  poco  più  (1).  «  Se  il  nembo  ha.  piede,  cioè 
se  insiste  per  lunga  base  sull'orizzonte  e  rapido  se  ne  solleva,  ma- 
nifestando come  un  fremito  nei  nuvoli  congregantisi,  e  manda  fre- 
quentissimi lampi  e  un  continuo  ma  cupo  rumore,  a  ragione  temesi 
allora  il  temporale  con  rovescii  di  pioggia  e  di  gragnuola,  tanto  più 
orrenda  quanto  più  la  stagione  sarà  stata  calda  ed  asciutta.  »  Così 
si  esprime,  e  giustamente,  il  rinomato  Nipote  del  Vestaverde,  ac- 
cennato dal  Prof.  Gaetano  Cantoni  nella  sua  Enciclopedia  agraria. 
La  regione  d'Italia  ove  sono  più  frequenti  i  temporali,  e  quindi 
anche  le  grandinate,  è  la  Valle  del  Po,  come  risulta  dal  seguente 
specchio: 


Giorni 

TEMPORALESCHI 

STAZIONI 

o 

ci 

CD 

> 

o 

0 

u 

c3 

c3 

0 

CD 

> 

a 

2 
3 

< 

£ 

* 

San  Gottardo 

0,4 

1,6 

0,8 

2,8 

Biella       .     . 



4,4 

9,8 

0,4 

14,6 

Torino     . 



4,6 

5,2 

0,6 

10,4 

Moncalieri 



8,6 

14,2 

2,0 

24,8 

Mondovì 



4,0 

10,4 

2,2 

16,2 

Alessandria 



4,8 

10,8 

2,8 

18,4 

Lugano    . 



3,0 

9,2 

2,8 

15,0 

Milano     . 



4,0 

13,2 

2  2 

19,4 

Pavia 

0,2 

3,2 

10,6 

2',  8 

16,8 

Guastalla 

0,2 

4,8 

13,2 

2,8 

21,0 

Modena    . 

— 

3,6 

8,8 

2,2 

14,6 

Bologna  . 

— 

2,4 

12,6 

3,4 

18,4 

Forlì   .     . 



2,0 

6,2 

3,0 

11,2 

Firenze    . 

0,2 

4,6 

6,0 

3,0 

13,8 

Siena  .     . 

1,4 

3,8 

5,4 

2,8 

13,4 

Urbino     . 

0,4 

1,2 

7,0 

2,0 

10,6 

Perugia  . 

0,4 

1,6 

7,6 

1,8 

11,4 

Roma 

0,8 

2,8 

6,4 

2,6 

12,6 

Napoli  (S.  R.) 

2,0 

3,6 

5,4 

5,2 

16,2 

Locorotondo 

0,4 

3,0 

5,4 

9  9 

11,0 

San  Remo    .     . 

0,4 

1,8 

2,9 

1,8 

6,9 

Genova    .     . 

1,6 

4,8 

10,0 

3,2 

19,6 

Livorno   .     .     . 

0,2 

3,0 

5,8 

2,4 

11,4 

Ancona    .     . 

0,2 

1.4 

6.2 

2,0 

9,8 

Napoli  (0.  U.) 

1,6 

3,2 

7,6 

4,6 

17,0 

Reggio  (Calabi 

iaj     . 

0.4 

1,4 

2,8 

2,8 

7,4 

Palermo        .... 

2,0 

3,0 

3   9 

3,0 

11,2 

(1)  Enciclopedìa  agraria.  —  Climatologia  italica.  Dott.  Paolo  Cantoni,  p.  254. 


282  CAPITOLO   VI 


§  6.  La  brina  e  la  vite.  —  La  brina  è  pure  una  funesta  i- 
drometeora  per  la  vite,  benché  possa  tornare  di  giovamento  all'uva, 
come  diremo  tra  poco:  distingueremo  intanto  le  brine  primaverili 
da  quelle  autunnali,  essendo  assai  differenti  i  loro  effetti  sulla  nostra 
ampelidea. 

Vediamo  anzitutto  come  si  formi  la  brina  sulle  viti  e  sui  vege- 
tali in  genere.  Man  mano  che  il  calore  diminuisce  per  il  tramonto 
del  sole,  F  atmosfera,  specialmente  ne'  suoi  strati  inferiori,  cioè 
più  caldi,  va  via  deponendo  del  vapore  allo  stato  acquoso,  perchè 
scemando  la  temperatura  scema  anche  la  quantità  di  vapore  che  l'a- 
ria può  tenere  mescolata.  Da  accurate  esperienze  in  proposito  risultò 
infatti,  che  ove  la  temperatura  atmosferica  durante  la  notte  scendesse 
da  25  a  20  gradi,  ogni  metro  cubo  di  aria  depositerebbe  584  cen- 
tigrammi  di  vapore  acqueo:  che  se  da  20  scendesse  a  15  gradi,  cotale 
deposito  sarebbe  di  centigrammi  460  e  cosi  via  via.  Ma  questa  non 
è  la  sola  causa  della  produzione,  durante  la  notte,  del  vapore  acqueo: 
ve  n'  ha  un'  altra,  ed  è  l'irradiazione  notturna  della  terra.  Anche  il 
terreno,  perdendo  calore,  produce  vapor  acqueo,  benché  in  minor 
proporzione  di  quanto  ne  producano  i  succitati  strati  atmosferici;  il 
dott.  Wells  lo  dimostrò  chiaramente  a  mezzo  di  due  fiocchi  di  lana 
di  dieci  grammi  caduno  collocati,  durante  quattro  notti  di  seguito, 
l'uno  sopra  un'asse  lunga  lm  ,50,  larga  0m,75  e  spessa  0m,02  tenuta 
con  quattro  sostegni  ad  un  metro  dal  suolo,  e  l'altro  subito  al  di- 
sotto dell'asse  istessa.  Come  si  vede  il  fiocco  di  sopra  era  solo  in 
grado  di  ricevere  il  vapor  acqueo  condensato  degli  strati  atmosferici, 
mentre  quello  di  sotto  era  esposto  all'influenza  dell'evaporazione  del 
suolo:  ora,  il  dottor  Wells  ebbe  a  constatare  ripetutamente  che  il 
vapor  acqueo  del  primo  fiocco  era  il  triplo  e  talvolta  anche  il  quin- 
tuplo di  quello   assorbito  dal  secondo. 

Oltre  alla  terra  vi  sono  pure  i  vegetali,  nelle  loro  parti  verdi,  che 
si  coprono  da  loro  stessi  di  una  certa  quantità  di  umido,  il  quale  si 
condensa  tosto  sulle  foglie  venendo  in  contatto  con  l'aria  fredda  dopo 
il  tramonto  del  sole.  Ciò  avviene  per  causa  della  traspirazione,  la 
quale  non  cessa  subitamente  col  repentino  mutarsi  della  temperatura 
dell'aria  quando  fa  notte,  ma  diminuisce  invece  grado  a  grado.  E 
naturale  che  se  l'atmosfera  è  molto  fredda  quell'umidore  assuma  lo 
stato  di  brina. 

Ma  ritornando  al  vapor  acqueo  che  può  trovarsi  in  più  nell'at- 
mosfera quando  il  sole  è  tramontato,  diremo  come,  secondo  la  teoria 


METEOROLOGIA  VITICOLA  283 

di  Wells,  esso  vada  a  depositarsi  e  condensarsi  sui  corpi  che  hanno 
la  temperatura  del  gelo;  e  si  deposita  in  tanto  maggior  copia  quanto 
più  freddo  è  il  corpo  stesso:  —  infatti  noi  possiamo  di  leggieri  per- 
suadercene osservando  che  la  brina  non  è  egualmente  intensa  sopra 
tutto  che  venga  di  notte  tempo  esposto  all'aria  libera.  Come  un  ve- 
getale possa  venir  coperto  di  brina  si  spiega  facilmente  riflettendo  che 
esso  perde  di  notte  tempo,  per  irradiazione,  il  calorico  che  ebbe  dal 
sole  durante  il  giorno  (1)  e  tende  insomma  ad  equilibrare  la  sua  tem- 
peratura con  «quella  degli  strati  superiori  atmosferici  verso  cui  va  ir- 
radiando calore  (fig.  67).  La  temperatura  del  suolo,  nonché  quella  degli 
strati  dell'atmosfera  ambiente,  può  essere  anche  superiore  allo  zero. 


Fig.  67. 

ma  ciò  non  costituendo  un  ostacolo  per  l'irradiazione  notturna,  le 
gemme  delle  viti,  ad  esempio,  possono  benissimo  gelare,  appunto  per 
aver  perduto  tanto  calore  da  scendere  sotto  lo  zero. 

Da  ciò  è  ovvio  il  dedurre  che  se  —  stando  sempre  nel  caso  nostro 
speciale  delle  viti  —  si  venisse  a  porre  un  ostacolo  qualsiasi,  come 
un  tetto,  una  larga  stuoia  di  paglia,  insomma  un  tramezzo  purchessia 
fra  le  gemme  ed  il  cielo,  esse  non  si  raffredderebbero  al  segno  da 
condensarvisi  e  congelarvisi  sopra  del  vapor  atmosferico,  vale  a  dire 
da  rimaner  brinate.  E  questo  è  tanto  vero  che  quando  il  cielo  non 
è  completamente  sereno  non  si  hanno  notti  brinatose:  le  nubi  interpo- 


(1)  A  parte  questo,  è  noto  che  il  calore  proprio  delle  piante  nel  verno  è  sem- 
pre superiore  all'atmosferico.  Ha  quindi  luogo  un'irradiazione  forte  nelle  notti 
serene   e  tranquille. 


284  CAPITOLO    VI 


nendosi  allora  fra  glispazii  plaaetarii  e  la  superfìcie  della  terra  (fig.  68) 
sono  un  potente  ostacolo  all'irradiazione,  trattenendo  il  calore  per- 
duto dalla  terra,  dalle  piante,  ecc.,  fra  esse  ed  il  suolo  stesso;  però 
notisi  anche  che  le  nubi  hanno  di  per  sé  stesse  una  temperatura  di 
molto  superiore  a  quella  del  firmamento. 


mm. 


Fig.  63. 


Acciò  possa  formarsi  la  brina  è  poi  altresì  necessario  che  non  vi 
siano,  di  notte  tempo,  dei  venti;  i  quali,  oltreché  diminuiscono  l'umi- 
dità dell'aria,  inceppano  altresì  la  suddetta  irradiazione.  Ma  si  badi 
che  parliamo  qui  di  venti,  poiché  ognuno  sa  come  nelle  notti  d'aprile 
o  di  maggio  si  formino  forti  brinate  anche  in  presenza  di  leggere 
correnti  d'aria,  le  quali  costituiscono  appunto  uno  fra  i  più  serii  o- 
stacoli  all'uso  delle  nubi  artificiali  contro  le  brine. 

Conosciute  così  le  cause  che  facilitano  la  formazione  di  questa  i- 
drometeora,  è  necessario  che  entriamo  a  discutere  sulle  osservazioni 
termometriche  che  il  viticultore  deve  sapere  fare,  per  non  essere 
colto  alla  sprovvista.  In  generale  si  commette  un  grave  errore,  ed  è 
quello  di  collocare  il  termometro  sotto  una  pianta,  oppure  appeso  al 
tronco  o  ad  un  muro  o  sulla  finestra:  ma  lo  strumento  viene  così  ad 
indicarci  un  grado  che  non  è  quello  che  noi  abbiamo  interesse  di  co- 
noscere. Noi  vogliamo  avere  la  misura  della  irradiazione,  per  cono- 
scere sino  a  qual  segno  la  terra  si  vada  raffreddando,  mentre  ci 
importa  poco  della  temperatura  dell'aria;  poiché  abbiamo  già  detto 
che  l'ambiente  può  essere  a  4,  5  e  più  gradi  sopra  lo  zero,  e  tut- 
tavia le  gemme  delle  viti  e  la  superficie  del  suolo  ricoprirsi  di  brina. 


METEOROLOGIA  VITICOLA  285 

Il  termometro  adunque  si  deve  collocare  alla  superficie  del  suolo, 
all'aria  libera,  in  guisa  che  possa  segnare  un  grado  che  sia  in  re- 
lazione colla  potenza  dell'irradiazione  notturna.  Collocando  allora  al- 
tro termometro  contro  un  muro  sarà  facile  accorgersi  che  in  certe 
notti  mentre  il  primo  segna  1-2  gradi  sotto  lo  zero,  il  secondo  può 
indicarne  4°-5°  sopra:  senza  dubbio  allora,  se  si  verificano  le  citate 
condizioni,  v'ha  formazione  di  brina. 

In  Francia  dove  le  viti  hanno  a  soffrire,  quasi  annualmente,  gravi 
danni  dalle  brine,  si  sono  costrutti  speciali  termometri  con  suoneria 
elettrica  che,  collocati  nella  vigna,  avvisano  in  tempo  utile  il  vigna- 
iuolo acciò  dia  mano  ad  accendere  quei  fuochi  che  producono  le  nubi 
artificiali.  Si  dovette  ricorrere  a  questi  congegni  perchè,  quantunque 
le  brinate  avvengano  in  un  periodo  di  giorni  abbastanza  bene  defi- 
nito, pure  spesse  volte  i  viticultori  si  trovavano  presi  così  all'improv- 
visa, che  più  non  era  loro  dato  di  porre  un  freno  alla  idrometeora 
devastatrice  (1). 

Ed  ora  che  sappiamo  come  si  formi  la  brina,  vediamo  in  qual 
modo  si  renda  cotanto  dannosa  alle  gemme  od  alle  teneri  messe 
della  vite.  Secondo  l'opinione  generale,  i  primi  raggi  del  sole  che 
si  leva,  cagionano  un  disgelo  precipitato  che  disorganizza  i  tessuti 
vegetali;  inoltre  le  goccioline  di  brina  agiscono  come  lenti  ustorie, 
di  cui  già  parlammo  a  pag.  268.  Ma  si  è  osservato  che,  anche  te- 
nendo all'ombra,  sino  dall'alba,  le  viti  brinate,  esse  soffrono  ugual- 
mente come  se  fossero  state  colpite  dai  raggi  del  sole.  Conviene 
dunque  ammettere  che  la  brina  sia  tanto  pregiudicievole  per  la 
grande  perdita  di  calore  che  i  vegetali  subiscono  allorquando  essa 
si  va  formando:  il  calore  è  vita,  e  sottrarlo  alle  cellule  vegetali  vuol 
dire  ucciderle.  Inoltre  sotto  l'influenza  di  temperature  assai  basse,  il 
succo  della  vite  abbandona  la  sua  aria  (2)  d'onde  un  disordine  nei 
tessuti.  La  morte  delle  parti  colpite  dalla  brina  e  dal  gelo  è  da  at- 
tribuirsi, secondo  l'illustre  Sachs,  al  disgelo  repentino,  il  quale  senza 
dubbio  è  più  a  temersi  del  gelo  stesso:  secondo  l'illustre  fisiologo  te- 
desco le  cellule  delie  piante  gelate  sono  in  uno  stato  particolare  che 
le  rende  molto  più  permeabili  ai  liquidi;  le  materie  albuminoidi  di 
cui  sono  tapezzate  e  la  cellulosa,  di  cui  è  formata  la  loro  membrana, 


(1)  Si  possono  avere  simili  termometri  dall'officina  Galileo  di  Firenze. 

(2)  Allorquando  l'acqua  si  congela,  essa    abbandona  V  aria  che  teneva  disciolta. 
Così  J.  Girardin. 


286  CAPITOLO    VI 


si  concretano  per  l'azione  del  freddo,  e  l'acqua  di  costituzione  se  ne 
separa:  esse  hanno  allora  una  grande  tendenza  a  vuotarsi.  La  mag- 
gior parte  perdono  questo  stato  anormale  allorquando  il  disgelo  è 
assai  lento;  ma  se  la  temperatura  si  rialza  al  punto  da  ristabilire 
il  movimento  vitale  innanzi  a  che  le  cellule  abbiano  ripreso  il  loro 
stato  normale,-  esse  si  vuotano  e  muoiono. 

La  brina  si  forma  più  facilmente  e  più  copiosa  nei  vigneti  situati 
presso  le  acque  stagnanti,  ove  l'aria  è  assai  tranquilla;  oppure  nelle 
valli  umide,  o  presso  grandi  masse  di  alberi  che  traspirano  molto 
vapor  acqueo.  La  presenza  delle  piante  erbacee  e  delle  cereali  nei 
vigneti  è  pure  una  causa  che  facilita  le  brinate;  conviene  dunque 
tenere  mondo  e  lavorato  il  vigneto:  ma  in  ciò  non  convengono 
tutti  i  viticultori,  come  diremo  più  ampiamente  al  cap.  XXVIII. 

È  invece  difficile  si  forni  la  brina  nei  vigneti  situati  in  luoghi 
elevati,  scoperti,  ove  l'aria  circola  liberamente  e  asciuga  facilmente 
il  terreno,  nonché  presso  i  grandi  corsi  d'  acqua  soggetti  al  flusso 
e  riflusso,  o  meglio  ancora  presso  al  mare,  appunto  •  perchè  quivi 
l'aria  si  può  dire  che  è  in  movimento  continuo. 

Si  sono  fatte  osservazioni  tendenti  a  pronosticare  nell'inverno  se 
la  primavera  sarà  o  non  molto  brinatosa;  stimiamo  utile  di  qui  ri- 
assumerle. Le  condizioni  meteorologiche  dei  mesi  di  gennaio  e  di 
febbraio  hanno  senza  dubbio  una  certa  influenza:  1°)  sull'andamento 
della  successiva  primavera,  nulla  essendovi  di  più  logico  che  di  applicare 
al  caso  nostro  il  detto  del  Laplace  nel  suo  «  Saggio  sulla  probabi- 
lità »,  essere  cioè  lo  stato  presente  dell'universo  l'effetto  del  suo  stato 
anteriore,  e  la  causa  di  quello  che  andrà  a  seguire;  2°)  sui  maggiori 
o  minori  pericoli  cui  può  andar  esposta  la  vegetazione  durante  le 
notti  fredde  di  aprile  o  di  maggio. 

Hanno  influenza  sull'andamento  dei  mesi  primaverili,  perchè  allor- 
quando l'inverno  trascorre  molto  nevoso,  si  hanno  —  parlandosi  special- 
mente della  nostra  Italia  del  nord  e  del  centro  —  venti  freddi  dai  monti, 
e  quindi  notevoli  abbassamenti  di  temperatura  durante  la  notte.  E 
dove  si  è  vicini  a  montagne  coperte  di  neve,  non  c'è  bisogno  di  venti 
perchè  s'abbia  nelle  notti  d'aprile  e  maggio  un  sensibile  abbassamento 
al  termometro.  Siccome  poi  per  la  molta  neve  il  suolo  assorbe  mag- 
gior copia  di  umidore,  così  avviene  che  in  seguito  ne  cede  anche 
molto  all'aria  durante  l'irradiazione  notturna:  il  suolo  infatti  si  ri- 
scalda al  sole  di  aprile  e  maggio,  ma  dopo  il  tramonto  irradia  il  ca- 
lore ricevuto  durante  il   giorno;   ora  perdendo   calore  perde  anche 


METEOROLOGIA  VITICOLA  287 

una  parte  della  sua  umidità,  ed  ecco  che  questo  vapore  acquoso  si  con- 
densa in  goccioline  a  cagione  del  raffreddarsi  dell'atmosfera,  e  spesso, 
a  contatto  di  corpi  freddi,  passa  allo  stato  di  brina,  che  —  nel  caso 
delle  viti  —  trovasi  poi  tanto  più  abbondante  quanto  più  le  gemme 
od  i  teneri  germogli  sonosi  raffreddati  di  notte  tempo.  Può  quindi 
ritenersi  che  cadendo  molta  neve  durante  gennaio  e  febbraio,  si  hanno 
facili  brinate  in  primavera,  tanto  più  quando  non  mancano  nevicate 
in  marzo.  Questa  neve  liquefacendosi,  andrà  infatti  ad  accrescere  l'u- 
midità del  terreno.  E  qui  noteremo  di  passaggio  che  i  fossi  di  scolo 
numerosi  e  ben  nettigioverebbero  a  grand'uopo  per  smaltire  più  pron- 
tamente ed  in  maggior  copia  cotale  eccesso  di  acqua;  si  sappia  quindi 
trarne  profitto. 

I  predetti  mesi  del  verno  hanno  poi  anche  una  certa  influenza  sull'entità 
del  danno  che  può  dalle  brinate  derivarne  alla  vegetazione;  infatti 
quantunque  si  vada  erroneamente  dicendo  che  la  vita  vegetale  tace 
e  riposa  in  gennaio  e  febbraio,  deve  invece  ritenersi  che  essa  prose  - 
gue,  bene  inteso  più  o  meno  attiva  a  seconda  dell'andamento  della 
stagione  j emale.  Ora,  se  le  brinate  di  primavera  trovano  una  vege- 
tazione che  abbia  già  un  certo  sviluppo,  ma  che  sia  costituita  da  tes- 
suti floscii,  poco  consistenti,  diremmo  quasi  pletorici,  recano  serii 
danni:  se  invece  quella  ha  una  costituzione  meglio  assodata,  le  con- 
seguenze sono  assai  meno  gravi. 

Poiché  parliamo  di  pronostici,  accenneremo  anche  alle  osservazioni 
fatte  sull'argomento  da  un  antico  ispettore  forestale  francese,  il  si- 
gnor Millet,  il  quale  da  lunghi  anni  si  è  dedicato  a  studii  molto  serii 
di  meteorologia  applicata.  Siccome  il  signor  Millet  gode  molta  stima 
in  seno  alla  Società  degli  Agricoltori  di  Francia,  così  ci  parve  di  dover 
prendere  atto  dei  suoi  pronostici,  per  quanto  curiosi  e,  almeno  per 
noi,  inesplicabili. 

Brevemente;  egli  aprì  una  inchiesta  in  tutta  la  Francia  per  con- 
statare se  veramente,  secondo  egli  credeva,  le  nebbie  che  si  produ- 
cono in  marzo  sono  generalmente  seguite  da  brine  alle  date  corrispon- 
denti di  maggio.  A  quanto  pare  sarebbe  riuscito  ne'  suoi  intenti,  e  solo 
notò  che  le  date  non  possono  ritenersi  come  assolute,  poiché  in  qual- 
che località  e  per  eccezione  le  brinate  ebbero  luogo  un  giorno  prima 
od  un  giorno  dopo,  e  che  se  vi  fu  qualche  previsione  sbagliata  di 
pianta,  dipese  da  ciò  che  si  designarono  col  nome  di  nebbie  gli  ac- 
cumulamenti di  vapor  acqueo  che  spesso  osservansi  presso  i  corsi 
d'acqua  o  nelle  vallate. 


288  CAPITOLO    VI 


Sin  qui  abbiamo  parlato  più  propriamente  delle  brine  primaverili: 
vediamo  ora  quanto  si  riferisce  alle  brine  autunnali.  La  loro  for- 
mazione è  determinata  e  favorita  dalle  stesse  cause,  ma  i  loro  ef- 
fetti sulla  vite  sono  ben  differenti.  —  Esse  colgono  le  uve  per  così  dire 
alla  vigilia  della  vendemmia  e  non  recano  loro  verun  nocumento; 
anzi  ne  favoriscono  vieppiù  la  maturazione.  In  alcune  regioni  viticole 
dell'Italia  superiore  i  viticultori  desiderano  infatti  che  le  brinate  col- 
gano le  uve  prima  della  vendemmia,  perchè  allora  il  vino  risulta  più 
amabile  e  più  generoso,  siccome  essi  asseriscono. 

Già  Columella  aveva  scritto  che  «  l'uva  si  addolcisce  col  gelo 
e  colle  brine  »,  onde  è  antichissima  questa  credenza  fra  i  coltivatori. 
Ma  anche  gli  studiosi  sono  oggidì  dello  stesso  avviso,  perchè  le  a- 
nalisi  comparative  fra  uve  brinate  e  uve  non  brinate  hanno  accusato 
per  le  prime  una  maggiore  ricchezza  in  principio  dolce.  Il  Prof.  Gae- 
tano Cantoni  nelle  sue  Conferenze  sul  vino  (pag.  23)  dice  che  una 
temperatura  la  quale  anche  per  poco  si  abbassi  sotto  lo  0°,  basta 
ad  indurre,  per  un  diverso  processo,  la  trasformazione  dell'amido 
e  della  fecola  in  destrina  e  glucosio.  Ecco  la  media  di  tre  prove  in 
proposito: 

Glucosio 
Mosto  d'uva  non  gelata      .         .         .         12.70  per  cento 
»  gelata      .         .         .         14.12         » 

Alcool 
Vino  d'uva  non  gelata        .         .         .         11.68  per  cento 
»  gelata        .         .         .         12.03         » 

Lo  stesso  fenomeno  avviene  esponendo  al  gelo  delle  pere,  dei  pomi 
di  terra  ed  altri  frutti  consimili:  all'azione  del  gelo  la  loro  polpa 
interna  perde  in  totalità  od  in  parte  la  proprietà  di  farsi  violetta  col- 
l'iodio,  ed  acquista  un  sapore  dolciastro,  maggiore  anche  di  quello 
che  aveva  prima.  La  pratica  di  esporre  alle  brine  i  graticci  sui  quali 
sta  l'uva  destinata  a  fare  il  così  detto  vin  santo,  è  una  applicazione 
del  suesposto  principio. 

Accurate  esperienze  su  questo  soggetto  furono  fatte  dal  Dr. 
A.  Carpenè  e  dal  suo  allievo  Dr.  TI,  Benettì  a  Conegliano.  In  un 
vigneto  della  Società  Enotecnica  Trivigiana  si  segnarono  parecchie 
viti  di  Raboso,  tutte  in  vicinanza  Y  una  all'  altra  e  fra  quelle  che 
avevano  l'uva  maturata  più  uniformemente  ed  i  grappoli  più  regolari. 
Alla  vigilia  della  vendemmia,  verso  il  22  d'ottobre,  quando  l'uva  era 


METEOROLOGIA  VITICOLA 


289 


considerata  matura,  si  staccarono  alcuni  tralci  con  le  rispettive  foglie 
e  grappoli,  in  modo  da  permettere  all'uva  di  continuare  per  qualche 
po'  di  tempo  ancora  le  sue  funzioni  fisiologiche,  sebbene  separata 
dalla  vite.  Tolti  alcuni  grappoli  dal  tralcio  con  tutte  le  cautele, 
perchè  questi  presentassero  la  stessa  uniformità  di  maturazione  di 
quelli  che  rimasero  sul  tralcetto,  si  pigiarono  con  torchio  a  mano; 
con  la  maggiore  diligenza  si  determinò  del  mosto  il  quantitativo  di 
glucosio  e  l'acidità  complessiva. 

I  grappoli  rimasti  sul  tralcetto,  aventi  maturità  uguale  agli  altri 
pigiati,  si  immersero  in  un  recipiente  che  a  sua  volta  stava  circon- 
dato da  una  miscela  frigorifera.  D'intorno  al  grappolo  si  mantenne 
per  6  ore  una  temperatura  media  di  gradi  6  sotto  lo  zero  e  il  re- 
cipiente si  riempì  di  vapor  acqueo  fino  a  che  tutti  i  grappoli  si  co- 
persero d'un  velo  d'acqua  gelata  rassomigliante  alla  brina. 

Dopo  6  ore  si  tolsero  dall'azione  della  bassa  temperatura;  i  grap- 
poli vennero  asciugati  diligentemente  esponendoli  per  poco  ad  una 
atmosfera  d'  aria  secca  e  calda.  Essi  si  mantennero  intatti;  le  buc- 
cie,  essendo  resistenti,  non  subirono  lesione  alcuna.  Gli  acini  erano 
morbidi  e  si  staccavano  più  facilmente  dal  pedicello.  Pigiati  ugual- 
mente agli  altri  simili  non  sottoposti  all'  azione  del  freddo,  diedero 
un  mosto  più  carico  di  colore,  che  lasciò  depositare  con  somma 
prestezza,  a  differenza  del  mosto  d'uva  non  agghiacciata,  abbondanti 
cristallini  di  tartrato  di  calcio.  Ecco  i  risultati  dell'analisi: 


Glicosio  per  100  (col  reattivo 
di  Fehling) 

Acidità  per  1000  (coll'acqua  di 
calce)      

Glicosio  per  100  (col  reattivo 
di  Fehling) 

Acidità  per  1000  (coll'acqua  di 
calce) 

Glicosio  per  100  (col  reattivo 
di  Fehling) 

Acidità  per  1000  (coll'acqua  di 
calce)      


Uva 

Uva 

non 

agghiacc. 

agghiacc. 
la  prova 

12,230 

13,870 

16,800 

15,900 

12,850 

14,100 

17,850 

16,320 

12,960 

14,600 

17,930 

Uva 

agghiacc. 
2a  prova 

13,960 
15,580 

13,850 
15,660 

14,520 
17,150 


O,  Ottavi,  Trattato  di  Viticoltura 


20 


290 


CAPITOLO    VI 


Gli  esperimentatori  dubitando  che  la  differenza  potesse  dipendere 
da  ineguaglianza  di  maturazione  dei  grappoli,  quantunque  i  tre  saggi 
fatti  fossero  concordi,  eseguirono  un  secondo  esperimento. 

Presero  chilogr.  10  di  uva  ben  scelta  ed  uniforme  nella  matura- 
zione. Metà  di  quest'uva  la  collocarono  in  un  mezzo  frigorifero  e  la 
sottoposero  per  12  ore  ad  una  temperatura  media  di  gradi  5  sotto 
zero. 

Pigiarono  in  seguito  nello  stesso  grado  e  condizioni,  ma  sepa- 
ratamente, le  due  partitelle  d'uva;  i  due  mosti,  senza  graspi  e  buccie, 
dopo  analizzati  li  collocarono  in  due  recipienti,  la  cui  bocca  si 
chiuse  con  apparecchio  di  sicurezza.  Ecco  l'analisi  dei  due  mosti: 


Mosto  d'uva  non  agghiacciata 
Mosto  d'uva  agghiacciata    .     . 


G  licosio 

p.  100 

col  reattivo 

Fehling 

Acidità 

p.  1000 

con   F  acqua 

di  calce 

13,860 
15,500 

18.020 
16.660 

Il  sapore  dei  due  mosti  non  offriva  differenze  marcate,  soltanto 
il  colorito  era  più  carico  nel  mosto  d'uva  sottoposta  al  freddo. 

Si  abbandonarono  i  due  mosti  alla  fermentazione,  che  si  completò 
in  12  giorni  circa  sotto  una  temperatura  di  gradi  12  a  16  cent. 
La  fermentazione  proseguì  ugualmente  regolare  in  ambedue  i  mosti. 
Dopo  sei  giorni  di  riposo,  i  vini  si  fecero  sufficientemente  limpidi  e 
vennero  assaggiati.  Nel  sapore  e  nel  profumo  dei  due  vini  non  si 
marcarono  differenze,  soltanto  si  sentiva  meno  austero  e  più  ama- 
bile quello  d'uva  agghiacciata,  il  quale  era  anche  un  po'  più  carico 
di  colore.  Ecco  l'analisi  dei  due  vini: 


Alcool 

per  100  in 

volume 

Acidità 

complessiva 

per  litro 

Glicosio 
indecomposto 

Vino    d'  uva    non    agghiac- 
ciata   

Vino  d'uva  agghiacciata  .     . 

9.500 
10.600 

15.910 
15.300 

traccie 

traccie  appe- 
na sensibili 

METEOROLOGIA  VITICOLA  291 

La  conclusione  dei  signori  Carpenè  e  Benetti  fu  questa:  V  uva, 
per  Vozione  delle  brine  e  del  gelo,  s  arricchisce  in  materia  zuc- 
cherina e  si  spoglia  leggermente  della  sua  acidità. 

Al  capitolo  XXVIII  studieremo  poi  i  varii  modi  di  impedire  la  for- 
mazione delle  brine  e  di  ovviare  ai  loro  danni:  qui  dobbiamo  limi- 
tarci a  pure  considerazioni  meteorologiche. 

§  7.  Il  gelo,  la  neve,  la  nebbia,  la  rugiada  e  le  viti.  — 

Il  gelo  invernale  può  arrecare  gravi  danni  alla  vite;  è  però  vero 
che  questa  pianta  sopporta  anche  temperature  assai  basse,  ed  in 
speciali  circostanze  non  perisce  neppure  se  il  termometro  scende  a 
20°  sotto  lo  zero.  Ma  a  bello  studio  diciamo  in  speciali  circostanze, 
perchè  talvolta  anche  a  freddi  meno  intensi  le  ceppaie  muoiono;  ciò 
accade  nelle  pianure,  ove  infatti  si  ha  f  abitudine  di  sotterrare  le 
viti  nell'inverno.  La  ragione  di  ciò  può  trovarsi  nel  fatto  che  ivi  i 
tessuti  delle  viti  sono  più  ricchi  di  succhi,  ed  il  disgelo  repentino 
è  assai  più  funesto. 

Dalle  numerose  osservazioni  e  notizie  da  noi  raccolte  nel  1880, 
dopo  quel  rigidissimo  inverno,  ci  risultò  che  soffrono  meno  le  viti 
dei  colli  che  non  quelle  delle  pianure;  a  Stradella  i  vigneti  della 
pianura  avevano  sofferto  a  —  12°,  mentre  quelli  del  colle  avevano  re- 
sistito a  —  15°;  inoltre  soffrono  molto  le  ceppaie  vecchie,  in  vigneti 
a  tramontana,  male  tenuti  ed  in  terreni  leggieri  nei  quali  possono  pe- 
rire anche  giovani  piante.  Vi  sono  poi  talune  varietà  che  resistono 
meglio  delle  altre,  ed  in  generale  può  ritenersi  che  i  vitigni  del  Nord 
(Germania,  Austria  Sett.)  resistono  meglio  di  quelli  del  Sud  (Italia, 
Francia  ecc.)  alle  basse  temperature,  la  qual  cosa  è  utile  a  sapersi 
per  chi  possiede  vigneti  in   pianure  soggette  a  forti  geli. 

Il  gelo  può  danneggiare  le  sole  gemme  senza  uccidere  la  pianta. 
Le  gemme  morte  si  riconoscono  dal  loro  pronto  distaccarsi  e  cadere 
non  appena  si  toccano  col  dito;  tagliando  poi  una  piccola  porzione 
dei  serbatoi  su  cui  esse  stanno,  non  si  vede  il  colore  verde  che 
caratterizza  i  bottoni  sani;  —  collo  stesso  mezzo  si  può  ricono- 
scere se,  oltre  agli  occhi,  hanno  sofferto  anche  i  sott'  occhi.  Se  il 
gelo  sopraggiunge  dopo  un  tempo  umido,  le  gemme  possono  rima- 
nere come  ricoperte  da  uno  strato  di  ghiaccio,  massime  nelle  basse 
piane;  allora  è  diffìcile  non  periscano. 

Il  gelo  può  far  perire  i  soli  tralci  pur  rispettando  le  ceppaie:  essi 
allora  appariscono  come   bruciati  o  arsicci,    e  le  loro   gemme  sono 


292  CAPITOLO    VI 


tutte  quante    male  aderenti;  nel    1880  abbiamo    avuto   occasione  di 
esaminare  molti  di  questi  casi. 

Infine  quando  il  gelo  è  molto  intenso  e  di  lunga  durata,  penetra 
le  parti  legnose  e  vecchie  della  vite,  e  l'intera  pianta  può  perire, 
venendo  allora  a  gelare  anche  le  radici. 

Si  narra  di  freddi  intensissimi  avvenuti  in  Italia  nel  1608,  che 
fecero  perire  viti  e  olivi;  si  narra  pure  dei  danni  gravi  arrecati  dal 
gelo  nel  1829.  Questi  freddi  intensi  si  verificano  sempre  nel  mese 
di  Gennaio  che  in  Italia,  eccezione  fatta  per  la  Sicilia  (ove  esso  è 
quasi  simile  al  Febbraio)  è  il  mese  più  freddo  dell'anno.  Neil' Italia 
Centrale,  ed  eziandio  nella  Meridionale,  sensibili  abbassamenti  di 
temperatura  sotto  lo  zero  sono  pure  possibili,  benché  non  nella  stessa 
misura  dell'  Italia  superiore;  ecco  le  minime  assolute  occorse  dal- 
l'anno 1865  al  1870. 

Italia  settentrionale  —  17,°  7  (Alessandria,  12  gennaio  1868). 
»      centrale  —  10,°  8  (Urbino,  23  gennaio  1869). 

»      meridionale      —  12,°  8  (Camerino,  23  gennaio  1869). 

Al  capitolo  XXVIII  tratteremo  del  sotterramento  delle  viti  per 
evitarne  il  gelo,  siccome  praticasi  in  varie  regioni  d' Italia  e  d' altri 
paesi  vitiferi. 

La  neve  non  esercita  veruna  marcata  influenza  sulla  pianta  della 
vite,  e  solo  può  nuocere  quando  liquefacendosi  prontamente  la  poca 
quantità  rimasta  sui  rami,  li  inumidisce:  quest'umido  congelandosi  du- 
rante la  notte,  può  danneggiare  le  gemme.  Ma  un  po'  di  vento  che  agiti 
i  tralci,  impedisce  quasi  sempre  la  formazione  di  questi  piccoli  strati 
di  ghiaccio.  Del  resto  una  neve  copiosissima  che  copra  totalmente 
le  viti  basse  nelle  pianure  e  rimanga  non  squagliata  dalle  piogge, 
agisce  quale  efficace  copertura  di  terra.  D'altra  parte  la  neve  reca 
nel  terreno  sali  ammoniacali  e  nitrati:  Boussingaitlt  trovò  4  milli- 
grammi di  acido  nitrico  per  litro  d'acqua  di  neve,  e  Marié-Davy 
da  1  a  6  milligrammi  di  ammoniaca.  Anche  i  signori  Barrai  e 
Bence  Jones  trovarono  acido  nitrico  nelle  nevi,  ed  oramai  non  vi 
ha  più  dubbio  che  questa  idrometeora  contiene  più  ammoniaca  e 
più  acido  nitrico  che  non  la  pioggia,  anche  perchè  condensa,  come 
refrigerante,  certe  sostanze  volatili  (carbonato  ammonico)  che  ema- 
nano dal  suolo.  Però,  se  alla  neve  segue  la  pioggia,  il  terreno  si 
inzuppa  d'acqua,  che  può  nuocere  molto  alle  viti  ove  non  abbia  un 
pronto  scolo:  il  danno  sarà  anche  più  grave  in  caso  di  gelo  e  di- 
sgelo repentino. 


METEOROLOGIA  VITICOLA  293 

La  nebbia  può  arrecare  danni  gravissimi  alle  viti;  ciò  accade 
quando  le  coglie  al  momento  della  fioritura.  Il  freddo  umido  da  cui 
vengono  ad  essere  allora  circondati  i  fiori  può  farli  abortire;  lo 
stesso  accade  quando  la  nebbia  si  dirada  d'  un  tratto  ed  un  sole 
cocente  viene  a  colpire  co'  suoi  raggi  le  infiorescenze  :  lo  sbalzo 
di  temperatura  che  ne  segue  è  dannosissimo  ai  fiori,  che  pronta- 
mente cadono  come  essicati.  Molti  viticoltori  attribuiscono  alle  nebbie 
lo  sviluppo  di  talune  crittogame  che  infestano  la  vite,  ma  ciò  è  vero 
soltanto  sino  ad  un  certo  punto  :  Y oidio,  ad  esempio,  si  sviluppa 
prontamente  se  l'atmosfera  oltre  ad  essere  calda  è  eziandio  alquanto 
umida,  ed  ecco  come  dopo  una  nebbia  può  vedersi  la  malattia  in- 
fierire con  maggiore  energia.  Può  dirsi  lo  stesso  della  peronospora. 
In  un  vigneto  sano  però  la  nebbia  non  può  mai  essere  la  causa 
prima  dello  sviluppo  di  crittogame;  essa  anzi  può  essere  giovevole 
nel  senso  che  riesce  giovevole  la  rugiada. 

La  rugiada  infatti,  per  quanto  rappresenti  solo  una  tenue  quan- 
tità d'acqua  (1),  esercita  pure  una  salutare  influenza  sulle  parti  verdi 
della  vite,  specialmente  allorquando  queste  sono  esposte  a  forti  sic- 
cità: non  tutti  ammettono  che  le  foglie  possano  approfittare  diret- 
tamente dell'  acqua  che  si  depone  sovra  di  esse;  ma  noi  abbiamo 
provato  varie  volte,  durante  le  arsure  dell'  agosto,  a  spruzzare  di- 
rettamente acqua  sul  fogliame  delle  viti  che  si  mostravano  come 
sofferenti  per  difetto  d'  umido,  e  in  breve  d' ora  le  abbiamo  sempre 
viste  farsi  più  rigogliose  quasi  si  fossero  dissetate.  Conviene  inoltre 
tenere  calcolo  della  rugiada  che  si  forma  sul  suolo  stesso,  e  che  si 
cangia  poi  in  acqua  utile  alle  radici,  anche  per  le  sostanze  nutrienti 
che  tiene  in  dissoluzione.  Certo  però  non  si  deve  esagerare  la  in- 
fluenza della  rugiada  tanto  sulle  viti  quanto  sulle  altre  piante. 

§  8.  I  venti  e  la  vite.  —  Chaptal,  studiando  l'influenza  dei 
venti  sulla  vite,  concludeva  col  dirli  costantemente  nocivi:  «  essi  dis- 
seccano i  fusti,  le  uve  ed  il  suolo;  essi  producono,  sovratutto  nelle 
terre  forti,  uno  strato  duro  e  compatto  che  si  oppone  al  libero  pas- 
saggio dell'aria  e  dell'acqua,  e  mantiene  con  ciò,  attorno  alla  radice, 
una  umidità  putrida  che  tende  a  corromperla  »  (L'art  de  faire  le 
vin,  41).  Ciò  è  vero  solo  nel   caso  di   venti   continui,  come  è  pure 


(1)  Racldi  e  Nacca  trovarono,  pel   clima  di  Firenze,   che  87  rugiade  formatesi 
in  media  nell'anno,  corrispondevano  a  poco  più  di  6  millimetri  d'acqua  in  media. 


294  CAPITOLO    VI 


vero  che  là  dove  soffiano  venti  impetuosi  a  primavera,  è  quasi  im- 
possibile coltivare  la  vigna,  le  cui  cacciate  sono  facilmente  spezzate: 
in  questo  caso  conviene  proteggere  i  vigneti  con  opportuni  pianta- 
menti  di  alberi,  come  pini  e  simili,  ed  è  quanto  si  fa  in  alcuni 
paesi. 

Non  sapremmo  tuttavia  disconoscere  che  i  venti  moderati  possono 
giovare  alle  viti  in  vario  modo:  anzitutto  abbiamo  già  detto  che  se 
l'aria  è  agitata  è  impossibile  la  formazione  della  brina,  e  questo  è 
già  un  notevole  vantaggio  indiretto;  inoltre  il  vento  agitando  i  tralci 
inumiditi  dalle  pioggie  o  dalle  nebbie,  li  asciuga  prontamente  ed  il  gelo 
e  disgelo  sono  allora  quasi  innocui  del  tutto:  questo  stesso  movimento 
dei  tralci  li  fortifica,  siccome  ammetteva  Gasparin  (1):  i  venti  in- 
fine facilitano  rincrociamento  del  polline,  come  dicevamo  a  pag.  191. 

Tuttavia  i  venti  possono  portare  abbassamenti  di  temperatura  sfa- 
vorevoli alla  fioritura  normale  delle  viti,  (v.  pag.  44);  ed  inoltre 
sono  spesso  veicolo  di  insetti  e  crittogame;  così  il  valente  micro- 
grafo A.  F.  Negri  ritiene,  per  accurate  osservazioni,  che  il  vento 
di  sud-ovest  sia  quello  che  dissemina  la  peronospora  nel  Basso  Mon- 
ferrato, su  di  che  diremo  meglio  studiando  questo  fungo  microsco- 
pico. 

I  venti  infine  possono  portare  seco  loro  principii  deleterii  per  la 
vite:  quelli  così  detti  salati  vengono  dal  mare  e  portano  cloruro  di 
sodio  (sale),  cloruro  di  potassio,  magnesia,  ecc.  come  dice  Liebig 
nella  sua  Chimica  organica,  danneggiando  spesso  le  viti  in  primavera, 
perchè  abbruciano  le  giovani  cacciate  o  danneggiano  la  fioritura.  Il 
sig.  De  Las  Cases  (2)  accenna  ad  un  vento  africano  caldissimo  e 
come  carico  di  sabbia  finissima,  che  addì  22  agosto  1815  distrusse 
completamente  il  raccolto  dell'uva  a  Madera:  aveva  però  durato 
circa  due  giorni   consecutivi. 

Questi  fatti  possono  spiegare  forse  sino  ad  un  certo  punto  l' opi- 
nione dei  pratici,  i  quali  attribuiscono  taluni  malanni  che  incolgono 
subitamente  le  viti,  ai  «  colpi  di  vento  ». 

§  9.  Latitudine,  altitudine  ed  esposizione.  —  Abbiamo  già 
accennato,  alle  pag.  28  e  39,  all'influenza  della  latitudine,  dell'altitu- 


(1)  Cours  (VAyriculture,  torn.  second,  192.  La  stessa  canapa  coltivata  in  luoghi 
ventosi  <Jà  una  fibra  più  grossolana. 

(2)  Mémorial  de  Sainte-Hélène. 


METEOROLOGIA  VITICOLA  295 

dine,  dell'esposizione,  ecc.  sui  limiti  della  stazione  della  vite:  ora  vo- 
gliamo esaminare  cotale  influenza  relativamente  alla  durata  del  periodo 
vegetativo,  dalla  fioritura  alla  maturità  dell'  uva.  Già  sappiamo  che 
la  zona  della  vite  si  estende  in  Europa  fra  il  30°  ed  il  50°  di  la- 
titudine settentrionale;  sarebbe  però  un  errore  di  credere  che  do- 
vunque, in  questa  zona,  possa  coltivarsi  la  vite;  sono  troppe  le  cause 
che,  a  parte  la  latitudine,  modificano  il  clima  d'una  data  località,  e 
già  ne  enumerammo  parecchie  a  pag.  39  e  41,  ond'è  che  il  viticul- 
tore  quando  voglia  studiare  se  un  dato  locale  sia  più  o  meno  adat- 
tato all'impianto  d'un  vigneto,  deve  esaminarne  colla  latitudine  e  l'al- 
titudine, eziandio  l'esposizione,  l'inclinazione,  la  vicinanza  delle  acque, 
la  vicinanza  delle  masse  di  alberi,  le  pioggie,  i  venti  dominanti,  e  via 
via:  rimandiamo  intanto  il  lettore  alle  accennate  pagine,  non  volendo 
qui  ripetere  il  già  detto. 

U  altitudine  influisce  notevolmente  sulla  maturità  delle  uve,  ed 
anche  a  latitudini  uguali  le  differenze  sul  periodo  di  vegetazione  e 
fruttificazione  della  vite  possono  essere  ragguardevoli:  citeremo  un 
esempio:  —  il  piano  di  Renda  trovasi  a  soli  15  chilometri  (in  pla- 
nimetria) dalla  piana  di  Palermo;  però  mentre  quest'  ultima  sta  fra 
i  15  ed  i  25  metri  sul  livello  del  mare,  Renda  invece  è  collocato  a 
550  metri  circa;  or  bene,  basta  questa  differenza  di  altitudine  perchè 
il  clima  della  Conca  d'Oro  e  delle  terre  dell'Agro  Palermitano  poste 
a  pochi  metri  sul  livello  del  mare  differisca  notevolmente  dalle  terre 
elevate,  anche  a  pochi  chilometri  di  distanza.  E  così  a  Palermo  verso 
la  metà  dell'agosto  1880  si  stava  vendemmiando  lo  zibibbo  (che  è  di 
natura  precoce)  mentre  al  piano  di  Renda  la  maturità  era  in  ritardo 
di  due  mesi  circa:  il  Dott.  Macagno  parlò  coi  coloni  di  Renda,  e  tutti 
gli  attestarono  che  ivi  la  vendemmia  non  si  può  mai  fare  prima  del 
15  ottobre,  e  che  d'altra  parte  tanto  lo  zibibbo  quanto  gli  altri  vi- 
tigni siciliani  colà  non  arrivano  mai  a  maturanza  completa.  In  simili 
regioni  conviene  introdurre  vitigni  precoci  del  settentrione.  —  Ver- 
g  nette -Lamotte  (1)  studiando  l'influenza  dell'altitudine  sui  vini  della 
Borgogna  trovò  che  i  migliori  si  producono  fra  15  e  78  metri  sul 
livello  della  pianura;  più  in  basso  si  raccolgono  vini  meno  delicati 
e  più  deboli;  più  in  alto  vini  duri,  aspri  e  da  collocarsi  fra  quelli  di 
seconda  e  terza  qualità.  Ciò  può  spiegarsi  riflettendo  che  nelle  parti 
basse  il  terreno  è  sempre  più  fertile   e  più    ricco  di    acqua  (prove- 


(1)  Conyrès  des  vignerons  de  Dijon  pag.  342, 


296  CAPITOLO    VI 


niente  dalla  parte  alta),  quindi  il  vino  riesce  più  acquoso  laddove 
nelle  parti  molto  elevate  vi  ha  relativamente  deficienza  di  calore 
solare,  d'onde  vini  più  ricchi  di  acidi. 

U esposizione  esercita  essa  pure  una  certa  influenza  sulla  fioritura 
e  la  fruttificazione  della  vite:  si  ritiene  in  generale  che  la  migliore  sia 
quella  di  Sud,  e  poscia  rispettivamente  quelle  di  Ovest,  d'Est  e  di  Nord. 
Però  non  si  deve  ritenere  ciò  come  assoluto,  perchè  vi  sono  parecchie 
cause  che  possono  modificare  sensibilmente  la  influenza  della  espo- 
sizione. Già  nelle  Geoponiche  greche  si  consigliava  di  scegliere  pei 
vigneti  1'  esposizione  nord  nei  climi  caldi,  e  quella  sud  nei  climi 
freddi;  e  certamente  là  dove  il  calore  è  tale  che  le  viti  soffrono  per 
il  soverchio  ardore  dei  raggi  solari  è  a  preferirsi  l'esposizione  di 
nord  come  accennano  anche  il  conte  Odart  (nel  suo  Manuel  du 
Vigneron)  e  assai  prima  ancora  Olivier  de  Serres  e  Columella  che 
ben  conoscevano  l' influenza  del  clima  meridionale.  Odart  ritiene 
pure  che  1'  esposizione  nord  è  di  poco  inferiore  alle  altre  ogni 
qualvolta  il  suo  angolo  d'inclinazione  non  oltrepassa  20°;  infatti  più 
quest'angolo  si  avvicina  all'angolo  retto  e  più  il  terreno  può  riscal- 
darsi sotto  l'azione  del  sole,  come  già  accennammo  a  pag.  42.  Tutti 
poi  sanno  che  vi  sono  vigneti  rinomati  sia  all'esposizione  nord  che 
aìVest  ed  aWovest,  ond'è  che  alcuni  autorevoli  scrittori  attribuiscono 
all'esposizione  stessa  una  mediocre  importanza;  Enrico  Marès,  distin- 
tissimo agronomo  francese,  sostiene  con  validi  argomenti  che  cotale 
influenza  è  ben  minore  di  quella  del  terreno  e  della  situazione  (1),  e 
noi  pensiamo  che  sino  ad  un  certo  punto  egli  abbia  ragione.  Infatti 
anche  le  pianure,  se  sono  abbastanza  elevate  per  non  essere  sog- 
gette alle  acque  stagnanti,  producono  vini  squisiti  purché  il  terreno 
lo  permetta. 

U inclinazione  ed  in  genere  la  situazione  influiscono  molto  sulla 
produzione  della  vite:  già  Virgilio  disse  che  Bacchus  amai  colles, 
cioè  i  dolci  declivii  e  le  colline  ove  T  aria  circola  liberamente  ed  i 
raggi  solari  giungono  efficacissimi;  i  luoghi  troppo  elevati  e  ripidi 
non  sono  però  troppo  confacenti  alla  vite,  in  generale  perchè  so- 
verchiamente esposti  ai  venti  e  ad  un'  aria  sempre  troppo  cruda. 

Abbiamo  già  detto  che  una  pianura  elevata  e  da  cui  le  acque  ab- 
biano facile  e  pronto  scolo  è  assai  adattata  alla  vite.  Riguardo  alla 
temperatura  anche   una    piccola  prominenza    può  influire    favorevol- 


(1)  Des  vignes  du  midi  de  la  Franco  p.  278. 


METEOROLOGIA  VITICOLA  297 

mente  sul  prodotto  della  vite;  infatti  un  osservatore  inglese,  il  signor 
Danieli,  studiando  la  differenza  di  temperatura  fra  una  valle  ed  un 
leggero  promontorio,  trovò  sensibili  differenze,  le  quali  durante  la 
notte  raggiungevano  varii  gradi. 

In  queste  situazioni  leggermente  elevate  e  che  si  potrebbero  dire 
esposte  contemporaneamente  ai  quattro  punti  cardinali,  la  vite  sbuccia, 
fiorisce  e  fruttifica  regolarmente;  invece  nei  luoghi  troppo  bassi  è 
soggetta  alle  brine  primaverili,  al  gelo  ed  al  soverchio  umido.  In- 
fine le  viti  dei  pendìi  danno  uve  più  ricche  di  principio  dolce,  come 
già  avvertivamo  a  pag.  42. 

§  10.  Linee  isotermiche  e  punti  climenologici.  —  Quanto 
dicemmo  a  pag.  34  sulle  isotermiche  nei  loro  rapporti  colla  stazione 
della  vite,  si  attaglia  pure  alla  vegetazione  della  vite  stessa,  ed  alla 
maturazione  dell'uva;  ripeteremo  che  le  località  tagliate  da  isochi- 
mene  di  circa  4°  a  8°  e  da  isotere  di  20°  a  25°  sono  le  più  adatte 
per  la  produzione  di  uva  zuccherina,  date  però  una  altitudine  ed 
una  situazione  favorevoli,  secondo  quanto  dicemmo  or'ora.  Come  si 
vede  tutto  si  collega;  ed  errerebbe  a  partito  chi  volesse  dettare 
massime  assolute  riguardo  a  ciascuno  dei  numerosi  fattori  che  concor- 
rono alla  regolare  vegetazione  e  dalla  buona  fruttificazione  della  vite. 
Ci  rimane  ora  a  parlare  dei  punti  climenologici.  Il  compianto 
Dr.  Giulio  Guyot  (1)  studiando  nei  vigneti  francesi  la  influenza  del- 
l'altitudine e  della  latitudine,  riconobbe  che  60  metri  d'altezza  sul 
livello  del  mare  compensavano  un  grado  di  latitudine  verso  nord,  e 
questo  più  precisamente  fra  il  41°  ed  il  50°;  in  altri  termini,  la  latitu- 
dine di  ogni  luogo,  espressa  in  minuti,  a  partire  dal  41°  preso  come 
zero,  aggiunta  all'  altitudine  espressa  in  metri,  dà  numeri  paragonabili 
ed  abbastanza  vicini  al  vero  per  stabilire  i  rapporti  climatologici  fra 
i  diversi  vigneti  e  per  determinare  i  differenti  vitigni  più  o  meno 
precoci  che  possona  coltivarvisi.  Ma,  soggiunge  giustamente  il  Dr. 
Guyot,  colla  condizione  espressa  che  si  tenga  calcolo  di  tutti  gli  altri 
elementi  del  clima,  cioè  esposizione,  inclinazione,  ripari,  natura  del 
suolo,  vicinanza  delle  acque,  ecc.  Il  Dottor    G.    B.    Belletti  (2)   ri- 


fi)  Ètude  des  vignobles  de  France,  2a  edizione  1876,  Tomo  III,  pag.  595. 

(2)  Il  Belletti  è  il  simpatico  e  valente  scrittore  del  Nane  Castaldo,  prezioso 
libro  popolare  di  viticultura.  —  Veggasi  la  3a  edizione,  pag-,  243  e  seguenti.  (Feti 
tre  1884.) 


298  CAPITOLO    VI 


chiamò  pel  primo  l'attenzione  dei  viticultori  italiani  su  queste  osserva- 
zioni del  Dr.  Guyot  e  denominò  punti  climenologici  quelli  appunto 
che  esprimono  l'influenza  combinata  della  latitudine  coll'altitudine:  il 
Prof.  G.  Caruso  (1)  rilevando  però  che  questi  punti  non  esprimono 
esattamente  il  clima  locale,  crede  che  in  loro  vece  potrebbero  con- 
sultarsi le  linee  isotermiche,  isochimeniche  ed  isoteriche,  di  cui  ab- 
biamo parlato  a  lungo  a  pag.  34.  Ma  a  noi  pare  che  neanche  il  semplice 
esame  delle  isotermiche  potrebbe  consigliarsi,  perchè  non  si  terrebbe 
calcolo  di  fattori  importantissimi,  quali  la  natura  del  suolo  ed  il  suo 
stato.  Perciò  bene  osserva  il  Dr.  Guyot,  che  il  viticultore  il  quale  voglia 
impiantare  un  vigneto  in  una  determinata  località,  prima  di  scegliere 
i  vitigni  più  o  meno  precoci  e  più  o  meno  confacienti,  deve  anzi- 
tutto determinare  i  punti  climenologici  e  poscia  tener  calcolo  degli 
altri  fattori  (esposizione,  inclinazione,  terreno,  ecc.,  ecc.)  cosa  che 
gli  riescirà  abbastanza  facile;  questo  precetto  è  senza  dubbio  saggio, 
e  può  giovare  molto  al  viticultore. 

Ma  veniamo  a  qualche  applicazione  ai  vigneti  italiani. 

«  Potrebbe  essere  interessante,  dice  il  Dr.  Belletti,  conoscere  i 
punti  climenologici  dei  paesi  da  cui  ci  vengono  i  vini  più  celebri 
del  mondo,  come  eziandio  potrebbe  essere  utile  rilevare  che  certe 
località,  quantunque  poste  in  punti  climenologici  molto  elevati,  pure 
producono  vini  eccellenti.  Ma  l'utilità  maggiore  l'otterremo  quando 
avremo  il  mezzo  di  sapere  a  quali  paesi  italiani  corrispondano  questi 
medesimi  punti  climenologici;  in  allora  chi  sa  che  molti  vignaiuoli  di 
quei  luoghi,  incoraggiati  da  un  tale  confronto,  mirino  a  risultati  ben 
più  felici  di  quelli  ottenuti  fin  qui. 

Per  esempio,  vari  luoghi  della  provincia  di  Treviso  si  avvicinano 
coi  loro  punti  climenologici  a  quelli  della  Gironda  (Bordeaux) 
ed  i  paesi  a  vini  famosi,  come  il  Borgogna,  il  Reno  e  lo  Sciampagna, 
hanno  i  loro  punti  climenologici,  chi  lo  crederebbe?  compresi  fra  il 
500  ed  il  700  come  lo  sono  appunto  quelli  della  maggior  parte  dei 
nostri  paesi  viticoli  posti  nelle  vallate  alpine. 

Tali  riflessi  mi  determinarono  a  segnare  le  prime  traccie  (quan- 
tunque incomplete  e  non  esatte  quanto  avrei  desiderato,  d'uno  studio 
simile  a  quello  del  Guyot,  per  la  regione  della  media  e  dell'  alta 
Italia  (2). 


(\)  Questioni  urgenti  di  viticultura,   1871,  pag.   14. 

(2)  ]aì  altezze  di  livello  che  servirono  di  base  ai  calcoli  delle  unite  tabelle  mi 


METEOROLOGIA  VITICOLA  299 


Il  Guyot  abbraccia  nel  suo  lavoro  circa  l'estensione  di  9  'gradi 
di  latitudine  (540  miglia),  vale  a  dire,  quasi  l' intera  Francia.  Egli 
parte  dal  Capo  Bonifacio  in  Corsica  al  gr.  41,  dove  fissa  lo  zero 
della  sua  scala,  ed  arriva  fino  all'or  troppo  celebre  Sédan  (49°  52'), 
estremo  limite  settentrionale  della  coltura  della  vite  (in  Francia). 
Colà  adunque  dove  il  Capo  Bonifacio  si  bagna  nell'onda  del  Medi- 
terraneo, cioè  dov'è  nulla  l'elevazione  sul  livello  del  mare,  colà  se 
vi  fosse  un  paese,  avrebbe  zero  per  punto  climenologico.  Un  altro 
paese  situato  parimenti  come  il  Capo  Bonifacio  41°  lat.,  ma  che  si 
elevasse  100  metri  sul  livello  del  mare,  avrebbe  100  per  punto  cli- 
menologico: come  avrebbe  cento  del  pari  quell'altro  paese,  bagnato 
dal  mare,  che  si  allontanasse  cento  miglia  verso  settentrione  dal 
41°,  ossia  dal  Capo  Bonifacio:  e  100  infine  sarebbe  il  punto  clime- 
nologico di  un'altra  località  che  si  discostasse  50  miglia  (ossia  50 
minuti)  dal  41°  latitudine,  e  che  si  elevasse  50  metri  sul  livello  del 
mare. 

Esposta  così  la  semplicissima  teoria,  vediamo  di  farne  un'applica- 
zione. Immaginiamo  adunque  una  città  di  Francia  posta  al  44°  30' 
lat.,  ed  a  85  metri  sul  livello  del  mare;  quale  sarebbe  il  suo  punto 
climenologico? 

A  partire  dallo  zero  della  scala,  ossia  dal  41°  lat,  per  arrivare 
all'indicato  paese  bisognerebbe  percorrere  3  gradi  e  30  minuti. 

Ora  i  tre  gradi  equivalgono  a  180'  (minuti)  ossia  a    180   miglia, 

e  quindi  a  punti  climenologici 180 

ed  i  trenta  minuti  corrispondono  a  trenta  miglia,  e  perciò  a 

punti 30 

Sommano  punti     .     .     210 
Se  quel  paese  fosse  a  livello  del  mare,  il  suo  punto  climenologico 


furono  in  parte  gentilmente  forniti  dall'Osservatorio  di  Padova  a  mezzo  del  pro- 
fessore cav.  Legnazzi,  dal  dott.  Locatelli  ingegnere  municipale  di  Udine  e  da  altri 
amici,  ed  in  parte  furono  tratti  dal  Trinker  (mis.  delle  Alt.  della  Prov.  di  Bel. 
luno),  dall'Ambrosi  (Flora  Tir.  Aus)  dal  Mariani  (Trìg.  Vermessj,  dal  Monte- 
rumici  (Annali  statistici  della  Provincia  di  Treviso  pel  1870),  dagli  Annali  pel 
1870  (Bur.  de  Long.)  ecc.  ecc. 

In  alcuna  di  tali  altezze  di  livello  è  indicato  il  punto  preciso  dove  furono  prese, 
in  altre  no;  per  cui  resta  il  dubbio  se  per  qualche  città  situata  in  colle,  l'altezza 
data  si  riferisca  al  piede  od  alla  cima  del  medesimo. 


300  CAPITOLO    VI 


sarebbe  semplicemente  210;  ma  siccome  si  eleva  metri  85   sopra   il 
medesimo,  così  bisognerà  aggiungervi 85 

E  allora  il  vero  punto  climenologico  dell'indicato  paese  sarà    .     295 

Quindi  si  può  stabilire  che: 

«  Il  punto  climenologico  d'un  paese  è  un  numero  composto  della 
somma  di  due  altri  numeri,  il  primo  dei  quali  esprima  i  minuti  di 
sua  latitudine  settentrionale  a  partire  da  quel  grado  che  rappresenta 
lo  zero  della  scala  previamente  stabilita;  ed  il  secondo  numero  la  sua 
elevazione  sul  livello  del  mare,  espressa  naturalmente  in  metri.  » 

Tale  è  la  formola  che,  secondo  gli  studi  del  Guyot,  serve  per  de- 
terminare i  punti  climenologici  in  Francia. 

Se  ora  si  volesse  trovare  una  formola  analoga  da  applicarsi  alla 
intera  Italia,  che  è  compresa  fra  il  36°  ed  il  46°  di  latitudine,  si 
incontrerebbe  una  seria  difficoltà  per  istabilire  il  punto  di  partenza, 
ossia  lo  zero  della  scala. 

Mentre  il  grado  41°,  estremo  limite  sud  della  Francia,  è  per  la 
stessa  una  linea  all'  uopo  opportunissima,  perchè  in  quel  punto  la 
temperatura  è  calda  bensì,  ma  non  eccessivamente;  non  si  potrebbe 
dire  altrettanto  riguardo  al  grado  36,  estremo  limite  sud  dell'Italia, 
il  quale  e  lì  lì  per  uscire  dalla  zona  vinifera,  che,  come  abbiamo 
veduto,  si  estende  dal  35°  al  50°  ;  in  conseguenza  di  che  retroce- 
dendo dal  41°  al  36°  la  condizione  climenologica  dei  paesi  che  vi 
sono  compresi  peggiorerebbe  anziché  migliorare;  e  se  adottassimo  il 
37°  per  lo  zero  di  nostra  scala,  avremmo  risultati  confusi  e  fallaci. 

All'incontro,  riflettendo  che  lo  stesso  41°  latitudine  rasenta  in  Ita- 
lia il  paese  che  produsse  un  dì  il  celebrato  Falerno,  e  che  ci  dà  in 
oggi  quell'altro  vino,  il  cui  nome  ne  indica  l'eccellenza,  il  Lamina 
Cristi;  e  riflettendo  altresì  che  il  grado  41°  passa  fra  Roma  e  Na- 
poli, ossia  percorre  in  Italia  una  linea  centrale  ed  importante,  ei  par- 
rebbe che  quel  grado  medesimo  potesse  essere  opportuno  anche  per 
rappresentare  una  linea  centrale  enologica,  una  linea  insomma  che 
costituisse  lo  zero  della  nostra  scala,  donde  partissero  i  punti  clime- 
nologici riferibili  almeno  ai  paesi  della  media  e  dell'alta   Italia. 

Una  tal  linea  passa  per  Monopoli,  città  che  per  essere  posta  in 
riva  al  mare  (Adriatico)  avrebbe  in  conseguenza  zero  per  punto  cli- 
menologico. 

Stabilito  in  questa  guisa  il  nostro  punto  di  partenza  identico  a 
quello  della  Francia,  ne  verrà  di  necessaria   conseguenza   che   i  no- 


METEOROLOGIA  VITICOLA 


301 


stri  punti  climenologici  corrisponderanno  perfettamente  a  quelli  esposti 
nella  Tabella  del  Guyot  per  la  Francia  medesima. 

Data  quindi  la  latitudine  e  1'  altezza  di  livello  di  ogni  paese  della 
media  e  dell'alta  Italia,  mediante  la  stessa  formola  e  le  identiche  re- 
gole testé  indicate  per  la  Francia,  sarà  a  noi  facile  trovarne  il  ri- 
spettivo punto  climenologico  sempre  riferibilmente  al  grado  41°  lai, 
ossia  al  grado  che  passa  per  Monopoli. 

Dopo  tali  premesse,  passiamo  a  tracciare  i  punti  climenologici  dei 
paesi,  di  cui  potemmo  procurarci  le  altezze  di  livello,  e  che  per  mag- 
gior chiarezza  abbiamo  divisi  nelle  seguenti  tre  tabelle  ;  in  fine  delle 
quali  ne  collochiamo  una  quarta  tratta  dal  Guyot  che  riporta  i  punti 
climenologici  di  alcune  principali  località  della  Francia,  coi  quali 
potrete  a  vostr'agio  confrontare  i  punti  climenologici  de'  paesi  ita- 
liani. » 

TABELLA    I. 

Punti    climenologici    di   alcuni   fra   i   paesi    italiani 

posti  al  nord  del  grado  41  di  latitudine 


,  -        ^ 

7Z~~ 

._    1    o 

._    i  'o 

._  i  '« 

Nomi  dei  Paesi 

il'! 

Nomi  dei  Paesi 

3  S'5b 

3  C  O 

Nomi  dei  Paesi 

il* 

£'■5  § 

^'-8  § 

0*  og 

Monopoli   .... 

0 

Venezia    .... 

286 

Rieti 

495 

Civitavecchia 

67 

Mantova  .... 

289 

Moncalieri 

498 

Foggia  .     .     . 

69 

Bologna  .... 

294 

Pallanza  . 

513 

Roma    .     . 

103 

Cremona  .... 

297 

Torino     . 

514 

Portoferraio 

119 

Alessandria  . 

331 

Amelia     . 

525 

Grosseto     . 

127 

Verona     .... 

332 

Assisi .     . 

534 

Ancona .     . 

183 

Magliano      .     .     . 

334 

Todi    .     . 

562 

Livorno 

185 

Vicenza    .... 

336 

Lugano    . 

575 

San  Remo 

188 

Foligno    .... 

346 

Bergamo. 

581 

Pisa .     .     . 

192 

Pavia 

348 

Pinerolo  . 

618 

Firenze .     . 

239 

Casal  Monferrato  . 

380 

Città  della  l 

^eve 

623 

Forlì     .     . 

239 

Velletri    .... 

392 

Perugia   . 

656 

Rimini  .     . 

242 

Urbino     .... 

414 

Biella .     . 

658 

Ferrara 

245 

Milano     .... 

415 

Belluno    . 

691 

Gubbio 

245 

Udine 

419 

Nocera     . 

701 

Ravenna    . 

247 

Chieti 

429 

Norcia 

709 

Genova .     . 

253 

Brescia     .... 

437 

Varallo    . 

729 

Guastalla  . 

265 

Narni 

446 

Montepulcia 

LIO  . 

754 

Jesi  .     .     . 

268 

Trento     .... 

454 

Mondovì  . 

758 

Temi    .     . 

272 

Orvieto    .... 

459 

Camerino 

77<S 

Padova .     . 

278 

Città  di  Castello  . 

475 

Aquila 

822 

Reggio  (Emilia) 

283 

Siena 

486 

Aosta  .     . 

884 

Modena      .     . 

283 

Spoleto    .... 

487 

302 


CAPITOLO    VI 


TABELLA   II. 
Punti  climenologici  di  alcuni  paesi  del  Veneto,  dell'Istria  e  del  Trentino 


._ 

._ 

— 

Nomi  dei  Paesi 

Nomi  dei  Paesi 

Ili 

Nomi  dei  Paesi 

a  5.2 

Oh-o  o 

Q->  o  2 

0-1  o  2 

Pola 

240 

Sacile 

324 

San    Pietro   degli 

Legnago    . 

257 

San  Vito 

324 

Schiavi      .     .     . 

478 

Dignano     . 

262 

Pordenone    . 

326 

Asolo 

500 

Chioggia    . 

263 

Verona     .     . 

332 

Rovereto  .... 

509 

Parenzo 

269 

Vicenza    .     . 

336 

Valdobbiadene  .     . 

527 

Fiume  .     . 

275 

Codroipo .     . 

337 

San  Daniele      .     . 

528 

Padova 

278 

Montebelluna 

Chiavenna    .     .     . 

534 

Pirano  .     . 

284 

Conegliano   . 

353 

Moggio    .... 

543 

Venezia 

286 

Riva  di  Trento 

358 

Morbegno     .     .     . 

565 

Capo  d'Istria 

286 

Gorizia    .     . 

367 

Feltre 

568 

Treviso 

289 
292 

297 

Arco    . 

370 
419 
428 

Fonzaso    .... 
Sondrio   .... 
Borgo  di  Valsugana 

630 

Buie 

Udine  . 

657 

Muggia 

Bassano    . 

664 

Mon  falcone 

300 

Vittorio    .     . 

431 

Belluno    .... 

691 

Montona    . 

305 

Spilimbergo 

441 

Tirano     .... 

771 

Palmanova 

321 

Nabresina     . 

445 

Levico      .... 

797 

Castelfranco  (Ven.) 

322 

Trento     .     . 

454 

TABELLA    III. 
Punti  Climenologici  di  alcuni  paesi  e  località  della  Provincia  di  Belluno. 


Nomi  dei  Paesi 


Fener  . 
Sanzan  . 
C esana  . 
Villapaiera 
Vas  .  . 
Rocca  . 
Lentiai . 
Feltre  . 
Busche  . 
Quero  . 
Alano  . 
Bribano 
Limana. 
Arten    . 


-p  Co 

o 


509 
522 
548 
549 
550 
564 
566 
568 
569 
588 
590 
596 
614 
615 


Nomi  dei  Paesi 


Santa  Lucia. 

Sedico. 

Arsiè  . 

Pat      . 

Marsiai 

Fonzaso 

Zermen 

Visome 

T  richiana     . 

Villa  di  Villa 

Mei      .     .     . 

Dussoi      .     . 

Incin   .     .     . 

Pedavena 


&■„, 


619 
623 
626 
628 
629 
630 
631 
639 
641 
649 
651 
658 
668 
669 


NoMirDEi  Paesi 


Vi  11  ab  runa  . 
Seren  .  .  . 
Porcen  .  . 
Belluno  .  . 
Menin  .  . 
Cart  .  .  . 
Cesio  .  .  . 
San  Diberal  (B 

luno)    .     . 
San  Gregorio 
Lamen     .     , 
Sorriva    .     . 
Lamon     .     . 


el- 


3  s  SP 

a<~.2 


669 
685 
688 
691 
704 
759 
780 

850 
852 
905 
DOS 
973 


METEOROLOGIA  VITICOLA 


303 


TABELLA   IV. 
Punti  climenologici  di  alcuni  paesi  di  Francia 

estratti  dalla  Tabella  del  Guyot,  Elude  cles  Vign.  de  France,  t.  Ili,  p.  597. 


Nomi  dei  Paesi 

_  o 
+3  CTS 

a  a  àc 
o 

Nomi  dei  Paesi 

-,  o  _ 

a  a  6o 
o 

Nomi  dei  Paes^i 

o 
a  §  àn 

Ajaccio  

95 

Paris 

532 

Chàtillon-sur-Seine 

Bastia  .     . 

131 

Troyes      .... 

548 

(Borgogna)    .     . 

644 

Marsiglia  . 

167 

Chambery  (Savoia) 

549 

Wissembourg  (Bas- 

Montpellier 

201 

Chalons-sur-Marne 

so  Reno    .     .     . 

646 

Avignone  . 

232 

(Sciampagna)     . 

559 

Nancy      .... 

662 

Bordeaux  . 

240 

Chàteau-Thierry  id. 

560 

Metz 

664 

La  Réole  (Bordeaux) 

259 

Epernay  (id.)    .     . 

564 

S averne  (Bass.  Reno) 

670 

Lespare         id. 

264 

Vitri  -  le  -  Francois 

Sedan  

680 

Bazas            id. 

285 

(id.) 

565 

Bar-le-Duc  (Vino  u- 

Cognac       .... 

313 

Beaune  (Borgogna) 

580 

so  Sciampagna) 

705 

La  Rochelle 

320 

Versailles      .     .     . 

591 

Commercy    .     .     . 

709 

Tolosa  .     . 

345 

Strasburgo  (Basso 

Annecy  (Savoia)    . 

748 

Brignoles  . 

377 

Reno)  .... 

599 

S.t-Claude  (Jura) . 

760 

Nantes  .     . 

392 

Chartres  .... 

605 

Epinal  (Vosgi) .     . 

771 

Tours    .     . 

439 

Schelestadt  (Basso 

S.t-Jean-de-Mau- 

Poitiers 

453 

Reno)   .... 

614 

rienne  (Savoia) . 

830 

Saint-Pons 

465 

Colmar  (Alto  Reno) 

620 

Gap  (estremo  limite 

Mazon  .     . 

508 

Saint  -Menehould 

della  vite)      .     . 

964 

Saint- Denis 

509 

(Sciampagna)     . 

623 

Gex  (estremo  limite 

Fontainebleau 

523 

Dijon  (Borgogna) . 

625 

della  vite) 

967 

Con  queste  tabelle  del  Dr.  Belletti  crediamo  di  aver  dato  al  let- 
tore un  concetto  esatto  dei  punti  climenologici  e  dell'  utilità  che  da 
essi  può  venirne  al  viticoltore. 


CAPITOLO  VII 

Pronostico  della  fruttificazione  della  vite. 

(Carpoprognosia). 

LT  état  présent  de  l'univers  est 
l'effet  de  son  état  antérieur  et  la 
cause  de  celui  qui  va  suivre. 

(Laplace  -  Essai  sur  les  pro- 
babilitès). 

§  1  Generalità  sulla  carpoprognosia  —  §  2.  Carpoprognosia  e  meteorognosia  — 
§  3.  Applicazioni  generiche  —  §4.  Applicazione  speciale  alle  viti  —  §  5.  In- 
fluenza della  primavera  sulla  formazione  delle  gemme  frutticose  —  §6.  In- 
fluenza delle  altre  stagioni  —  §  7.  Osservazioni  e  pronostici  nel  periodo  1855- 
1883  —  §  8.  Deduzioni  utili  per  la  pratica. 

§  1.  Generalità  sulla  carpoprognosia.  —  Sul  finire  del  1875 
presentavamo  al  Congresso  Enologico  Italiano  radunatosi  in  Verona 
una  nostra  memoria,  intitolata  «  Primi  studii  di  Carpoprognosia 
applicata  alla  viticoltura.  »  Detta  memoria  fu  bene  accolta  dai 
congregati  ed  ebbe  1'  onore  di  essere  stampata  negli  Atti  del  Con- 
gresso: fu  poi  riprodotta  da  varii  giornali  agrarii,  e  però  stimiamo 
utile  di  qui  ritornare  sull'argomonto,  con  nuovi  fatti  e  nuove  osser- 
vazioni. 

La  Carpoprognosia  (parola  che  abbiamo  formato  dal  greco  carpós 
frutto,  e  prógnosis  prescienza,  prognostico)  dovrebbe  essere,  a  no- 
stro avviso,  quella  parte  della  meteorologia  agricola  che  cercasse  di 
dedurre  il  valore,  per  rapporto  alla  quantità,  della  fruttificazione  fu- 
tura d'un  vegetale,  dall'osservazione  dei  fenomeni  meteorologici  pas- 
sati e  presenti  di  cui  ebbe  a  subire  l'influenza.  Questa  prescienza  a- 
dunque  si  riferisce  unicamente  alla  quantità  dei  frutti;  quanto  ri- 
guarda la  loro  qualità  fu  oggetto  degli  studii  accennati  nel  capitolo 
precedente. 


PRONOSTICO  DELLA  FRUTTIFICAZIONE  DELLA  VITE  305 

Noi  già  sappiamo  che  la  meteorognosia  cerca  precisamente  di 
pronosticare  i  fenomeni  atmosferici  futuri,  dietro  1'  osservazione  dei 
fenomeni  passati  e  presenti:  or  bene,  la  carpoprognosia  sarebbe  al* 
cunchè  di  simile,  inquantochè  essa  pure  tenderebbe  a  leggere  nel  fu- 
turo: se  non  che,  invece  di  predire  fatti  meteorologici,  predirebbe 
fatti  fisiologici.  Così  laddove  la  prima  tenta  ora  di  stabilire  le  pro- 
babilità del  tempo  futuro,  la  seconda  vorrebbe  stabilire  le  probabilità 
delle  raccolte. 

Naturalmente  tanto  1'  una  che  1'  altra  non  rappresentano  che  un 
processo  di  induzione,  per  il  quale  studiate  le  svariate  condizioni  me- 
teorologiche di  una  serie  di  anni  ed  esaminati  attentamente  i  loro 
differenti  effetti  negli  anni  susseguenti,  coordinando  cotali  cause  e 
cotali  effetti  si  viene  ad  indurre  che  ogni  qualvolta  si  riprodurranno 
quelle  date  condizioni  si  potranno  attendere,  con  molta  probabilità, 
determinati  fenomeni  meteorologici  o  fisiologici. 

Diciamo  a  bello  studio  «  con  molta  probabilità  »  e  non  «  con  cer- 
tezza »  perchè  (a  parte  le  cause  non  prevedibili  e  delle  quali  non 
si  può  quindi  tener  calcolo)  ciò  non  è  umanamente  possibile,  essendo 
infinite  le  forze  che  animano  la  natura  in  questi  fenomeni,  e  nessuna 
mente  potendo  abbracciarle  tutte,  analizzandole  prima,  coordinandole 
poscia  e  comprendendole  infine  in  una  sola  formola.  Se  ci  fosse  dato 
giungere  a  codesto,  l'avvenire  ci  sarebbe  tanto  noto  quanto  il  pre- 
sente; l'astronomia  ci  porge  al  proposito  alcuni  esempii. 

Un  processo  affatto  opposto  a  quello  della  meteorognosia  e  della 
carpoprognosia  ce  l'offre  la  geologia;  poiché  quantunque  essa  pure 
si  attenga  alla  non  mai  interrotta  catena  delle  cause  e  degli  effetti, 
invece  di  andare  come  quelle  dal  presente  al  futuro,  rifa  la  strada 
e  rimonta  dal  presente  verso  il  passato.  Così  come  la  geologia  non 
è  altro  che  la  fisica,  la  chimica,  la  geografìa,  la  zoologia,  la  bota- 
nica del  passato,  la  carpoprognosia  dovrebbe  essere,  per  una  data 
pianta,  la  fisiologia  del  futuro. 

§  2.  Carpoprognosia  e  meteorognosia.  —  La  carpoprognosia 
costituisce  una  novità,  volendosi  farne  un  complesso  di  cognizioni  a 
pane  per  cercare  poscia  di  desumere  alcune  leggi  sull'influenza  delle 
condizioni  meteorologiche  del  ieri  e  dell'oggi  sulla  fruttificazione  del 
domani.  Però  i  prognostici  sull'abbondanza  o  non  dei  singoli  raccolti 
datano  dai  tempi  i  più  remoti,  precisamente  come  sono  remotissimi 
i  prognostici  sul  tempo. 

<è.  Ottavi,   Trattato  di  Viticoltura  21 


306  CAPITOLO    VII 


Ed  a  quest'  ultimo  proposito  diremo  non  essere  molto  che  queste 
sparse  cognizioni  di  meteorognosia  si  vennero  raggruppando  e  coor- 
dinando fra  di  loro:  il  Gasparin  se  ne  occupò  con  amore;  ma  questo 
illustre  agronomo  non  potè  addentrarsi  molto  in  simili  studii,  es- 
sendo ancor  troppo  bambina  questa  parte  della  meteorologia.  Si  po- 
trebbe invero  affermare  che  al  proposito  noi  non  siamo  ora  molto  più 
innanzi  di  quel  che  lo  fossero  Virgilio  {Georgiche)  e  Plinio  {Storia 
naturale). 

Il  Gasparin  si  limitò  quindi  a  fare  una  scelta  fra  tutti  i  progno- 
stici tramandati  fino  a  noi,  riassumendoli  poscia,  dopo  aver  sceve- 
rato i  più  attendibili. 

Invece  gli  studii  sulla  carpoprognosia  sono  ancora  quasi  tutti  da 
farsi;  e  nessuno  poi  tentò  fin'  ora  di  raccogliere  le  poche  nozioni 
che  sono  sparse  qua  e  là  nei  libri  agrarii,  nonché  i  pronostici  che 
si  ripetono  da  padre  in  figlio  fra  i  contadini,  per  rapporto  alla  frut- 
tificazione delle  principali  piante  coltivate. 

Eppure  a  noi  pare  che  tali  studii  abbiano  una  grandissima  impor- 
tanza economico -agricola,  poiché  potrebbero  servir  di  guida  al  col- 
tinatore  non  solo  nel  governo  delle  proprie  colture,  ma  altresì  e 
sopratutto  nell'  esitare  col  maggior  lucro  possibile  i  suoi  prodotti; 
diremo  anzi  che  noi  ce  ne  gioviamo  appunto  in  questo  senso  da 
varii  anni.  (v.  §  8) 

Oltre  a  ciò  ci  pare  che,  senza  di  essi,  la  stessa  meteorognosia  ri- 
marrebbe sempre  incompleta.  Si  dice,  per  esempio,  che  colla  scorta 
di  quest'ultima  potendosi  (forse  in  un  giorno  non  lontano)  prevedere 
il  carattere  generale  d'  un  anno  prossimo  venturo,  si  potranno  mo- 
dificare le  colture  od  il  loro  governo  a  seconda  di  cotesta  prescienza. 
Ciò  è  per  certo  di  incontestabile  utilità;  ma  potrebbe  benissimo  darsi 
che,  ad  onta  delle  modificazioni  introdotte  nelle  colture,  le  piante  des- 
sero meschini  frutti  a  cagione  delle  poco  favorevoli  condizioni  di  ca- 
lore, luce,  umidità,  ecc.  in  cui  si  vennero  formando  ed  organizzando 
i  loro  semi.  Di  ciò  non  tiene  calcolo  la  meteorognosia,  la  quale  sup- 
pone che  tutte  le  piante  coltivate  nascano  da  ottimi  semi,  tutti  i 
frutti  da  ottime  gemme  e  nelle  migliori  condizioni,  e  si  accrescano 
senza  alcun  vizio  di  costituzione  congenito,  contratto  cioè  colla  na- 
scita, dal  seme,  dalla  gemma,  ecc. 

La  carpoprognosia  invece  tiene  calcolo  grandissimo  di  ciò  (è  questo 
anzi  il  suo  scopo  precipuo)  e  tenta  così  pronosticare  che  i  frutti  sa- 
ranno copiosi,  poco  abbondanti  o  quasi  nulli,  alquanto  tempo  innanzi 


PRONOSTICO  DELLA  FRUTTIFICAZIONE  DELLA  VITE  307 

la  loro  raccolta  :  naturalmente  poi  la  meteorognosia  viene  in  suo 
aiuto,  potendo  soggiungere  che  codesti  frutti  saranno  veramente  co- 
piosi perchè  le  stagioni  trascorreranno  favorevoli  alla  fruttificazione; 
oppure  che  saranno  meno  copiosi  di  quello  che  le  nozioni  di  carpo- 
prognosia  danno  a  sperare,  perchè  le  condizioni  climatologiche  li  con- 
trareranno alquanto  in  determinate  stagioni  e  via  dicendo. 

Come  si  vede  questi  due  ordini  di  nozioni  si  completano  a  vicenda, 
mentre  presi  isolatamente  sarebbero  insufficienti  a  conferire  alle  con- 
ghietture  quella  utilità  pratica  che  noi  ci  ripromettiamo  da  questi 
calcoli  di  probabilità 

§  3.  Applicazioni  generiche.  —  Senonchè  è  facile  prevedere 
come  gli  studii  sulla  carpoprognosia  non  siano  applicabili  che  ad  un 
dato  ordine  di  piante  coltivate;  quelle  cioè  che  per  produrre  frutti 
debbono  percorrere  un  ciclo  vegetativo  molto  lungo,  o  per  dir  meglio 
abbastanza  prolungato  da  risentire  l' influenza  di  varie  stagioni  a 
partire  dalla  formazione  del  seme  o  della  gemma  fruttificatrice,  ve- 
nendo insino  alla  costituzione  dei  frutti  stessi.  La  vite,  l'ulivo  e  tutte 
le  piante  così  dette  vivaci;  la  barbabietola,  la  carota  e  molte  altre 
piante  dette  biennali;  infine  quelle  fra  le  annuali  che,  come  il  fru- 
mento, si  rendono  biennali  ad  arte  seminandole  nell'autunno  anziché 
in  primavera;  tutte  queste  piante  possono  dar  oggetto  a  studii  più 
o  meno  importanti  di  carpoprognosia. 

I  problemi  che  questa  deve  risolvere  potrebbero,  per  ragion  d'e- 
sempio, così  formularsi: 

«  Date  delle  gemme  di  viti  formatesi  prima  e  sviluppatesi  poi  sotto 
«  determinate  condizioni  climatologiche  e  sopra  una  pianta  più  o 
«  meno  rigogliosa,  quale  sarà  il  loro  prodotto  in  uva  nell'anno  sus- 
«  seguente?  » 

Oppure: 

«  Dati  dei  semi  di  frumento  provenienti  da  piante  cresciute  in 
«  determinate  condizioni  climatologiche  e  telluriche,  e  seminati  sotto 
«  altre  determinate  condizioni  che  favorirono  o  contrariarono  il  tal- 
«  limento  delle  giovani  piantine,  quale  prodotto  in  granelle  sarà  le- 
«  cito  sperare  per  l'anno  successivo?  » 

In  questo  caso  del  frumento  così  detto  autunnale,  si  tratterebbe, 
per  causa  di  esempio, 

1°  Di  tener  calcolo  (come  già  fanno  i  più  accorti  agricoltori) 
della  costituzione  fisiologica  delle  sementi  adoperate; 


308  CAPITOLO    VII 


2°  Di  tener  calcolo  se  i  semi  in  terra  già  sviluppati  furono  sor- 
presi dal  gelo,  e  se  questo  si  approfondì  nel  suolo  tanto  da  farne 
perire  un  certo  numero; 

3°  Di  tener  calcolo  se  dopo  la  seminagione  i  semi  ebbero  a  su- 
bire alternative  di  leggera  umidità  e  di  secchezza,  perchè  il  dissec- 
camento, se  si  ripete  varie  volte,  nuoce  ai  germi  sviluppantisi  e  rende 
problematica  una  messe  copiosa; 

4°  Di  tener  calcolo  se  in  primavera  (aprile)  i  grani  sono  tristi 

0  no;  perchè  nel  primo  caso,  anche  se  la  stagione  si  mettesse  al 
bello,  anche  se  la  vegetazione  apparisse  in  seguito  rigogliosa,  anche 
se  si  concimasse  il  suolo,  le  spighe  sono  già  formate,  la  loro  lun- 
ghezza ed  il  numero  delle  loro  spighette  sono  già  determinati,  e 
nessuno  potrà  mai  accrescerne  il  numero,  fosse  pure  d'  una  sola  di 
esse; 

5°  Di  tener  calcolo,  in  conseguenza  di  quanto  si  è  detto  testé, 
dell'andamento  del  mese  di  marzo,  perchè,  come  dice  l'adagio,  «  marzo 
asciutto,  gran  per  tutto.  » 

Ben  ponderate  queste  condizioni  di  successo,  ed  altre  che  per  bre- 
vità ommettiamo,  si  potranno  predire,  con  grande  probabilità  di  co- 
gliere nel  segno,  una  copiosa  raccolta  od  una  meschina  messe;  ed 
in  caso  di  cattivi  prognostici  il  coltivatore  potrà  regolarsi  non  solo  per 
favorire  in  tempo  utile  la  fruttificazione,  ma  altresì  nella  vendita  dei 
frumenti  in  magazzeno,  per  attendere  forse  un  quasi  certo  rialzo, 
e  via  dicendo.  (Trattandosi  di  frumento  marzuolo  la  carpoprognosia 
non  può   venire  diremmo  quasi  in  nessun  aiuto  all'agricoltore). 

Altri  quesiti  si  potrebbero  formulare  per  altre  piante  coltivate;  ma 

1  due  qui  sopra  dettati  bastano  a  nostro  avviso  per  dare  una  idea 
esatta  dello  scopo  di  questa  nuova  parte  della  meteorologia  appli- 
cata, la  quale  in  conclusione  dovrebbe  prendere  come  elementi  es- 
senziali de'  suoi  calcoli  di  probabilità: 

1°  Le  influenze  climatologiche  sotto  le  quali  si  andarono  costi- 
tuendo i  semi  o  le  gemme; 

2°  Quelle  altre  che  ebbero  influenza  sul  loro  germogliamento  e  sul 
primo  periodo  di  accrescimento  della  nuova  pianta  o  del  germoglio 
fruttifero,  dalla  fioritura  alla  pubertà,  e  da  questa  alla  costituzione 
del  frutto. 

Supponendo  (tanto  per  concretizzare  meglio  la  cosa)  che  in  nn 
numero  e  di  casi  nei  quali  si  verificarono  certe  speciali  condizioni 
s' abbia  avuto  un  numero  b  di  prodotti  abbondanti,  la  probabilità  del  ri- 


PRONOSTICO  DELLA  FRUTTIFICAZIONE  DELLA  VITE  309 

torno  di  questo  prodotto,  quando  si  ripresentano  le  suddette  condi- 
zioni, ci  sarà  dato  dalla  forinola: 

_b_ 
e 

Così  se  in  100  casi  di  cotali  condizioni  si  ebbe  90  volte  un  co- 
pioso prodotto,  la  probabilità  che  si  abbia  in  quest'anno  un  analago 
prodotto,  essendosi  verificate  quelle  stesse  condizioni,  ci  è  dato  da 

cioè  una  grande  probabilità,  la  quale  sta  alla  certezza  come  0,90 
sta  ad  1. 

Riassumendo:  la  fruttificazione  presente  ha  la  sua  ragione  di  es- 
sere nel  passato  della  pianta  e  del  seme,  oppure  della  pianta  e  della 
gemma;  risalendo  dal  presente  al  passato  l'agricoltore  potrebbe  ren- 
dersi ragione  —  sino  nei  più  minuti  particolari  —  del  perchè  la 
pianta  fruttificò  male  in  quest'  anno,  bene  invece  neh'  anno  prece- 
dente, e  via  dicendo. 

Infatti,  quello  che  è  oggi  una  pianta,  non  è  altro  che  la  conse- 
guenza di  quello  che  fu  ieri;  e  quello  che  fu  ieri  è  1'  effetto  di  ciò 
che  fu  ieri  1'  altro,  e  così  di  seguito.  È  una  catena  non  mai  inter- 
rotta, senza  soluzioni  di  continuità;  una  serie  di  anelli  che  rappre- 
sentano tanti  effetti.  Potendosi  studiarli  a  fondo  uno  ad  uno  e  per 
lunga  serie  d'anni,  si  potrebbero  fissare  con  grande  esattezza  gli  in- 
timi rapporti  che  esistono  fra  il  progresso  delle  stagioni  e  quello 
della  vegetazione. 

§  4.  Applicazione  speciale  alle  viti.  —  Eccoci  ora  a  fare 
noti  i  nostri  studii  speciali  applicati  alle  viti. 

Già  sappiamo  che  i  fiori  della  vite  si  presentano  quasi  sempre  su 
germogli  spuntati  in  primavera  da  gemme  di  tralci  che  hanno  un 
anno  di  vita,  di  tralci  cioè  dell'anno  avanti. 

A  questa  regola  si  danno,  per  quello  che  ci  fu  dato  constatare, 
due  eccezioni:  1°  talvolta  portano  qualche  raro  grappolo  quei  pol- 
loni che  nascono  sul  ceppo  o  vecchio  tronco  della  vite,  specialmente 
nei  nostri   paesi   meridionali  od  in   qualche  vite  a  pergolato;  2°  tal 


310  CAPITOLO    VII 


altra  vedonsi  grappolini  sui  getti  estivi  (sulle  femminelle)  che  spun- 
tano all'ascella  delle  foglie  dei  getti  primaverili. 

Ma  in  rarissimi  casi  si  è  potuto  trarre  reale  partito  da  queste 
fruttificazioni  che  chiameremo  anormali;  per  cui  non  ne  diremo  al- 
tro, e  ci  occuperemo  solo  dei  veri  frutti  dei  getti  primaverili 
spuntati  su  rami  di  un  anno. 

Abbiamo  detto  che  questi  nascono  da  gemme;  vuol  dire  dunque 
che  il  loro  vigore,  la  loro  potenza  fruttificatrice,  sarà  anzitutto  in 
relazione  diretta  colla  fecondità  delle  singole  gemme  madri. 

Infatti  qui  siamo  neh'  identico  caso,  ad  esempio,  del  frumento,  il 
quale  cresce  tanto  più  sano,  è  tanto  più  fecondo  e  dà  granelle  tanto 
più  pregevoli,  quanto  più  robusto  e  turgido  e  di  buona  provenienza 
era  il  seme  da  cui  nacque. 

Ma  ciò  non  basta.  Il  frumento  potrebbe  fallire  se  il  suolo  sul  quale 
vegeta  non  lo  coadiuvasse  durante  il  periodo  della  sua  vegetazione: 
or  bene,  lo  stesso  dobbiamo  dire  della  gemma  della  vite,  la  quale 
se  non  troverà  nel  legno  del  tralcio  (alburno)  e  nel  succo  ascendente 
quella  copia  di  elementi  che  le  tornano  indispensabili,  specialmente 
durante  i  primi  momenti  del  suo  sviluppo  e  della  cresciuta  del  pro- 
prio germoglio,  darà  un  getto  meschinello  e  poco  fruttifero. 

Dunque,  quello  che  è  il  suolo  per  il  seme  di  frumento,  è  il  tralcio 
di  un  anno  per  la  gemma. 

Qui  però  si  chiederà  se  noi  non  teniamo  conto  delle  radici:  ri- 
sponderemo che  non  crediamo  abbiano  grande  influenza  nei  primi 
momenti  della  germogliazione  e  della  cresciuta  dei  teneri  germogli. 
La  mancanza  di  foglie  ci  fa  persuasi  che  la  gemma  debba  germo- 
gliare, e  debba  altresì  svilupparsi  il  nuovo  getto,  senza  il  concorso 
delle  radici.  Ma  meglio  delle  congetture,  ci  persuadono  i  seguenti 
fatti: 

Se  si  pone  in  terra  un  pezzetto  di  tralcio  munito  di  alcune  gemme, 
queste  danno  piccoli  germogli  anche  prima  d'aver  cacciato  radici  le 
quali  possano  elaborare  materiali  del  terreno;  —  se  una  ceppaia 
muore  nel  verno,  può  talora  dare  getti  in  primavera  da'  suoi  tralci 
a  frutto,  getti  però  che  giunti  ad  un  certo  punto  del  loro  sviluppo, 
muoiono  perchè  le  radici  non  vengono  in  loro  soccorso;  —  se  in 
primavera  si  sradica  una  pianta,  un  gelso  ad  esempio,  prima  che 
siansi  dischiuse  le  gemme,  queste  daranno  tuttavia  brevi  germogli 
quantunque  le  radici  dell'albero  più  non  sieno  entro  il  suolo  ;  —  se 
gli  alberi  muoiono  in  piedi,  cioè  sul  posto,  portano  ciò  non  ostante 


PRONOSTICO  DELLA  FRUTTIFICAZIONE  DELLA  VITE  311 

germogli,  che  vivono  a  spese  del  loro  legno  e  li  rendono  meno  ap- 
prezzati dai  commercianti  di  legnami;  —  se  le  talee  di  pioppi  e  di 
ontano  si  tagliano  verdi  e  si  abbandonano  a  sé  in  lungo  fresco, 
danno  germogli. 

Dunque  il  tralcio  frutticoso  di  un  anno  è  proprio,  per  così  dire, 
il  terreno  nel  quale  deve  nascere  e  indi  vegetare  per  un  poco  di 
tempo  il  tenero  germoglio  spuntato  dalle  gemme  del  tralcio  mede- 
simo. A  suo  tempo  poi,  e  col  comparire  delle  foglie,  le  radici  inco- 
mincieranno  la  loro  opera  alimentatrice,  perchè  allora  le  fibre  radicali 
della  gemma  stessa  si  saranno  già  intrecciate,  o  diremo  meglio  ana- 
stomizzate,  colle  fibre  corticali  del  libro  preesistente.  Da  questo  punto 
il  germoglio  cessa  di  essere  un  parassita,  un  vero  succhione  svilup- 
patosi a  spese  del  tralcio  a  frutto,  ma  fa  parte  attiva  del  vegeta- 
bile, perchè  le  sue  parti  verdi  incominciano  ad  assorbire  acido  car- 
bonico e  fors'anche  ossigeno.  Come  si  vede,  havvi  un  periodo  ab- 
bastanza lungo  durante  il  quale  la  pianta  madre  deve  alimentare  del 
proprio  non  pochi  parassiti:  sono  dessi  i  bottoni  (veri  svernatoj  di 
Linneo)  che  spuntano  all'ascella  delle  foglie  in  primavera  sui  rametti 
dell'annata.  Essi  vivono  a  spese  della  madre  tutto  l'estate,  l'autunno 
ed  il  verno  successivi,  nonché  una  parte  della  primavera,  benché  già 
sviluppatisi  in  teneri  germogli;  e  non  cessano  dal  loro  parassitismo 
che  allorquando  questi  ultimi,  per  la  loro  corteccia  recente  (che  è 
verde)  e  poi  per  le  prime  foglioline,  incominciano  ad  assorbire  acido 
carbonico  e  fors'anche  ossigeno  in  presenza  della  luce. 

Durante  tutto  questo  periodo  si  forma  pertanto  la  fruttifica- 
zione delVanno  agrario  successivo,  fruttificazione  che  sarà  più  o 
meno  abbondante  a  seconda  delle  condizioni  meteorologiche  alle  quali 
sarà  stata  soggetta  la  pianta  madre  nell'anno  agrario  precedente. 

Le  gemme  infatti  avranno  risentito  esse  pure  V  influenza  di  queste 
condizioni  atmosferiche,  e  se  la  madre  sarà  stata  contrariata  nella 
sua  vegetazione,  anche  le  gemme  dovranno  crescere  mal  costituite 
e  dare  l'anno  dopo  germogli  o  poco  o  punto  fruttiferi. 

E  tutto  ciò  perchè  ogni  influenza  meteorologica  alquanto  costante 
si  traduce  in  un  fatto  fisiologico  più  o  meno  importante.  La  frutti- 
ficazione futura  non  sarà  quindi  altro  che  la  risultante  delle  varie 
influenze  meteorologiche  dell'anno  anteriore,  tenendo  ben'  inteso  cal- 
colo della  cooperazione  del  suolo  e  dei  concimi  che  noi  possiamo  già 
valutare  in  anticipazione  con  grande  certezza.  Anzi  ci  preme  di  in- 
sistere su  quest'ultimo  punto,   acciò   non  si  creda    che   siamo  ciechi 


312  CAPITOLO   VÌI 


seguaci  dell'antica  massima  annus  fructifìcat,  non  tellus,  che  pecca 
alquanto  d'assolutismo,  tuttoché  sia  in  parte  giustissima. 

In  conclusione,  e  ritornando  al  nostro  assunto,  la  fruttificazione 
che  in  maggio  vediamo  sulle  nostre  viti  è  il  frutto  d'un  lavorìo  in- 
terno della  pianta  madre,  il  quale  ebbe  a  durare  12  mesi,  o  poco 
meno. 

Queste  gemme  spuntate  su  tralci  dell'annata,  che  più  propriamente 
si  debbono  dire  germogli,  e  che  mettono  quasi  un  anno  a  costi- 
tuirsi, possono  dare  al  loro  schiudersi  getti  molto,  poco  o  punto  frut- 
icosi: —  le  gemme  invece  che  sorgono  sul  legno  di  soli  2,  di  3, 
di  4  e  più  anni,  non  possono  (tolte  rarissime  eccezioni)  dare  getti 
fruttiferi  per  quanto  siano  bene  costituite  sino  dalla  loro  origine. 

Queste  ultime  pertanto  non  ci  interessano  affatto. 

Le  prime  invece,  che  sono  anche  le  più  numerose,  debbono  atti- 
rare tutta  la  nostra  attenzione  in  questi  tentativi  di  carpoprognosia, 
poiché  se  noi  arriveremo  a  studiare  bene  come  si  vadano  costituendo, 
sapremo  anche  predire,  già  prima  che  si  schiudano,  se  i  frutti  sa- 
ranno copiosi  o  no. 

Siccome  questa  prescienza  potremo  acquistarla  tra  la  fine  dell'in- 
verno ed  il  principio  della  primavera  (circa  nel  dodicesimo  mese  di 
vita  delle  gemme  in  questione),  ne  segue  che  da  sette  ad  otto  mesi  prima 
della  vendemmia  noi  saremo  in  grado  di  accertare  che  i  frutti  sa- 
ranno, per  ragion  d'  esempio,  abbondanti.  Aggiungeremo  che  le 
cause  (meteore-parassiti)  che  possono  influire  sulle  pigne  già  formate, 
rare  volte  sono  tali  da  modificare  V  entità  della  vendemmia  in  una 
intera  plaga  vitifera  ;  l'influenza  loro  è  grave  relativamente  a  piccoli 
predii,  ma  il  prodotto  medio  generale  d'  un  dato  paese  non  subisce 
per  esse  che  in  rari  casi  marcate  diminuzioni  (1). 

E  ritornando  alla  suddetta  prescienza  non  solo  noi  possiamo  ac- 
quistarla da  7  ad  8  mesi  prima  della  vendemmia,  ma  anche  molto 
tempo  prima  e  così  alla  fine  dell'  estate  (almeno  12  mesi  innanzi)  ; 
perchè  la  influenza  di  questa  stagione  e  della  primavera  che  la  pre- 
cede può  essere  spesso  rilevantissima,  come  vedremo. 

Intanto  incomincieremo  a  premettere  che  (come  già  dicemmo  di 
passsggio  pel  frumento),  giunti  ad  un  certo  punto  nel  ciclo  vegeta- 


(1)  Uno  di  questi  rari  casi  si  è  verificato  nel  1884  in  cui  in  molte  regioni  del- 
l'Italia Superiore  un  ubertoso  raccolto  d'uva  fu  ridotto  quasi  a  nulla  dalle  gra- 
gnuole,  dalle  pioggie  soverchie  e  dalla  peronospora. 


PRONOSTICO  DELLA  FRUTTIFICAZIONE  DELLA  VITE  313 

tivo  delle  gemme  frutticose,  torna  affatto  impossibile  al  viticultore 
l'aumentare  la  vendemmia  ;  esso  potrà  solo  contribuire  a  serbare  in- 
tatta la  maggior  parte  possibile  dei  tirsi  che  si  presentano  in  prima- 
vera, e  nulla  più.  Cotale  punto  coincide  ad  un  dipresso  col  dodice- 
simo mese  di  vita  della  gemma  del  tralcio  disteso  a  frutto  ;  cotale 
ciclo  vegetativo,  come  già  dicemmo,  comprende  il  seguente  periodo  : 

primavera, 
estate, 
autunno, 
inverno. 

Prima  di  giungere  alla  raccolta  delle  uve  occorrerebbero  ancora 
una  primavera,  un'  estate  e  parte  dell'  autunno,  cioè  all'  incirca  otto 
mesi.  Or  bene  in  quest'ultimo  periodo  faccia  pure  il  viticultore  quanto 
gli  è  possibile  in  favore  della  quantità  dei  grappoli;  ari  pure,  e  van- 
ghi pure  e  zappi  e  concimi  in  primavera,  od  anche  nel  febbraio  o 
nel  marzo;  vanghi  pure  e  zappi  nel  seguito  della  primavera  e  nella 
state;  egli  non  rinscirà  mai  ad  accrescere  d'un  solo  grappolo  il  pro- 
dotto che  gli  sta  dinnanzi,  il  prodotto  pendente.  Egli  potrà  far  in- 
grossare meglio  gli  acini  delle  singole  pigne,  potrà  farne  anticipare 
la  maturanza,  potrà  recar  giovamento  grande  alla  pianta  madre;  ma 
questa  per  quell'anno  non  gli  porterà,  in  premio  delle  sue  fatiche,  un 
numero  di  grappoli  maggiore  di  quelli  segnati  in  primavera. 

Si  obbietterà  che  le  femminelle,  come  già  dicemmo,  recano  talvolta 
grappolini  ;  ma  oltre  che  quest'uva  in  rarissimi  casi  giunge  a  matu- 
ranza, essa  non  rappresenta  che  una  produzione  eccezionale  di  viti 
molto  vigorose.  Sarebbe  una  vera  pazzia  Y  arrestarsi  a  considerare 
quest'  uva  come  possibile  prodotto  rinumeratore  di  quei  lavori  che 
si  fanno  nella  vigna  durante  l'anno. 

Questi  ultimi  hanno  uno  scopo  ben  più  importante;  si  fanno  anzi 
con  duplice  intento: 

1°)  quello  di  giovare  ai  frutti  pendenti, 

2°)  quello  di  giovare  alle  gemme  ascellari  che  nell'anno  succes- 
sivo dovranno  dare  i  germogli  fruttiferi. 

Ma  a  noi  non  preme  per  queste  ricerche  che  il  secondo. 

Diremo  pertanto  che  se,  colle  opere  di  coltura  (lavori  e  concimi), 
si  giova  alle  gemme  della  fruttificazione  avvenire,  ciò  dipende  da 
questo  fatto:  che  per  esse  si  aumentano  i  materiali  utili  alla  pianta 
madre  cotanto  spossata  a  cagione  dei  frutti  pendenti.  Questi  infatti 


314  CAPITOLO   VII 


sono  i  più  accaniti  parassiti  del  vecchio  ceppo:  essi  non  fanno  altro 
che  consumare  senza  pagargli  alcun  tributo  di  principii  utili;  essi  in 
sostanza  non  si  comportano  molto  diversamente  di  quanto  fa  il  te- 
muto oidio.  Crescono  e  maturano  bene,  se  la  pianta  loro  provvede 
buona  copia  di  alimenti  convenientemente  elaborati  ;  vivono  invece 
rachitici  e  non  si  completano  mai  se  la  pianta  non  ha  questi  mate- 
riali nelle  volute  dosi  :  può  darsi  benissimo,  e  si  dà  spesso,  che  essi 
prosperino  a  detrimento  della  madre,  ma  non  si  dà  mai  che  la  ma- 
dre li  sacrifichi  a  suo  prò.  Infatti  se  la  pianta  si  trova  in  mediocri 
condizioni  e  può  assimilare  poco,  non  sono  già  i  frutti  che  ne  risen- 
tono maggiormente,  ma  è  la  parte  legnosa  della  madre,  cioè  la  pianta 
stessa,  che  in  parte  sacrificasi  a  prò  della  costituzione  del  frutto. 

Dopo  una  fruttificazione  molto  abbondante  i  ceppi  trovansi  quasi 
estenuati,  e  ci  vuole  almeno  un  anno,  e  cure  adatte,  per  rimetterli  in 
vigore. 

Giunge  per  verità  un  certo  punto  in  cui  la  pianta  non  toglie  che 
pochissimo  (e  fors'anche  nulla)  al  terreno,  come  avviene  per  le  piante 
annuali  dopo  la  fecondazione  {Isidoro  Pierre);  allora  i  frutti  vivono 
proprio  esclusivamente  a  spese  dei  materiali  che  costituiscono  quella. 

Abbiamo  già  accennato  a  pag.  207  ad  una  nostra  vignala  quale 
non  poteva  maturare  i  suoi  frutti  per  difetto  di  umidità,  e  che  fu 
inutilmente  annacquata  al  piede  d'ogni  ceppo;  le  radici  non  funzio- 
navano quasi  più  a  beneficio  dei  frutti.  Avendo  provato  ad  asper- 
gere direttamente  i  grappoli,  la  maturanza  si  fece  pronta  e  completa; 
l'acqua  era  penetrata  forse  per  endosmosi,  come  proverebbero  le  belle 
esperienze  di  /.  Boussingault  fatte  per  altro  scopo. 

Se  pertanto  il  frutto  è  così  dannoso  alla  pianta  madre,  come  non 
lo  sarà  egualmente  alle  delicate  gemme  latenti  o  visibili,  che  si  vanno 
appunto  formando  su  di  essa  mentre  crescono  e  maturano  i  grappoli  ? 

Queste  gemme  saranno  anzi  le  prime  a  risentire  Y  influenza  del 
parassitismo  dei  frutti,  di  loro  molto  più  potenti;  ed  ove  questi  ul- 
timi fossero  veramente  molto  numerosi  le  gemme  potrebbero  con- 
trarre una  organizzazione  quasi  diremmo  rachitica,  e  non  portare 
Fanno  dopo  che  getti  infruttuosi  o  poco  fruttiferi. 

E  così  avviene.  È  cosa  notoria  a  tutti  i  viticultori  che  due  annate 
di  grande  vendemmia  non  si  succedono  può  dirsi  mai,  o  solo  in  certe 
condizioni  affatto  eccezionali  di  cui  ci  occuperemo  in  appresso  ;  le  quali 
condizioni  però  hanno  sempre  per  effetto  di  favorire  il  miglior  svi- 
luppo delle  gemme  in  quistione. 


PRONOSTICO  DELLA  FRUTTIFICAZIONE  DELLA  VITE  3115 

Dopo  le  gemme,  risentiranno  V  effetto  del  parassitismo  dei  frutti  i 
tralci  (il  terreno  per  il  primo  sviluppo  dei  bottoni  nell'anno  susse- 
guente), i  quali  saranno  meno  ricchi  di  sostanze  utili  alle  gemme 
stesse. 

Dunque  ne  avremo  un  danno  alle  gemme  ed  un  danno  ai  tralci 
frutticosi  per  l'anno  che  segue. 

Naturalmente  dal  fin  qui  detto  desumesi  il  primo  e  più  ovvio  cri- 
terio per  prognosticare  l'entità  d'una  vendemmia,  anche  più  d'un  anno 
prima.  E  la  carpoprognosia  non  può  certo  sprezzare  questo  primo  in- 
dizio, per  cui  noi  lo  terremo  in  nota. 

§  5.  Influenza  della  primavera  sulla  formazione  delle 
gemme  frutticose.  —  Quello  che  ora  dobbiamo  anzitutto  studiare 
è  l'influenza  della  primavera  sulle  gemme  che  nel  successivo  anno 
dovranno  darci  i  germogli  più  o  meno  frutticosi.  È  in  questa  sta- 
gione che  si  vanno  formando  cotali  gemme,  che  noi  vediamo  dise- 
gnarsi all'ascella  delle  giovani  foglie  ;  è  quindi  naturale  che  le  con- 
dizioni meteorologiche  di  essa  abbiano  una  marcatissima  influenza  sui 
bottoncelli  nascenti. 

Già  sappiamo  che  la  gemma  è  in  origine  una  cellula  vegetale,  cioè 
un  corpicciuolo  tondeggiante  formato  da  una  membrana  (cellulosa) 
racchiudente  un  nocciolo  di  sostanza  più  consistente  il  quale  nuota 
in  un  liquido  :  —  quando  poi  il  bottone  è  costituito  ed  ha  perforato 
la  corteccia,  presenta  nel  suo  interno  (cioè  entro  Y  involucro  delle 
scaglie  protettrici)  un  embrione  di  germoglio  del  quale  tutte  le  parti 
laterali  —  i  rudimenti  delle  foglie,  e  fors'  anche  delle  gemme  fiori- 
fere, foglifere  o  miste  —  stanno  per  così  dire  rannicchiati,  pieghettati 
attorno  ad  un  cortissimo  asse  (H.  De  Jussieu)  per  modo  da  occu- 
pare il  minor  spazio  possibile. 

Come  avvenga  che  da  una  semplice  cellula  si  formi  grado  grado 
questo  bottone,  noi  non  lo  sappiamo  fin'ora-:  possiamo  solo  ammet- 
tere con  Raspail  che  la  gemma  si  costituisca  a  spese  degli  strati 
esterni  dell'alburno,  e  che  per  segmentazioni  incessanti  (strozzature) 
della  cellula  madre  da  cui  trasse  origine,  essa  finisca  per  allungarsi 
sotto  la  corteccia,  rendendosi  infine  esterna. 

Ora  se  è  vero  —  come  già  dicemmo  studiando  la  fruttificazione 
delle  vite  —  che  consentaneamente  alle  razionali  idee  di  Raspati, 
al  ritorno  della  primavera  l'alburno  dovrà  nutrire  gli  organi  più  in- 
terni, fra  cui  cotali  bottoni  latenti,  nessun  dubbio  che  esso  si  andrà 


316  CAPITOLO   VII 


esaurendo,  passando  in  parte  allo  stato  di  libro,  e  confondendosi  per 
tal  maniera  col  libro  degli  anni  antecedenti,  per  poi  passare  allo 
stato  di  corteccia  ed  infine  essicarsi  affatto. 

Quindi  è  che  la  pianta  sentirà  un  potente  bisogno  di  riparare  a 
queste  perdite  per  le  quali  il  legno  si  fa  alburno,  l'alburno  libro,  ed 
il  libro  corteccia. 

Se  la  pianta  si  troverà  in  condizioni  di  provvedere  a  questo  suo 
accrescimento  per  intuscezione,  vuol  dire  che  avrà  un  alburno  ricco 
di  materiali  atti  alla  buona  costituzione  delle  gemme  ed  al  loro  ac- 
crescimento; per  cui  ognuna  di  esse,  uscita  che  sia  di  sotto  la  cor- 
teccia, conterrà  nel  suo  interno  un  embrione  di  germoglio  provvisto 
di  parecchie  gemme  fiorifere. 

Allungatosi  poi  il  germoglio  a  primavera,  cotali  gemme  ci  daranno 
i  grappoli.  Ogni  gemma  ne  contiene,  allo  stato  rudimentale,  due  o 
tre:  è  raro  che  non  ve  ne  siano  affatto;  ma  non  è  ugualmente  raro 
il  loro  aborto,  per  cui  il  germoglio  nasce  e  si  sviluppa  senza  por- 
tare frutti.  Così  quando  la  gemma  si  costituisce  sotto  cattive  con- 
dizioni, sovratutto  perchè  la  pianta  è  contrariata  dal  cattivo  anda- 
mento delle  stagioni,  questi  embrioni  di  grappoli  possono  benissimo 
fallire  completamente  o  ridursi  ad  un  solo  per  bottone. 

Ricordato  tutto  ciò  e  volendosi  ora  studiare  per  tutta  la  nostra 
penisola  l' influenza  della  primavera  sulla  formazione  delle  gemme,  bi- 
sognerebbe distinguere  vari  casi,  cioè  : 

«  viti  rigogliose,  in  terre  fertili,  ben  tenute,  nell'alta  e  media  Italia 
«  nonché  in  tutte  le  regioni  alte  e  fresche  dell'Italia  meridionale  »; 

«  viti  poco  rigogliose,  in  terre  poco  fertili,  in  paesi  assai  caldi  e 
«  secchi  nell'estate  »  e  via  dicendo. 

Noi  però,  per  amor  di  chiarezza  ed  anche  per  deficienza  di  dati 
sperimentali  meteorologici  e  fisiologici,  non  ci  occuperemo  che  del 
primo  fra  i  due  casi  citati.  Date  quindi  le  accennate  condizioni,  diciamo 
che  una  primavera  calda  e  poco  piovosa  sarà  molto  favorevole 
alla  buona  organizzazione  delle  gemme  ascellari  suddette  che,  come 
sappiamo,  si  formano  appena  mostransi  le  foglioline,  tra  l'aprile  ed 
il  maggio. 

Nel  caso  di  abbondanti  pioggie  si  ha  nel  terreno  come  dire  una  solu- 
zione nella  quale  le  viti  vegetano  a  grande  stento;  si  ha  un  soverchio  as- 
sorbimento di  acqua  che  non  può  smaltirsi  se  non  in  piccola  parte 
per  evaporazione,  essendo  poche  le  foglie:  si  ha  altresì  una  scarsa 
provvista  di  materiali  inorganici;  infine  una  produzione  di  germogli 


PRONOSTICO  DELLA  FRUTTIFICAZIONE  DELLA  VITE  317 

esili  eà  allungati,  e  quindi  delle  gemme  rachitide,  mal  conformate 
già  dal  loro  nascere;  quasi  diremmo  una  cattiva  gestazione  nella  pianta 
madre. 

Ma,  come  abbiamo  notato,  se  la  stagione  oltre  a  trascorrere  poco 
piovosa,  o  meglio  asciutta,  fosse  altresì  calda,  tanto  meglio:  allora 
potendosi  durante  il  giorno  raggiungere,  specialmente  in  maggio,  26 
o  27  gradi  di  calore  all'altezza  di  0m,50  ad  lra  dal  suolo  (cioè  nell'am- 
biente in  cui  si  trovano  ad  un  dipresso  le  viti  basse  o  mediane)  riesce 
di  molto  coadiuvata  la  formazione  del  legno,  quindi  le  gemme  na- 
scono da  un  alburno  ben  provvisto  di  principii  utili,  e  si  vanno  di 
poi  sempre  più  perfezionando  nel  maggio,  nel  giugno,  e  nei  mesi 
successivi,  se  l'estate  non  le  contraria. 

Vedremo  in  fine  che  le  osservazioni  fatte  nel  periodo  1855-83 
confermano  pienamente  questo  fatto: 

«  Che  durante  una  primavera  calda  e  sopratutto  poco  piovosa, 
«  nelle  viti  rigogliose,  in  terre  fertili,  ben  tenute,  dell'Alta  e  Media 
«  Italia  nonché  nelle  regioni  alte  e  fresche  del  Mezzodì,  le  gemme 
«  ascellari  primaverili  che  debbono  svolgersi  nel  successivo  anno  si 
«  organizzano  bene  ». 

Ed  è  questo  il  2°  indizio  di  cui  si  giova  la  carpoprognosia  appli- 
cata alla  viticultura. 

§  6.  Influenza  delle  altre  stagioni.  —  Abbiamo  già  detto  più 
sopra  che  dopo  l'influenza  della  primavera  sulle  gemme  nascenti, 
conveniva  studiare  l'influenza  dell'estate  susseguente. 

L'osservazione  del  citato  periodo  1855-83  ci  condusse  a  concludere 
che  ima  estate  poco  piovosa  e  calda  è  a  sua  posta  favorevolissima 
alla  buona  cresciuta  delle  gemme  ascellari  ed  alla  provvigione,  se 
così  possiamo  esprimerci,  dei  loro  serbatoi. 

Poiché  abbiamo  già  detto  che  ogni  bottone  reca  sotto  di  sé  un  rigon- 
fiamento del  legno,  una  specie  di  mensoletta,  o  cuscinetto  polputo,  rac- 
chiudente una  sostanza  di  apparenza  amilacea,  la  quale  funge  la  stessa 
parte  che  fungono  nei  semi  i  cotiledoni  ;  cioè  deve  alimentare  il 
tenero  germoglio  nella  successiva  primavera  sino  a  che  esso  non 
abbia  cacciato  le  foglie,  ed  intrecciate  le  sue  fibre  radicali  colle  fibre 
corticali  del  libro.  Oltre  a  ciò  anche  alla  base  delle  scaglie  carnose 
protettrici  delle  gemme  delle  viti,  si  trova  immagazzinata  sostanza 
nutritizia. 

Or  bene,  questa  provvista  si  fa  copiosa  in  un'estate  calda  e  poco 


318  CAPITOLO    VII 


umida,  od  anche  asciuttissima:  se  1'  estate  trascorre  piovosa  accade 
che  le  viti  continuando  senza  posa  a  cacciare  femminelle  e  foglie  e 
bottoni  ascellari  e  persino  femminelle  sulle  femminelle  (esempio,  il 
1875)  non  può  provvedere  siccome  converrebbe  ai  suddetti  serbatoi. 

Accade  poi  anche  un  fatto  pochissimo  considerato  sin  qui,  ma 
pure  importante  ed  è  che  «  le  gemme  meglio  sviluppate  sono,  in 
tali  casi,  quelle  della  punta  dei  germogli  primaverili.  »  Infatti  o- 
gnuno  avrà  notato  che  all'ascella  della  foglia  ove  trovasi  la  gemma 
sorge  spesso,  per  non  dire  sempre,  una  femminella,  per  cui  il  bot- 
toncello  rimane  collocato  tra  questa  ed  il  picciuolo  della  accennata 
foglia.  Ora,  tanto  quest'ultima  che  la  femminella  concorrono  a  nutrire 
meglio  cotale  gemma  ascellare,  la  quale,  trovandosi  per  di  più  in  punta 
ove  i  succhi  nutritori  riescono  meglio  elaborati  (essendo  queste  parti 
dei  tralci  penzoloni  ed  esposte  meglio  alla  luce  ed  al  calore)  finisce 
infine  per  essere  assai  preferibile  ai  bottoni  spuntati  alla  base  del 
tralcio;  i  quali,  come  sanno  benissimo  gli  uomini  della  pratica,  sono 
poco  appariscenti,  piccoli,  foggiati  a  punta  e  forieri  di  scarsa  ven- 
demmia per  il  successivo  anno. 

Da  queste  osservazioni  è  facile  dedurre,  che  all'atto  della  potagione 
recidendosi  la  punta  di  così  fatti  tralci,  si  reciderà  né  più  né  meno 
che  la  loro  parte  migliore;  quindi  alla  germogliazione  nella  prossima 
ventura  primavera  si  verificheranno  questi  fatti: 

1°).  cotali  gemme  poste  sopra  serbatoi  scarsamente  provvisti  della 
necessaria  scorta  di  materiali  nutritizii  si  svilupperanno  male,  e  non 
troveranno  neppure  il  necessario  alimento  nel  tralcio,  esso  pure 
male  organizzato,  e  di  costituzione  quasi  diremmo  erbacea  e  floscia; 
quindi  l'aborto  di  molti  grappolini  in  viticci: 

2°).  quelli,  fra  i  suddetti  bottoni  dell'  anno  avanti,  i  quali  si 
troveranno  collocati  verso  la  parte  superiore  del  tralcio,  siccome  da- 
ranno i  loro  germogli  solo  quando  le  radici  della  pianta  madre  già 
funzionano,  porteranno  pur  tuttavia  un  qualche  grappolo. 

Concludendo  :  V  estate  piovosa  contraria  la  buona  cresciuta  dei 
bottoni  ascellari  formatisi  nella  precedente  primavera;  contraria  la 
copiosa  provvigione  dei  loro  serbatoi;  contraria  la  perfetta  forma- 
zione del  legno  dei  nuovi  getti,  cioè  dei  futuri  tralci  a  frutto;  con- 
traria la  buona  alimentazione  di  quelli  fra  cotesti  bottoni  che  sono 
posti  nella  parte  inferiore  dei  getti. 

In  sostanza  e  come  appunto  si  vedrà  nelle  osservazioni  sopra  ci- 
tate, è  contraria  ad  una  copiosa  vendemmia  per  il  successivo  anno. 


PRONOSTICO  DELLA  FRUTTIFICAZIONE  DELLA  VITE  319 

« 

Ed  è  questo  il  3°  indizio  o  criterio  che  si  deve  tener  a  calcolo 
per  la  carpoprognosia. 

Ma  lo  studio  dell'influenza  della  primavera  e  dell'estate  {tuttoché 
importantissimo  e  che  tale  basterebbe  forse  da  solo  in  certi  casi 
al  nostro  intento)  non  è  completo  in  ogni  emergenza:  ad  esso  deve 
pure  accoppiarsi  Tesarne  dell'  andamento  dell'autunno. 

Una  gemma  formatasi  sotto  buone  condizioni  in  primavera,  cre- 
sciuta bene  e  provvista  d'un  ricco  serbatoio  nell'estate,  ha  poco  da 
temere  dall'autunno  e  dal  verno  susseguenti:  e  quasi  si  potrebbero, 
come  dicevamo,  troncare  a  questo  punto,  in  settembre  cioè,  le  os- 
servazioni per  la  carpoprognosia. 

Se  non  che  l'osservazione  ci  ha  dimostrato  che  quando  l'autunno 
trascorre  secco  ed  abitualmente  sereno  il  raccolto  futuro  è  viem- 
meglio assicurato,  e  si  potrebbe  allora  con  una  tal  quale  sicurezza 
affermare  che  sarà  veramente  ubertoso  ;  (bene  inteso  si  parla  qui 
della  vendemmia  dell'anno  susseguente). 

Infatti,  se  sono  molte  le  giornate  a  sole  vivo  e  cocente  e  se  il 
terreno  non  è  inzuppato  da  piogge,  si  possono  facilmente  trovare, 
specialmente  durante  l'intero  mese  di  settembre,  le  condizioni  neces- 
sarie perchè  la  cellulosa  si  converta  in  sostanza  legnosa  od  amilacea 
coadiuvando  così  la  perfetta  formazione  del  legno  e  dei  serbatoi  sud- 
detti, nonché  delle  gemme.  Secondo  il  Prof.  Gaetano  Cantoni  bisogna 
per  ciò  che  la  temperatura  atmosferica  arrivi  a  -f-  27°  C.  e  quella 
del  terreno  a  circa  25°;  or  se  il  suolo  è  umido,  si  riscalda  troppo 
difficilmente,  e  quando  anche  giungano  in  settembre  giornate  nelle 
quali  la  temperatura  di  cui  godono  i  tralci  delle  viti  sia  di  27  a  30 
e  più  gradi,  non  si  hanno  le  preziose  trasformazioni  sopra  accennate. 

In  caso  opposto  e  specialmente  trattandosi  di  viti  basse  (le  quali 
perciò  vivono  negli  strati  più  caldi  dell'atmosfera,  che  sono  quelli  che 
più  avvicinano  il  terreno)  l'autunno  secco  ed  abitualmente  sereno  può 
giovare  assai,  e  nel  settembre  intero,  ed  anche  spesso  nell'ottobre. 

Ma  oltre  a  ciò  l'autunno  secco  e  caldo  può  giovare  anche  a  ri- 
mediare in  parte  ai  danni  della  precedente  estate,  supponendo  che 
sia  trascorsa  umida,  ed  in  ogni  caso  poi  a  migliorare  le  condi- 
zioni dei  tessuti  della  pianta.  In  tal  caso  questi  ultimi  saranno  so- 
verchiamente acquosi;  ma  se  l'aria  è  in  autunno  secca  e  calda,  può 
contenere  più  vapor  acqueo  che  non  a  temperature  più  basse,  quindi 
l'evaporazione  dai  tessuti  stessi  può  riescire  più  attiva,  e  questi  mi- 
gliorare così  sensibilmente  la  loro  costituzione. 


320  CAPITOLO    VII 


Infine,  dato  un  autunno  umidiccio,  i  tessuti  essendo  per  l'appunto 
troppo  acquosi,  nel  successivo  inverno  potrebbero  riescire  assai  più 
fatali  i  danni  dei  disgeli;  i  quali,  come  è  noto,  sono  poco  a  temersi 
se  la  pianta  non  è  impregnata  d'acqua.  È  superfluo  soggiungere  che 
questi  disgeli  riescono  talvolta  a  distruggere  molte  gemme,  facendo 
scemare  sensibilmente  il  prodotto  dell'annata. 

Infine  ci  rimane  a  studiare  l'influenza  dell'inverno,  la  stagione 
che  precede  il  momento  dello  sbocciamento  di  queste  gemme,  che  allora 
formerebbero  già  da  un  anno  circa  l'oggetto  delle  nostre  osservazioni. 

I  fatti  hanno  provato  che  anche  questa  stagione,  se  deve  essere 
favorevole  alla  fruttificazione  avvenire,  deve  trascorrere  secca,  con 
molte  giornate  a  cielo  sereno.  Certo  l'influenza  dell'inverno  non  è 
da  paragonarsi  a  quella  della  primavera,  e  tanto  meno  poi  a  quella 
dell'estate,  per  le  addotte  ragioni;  ma  pure  può  essere  utile  una  sta- 
gione non  umidiccia,  a  cielo  abitualmente  scoperto.  Ed  eccone  i  motivi. 

Anche  nel  verno  può  attivarsi  per  qualche  ora  del  giorno  la  ve- 
getazione e  ciò  accade  {Gaetano  Cantoni)  quando  la  temperatura 
del  terreno  esplorato  dalle  radici,  sia  almeno  di  -f-  5°  C.  e  quella  dell'a- 
ria, superiore  a  -f-  7°  C.  Ora  noi  abbiamo  potuto  constatare  che 
nelle  giornate  affatto  serene  e  quando  non  vi  sono  venti  freddi,  il 
tralcio  delle  viti  basse  (alla  latina,  ad  alberello,  alla  casalese,  alla 
Guyot  ecc.)  può  godere  d'una  temperatura  maggiore  di  7  gradi  du- 
rante alcune  ore  dopo  il  mezzodì:  e  così  pure  può  il  terreno,  se  non 
è  gelato,  portarsi  a  5°  negli  strati  suoi  che  sono  in  contatto  colle 
radici,  strati  compresi  all'ingrosso  fra  0m,30  e  0m,50  di  profondità. 
Dunque  durante  un  inverno  secco  ed  a  cielo  poco  nuvoloso  vi  pos- 
sono essere  parecchi  giorni  non  del  tutto  perduti  per  la  vegetazione. 

Or  bene,  in  queste  ore  utili  di  risveglio  vegetativo  si  ha  una  leg- 
gera evaporazione  per  la  corteccia,  ed  un  cotal  perfezionamento  nei 
tessuti,  come  ammetteva  anche  Giusto  Liebig.  Che  se  non  si  avrà  vera 
evaporazione,  certamente  si  dovrà  avere  la  traspirazione,  che  quasi 
diremmo  cutanea,  dagli  stomi  dell'epidermide,  fenomeno  fisiologico  che 
si  produce  specialmente  sotto  l'influenza  della  viva  luce  solare,  in- 
dipendentemente, secondo  alcuni,  dall'umidità  dell'aria  e  dalla  sua  tem- 
peratura (Guettard  e  DehérainJ. 

Senza  voler  fare  sforzi  di  induzione  per  dimostrare  come  da  questa 
traspirazione  invernale  possa  derivare  un  utile  per  le  vite,  poiché  è 
meglio  non  spiegare  che  spiegare  male,  diremo  solo  che  le  osservazioni 
che  seguono,  dimostrano  veramente  1'  utilità  d'  un  inverno  quale  lo 
abbiamo  più  sopra  indicato. 


PRONOSTICO  DELLA  FRUTTIFICAZIONE  DELLA  VITE  321 


§  7.  Osservazioni  e  pronostici  nel  periodo  1855-1884.  — 

Premesse  tutte  queste  considerazioni,  indispensabili  a  formarsi  un 
criterio  esatto  di  ciò  che  noi  chiamammo  Carpoprognosia,  radu- 
neremo in  uno  specchio  i  risultati  delle  osservazioni  che  si  riferi- 
scono ad  un  periodo  di  30  anni,  cioè  dal  1855  al  1884,  osserva- 
zioni che  confermano  ampiamente  tutto  quanto  precede  e  dimostrano 
come  questi  pronostici  della  fruttificazione  della  vite  abbiano  un  serio 
fondamento. 

Come  si  è  visto  per  le  viti  rigogliose  dell'alta  e  media  Italia,  poste 
in  terre  fertili  ecc.,  Vanno  secco  è  in  generale  più  giovevole  che 
Vanno  amido,  e  ciò  riescirà  evidente  a  chi  rifletta  alle  ragioni  e- 
sposte  al  §  5.  Però  non  si  vuol  con  ciò  inferire  che  sia  bene  ab- 
biano a  mancare  affatto  le  pioggie;  allora  si  cadrebbe  in  eccessi  op- 
posti. 

«  Che  esse  siano  quindi  moderale  durante  le  suddette  sta- 
«  gioni  —  ma  specialmente  in  primavera  e  nella  state  —  e  nel 
«  rimanente  sia  il  cielo  sereno,  e  perciò  potente  V  azione  della 
«  luce  e  del  calore  solare,  e  poi  (data  una  vigna  coltivata  con 
«  qualche  cura  ed  a  parte  i  possibili  danni  dell'oidio,  della  grandine 
«  ecc.)  si  potrà  andar  sicuri  di  avere  nelVanno  successivo  una 
«  abbondante  vendemmia.  » 

Ed  ecco  ora  la  suddetta  tabella  nella  pagina  seguente. 

L' inverno  comprende,  secondo  queste  osservazioni,  i  tre  mesi  di 
dicembre,  gennaio  e  febbraio,  e  così  di  seguito  di  tre  in  tre  per  le 
altre  stagioni. 

L'esame  di  questa  tabella  convincerà,  come  noi  crediamo,  lo  studioso 
delle  verità  delle  cose  sin  qui  esposte.  Le  quali  potranno  mancare 
di  una  più  soddisfacente  spiegazione  fisiologica  (la  fisiologia  vegetale 
essendo  tanto  bambina),  ma  non  per  questo  cessano  di  essere  vere. 

Gli  anni  ottimi  per  la  vendemmia  (parliamo  sempre  ed  unicamente 
dell'  alta  e  media  Italia  e  delle  viti  che  si  trovano  nelle  condizioni 
altrove  designate),  cioè  il  1862  ed  1871,  nei  quali  si  raccolsero  co- 
piosissime quantità  d'uva,  li  vediamo  preceduti  da  quattro  stagioni 
pressoché  identiche  per  condizioni  di  calore  e  di  umidità;  il  secco 
predominò  tanto  nella  primavera  che  nell'estate  e  nell'autunno,  e  se 
nell'estate  del  1870  si  ebbe  qualche  pioggia  di  più  che  nel  1861  ciò 
non  nocque  (come  non  poteva  nuocere)  al  prodotto  del  successivo 
1871,  perchè  anzitutto  le  pioggie  moderate  sono  pur  esse  utili,  eppoi 
poiché  l'autunno  dello  stesso  1870  fu  asciutto. 

0.  Ottavi,  Trattolo  di  Viticoltura  22, 


322 


CAPITOLO    VII 


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Abbreviazioni.  —  s.  piov.,  semi  piovoso  —  <j.    nonn 
—  s.  aorm.j  semi  o  quasi  aormale. 


quasi  normale   —  s.   asciutto,  semi  asciutto 


(1)  Ku  invece  scarsa  a.  cagione  della    primavera  umilia,   e  fredda  del  1876  —  (2)  Fu   invece  b a 

soltanto  perchè  le  piogge  della  primavera  del  1878  furono  cagione  di  molta  cascola. — f.i)  Nonio  fu 
dappertutto.  Nell'Alta  Italia  vi  era  bensi  poca  uva,  ma  in  varii  locali  dopo  tre  mesi  di  siccità,  se- 
guita da  aleune  piogge  moderate,  essa  ingrossò  mollo  e  il  reddito  ivi  fu  buono.  —  (4)  Fu  itero  dan- 
neggiata moltissimo  dalla  peronospora  e  dall'antracnosi.  —  (5)  Danneggiato  dalla  peronospora.  —  (6)  Fu 
pei'o  quasi  distrutto  dalla  peronospora  e  dalle  grandini.  Ma  la  promessa  in  primavera  era  assai  beila 


PRONOSTICO  DELLA  FRUTTIFICAZIONE  DELLA  VITE  323 

Al  contrario  gli  anni  di  scarsa  vendemmia  si  mostrano  in  tutti  i 
casi  preannunciati  da  primavere  umide  nell'anno  precedente;  e  certo 
questa  stagione,  che  è  quella  come  vedemmo  in  cui  formansi  i  bot- 
toni, deve  avere  una  marcatissima  influenza,  tale  che,  come  accadde 
nel  1860,  neppure  un'  estate  caldissima  può  modificarla  a  prò  della 
fruttificazione  avvenire. 

In  nessun  caso  poi  una  primavera  umida  e  fredda  ha  permesso 
nell'anno  successivo  una  vendemmia  soltanto  buona;  essa  fu  sempre 
scarsa  o  mediocre,  a  seconda  che  fu  molto  umida  e  fredda,  o  umida 
e  calda  e  via  dicendo. 

Del  resto  non  bisogna  mai  perdere  di  vista  l'entità  della  vendemmia 
precedente:  così  se  il  1864  potè  (benché  piovosissima  la  primavera 
del  1863)  vantare  una  raccolta  buona,  si  fu  perchè  nel  1863  se  ne 
ebbe  una  mediocre:  la  vigna  quindi  non  doveva  essere  molto  esausta, 
e  le  gemme  benché  formatesi  sotto  condizioni  poco  buone,  poterono 
crescere  bene  e  perfezionarsi;  ciò  tanto  più  se  si  riflette  che  la  pri- 
mavera del  1863  fu  calda  —  tuttoché  piovosissima  —  e  calde  fu- 
rono pure  le  stagioni  susseguenti;  l'eccesso  d'umido  potè  quindi  es- 
sere comodamente  smaltito. 

Gli  anni  buoni,  cioè  di  vendemmia  ubertosa  senza  essere  abbon- 
dantissima, succedono  sempre  a  stagioni  normali,  tanto  per  calore 
che  per  umidità,  e  ciò  conferma  viemmeglio  le  cose  anzidette. 

Ma  quello  su  cui  ci  preme  maggiormente  di  insistere  egli  è  sulla 
necessità  di  raggruppare  fra  loro,  e  confrontare  e  coordinare 
i  cinque  criterii  suddetti,  la.  vendemmia  cioè,  la  primavera, 
l'estate  e  l'autunno  delV  anno  pcecedente  e  V  inverno  dell'  anno 
stesso,  se  si  vuole  formarne  un  unico  criterio  attendibile.  Ed 
egli  è  soltanto  con  questa,  quasi  diremo,  compensazione,  che  esami- 
nando la  tabella  suddetta  si  potrà  trovare  la  conferma  del  fin  qui 
detto. 

§  8.  Deduzioni  utili  per  la  pratica.  —  Ci  rimangono  a 
trattare,  a  guisa  di  appendice  a  questi  studi,  due  argomenti  assai 
importanti: 

1.)  accennare  alle  pratiche  che  sono  oggi  in  nostro  potere  per 
ovviare  almeno  in  parte  ai  cattivi  influssi  delle  condizioni  meteoriche 
d'un'annata,  sulla  vendemmia  dell'anno  susseguente; 

2.)  accennare  alla  questione  economica  cosi   felicemente  risolta 


324  CAPITOLO   VII 


col  mezzo  della  carpoprognosia,  quella  cioè  di  esitare  sempre  il  proprio 
vino  a  prezzi  rimuneratori,  anche  nelle  annate  d'ubertosissima  ven- 
demmia. 

È  indispensabile  svolgere  anche  questi  due  punti,  prima  di  porre 
termine  a  questo  capitolo. 

Consideriamo  brevemente  il  primo  fra  i  due:  —  quando  il  viti- 
cultore,  tutto  ben  ponderato,  è  quasi  certo  che  l'anno  successivo  la 
vendemmia  sarà  scarsa,  non  dovrà  rassegnarvisi,  ma  invece  vedrà 
ogni  maniera  per  venire  coll'arte  sua   in   soccorso  alle  proprie  viti. 

È  un  fatto  degno  di  rimarco  che  per  i  bravi  viticultori  quasi  non 
esistono  le  male  annate;  per  costoro  questi  studii  di  carpoprognosia 
tornano  pressocchè  inutili  perchè  a  dispetto  dell'andamento  delle  sta- 
gioni essi  riescono  a  mantenere  le  proprie  viti  in  condizioni  normali 
ad  un  dispresso,  e  la  fruttificazione  vi  è  almeno  discreta  anche  nelle 
annate  così  dette  cattive.  Siccome  però  questi  viticultori  sono  pochi 
assai,  e  siccome  d'altra  parte  essi  pure,  per  la  migliore  vendita  dei 
loro  prodotti  possono,  come  diremo  fra  breve,  trarre  grande  giovamento 
da  questi  prognostici,  così  anche  per  essi  non  riesciranno  affatto  i- 
nutili,  come  parrebbe  a  primo  aspetto. 

Intanto  però,  attenendoci  alle  condizioni  generali  di  quasi  tutti  i 
nostri  vigneti,  i  cui  ceppi  si  lasciano  crescere  a  benefizio  di  natura, 
(tolte  poche  pratiche  di  cui  non  sarebbe  possibile  fare  a  meno)  di- 
remo succitamente  che: 

a)  Durante  gli  anni  di  abbondanza  si  deve  provvedere  la  vite 
di  buona  copia  di  opportuni  concimi,  acciò  possa  riparare  alle  gravi 
perdite  cui  la  fa  soggiacere  il  frutto  e  si  predisponga  bene  colle  sue 
gemme  ascellari  ad  una  copiosa  fruttificazione  nell'anno  successivo; 

b)  Trascorrendo  umida  assai  la  primavera,  ad  evitare  i  gra- 
vissimi inconvenienti  che  già  accennammo,  fa  mestieri  porre  in  pra- 
tica tutti  quei  mezzi  (fognatura,  fossi  di  scolo,  ecc.  ecc.)  che  gio- 
vano a  dare  pronto  smaltimento  alle  acque  piovane;  e  nel  tempo  i- 
stesso  praticare  il  «  salasso  primaverile  »  delle  viti,  operazione 
viticola  di  cui  parleremo  al  cap.  XXVIII.  Il  salasso  ha  per  iscopo  non 
solo  di  frastornare  i  gravissimi  danni  dell'aborto  nei  fiori  dell'annata, 
ma  quello  altresì  di  cooperare  in  modo  assai  efficace  al  buon  sviluppo 
delle  gemme  ascellari  che  formano  oggetto  precipuo  di  queste  ri- 
cerche. 

Non  vogliamo  qui  entrare  a  descrivere  il  salasso  delle  viti  perchè 
non  è  questo  il  luogo  opportuno;  ci  basti  l'accennare  che  se  la  pri- 


PRONOSTICO  DELLA  FRUTTIFICAZIONE  DELLA  VITE  325 

mavera  (maggio)  trascorre  molto  umida,  se  non  si  provvede  a  questo 
guajo,  l'anno  dopo  le  gemme  danno  quasi  sempre  fiori  che  aborti- 
scono. Naturalmente  poi  trascorrendo  la  primavera  molto  secca  e 
calda  queste  pratiche  non  sono  punto  da  consigliarsi  specialmente 
se  le  viti  sono  poco  rigogliose  perchè  attempate; 

e)  Avendosi  un'  estate .  umida  assai  bisogna  praticare  —  con 
molto  discernimento  però  —  quelle  operazioni  che,  come  le  cima- 
ture, le  ricimature  dei  getti  e  delle  femminelle,  la  scacchiatura  o 
spollonatura,  in  una  parola  la  potatura  verde,  hanno  per  iscopo  di 
impedire  gli  inconvenienti  che  già  accennammo;  si  badi  però  che  di- 
cemmo a  bello  studio  «  con  molto  discernimento  »  perchè  è  noto, 
tanto  per  citare  un  esempio,  che  trattandosi  di  viti  ricche  di  umori, 
rigogliose  e  giovani,  le  scacchiature  vogliono  essere  moderate  assai, 
se  non  si  vuole  che  l'eccesso  di  umore  danneggi  le  gemme  ascellari; 
d)  Che  infine,  trascorrendo  umidi  l'autunno  e  l'inverno,  giove- 
ranno moltissimo  a  queste  gemme  e  la  fognatura  ed  i  fossi  di  scolo 
già  accennati.  Oltre  a  ciò  gioverà  pure  il  ritardare  la  potatura,  a 
fine  di  provocare  il  pianto  delle  viti  che  è  cotanto  giovevole  in 
ispecial  modo  alle  piante  robuste,  rigogliose,  giovani  che  crescono 
in  terreni  pingui.  Infine  in  certe  condizioni  gioverà  altresì  —  per 
ovviare  agli  inconvenienti  delle  due  suddette  stagioni,  se  umidicce 
—  la  potatura  ricca,  cioè  o  con  più  tralci  frutticosi  ovvero  con  tralci 
frutticosi  più  lunghi  del  consueto,  tanto  per  avere  un  maggior  fra- 
zionamento del  succo. 

Ma,  lo  ripetiamo,  qui  non  intendiamo  entrare  nel  vasto  campo 
della  pratica  viticola,  che  sarà  oggetto  dei  capitoli  seguenti;  abbiamo 
solo  voluto  porre  sotto  gli  occhi  di  chi  legge,  come  possano  questi 
studii  di  carpoprognosia  giovare  anche  al  viticultare,  servendogli  di 
guida  nelle  svariate  operazioni   dell'arte  sua. 

Ora  veniamo  alla  questione  economica,  che  interessa  assai  da  vi- 
cino l'enologo. 

Le  annate  di  grande  abbondanza  d'uva  si  può  ben  dire  che  non 
si  seguono  mai;  rare  volte  poi  accade  che  ad  un'annata  buona,  un'altra 
ne  segua  pure  tale;  ma  con  tutto  ciò  il  caso  si  dà,  e  ne  ebbimo 
un  esempio  nel  1874  e  nel  1875.  Tolti  questi  casi  eccezionali  si  può 
stabilire,  in  tesi  generale,  che  le  vendemmie  buone  e  le  mediocri  o 
le  cattive  si  alternano  d'anno  in  anno;  così  ne  viene  che  il  prezzo 
del  vino  segue  la  stessa  curva,  le  stesse  oscillazioni.  Nel  Basso  Mon- 
ferrato si  alternano  generalmente  parlando  questi  prezzi: 


326  CAPITOLO    VII 


20  —  30       ,       ,. 
40  ,>()  ali  ettolitro 

Possono  capitare  due  anni  consecutivi  nei  quali  il  vino  valga  60 
lire,  come 

1854  L.  66  in  media  all'ettolitro 

1855  »    67        »  » 

e  possono  capitare  invece  due  anni  di  seguito  in  cui  non  valga  che 
da  20  a  30  lire,  come 

1865  L.  23  in  media  all'ettolitro 

1866  »    27         »  » 

Ma  tre  anni  consecutivi  di  prezzi  bassi,  inferiori  cioè  alle  30  lire, 
nella  citata  plaga  non  si  sono  verificati  in  questi  30  anni,  e  ciò  non 
ci  pare  difficile  a  spiegarsi  dietro  quanto  dicemmo  sulla  fruttifica- 
zione delle  viti. 

Ora  egli  è  evidente  che  chi  sapesse  approfittare  dei  prezzi  suddetti 
di  50  oppure  60  lire  Y  ettolitro,  offrendo  ai  compratori  nelle  annate 
di  scarsa,  o  solo  di  mediocre  vendemmia,  del  vino  prodotto  a  20 
o  30  lire  nelle  annate  abbondanti  o  buone,  ricaverebbe  tale  utile 
dalla  sua  industria  da  persuaderlo  di  leggieri  che  l'industria  del  vino, 
esercitata  con  criterio  ed  accortezza,  è  la  più  lucrosa  di  quante  si 
conoscono  e  si  esercitano  in  paese. 

Ma  per  giungere  a  tale  risultato,  fa  mestieri  non  solo  fabbricare 
bene  il  vino,  in  guisa  da  saperlo  serbare  anche  per  24  mesi  in  cantina; 
ma  saper  anche  prevedere  con  una  certa  quale  approssimazione  come 
andrà  la  vendemmia  nell'anno  susseguente.  E  così,  prevedendosi  — 
dietro  i  criterii  della  carpoprognosia  —  una  vendemmia  copiosa  per 
l'anno  dopo,  si  potrà  esitare  il  proprio  vino  ai  prezzi  correnti,  senza 
attendere  un  rialzo  impossibile,  ed  anche  per  non  lasciarsi  cogliere 
da  una  straordinaria  raccolta  colle  cantine  tuttavia  occupate  dal 
vino  vecchio:  oppure  prevedendosi  una  assai  scarsa  raccolta  si  potrà 
serbare  il  proprio  vino  colla  certezza  di  rivenderlo  fra  10  o  12  mesi 
al  doppio  del  suo  valore,  e  lucrare  cosi  il  100  per  100,  come  già 
accade  a  qualche  accortissimo  enologo,  che  pur  opera  così  a  caso, 
cioè  senza  i  criterii  di  quella  prescienza  che  noi  qui  tentammo  di  sta- 
bilire. 

Né  ci  si  venga  a  parlare  degli    interessi  del   capitale    che  si   ter- 


PRONOSTICO  DELLA  FRUTTIFICAZIONE  DELLA  VITE  327 

rebbe  infruttuoso,  per  un  anno  e  forse  più,  in  cantina;  poiché  il  gua- 
dagno sarebbe  tale,  in  ogni  caso,  da  pagare  a  grande  esuberanza  i 
frutti,  come  si  potrebbe  vedere  dietro  un  calcolo  semplicissimo  che 
ognuno  può  istituire  da  sé. 

I  produttori  di  vino  sono  generalmente  le  vere  vittime  delle  oscil- 
lazioni che  subiscono  i  prezzi  della  preziosa  bevanda,  specialmente 
nelle  annate  assai  ubertose.  Dall'  altro  canto  vediamo  i  consumatori 
costretti  a  pagare  il  vino  a  carissimi  prezzi  quando  le  vendemmie 
sono  scarse. 

Ma  tutto  ciò  scomparirebbe,  e  si  avrebbe  il  tanto  desiderato  «  li- 
vellamento nei  prezzi  »  ove  almeno  i  più  ricchi  enologi  serbassero 
una  parte  o  tutto  il  loro  vino  (secondo  i  casi)  nelle  annate  d'abbon- 
danza per  esitarlo  solo  in  quelle  di  poca  raccolta.  Essi  vi  farebbero 
grassi  guadagni  ed  i  consumatori  avrebbero  a  loro  disposizione  una 
maggior  copia  di  vino  che  non  pagherebbero  mai  a  prezzi  esorbi- 
tanti; poiché  noi  chiamiamo  esorbitante  il  prezzo  di  70  lire  l'etto- 
litro per  vino  da  pasto  buono  (senza  essere  poi  di  qualità  speciale) 
quale  si  ebbe  non  di  rado  a  verificare  qui  in  Monferrato. 

Oltre  a  tutto  ciò  la  carpoprognosia  potrebbe  giovare  moltissimo 
nelle  annate  di  copiosa  vendemmia  nelle  quali  l'uva  scende  talvolta 
a  prezzi  vili:  infatti  allora,  essendo  già  trascorse  e  la  primavera  e 
l'estate  e  conoscendosi  1'  entità  della  vendemmia  presente  si  hanno 
di  già  tre  fra  i  più  importanti  criterii  sui  quali  si  basano  queste 
nostre  previsioni;  e  per  questo  si  può  con  grande  approssimazione 
predire  se  l'anno  successivo  sarà  di  nuovo  ubertoso  o  non. 

Ma  in  quest'ultimo  caso  è  evidente  che  niuna  miglior  speculazione 
vi  sarebbe  di  quella  del  fabbricare  molto  vino  colle  uve  suddette  a 
prezzi  bassissimi,  per  poi  rivenderlo  l'anno  dopo  al  doppio  ed  anche 
più  del  suo  valore. 

Così  accadde  per  esempio  nel  1871.  L'uva  nel  basso  Monferrato  si 
vendeva  a  10  o  12  soldi  il  miriagramma,  ed  il  vino  si  produsse  perciò 
al  massimo  a  12  lire  l'ettolitro  (vino  ottimo,  mercantile,  da  pasto):  — 
nell'anno  successivo  1872  il  vino  ebbe,  dopo  la  vendemmia,  un  va- 
lore maggiore  del  doppio,  e  coloro  che  avevano  vino  del  1871  lu- 
crarono il  100  per  100:  nel  1873  poi,  essendo  l'uva  salita  a  4  lire  il 
miriagramma,  il  vino  toccò  le  60  —  70  lire  per  ettolitro.  Ora  sa- 
rebbe stato  facile  —  mediante  questi  nostri  studii  —  prevedere  la 
scarsità  d'uva  del  1873,  poiché  i  due  anni  precedenti  erano  stati  ab- 
bondanti, anzi  il  1871  abbondantissimo,  e  sopratutto  perchè  il  1872 


328  CAPITOLO    VII 


era  trascorso  pochissimo  favorevole  alla  fruttificazione  del  successivo 
anno  (veggasi  la  tabella):  siccome  il  vino  buono  del  1872  si  era 
prodotto  a  circa  30  lire  l'ettolitro,  così  vendendolo  nel  1873  anche 
a  sole  60  lire  (prezzo  dei  vini  usuali,  poiché  i  scelti  toccarono  le 
70)  si  sarebbe  anche  qui  lucrato  comodamente  il  100  per  100.  Non 
parliamo  poi  dei  guadagni  che  avrebbe  potuto  fare  chi  avesse  avuto 
scorte  del  vino  del  1871  prodotto  a  12  lire  l'ettol.:  gli  interessi  dei 
capitali  nei  due  anni  circa  d'infruttuosità  sarebbero  stati  pagati  più 
che  comodamente  e  l'industria  avrebbe  pur  tuttavia  reso  più  del  100 
per  100. 

Sotto  questo  aspetto  nessuna  industria  può  reggere  il  confronto 
con  quella  del  vino,  e  se  si  costituissero  Associazioni  per  questo 
unico  scopo,  gli  azionisti  ne  ritrarrebbero  i  più  lauti  guadagni. 

Qui  poniamo  termine  a  questi  studii  e  tentativi  di  Carpoprognosia, 
nutrendo  fiducia  che  troveremo  per  essi  dei  seguaci,  acciò,  in  un 
tempo  non  lontano,  possa  questo  ramo  della  meteorologia  agricola 
poggiare  su  più  solide  ed  ampie  basi. 


CAPITOLO  Vili 


Il  terreno  per  la  vite, 


Après  avoir  passe  en  revue  la  nature  du 
sol  d'un" grand  noinbre  de  vignobles 
renommés,  il  est  impossible  de  trouver  une 
seule  nature  de  terrain  qui  ne  fournisse 
un  exeinple  d'un  vin  célèbre  naissant  à 
sa  sur face. 

Gasparin  —  Cours  d'Agriculturej 
T.  IV,  p.  638. 


1.  Il  terreno  per  la  vite  —  §  2.  Natura  chimica  del  terreno  —  §  3.  Influenza 
della  natura  chimica  del  terreno  sui  fenomeni  d'assorbimento  —  §  4.  Compo- 
posizione  delle  ceneri  della  vite  —  §  5.  I  quattro  elementi  immediati  e  loro 
influenza  sulla  quantità  e  qualità  del  prodotto  della  vite  —  §  %.  Riassunto 
sull'influenza  della  natura  chimica  del  suolo  —  §  7.  Natura  fisica  del  terreno 
—  §  8.  Riassunto  sulle  proprietà  chimiche  e  fisiche  del  terreno  in  relazione 
colla  vite  —  §  9.  Esposizione  —  §  10.  Giacitura. 


§  1.  Il  terreno  per  la  vite.  —  Tutti  gli  autori  che  scrissero 
di  viticultura  pongono  la  vite  tra  le  piante  meno  esigenti  in  quanto 
al  terreno.  La  vite  quando  trovi  a  sé  confaciente  il  clima,  facilmente 
si  contenta  del  terreno.  Nello  studio  che  faremo  su  quest'argomento 
cominceremo  dal  considerare  la  composizione  chimica,  per  venire  poi 
a  quello  ben  più  importante  della  struttura  e  delle  proprietà  fìsiche. 
Completeremo  infine  le  notizie  sulla  esposizione  e  sulla  inclinazione 
del  terreno  date  nel  capitolo  VI.  Come  si  vedrà,  questi  diversi 
coefficienti  che  contribuiscono  a  formare  la  maggiore  o  minore  bontà 
del    terreno  per    la  vite,  sono  strettamente    legati  fra    di  loro,  e  si 


330  CAPITOLO   Vili 


influenzano  a   vicenda  in  modo,    che  nessuno  di  essi    è  tale  da  non 
poter  essere  dagli  altri  modificato  nei  suoi  effetti. 

§  2.  Natura  chimica  del  terreno.  —  È  stato  detto  e  cre- 
diamo con  ragione,  che  la  composizione  chimica  del  terreno  non  è 
mai  un  ostacolo  alla  formazione  d'un  buon  prodotto.  Questo  potrebbe 
dispensarci  dal  trattare  della  natura  chimica  del  terreno  per  la  vite, 
e  potremmo  passare  senz'altro  alla  trattazione  delle  proprietà  fisiche 
le  quali  sono  al  contrario  della  più  alta  importanza  nella  coltura 
che  ci  occupa. 

Ma  tuttavia,  acciocché  quella  proposizione  non  riesca  a  qualcuno 
troppo  assoluta  e  avventata,  daremo  innanzitutto  qualche  esempio  che 
varrà,  meglio  d'ogni  dimostrazione,  a  dimostrarne  la  verità.  Osser- 
viamo i  vini  celebri  italiani,  francesi  e  d'altri  paesi;  ci  persuaderemo 
che  non  v'ha  natura  di  terreno  che  non  si  possa  con  vantaggio  appli- 
care alla  coltura  della*  vigna.  Noi  troveremo  che  un  terreno  calcare 
è  quello  che  più  si  acconcia  alla  produzione  del  Nebbiolo,  che  i  ter- 
reni vulcanici  producono  prodotti  in  vino  abbondantissimi  nella  re- 
gione Etnea  e  del  Vesuvio  e  nei  colli  Laziali,  troviamo  un  terreno 
granitico  pei  vini  famosi  dell'Hermitage,  un  terreno  sabbioso  o  ciot- 
toloso nel  Médoc,  terre  calcari  e  marnose  nella  Costa  d'Oro,  sabbie 
quarzose  a  Xeres,  schisti  argillosi  a  Malaga,  terre  cretose  nella 
Sciampagna,  sabbie  nere  e  ricche  di  humus  a  Tokai. 

Le  sabbie  calcari  leggere,  come  ne  ha  molte  la  provincia  d'Ales- 
sandria, sono  eccellenti.  I  terreni  calcari  sono  buoni  anche  pel  fatto 
che  resistono  meglio  alla  siccità  e  ai  calori  estivi,  mentre  i  terreni 
neri  basaltici  di  cui  si  trovano  esempi  nella  provincia  di  Vicenza, 
non  riflettendo  i  raggi  solari,  fanno  sì  che  la  vigna  soffra  assai  i 
danni  del  secco.  —  Nel  compartimento  francese  della  Marne  i  ter- 
reni che  danno  i  prodotti  più  rinomati  hanno  uno  strato  poco  pro- 
fondo di  terra  vegetale  e  sotto  di  esso  un  sottosuolo  calcare  cretoso. 
Infine  abbiamo  in  Italia  il  proverbio  la  vite  nel  sasso,  e  lo  studio 
dei  vigneti  di  regioni  le  più  disparate,  di  cui  abbiamo  numerosi  esempi 
in  Guyot,  in  Ladrey  e  in  altri  autori  di  viticoltura,  ci  ricorda  una  quan- 
tità di  plaghe  vitifere  a  produzione  abbondantissima  e  in  cui  la  vite 
cresce  e  prospera  tra  le  pietre.  Sono  queste  regioni  per  lo  più  le  calde, 
ma  anche  le  centrali  ne  porgono  esempii.  Abbiamo  in  Francia  le  piane, 
che  Guyot  chiama  desolate,  della  Crau,  le  pietre  e  le  roccie  quasi  senza 
terra  delle  garrigues  dei  Pirenei  Orientali,  della  Dròme,  dell'Hérault, 


IL  TERRENO  PER  LA  VITE  331 

abbiamo  in  Spagna  una  regione  tra  la  Sierra  Morena  e  le  Cordi- 
gliere di  Moclin  tutta  a  sabbie  e  ciottoli,  affatto  sterile,  e  che  pare 
non  si  possa  prestare  a  vegetazione  alcuna,  la  quale  pure  si  adatta 
assai  bene  alla  vite.  Terreni  consimili  si  trovano  all'isola  di  Madera  e 
alle  isole  Azorre,  nelle  quali  la  vigna  costituisce  uno  dei  prodotti 
più  importanti. 

V'è  però  un'altra  considerazione  a  farsi,  ed  è  che  gli  effetti  della 
composizione  chimica  del  suolo  possono  essere  notevolmente  modi- 
ficati dalla  composizione  fìsica  del  suolo  stesso.  L'illustre  agronomo 
Gasparin  studiò  V  influenza  che  poteva  avere  su  terreni  di  eguale 
natura  chimica,  la  facilità  più  o  meno  grande  colla  quale  il  terreno 
trattiene  l'acqua:  ne  concluse  che  da  un  terreno  secco  si  ottiene 
uva  ricca  assai  di  zucchero  ma  relativamente  sprovvista  d' acidi, 
mentre  in  un  terreno  fresco  la  proporzione  di  acidi  era  maggiore. 
Da  un  terreno  umido  si  otterrebbe  un  frutto  in  cui  predominano  gli 
acidi,  l'albumina  e  le  mucillagini  a  pregiudizio  della  proporzione  dello 
zucchero. 

Si  aggiunga  che  sulle  proprietà  del  terreno  relative  ai  fenomeni 
d'assorbimento  la  composizione  chimica  ha  una  notevole  influenza.  Di 
qui  la  necessità  di  far  precedere  un  breve  studio  sui  componenti  del 
terreno;  poiché  è  evidente  lo  stretto  legame  tra  le  proprietà  del  ter- 
reno e  la  sua  composizione  chimica,  per  quanto  la  conoscenza  di 
quest'ultima  non  possa  fornire  argomento  a  conchiusioni  assolute 
sulla  fertilità  del  suolo  stesso  —  come  vedremo  in  seguito. 

§  3.  Influenza  della  natura  chimica  del  terreno  sui  fe- 
nomeni d'assorbimento.  —  Le  esperienze  del  Dr.  Way  dimostrarono 
che  tutte  le  argille,  i  silicati  idrati  d'allumina,  esercitano  una  grande 
influenza  sui  fenomeni  d'assorbimento,  mentre  poca  ne  esercitano  le 
terre  calcaree  e  pochissimo  le  terre  sabbiose.  Ne  nasce  da  ciò  che  se 
noi  confideremo  al  terreno  elementi  fertilizzanti,  la  loro  soluzione, 
attraversando  lo  strato  coltivabile  cederà  più  o  meno  di  questi  ele- 
menti a  seconda  del  predominio  del  terreno  dell'  alimento  argilloso, 
calcare  o  siliceo. 

Aggiungendo  al  terreno  del  cloruro  di  potassio  e  del.  solfato  d'am- 
moniaca avviene  un  mutuo  scambio  tra  i  silicati  doppi  (zeolitici)  con- 
tenuti nel  terreno  e  il  sale  aggiunto.  La  potassa  e  l'ammoniaca  oc- 
cupano il  posto  della  calce  nel  zeolite,  mentre  la  calce  si  combina 
coli'  acido  cloridrico    del  cloruro    o  solforico    del  solfato.    Tutto    ciò 


332 


CAPITOLO    Vili 


gioverebbe  adunque  a  quel  complesso  d'azioni  che  contribuiscono  alla 
formazione  dell'argilla.  Ed  è  nell'argilla  che  trovansi  gli  alcali  e  spe- 
cialmente la  potassa  che  un    terreno  può    abbandonare    alle  piante. 

Ma  anche  un  altro  elemento  importantissimo  viene  assorbito,  ed  è 
l'acido  fosforico.  Il  Dr.  Wólcher  dimostrò  che  se  esso  trovasi  nelle  so- 
luzioni allo  stato  di  fosfato  d'ammoniaca  o  di  potassa,  viene  dal 
terreno  trattenuto  tutto  il  sale,  mentre  se  si  tratta  di  fosfato  sodico 
solo  l'acido  fosforico  viene  trattenuto,  mentre  la  soda  esce  dal  ter- 
reno stesso. 

La  conclusione  di  tutto  ciò  è  che  sarà  interessante  il  conoscere 
se  in  un  terreno  predomina  l'elemento  argilloso,  poiché  1°)  in  questo 
caso  saremo  certi  che  in  tale  terreno  sarà  grande  la  facoltà  assor- 
bente, ossia  il  potere  di  assorbire  e  trattenere  delle  sostanze  dalle 
soluzioni  che  lo  attraversano;  2°)  Perchè  si  sa  che  i  terreni  argillosi 
formati  dalla  disgregazione  delle  roccie  feldspatiche  contengono  na- 
turalmente più  potassa  degli  altri.  Gli  ultimi  progressi  della  chimica  a- 
graria  ci  permettono  di  affermare  questo  fatto.  Si  provò  infatti  a 
trattare  un  terreno  con  acido  cloridrico  concentrato  e  quindi  privato 
di  silicati  zeolitici,  i  quali  come  abbiamo  veduto  possono  dar  luogo 
ad  uno  scambio  chimico  delle  rispettive  basi;  orbene  ne  risultò  che 
facendo  attraversare  delle  soluzioni  di  cloruri,  nitrati  e  solfati  per 
quel  terreno  non  vi  era  più  assorbimento  di  basi  alcaline  (potassa, 
ammoniaca)  o  terro-alcaline  (calce,  magnesia). 

§  4.  Composizione  delle  ceneri  della  vite.  —  Dimostrata 
cogli  argomenti  svolti  al  cap.  V,  nonché  nei  precedenti  paragrafi,  l'op- 
portunità —  se  non  la  necessità  —  di  conoscere  le  principali  ma- 
terie occorrenti  alla  nutrizione  della  vite,  daremo  le  seguenti  cifre 
del   Wolff  le  quali  si  riferiscono  a  100  in  peso  di  ceneri  : 


Principali  sostanze 
componenti  le   ceneri 

Foglie 
verdi 

Tralci 

44,1 
36,0 
4,8 
7,1 
1,8 
1,2 

Semi 

Bucce 

Mosto 
d'uva 
acerba 

Mosto 

d'uva 

matura 

Potassa 

Calce 

Magnesia 

Acido  fosforico   .     .     . 

»      solforico   .     .     . 

Silice 

23,9 

20,  3 

8,1 

15,1 

3,1 

5,0 

27,4 

32,2 

8,5 

27,0 

2,4 

1,0 

41,9 

21,7 

4,4 

15,  C) 

3,8 
2,6 

66,3 
5,2 
3,2 

15,4 
5,2 
2,0 

65,0 
3,4 
4,7 

16,6 
5,5 
2,1 

IL  TERRENO  PER  LA  VITE  333 

Basta  dare  uno  sguardo  alla  tabella  del  Wo///"per  rendersi  ragione 
di  ciò  che  si  dice  comunemente,  che  cioè  la  vite  è  una  pianta  a  po- 
tassa. La  potassa  infatti,  come  già  dicemmo  al  Cap.  V,  è  l'elemento 
che  in  proporzione  maggiore  concorre  nella  vite  a  formare  la  parte 
erbacea,  la  legnosa,  e  specialmente  il  frutto. 

Ma  ad  evitare  che  da  questa  rilevante  proporzione  di  potassa  con- 
tenuta nella  vite  si  traggano  conseguenze  troppo  assolute,  sottopor- 
remo due  fatti  di  singolare  importanza,  i  quali  fra  le  altre  cose  var- 
ranno anche  a  dimostrare  quanto  sia  limitata  Y  importanza  che  si 
deve  attribuire  all'  analisi  chimica  di  un  terreno. 

Le  esperienze  di  Boussingault  e  di  Vergnefte  hanno  dimostrato 
che  la  vigna  non  esige  nel  terreno  una  quantità  di  materie  alcaline 
(la  potassa  è  appunto  una  sostanza  alcalina)  più  grande  di  quella 
assorbita  da  altri  raccolti:  non  ostante  la  grande  quantità  di  alcali 
esistente  in  qualcuno  dei  suoi  prodotti  (specialmente  nel  frutto),  la 
vigna  non  toglie  alla  terra  più  di  quello  che  tolgano  altre  piante  (1). 
Queste  esperienze  di  Boussingault  e  di  Vergnette  giovarono  a 
prevenire  un  errore  in  cui  si  poteva  troppo  facilmente  incorrere. 
Era  naturale  che  si  credesse  necessaria  nel  terreno  una  quantità 
grandissima  di  potassa,  specialmente  anche  dopo  le  esperienze  di 
Gueymard,  le  quali  dimostrarono  che  le  ceneri  dei  tralci  sono  più 
ricche  in  sali  alcalini  ed  in  fosfati  che  quelle  del  ceppo:  quelle  della 
vinaccia  sono  più  ricche  di  quelle  del  tralcio,  quelle  del  vino  più 
ricche  ancora.  Adunque  le  parti  più  alcaline  sono  quelle  che  servono 
alla  produzione  del  vino,  onde  quella  credenza  era  naturale.  Eppure 
si  provò  che  la  barbabietola,  la  patata,  il  frumento  tolgono  al 
terreno  più  alcali  di  quanto  ne  toglie  la  vigna  nelle  medesime  con- 
dizioni. La  causa  di  questa  apparente  contraddizione  sta  in  ciò,  che 
parte  dei  sali  alcalini  contenuti  nelle  foglie  della  vite  resta  nel  ter- 
reno. E  poi  si  consideri  che  se  le  ceneri  del  vino  sono  più  ricche  di 
potassa,  esse  ceneri  sono  per  altro  in  piccolissima  quantità.  Si  può 
quindi  conchiudere  che  la  vigna  esige  meno  potassa  ed  elementi  mi- 
nerali in  genere  delle  altre  colture.  (2)  S'aggiunga  che  essa  occupa 
un  cubo  di  terreno  non  determinato,  perchè  può  estendere  assai  le 
sue  radici,  e  ciò  spiega  in  parte  perchè  la  vite  spesso  trovi  il  suo 
nutrimento  anche  in  terreni  aridissimi. 


(1)  Vedi  Cap.  V,  pag.  126. 

(2)  JoiUie,  pag.  348  (Engrais  Chimiques), 


334  CAPITOLO    Vili 


Ma  vi  è  un'altra  circostanza  da  considerare  ed  è  il  diverso  grado 
di  assimilabilità  della  potassa  e  qui  sta  il  secondo  dei  fatti  che 
volevamo  osservare. 

Esso  si  lega  al  principio,  ormai  accettato  dai  chimici  agronomi,  che 
l'analisi  chimica  non  basta  a  dare  un'idea  della  fertilità  d'un  terreno. 
E  poiché  siamo  a  parlare  della  potassa  esistente  nel  suolo,  gio- 
viamoci di  questo  esempio,  il  quale  ci  semplificherà  alquanto  il  cam- 
mino da  percorrere. 

Quando  non  si  avevano  ancora  idee  esatte  sulF  assorbimento  delle 
sostanze  contenute  nel  terreno  per  parte  dei  vegetali,  e  sulle  condi- 
zioni che  lo  regolano,  si  attribuiva  all'  analisi  chimica  una  grande 
importanza.  La  si  riteneva  un  dato  sufficiente  per  giudicare  della 
fertilità  di  un  terreno.  Ma  in  seguito  si  osservò  che  un  terreno  pro- 
veniente da  micaschisto,  ricco  cioè  di  potassa,  non  fa  prosperare 
piante  esigenti  potassa,  come  sarebbe  appunto  la  vite.  E  si  osservò 
contemporaneamente  che  certi  terreni  poveri  di  potassa  lo  possono 
fare,  e  lo  fanno  realmente  per  il  solo  motivo  che  in  quel  terreno 
la  potassa  esiste  sotto  forma  assimilabile.  Si  cita  ad  esempio  il  ter- 
reno della  foce  del  Nilo,  poverissimo  di  potassa,  ma  che  si  presta 
benissimo  alla  coltura  di  piante  così  dette  potassiche,  perchè  questa 
base  in  esso  è  contenuta  allo  stato  assimilabile. 

Se  adunque  siamo  a  questo  punto,  che  una  concimazione 
potassica  avrà  esito  favorevole  in  un  terreno  di  micaschisto 
mentre  avrà  pochissima  influenza  sul  terreno  del  Nilo,  dovremo 
conchiudere  che  Y  analisi  chimica  del  terreno  ci  dà  solo  un'  idea 
sulla  fertilità  possibile  di  esso,  ma  non  ci  porge  un  esatto  e  giusto 
criterio  sulla  sua  attitudine  a  questa  piuttosto  che  a  quella  coltiva- 
zione. 

Una  conclusione  sicura  per  quanto  indiretta  può  trarsi  dall'analisi 
chimica  ed  è  questa:  se  l'analisi  ci  dice  che  un  terreno  è  ricco  di 
potassa  e  tuttavia  vediamo  che  la  vite  od  altra  pianta  potassica 
non  vi  prosperano,  noi  conchiuderemo  che  questo  elemento  non  si  trova 
nel  terreno  allo  stato  assimilabile,  ed  in  tal  caso  bisognerà  ricorrere 
a  concimazioni  o  a  ripetute  lavorazioni,  le  quali  rendendo  la  terra 
maggiormente  esposta  all'azione  simultanea  degli  agenti  atmosferici, 
riducono  la  potassa  allo  stato  assimilabile.  Ecco  adunque  sino  a  qual 
punto  l'analisi  chimica  può  servire  di  guida  all'agricoltore.  L'analisi 
chimica  ci  dice  quale  è  la  ricchezza  del  terreno,  cioè  la  quantità 
di  materiali  utili  contenuti  in  esso,  mentre  l'analisi  unita  alle  espe- 


IL  TERRENO  PER  LA  VITE  335 

rienze  di  coltura  ci  conduce  ad    avere    un'  idea    prossima  al  vero 
sulla  fertilità. 

§  5.  I  quattro  elementi  immediati  (argilla,  silice,  calce  ed 
humus)  e  loro  influenza  sulla  quantità  e  qualità  del  prodotto 
della  vite.  —  Le  considerazioni  teoriche  sull'importanza  dell'argilla  nel 
terreno  per  la  vite  trovano  nella  pratica  una  dimostrazione  e  una 
conferma.  Abbiamo  veduto  infatti  come  la  chimica  agraria  moderna 
spiega  il  legame  che  unisce  l'elemento  argilla  all'elemento  potassa. 
E  la  pratica  così  dice  per  bocca  dell'illustre  H.  Marès  (1):  «  I  ter- 
reni argillosi  formati  dalla  disgregazione  delle  roccie  feldspatiche  con- 
tengono naturalmente  più  potassa  degli  altri.  Il  feldspato  è  un  mi- 
nerale alluminoso  a  base  di  potassa,  di  soda,  di  calce  ecc.  La  po- 
tassa che  esso  contiene  la  si  ritrova  nelle  argille  e  dà  molta  forza 
e  vigore  alla  vegetazione  della  vite.  I  terreni  puramente  calcari  o 
silicei  mancano  di  elementi  potassici  e  non  danno  mai  prodotti  così 
abbondanti.  Il  miscuglio  degli  elementi  argilloso  e  calcare  che  tro- 
vasi in  certi  terreni  e  sottosuoli  marnosi,  è  una  delle  migliori  con- 
dizioni per  assicurare  la  durata  della  vigna  e  l'abbondanza  dei  suoi 
prodotti.  » 

Vediamo  ora  altre  cause  per  cui  il  predominio  di  uno  dei  quattro 
materiali   immediati  suddetti,  possa  influire  sul  prodotto  finale. 

I  terreni  argillosi  —  specialmente  se  ricchi  d'ossido  di  ferrò  — 
danno  vini  più  colorati  e  più  stabili  per  essere  più  ricchi  d'alcool. 
Il  Petit-Lafitte  nel  suo  pregiato  lavoro  La  vigne  dans  le  Borde- 
lais,  dice  che  talvolta  si  dà  colpa  alla  natura  troppo  argillosa  del 
terreno,  di  quel  sapore  speciale  terroso  del  vino  che  i  Francesi  chia- 
mano goùt  de  terroir. 

Ciò  è  confermato  anche  dal  Marès,  il  quale  aggiunge  che  quei 
medesimi  terreni  forti,  assai  argillosi  dai  quali  si  ottiene  il  vino  col 
gusto  di  terroir,  danno  invece  con  vitigni  ad  uva  bianca,  un  vino 
distintissimo. 

I  terreni  in  cui  v'ha  giusta  armonia  tra  la  silice  ed  il  calcare 
danno  vini  meno  colorati,  ma  più  fini  e  più  suscettibili  d'acquistare 
il  profumo  {bouquet).  Tali  terreni  trovansi  nel  mezzogiorno  della 
Francia  in    piane  più  o  meno  ondulate    tra  il  mare  e  le  montagne, 


(1)  Bes  vignes  chi  midi  de  la  Franca \ 


336  CAPITOLO    Vili 


In  terreni  di  poggio,  coperti  di  ciottoli  qua  calcari,  là  mescolati  con 
quarzo  e  silice,  si  ottengono  —  da  vitigni  ad  uva  molto  colorata  — 
i  vini  più  carichi  di  colore,  che  il  commercio  desidera  pel  taglio  coi 
vini  inferiori. 

Del  resto  la  silice  in  particolare  agisce  sull'aroma,  sulle  qualità 
che  diremo  brillanti  del  vino.  Il  Marès  mette  in  dubbio  la  serbevo- 
lezza  dei  vini  ottenuti  da  terreni  silicei:  se  non  che  molte  osserva- 
zioni fatte  nella  nostra  Italia  dicono  che  il  vino  dei  terreni  silicei  è 
leggero  ma  serbevole  (1). 

Il  calcare  o  carbonato  di  calce  esercita  un'azione  marcata  sulla 
solidità,  sulla  durata  del  vino  e  anche  sulla  sua  ricchezza  in  al- 
cool. Secondo  alcuni  osservatori  i  terreni  calcari,  a  misura  che  in 
essi  predomina  l','elemento  siliceo  o  l'argilloso,  partecipano  della  na- 
tura dei  terreni  sabbiosi  o  argillosi. 

Ultimo  e  non  meno  importante  tra  gli  elementi  immediati  del  ter- 
reno agrario  è  1'  humus.  —  Esso,  come  pure  il  ferro,  pare  che  au- 
menti il  colore  del  vino.  Pare  anche  che  comunichi  a  questo  più  a- 
sprezza  e  maggiore  conservabilità. 

Una  singolare  importanza  si  attribuisce  dagli  autori  quest'humus 
(sostanza  organica).  Fra  gli  altri  Guyot  nell'accennare  ai  requisiti  che 
deve  avere  il  terreno  per  la  vigna  nei  paesi  non  meridionali,  dice 
che  le  terre  leggere  e  permeabili,  vulcaniche,  calcari,  giurassiche  e 
cretacee,  sabbiose  e  silicee,  a  ciottoli,  a  frammenti  sono  le  migliori, 
ma  alla  condizione  di  essere  mol'o  profonde  ed  assai  ricche  di  prin- 
cipii  vegetali  (2).  Ivi  1'  humus  supplirebbe  all'  azione  stimolante 
del  calore,  secondo  il  Guyot  stesso;  e  ci  pare  che  egli  si  apponga 
al  vero. 

Si  capisce  che  si  dia  notevole  importanza  sl\Y humus  anche  nei  paesi 
soggetti  ai  calori  ed  alla  siccità:  questa  materia  vegetale  rende  il 
terreno  assai  proprio  ad  assorbire  e  a  trattenere  una  quantità  suffi- 
ciente d'umidità  anche  durante  il  cuore  dell'estate.  Nello  studio  in- 
teressante sui  vigneti  d'America  fatto  dal  Ladrey  si  citano  esempi 
di  questi  terreni  vegetali  e  ricchi  anche  assai  di  calcare  magnesiaco 
(centro  e  sud  del  Missouri). 


(1)  G.  A.  Ottavi.  La  Chiave  dei  Campi. 

(2)  Guyot.  Elude  des  vignobles  de  France.  Tome  III.  p.  605. 


IL  TERRENO  PER  LA  VITE  337 

È  noto  del  resto  che  —  passate  le  esagerazioni  sulle  pretese  pro- 
prietà fertilizzanti  dell'humus  —  questa  sostanza  si  ritiene  ancora 
d'un  valore  grandissimo  e  costituisce  tuttavia  uno  dei  mezzi  per  ri- 
conoscere la  fertilità  di  un  terreno.  In  grazia  all'  humus  il  terreno 
acquista  non  solo  la  igroscopicità,  come  abbiamo  detto,  ma  anche 
altre  preziose  proprietà  fìsiche  quali  la  porosità,  il  potere  di  assor- 
bire e  trattenere  con  più  energia  i  materiali  utili,  e  infine  la  facoltà 
di  assorbire  una  quantità  più  rilevante  di  calore,  appunto  per  la 
tinta  oscura  che  esso  ha  naturalmente. 

L'humus  poi  è  sede  di  importanti  reazioni  chimiche,  le  quali  av- 
vengono ancorché  la  composizione  di  esso  varii;  e  varia  diffatti  a 
seconda  della  diversa  natura  dei  vegetali  che  hanno  vissuto  su  quel 
dato  terreno.  L'  humus  è  il  generatore  continuo  nel  terreno  dell'a- 
cido nitrico  e  dell'anidride  carbonica  (volgarmente  acido  carbonico). 
Ed  ecco  in  qual  modo  i  chimici  moderni  spiegano  la  di  lui  benefica 
azione  nel  terreno.  L'  acqua  carbonicata  che  deriva  dall'  azione  di 
esso,  scioglie  una  piccola  quantità  di  fosfato  neutro  di  calce  (fosfato 
tricalcico)  il  quale,  come  si  sa,  sarebbe  insolubile  nell'acqua  pura. 
Adunque  l'humus  provoca  l'assorbimento  di  materiali  che  altrimenti 
non  sarebbero  assimilabili.  Contenendo  poi  esso  sostanze  azotate,  dà 
luogo  a  sviluppo  d' ammoniaca,  la  quale  genera  poi  l'acido  ni- 
trico. 

Dall'analisi  del  Wolff  abbiamo  veduto  che  anche  la  calce  e  l'acido 
fosforico  sono  contenuti  in  proporzioni  rilevanti  nelle  ceneri  della 
vite. 

G.  A.  Ottavi  osservò  (1)  che  si  ottengono  vini  più  colorati  dove 
esiste  in  abbondanza  nel  terreno  il  calcare  (Casale,  Acqui,  Alessandria, 
Bergamo,  molte  provincie  del  Veneto  e  Napoletano  massime  nel  lito- 
rale est,  ecc),  mentre  dove  non  esiste  calcare  (Biella,  Ivrea,  Pinerolo) 
si  hanno  vini  più  scolorati. 

Un  valente  chimico  agronomo  francese,  il  sig.  Joulie,  ha  coordinato 
la  seguente  tabella,  nella  quale  si  confrontano  gli  elementi  minerali 
contenuti  nei  prodotti  della  vigna  con  quelli  di  altre  coltivazioni, 
prendendo  per  unità  l'acido  fosforico: 


(l)  Lezioni  d'Agricoltura  pei  Contadini,  voi.  III. 

0.  Ottavi,   Trattato  di  Viticoltura  23 


338 

CAPITOLO   Vili 

Acido 

fosforico 

Potassa 

Soda 

Calce 

Magnesia 

Vite 

2,28 

0,021 

1,79 

0,46 

Frumento 

maturo               1 

1,28 

» 

0,52 

0,36 

» 

in  fiore              1 

2,25 

0,305 

1,18 

0,52 

Pomi  di  terra  (tubercoli)     1 

3,30 

0,048 

0,12 

0,24 

Barbabietole  (radici)          1 

3,65 

0,725 

0,45 

0,63 

Fieno  di 

prateria               1 

4,18 

1,145 

1,83 

0,80 

Da  queste  cifre  il  Joulie  conchiude  che  per  una  medesima  quan- 
tità d'acido  fosforico  la  vigna  assorbe  più  di  calce  e  meno  di  po- 
tassa che  la  maggior  parte  delle  altre  colture.  Per  la  calce  essa  è 
quasi  al  livello  del  fieno  di  prateria,  e  per  la  potassa  scende  a  quello 
del  frumento  in  fiore,  che  certo  non  ha  la  potassa  come  elemento 
dominante.  Dunque  i  viticultori  neh'  esame  del  terreno  per  la  loro 
vigna  devono  preoccuparsi  almeno  tanto  dell'acido  fosforico  e  della 
potassa  quanto  della  calce  e  degli  altri  elementi  immediati. 

§  6.  Riassunto  sull'influenza  della  natura  chimica  del  ter- 
reno. —  Riassumendo  tutto  ciò  che  abbiamo  detto  sin  qui  nella  com- 
posizione chimica  del  terreno  per  la  vite  diremo  che,  quantunque  la 
nostra  ampelidea  prosperi  in  terreni  di  natura  diversissima,  pure  al- 
cuni terreni  ci  sono  che  ad  essa  si  confanno  di  più,  ed  è  dimostrato 
che  la  natura  chimica  del  suolo  esercita  una  sentita  influenza  sulla 
qualità  del  prodotto.  È  noto  a  tutti  come  nei  terreni  grassi  ed  ar- 
gillosi abbiasi  per  riguardo  alla  vegetazione  uno  sviluppo  vigoroso 
del  legno,  un  prodotto  abbondante,  ma  un  vino  di  qualità  non  sempre 
sceltissima,  mentre  nei  terreni  magri  e  secchi  il  prodotto  della  vite, 
assai  meno  considerevole  per  riguardo  alla  quantità,  sarà  sempre  su- 
periore per  la  qualità.  Si  può  ritenere  che  i  terreni  tipi  per  la 
coltura  della  vite  —  dal  punto  di  vista  della  fertilità  —  sono 
quelli  in  cui  si  trovano  sottosuoli  formati  di  ceneri  vulcaniche, 
e  ciò  perchè  tali  sottosuoli  più  degli  altri  si  prestano  al  disgre- 
gamento delle  roccie  di  cui  sono  composti,  disgregamento  che  for- 
nisce costantemente  alla  pianta  tutti  gli  elementi  che  essa  ha  ten- 
denza ad  assimilarsi.  I  terreni  primitivi  più  antichi  che  si  avvicinano 
ai  precedenti  per  la  loro  composi/Jone  ed  origine,  e  che  loro  somi- 
gliano nelle  proprietà  per  i  detriti  che  contengono  mescolati  alla  terra 
vegetale,  sono  buoni  altrettanto  quanto  i  terreni  vulcanici.  Vengono 


IL  TERRENO  PER  LA  VITE  339 

dopo  —  sempre  riguardo  alla  fertilità  —  i  terreni  argillosi,  in  cui 
l'elemento  alcalino  non  esiste  più  che  nei  detriti  che  sfuggirono  alle 
decomposizioni  anteriori;  seguono  infine  le  formazioni  calcari  e  sab- 
bionose. 

Ma,  lo  ripetiamo,  la  vite  è  tra  i  vegetali  uno  di  quelli  che  meno 
esigono  per  quel  che  è  della  fertilità  del  suolo,  e  per  darne  una 
idea,  citeremo  noi  pure  il  fatto  ricordato  dal  Ladreij  che  le  an- 
tiche leggi  della  Provenza  non  permettevano  di  piantar  la  vigna  se 
non  dopo  aver  constatato  con  un'inchiesta  che  il  suolo  era  realmente 
sterile  ! 

§  7  Natura  fisica  del  terreno.  —  La  natura  fisica  del  ter- 
reno, e  le  proprietà  che  ne  conseguono,  relative  al  vario  grado  di 
porosità,  di  umidità,  di  capillarità,  di  disgregamento  più  o  meno  a- 
vanzato  delle  molecole  terrose,  per  tacer  d'altro,  hanno  sulla  quan- 
tità e  sulla  qualità  del  prodotto  della  vite  una  influenza  più  rimar- 
chevole che  non  la  composizione  chimica. 

Premettiamo  che  anche  per  quel  che  è  della  natura  fisica  del  ter- 
reno, la  vigna  è  assai  meno  esigente  delle  altre  piante  coltivate.  Veri 
suoli  ingrati  per  essa  non  esistono.  Enumereremo  colla  scorta  del 
citato  sig.  Marès  e  delle  osservazioni  da  noi  fatte,  i  terreni  che 
meno  si  prestano  alla  coltura  della  vite,  diremo  poi  dell'  influenza 
dell'umidità  nel  terreno,  e  verremo  infine  a  conclusioni  generali. 

Suoli  ingrati  per  la  vite  si  potrebbero  considerare  quelli  in  cui 
v'  è  eccesso  di  sabbia,  il  tufo,  le  ghiaie  ed  arene  dilavate  dalle  acque, 
i  depositi  di  piccolo  spessore  sopra  roccie  compatte,  gli  strati  d'ar- 
gilla tenace.  Suoli  ingrati  si  possono  considerare  eziandio  quelli 
umidi  e  soggetti  alle  inondazioni. 

Questi  terreni  presentano  gli  uni  e  gli  altri  le  condizioni  estreme 
le  più  opposte.  Cosi  le  sabbie,  le  ghiaie  che  tra  loro  non  hanno  alcun 
elemento  che  le  leghi,  come  ad  esempio  la  marna  o  l' argilla,  non 
offrono  consistenza  alcuna.  La  vite  in  esse  soffre  e  mal  sopporta  i 
grandi  calori,  massime  nei  nostri  paesi  meridionali,  e  compie  imperfet- 
tamente la  fioritura  e  la  fruttificazione.  Sopra  il  tufo  le  condizioni 
sono  ancora  peggiori;  in  tali  terreni  la  vigna  produce  poco  e  dura 
poco.  Dicasi  lo  stesso  dei  depositi  in  istrato  sottile  sulla  roccia 
compatta. 

Negli  strati  d'argilla  tenace  la  vigna  si  trova  ancora  peggio  al- 
lorché il  terreno  è  orizzontale  e  non  vi  può  quindi  essere  sfogo  per 
lo  scolo  delle  acque,  cosa  che  ognuno  avrà  potuto  osservare. 


340  CAPITOLO    Vili 


In  questi  casi  vale  meglio  abbandonare  affatto  la  coltura  della  vite: 
un  simile  terreno,  continuamente  umido  d'inverno,  disseccato  e  con 
larghi  e  profondi  crepacci  nella  state,  non  può  dar  vita  che  a  miseri 
ceppi  esposti  ad  ogni  sorta  di  accidenti  atmosferici,  i  quali  danno 
luogo  poi  alla  colatura,  al  carbone,  al  marciume,  ecc. 

Quando  le  argille  sono  inclinate  e  possono  essere  prosciugate  me- 
diante la  fognatura,  le  condizioni  sono  meno  cattive  (1). 

Una  massima  che  si  vede  ripetuta  nei  trattati  di  viticoltura  è  la 
seguente,  che  la  vite  prospera  bene  in  qualunque  terreno  purché 
non  sia  umido. 

La  vite  soffre  il  freddo  ai  piedi  ha  detto  con  frase  felice  il  nostro 
Prof.  Cantoni,  il  quale  ha  conchiuso  cogli  altri  che  le  bassure  ed  i 
luoghi  umidicci  vogliono  essere  destinati  ad  altre  colture. 

Il  precetto  è  adunque  giusto,  e  non  vi  si  può  fare  che  qualche 
eccezione  come  vedremo  più  sotto.  La  vite  che  vegeta  in  terreni 
umidi  non  solo  dà  prodotti  scarsi,  ma  dà  uve  meno  zuccherine,  più 
ricche  di  albuminoidi  e  di  sostanze  mucillaginose,  che  sono  poi  di 
pregiudizio  alla  buona  conservazione  del  vino.  Dà  infine  uve  più  a- 
cide. 

Lo  stato  arabile  attivo  del  terreno  si  sovracarica  di  umidità  quando 
sotto  di  sé  ha  un  sottosuolo  impermeabile,  il  quale  non  permetta  d'in- 
verno l' infiltramento  delle  acque  piovane.  Conseguenza  di  ciò  si  è 
che  il  terreno  d'inverno  è  come  pieno  d'acqua  stagnante  e  d'  estate 
diventa  troppo  asciutto,  perchè,  specialmente  nei  terreni  sabbiosi, 
l'acqua  evaporandosi  rapidamente  lascia  lo  strato  arabile  affatto  secco. 

Il  miglior  sottosuolo  sarebbe  adunque  quello  composto  d'uno  strato 
permeabile  come  sabbia,  ma  piuttosto  alto,  sovrapposto  ad  uno  strato 
impermeabile.  Però  quest'ultimo  sarebbe  invece  dannoso  se  lo  strato 
permeabile  di  mezzo  fosse  di  piccolo  spessore.  Qualora,  essendovi 
il  sottosuolo  impermeabile,  esso  sarà  a  70-80  cent,  almeno  della  su- 
perficie, si  potrà  egualmente  conchiudere  in  favore  della  bontà  del 
terreno,  perchè  quella  distanza,  oltre  al  non  darci  più  a  temere  per 
l'umidità,  ci  dinoterà  che  lo  strato  vergine  è  piuttosto  spesso,  e  ciò 
è  della  massima  importanza,  massime  nel  caso  speciale  della  vite. 

Ne  risulta  la  necessità  pel  viticultore  di  farsi  un'idea  sulla  natura 
del  sottosuolo,  per  potervi,  occorrendo  il  caso,  praticare  gli  opportuni, 
-anzi  indispensabili  ammendamenti.  Questa  cognizione  la  si  acquista  nello 


(!)  II.  Marès,  op.  cii.  p.  273. 


IL  TERRENO  PER  LA  VITE  311 


scavar  le  fosse  per  le  piantagioni  o  anche  mercè  opportuni  trafori. 
Quando  si  trova  un  sottosuolo  formato  di  elementi  grossolani  come 
ciottoli,'  arena  ecc.  si  avrà  un  indizio  di  terreno  permeabile.  Poco 
permeabile  sarà  invece  il  sottosuolo  formato  di  particelle  finissime, 
specie  di  argilla,  ovvero  formato  di  vero  sasso. 

Una  proprietà  importante  da  considerarsi  nel  sottosuolo  è  eziandìo 
la  forza  di  capillarità,  quella  proprietà  cioè  del  terreno  per  cui 
l'acqua  esistente  negli  strati  del  suolo  sale  alla  superficie. 

Carattere  del  sottosuolo  a  molta  forza  di  capillarità  è  l' essere 
composto  di  particelle  minute  come  in  forma  di  fine  sabbietta.  — 
In  certi  luoghi,  di  primavera  e  d'  estate,  alla  superficie  del  terreno, 
massime  se  il  suolo  è  soffice,  vangato  e  zappato,  si  vedono  delle 
efflorescenze  saline.  Questi  sali,  fra  cui  specialmente  il  salnitro  ed  il 
sai  di  cucina,  sono  prova  della  capillarità  del  terreno,  poiché  vengono 
trasportati  alla  superficie  di  esso  dall'acqua,  che  sale  appunto  per  la 
forza  di  capillarità.  La  salita  di  essi  si  manifesta  con  maggiore  e- 
nergia  allorché  dopo  le  piogge  succede  un  tempo  bello  e  caldo,  e 
che  il  terreno  non  sia  né  asciutto  ne  molto  freddo. 

Nel  sottosuolo  la  sabbia  vera  ha  capillarità  di  pronto  effetto,  ma 
talvolta  di  poco  rilievo:  la  terra  finissima  invece  come  1'  argilla  ha 
capillarità  d'effetto  assai  lento,  ma  più  potente. 

Veniamo  ora  alle  eccezioni  che  avevamo  accennato  poco  fa  ri- 
guardo alla  natura  del  sottosuolo. 

La  prima  di  esse  la  troviamo  nei  paesi  caldi,  nei  quali  —  quando 
si  ha  ragione  di  temere  la  siccità  —  può  ritenersi  che  un  sottosuolo 
di  natura  argillosa  eserciti  una  vantaggiosa  influenza  sullo  strato 
arabile  attivo.  Esso  infatti  trattiene  tra  le  radici  una  certa  dose  di  umi- 
dità, che  viene  certo  utilizzata  durante  la  stagione  del  secco;  ma  è  sempre 
necessario  però  che  il  terreno  non  sia  di  per  sé  stesso  troppo  com- 
patto e  che  la  circolazione  dell'aria  sia  facile.  Il  signor  Ladrey 
nel  citato  suo  Traile  de  Viticulture,  senza  neppure  farne  un  caso 
pei  climi  molto  caldi,  afferma  senz'altro  che  le  terre  forti  le  quali 
soddisferanno  alle  condizioni  più  sopra  accennate,  provocheranno  nella 
vigna  un  grande  vigore  di  vegetazione. 

A  dimostrare  che  1'  umidità  sotterranea  può  avere  una  vantag- 
giosa influenza  sulla  vegetazione,  purché  non  resti  stagnante,  cite- 
remo un  esempio  che  ci  darà  anche  una  bella  applicazione  di  quanto 
esponemmo  sulla  forza  di  capillarità. 

In  Francia,  nella  regione  del  basso  Rodano,   trovasi  una  zona  di 


342  CAPITOLO   VITI 


terreno  dell'estensione  di  6000  ettari,  che  prese  il  nome  delle  sabbie 
di  Aigues-Mortes.  Quivi  dal  1873  si  vanno  piantando  alacremente 
nuove  vigne,  poiché  si  scoprì  in  quelle  sabbie  la  preziosa  proprietà 
di  tenere  la  vigna  illesa  dagli  attacchi  della  fillossera. 

Infatti  le  sabbie  di  Aigues-Mortes  sono  eminentemente  quarzifere, 
costituite  di  granelli  sottilissimi  che  scorrono  assai  facilmente  gli  uni 
sugli  altri,  si  asciugano  prontamente  dopo  le  pioggie,  e  mancano  af- 
fatto di  miscugli  plastici-  Non  possono  quindi  aver  coerenza,  e  per 
questa  loro  grandissima  mobilità  e  scioltezza  la  fillossera  non  vi  si 
può   muovere. 

Ad  Aigues-Mortes  si  ottengono  prodotti  favolosi;  parlasi  di  150  a 
200  ettolitri  di  vino  ad  ettare.  Il  signor  Barrai,  illustre  agronomo 
francese,  nello  studiare  le  cause  di  sì  splendidi  raccolti  in  quella  re- 
gione, nella  quale  non  cade  quasi  mai  acqua  meteorica  dall'  aprile 
al  settembre,  non  volle  attribuire  tutta  la  importanza  al  concime,  e 
specialmente  al  letame  di  stalla  che  colà  si  sparge  sino  alla  bella 
cifra  di  100  m.  e.  per  ettaro:  ci  doveva  essere  un'  altra  cagione. 

Il  sig.  Barrai  percorse  l'intiera  regione  studiandone  il  terreno,  e 
trovò  che  i  primi  20  cent,  di  sabbia  contenevano  l'I  0[q  di  umidità, 
la  quale  umidità  andava  man  mano  aumentando  sino  a  raggiungere 
il  6,  e  il  12  0[o  alla  profondità  d'un  metro,  e  il  18-22  0[q  a  2  metri 
di  profondità.  Sotto  le  sabbie  di  Aigues-Mortes  havvi  dunque  una 
corrente  di  acqua  dolce  che,  per  capillarità,  è  portata  in  alto  sino 
a  raggiungere  le  radici  delle  viti,  e  vi  mantiene,  ad  onta  della  manc- 
anza di  pioggia,  quella  rigogliosa  vegetazione. 

Per  provar  ciò,  un  vagone  di  questa  sabbia  fu  trasportata  al  capo 
Pinède  {Marsiglia)  e  vi  furono  piantate  alcune  viti  in  una  fossa  lunga 
6  metri  e  larga  2.  Le  v'iti  si  mostrarono  immuni  alla  fillossera,  ma 
vegetarono  con  molto  minor  vigore,  perchè  nella  loro  nuova  località 
l'acqua  mancò  assolutamente,  non  potendola  esse  assorbire  dal  sot- 
tosuolo. 

A  questo  punto,  richiamativi  anche  dall'argomento  della  fillossera, 
crediamo  dover  rispondere  ad  una  obbiezione  che  si  può  fare  a 
quello  che  dicemmo  sugli  effetti  dell'umido  nel  terreno.  È  noto  come 
uno  dei  metodi  suggeriti  per  combattere  V  invasione  fillosserica  sia 
la  sommersione,  mezzo  energico  e  sicuro  e  del  quale  si  fece  strenuo 
propugnatore  in  Francia  il  sig.  Faucon.  Si  tratta  di  allagare  il  vigneto 
durante  40  o  45  giorni.  Si  aggiunga  che  questa  operazione  va  ri- 
petuta tutti  gli  anni  sul  tardo  autunno  o  nell'inverno,  e  che  si  pone 


IL  TERRENO  PER  LA  VITE  343 

per  condizione  della  sua  completa  riescita  la  presenza  di  un  sotto- 
suolo impermeabile.  Infatti  se  il  sottosuolo  lasciasse  facile  scolo  al- 
l' acqua,  bisognerebbe  rinnovare  quest'  ultima  continuamente,  e  in 
questo  rinnovo  si  porterebbe  naturalmente  nel  terreno  anche  una 
certa  quantità  d'aria,  la  quale  sarebbe  sufficiente  al  funesto  insetto 
per   respirare  e  per  vivere. 

Quest'obbiezione  ha  certo  un  valore,  e  noi  ammettiamo  che  il  pri- 
vare il  terreno  della  vite  della  sua  aria,  durante  l'inverno,  non  può 
che  nuocere  alla  prosperità  della  vite  stessa,  benché  questa  sia  al- 
lora nel  periodo  del  riposo.  Ad  ovviare  in  parte  a  questi  inconvenienti 
bisogna  far  seguire  all'  allagamento  una  buona  concimazione  con  in- 
grassi azotati  e  con  potassa,  ciò  che  supplirà  ai  materiali  di  fertilità 
esportati  dall'acqua,  nonché  frequenti  lavorature  del  terreno,  in  pri- 
mavera ed  in  estate,  per  ridonargli  l'aria. 

Veniamo  ora  alla  struttura  propriamente  detta  della  terra. 

Ad  essa  si  attribuisce  importanza  massima.  È  constatato  dall'os- 
servazione che  per  tutto  dove  si  produce  vino  di  qualità  superiore, 
cioè  vino  rinomato,  il  terreno  offre  questa  particolarità  di  trovarsi 
mescolato  a  frammenti  rocciosi,  variabili  in  numero,  in  forma  e  in 
grossezza,  ma  tali,  sotto  questi  tre  rapporti,  che  diminuirebbero  assai, 
e  fors'anche  ridurrebbero  a  zero  il  valore  di  questo  terreno,  ove  ve- 
nisse destinato  ad  altra  coltura.  Esempi  di  terre  pietrose  e  ciottolose 
producenti  ottimi  vini  si  trovano  in  Sicilia,  in  quel  di  Marsala,  in 
Francia  nella  Borgogna,  nell'Hérault,  in  Spagna  nei  dintorni  di  Gra- 
nata. Pare  però  da  osservazioni  raccolte  in  Italia  (I)  che  le  terre  a 
cui  sono  misti  ciottoli  e  ghiaie,  per  quanto  ottime  a  dar  frutto  ec- 
cellente e  vino  veramente  prelibato,  siano  in  qualche  modo  di  pre- 
giudizio alla  vitalità  della  pianta,  la  quale  in  esse  avrebbe  una  breve 
durata. 

Ma  ad  ogni  modo  l'influenza  di  una  simile  struttura  del  terreno  sul 
vino  è  innegabile.  Potremmo  citare  molti  autori  di  viticoltura  che  la  af- 
fermano; ci  limiteremo  a  ricordare  il  Conte  Odart  che  afferma  come 
essa  basti  a  prevenire  l'alterazione  del  vino  conosciuta  sotto  il  nome 
di  grassume  fgraissej.  Il  medesimo  autore  propone  anzi  un  procedi- 
mento fondato  su  questa  proprietà  per  prevenire  nei  vini  la  detta 
malattia;  esso  consisterebbe  nel  coprire  di  uno  strato  di  ciottoli  o 
pietre  stritolate  la  superfìcie  del  vigneto. 


(1)  V.  giornale  il  Coltivatore  voi.  XXXII. 


344  CAPITOLO    Vili 


§  8.  Riassunto  sulle  proprietà  chimiche  e  fisiche  del  ter- 
reno. —  Da  tutto  quello  che  abbiamo  detto  si  può  conchiudere  in 
tesi  generale  che  la  vite  vive  e  dà  frutto  in  qualsiasi  terreno  anche 
se  situato  in  bassure  e  non  perfetttamente  asciutto,  come  quello  della 
classica  Vernaccia  di  Oristano:  però  il  viticultore  non  deve  badare 
soltanto  ad  ottenere  frutti,  ma  ad  ottenerne  molti,  di  buona  qualità 
e  nello  stesso  tempo  di  non  nuocere  soverchiamente  alla  longevità 
della  pianta.  Studiando  la  questione  sotto  questo  triplice  aspetto,  si 
può  stabilire  un  principio  fondamentale  invariabile;  cioè  che  i  terreni 
umidi   sono  poco   convenienti  alla  vite. 

Allorquando  poi  i  terreni  non  umidi  sono  composti  di  sabbie  cal- 
cari, sono  leggieri,  permeabili,  ciottolosi,  magri  e  via  dicendo,  la  vite 
ci  dà  vini  secchi,  ricchi  di  alcool,  di  eteri,  poveri  di  albuminoidi  e 
di  facile  conservazione.  Invece  se  i  terreni  sono  compatti  e  fertili, 
ci  dà  vini  in  maggior  copia,  colorati,  più  nutrienti,  meno  fini  e  meno 
facili  a  conservarsi.  Concludendo,  la  finezza  del  prodotto  è  pro- 
porzionale alla  scioltezza  e  magrezza  del  suolo;  la  sua  quantità 
invece  aumenta  nei  suoli  fertili.  Il  viticultore  intelligente  deve  poi, 
considerando  la  cosa  dal  lato  economico,  scegliere  quel  terréno  che 
naturalmente,  o  corretto  con  opportuni  ammendamenti,  potrà  dargli 
un  prodotto  discretamente  copioso  e  con  quelle  buone  qualità  che  il 
commercio  desidera:  lo  ripetiamo,  noi  qui  parliamo  in  generale,  perchè 
non  possiamo  considerare  i  casi  speciali  in  cui  il  viticultore  può  tro- 
varsi. 

§  9.  Esposizione.  —  Poco  ci  resta  a  dire  sull'esposizione  più 
conveniente  per  la  vite,  già  avendone  parlato  nel  capitolo  della  Me- 
teorologia viticola. 

Rimandiamo  innanzitutto  il  lettore  alle  idee  generali  esposte  a  pa- 
gina 296,  ed  insisteremo  nell'avvertire  che  la  scala  delle  esposizioni 
da  noi  stabilita,  cominciando  dalla  migliore  per  venire  alla  meno  fe- 
lice, è  tutt'altro  che  assoluta.  Noi  abbiamo  detto  che  in  generale  la 
miglior  esposizione  è  quella  di  Sud,  e  che  seguono  poi  rispettiva- 
mente quelle  di  Ovest,  di  Est  e  di  Nord.  Ora,  non  solo  le  condizioni  di 
clima  e  di  terreno  possono  cambiare  o4  anche  affatto  invertire  l'or- 
dine da  noi  stabilito,  ma  ripari  naturali  particolari  ad  ogni  regione, 
operazioni  speciali  condotte  dall'uomo,  possono  radicalmente  modifi- 
care gli  effetti  di  una  data  esposizione. 

Noi  abbiamo  visto  infatti  che,  quantunque  la  vite  resista  al  freddo 


IL  TERRENO  PER  LA  VITE  345 


più  di  molti  altri  vegetali,  pure  la  esposizione  Nord  era  per  essa  la 
meno  conveniente,  essendo  quella  che  riceve  la  minor  quantità  di 
raggi  solari  diretti.  Ma  si  è  detto  pure  che  var  ii  agronomi  dell'  età 
antica  e  media,  i  quali  scrissero  sulla  vite  da  regioni  meridionali,  ci 
tramandarono  il  precetto  che  l'esposizione  Nord  era  buona  nei  climi 
caldi.  —  Magone  Cartaginese,  per  aggiungerne  un  altro  a  quelli  già 
citati,  scrivendo  per  l'Africa  consigliava  decisamente  l'esposizione 
Nord,  la  medesima  d'altronde  che  si  preferisce  ora  in  Egitto,  nei  din- 
torni di  Alessandria.  Queste  differenze  trovano  la  loro  ragione  special- 
mente nel  clima. 

Si  sa  che  nei  paesi  caldi  le  vigne  hanno  spesso  a  soffrire  gli  ar- 
dori del  sole,  ed  i  loro  frutti  in  certe  annate  sorpassano  anche  il 
giusto  grado  della  maturità.  E  così,  quantunque  la  vite  rifugga  quanto 
mai  dall'ombra,  spesso  si  è  costretti  a  procurargliela  correggendo 
così  in  certa  guisa  il  difetto  dell'esposizione.  Il  sig.  T.  Carnevale  da 
Lipari  ci  scriveva  che  in  molti  vigneti  di  quell'isola  negli  anni  di  calore 
eccessivo  si  provvede  ad  aumentare  l'ombra  al  frutto  per  mezzo  di 
vegetali  (ad  esempio  felci)  coi  quali  si  copre  l'uva  tanto  dalla  parte 
superiore,  quanto  da  quella  cui  da  riceve  il  calore  riflesso.  (1) 

Per  quello  che  è  dell'  esposizione  Ovest,  se  dovessimo  accettare  le 
conclusioni  dei  molti  fatti  raccolti  dal  Guyot,  dovremmo  affermare 
che  essa  sia  la  peggiore.  Veramente  essa  presenta  qualche  difetto; 
ad  esempio  è  più  umida  di  quella  di  levante  non  essendo  colpita 
dai  raggi  solari  altro  che  nelle  ore  pomeridiane.  Si  aggiunga  che 
in  questa  esposizione  e  in  quella  di  Sud  Ovest  può  avvenire  d'estate, 
specialmente  dall'una  alle  tre  pomeridiane,  che  l'evaporazione  e  la  tra- 
spirazione delle  piante  si  facciano  eccessive.  In  tali  casi  l'umidità  di 
cui  la  pianta  può  disporre,  e  quella  che  essa  toglie  naturalmente  al 
suolo,  non  bastano  a  compensare  le  perdite  prodotte  dall'evaporazione 
e  ne  nasce  uno  squilibrio  nelle  funzioni  dalla  pianta,  il  quale  produce 
la  caduta  delle  foglie  e  l'essiccamento  dei  frutti. 

Ma  tuttavia  anche  tenuto  calcolo  di  ciò  noi  abbiamo  moltissimi 
fatti  che  ci  provano  come  in  Italia  alla  esposizione  ovest  si  otten- 
gono ottime  uve  a  frutto  zuccherino;  tanto  che  si  può  dire  che  in 
tutte  le  parti  d'Italia  il  sud  e  l'ovest  danno  i  vini  più  generosi. 

Neppure  ha  valore  assoluto  l'appunto  che  si  fa  alle  vigne  esposte 
al  levante  di  andar  soggette  alle  brine.  Innanzitutto    la   brina  reca 


(1)  Giornale  Vinicolo  Italiano  1884,  pag.  345. 


346  CAPITOLO    Vili 


pochi  danni  se  il  suolo  è  asciutto,  permeabile,  sassoso  o  selcioso.  E 
d'altronde  si  sa  che  l'esposizione  di  levante  è  buona  dove  formasi 
abbondante  la  rugiada,  venendo  questa  dissipata  dal  sole  nelle  prime 
ore  del  mattino.  (1) 

Sugli  alti  colli  poi  all'  esposizione  est  il  passaggio  dal  caldo  al 
freddo  e  viceversa  non  nuoce.  Il  danno  è  dunque  limitato  alle  basse 
valli  ed  alle  piane. 

L'esempio  infine  di  vitigni  celebri  provenienti  da  terreni  situati 
ad  esposizioni  le  più  opposte,  finirà  per  persuaderci  della  limitata 
importanza  che  vuoisi  dare  all'  esposizione.  Abbiamo  in  Italia  Ba- 
roli squisiti  provenienti  da  terre  esposte  al  Nord  del  circondario 
d'Alba,  abbiamo  in  Francia  il  SaiUerne  proveniente  da  vigneti 
esposti  quasi  del  tutto  ad  Est,  e  per  tacer  d'altri  il  Médoc  esposto 
al  Nord-est. 

Questi  vini  —  il  Médoc  (Bordeaux)  e  il  Nebbiolo  —  per  quanto 
abbiano  una  fama  mondiale,  non  sono  certo  tra  i  più  generosi,  mentre 
sono  generosissimi  i  vini  provenienti  dalle  esposizioni  sud  e  ovest  della 
nostra  Italia  e  dai  paesi  caldi  specialmente.  Questo  fatto  può  aiutarci 
a  formulare  un  precetto  o  un  consiglio  pratico  per  le  regioni  calde 
che  può  essere  generalizzato  secondo  noi  senza  incontrare  eccezioni 
molto  gravi.  Nelle  regioni  calde  oltre  alle  esposizioni  sud  e  ovest 
che  danno  vini  generosissimi,  possono  convenire  moltissimo  le  espo- 
sizioni est  e  nord  le  quali  in  generale  danno  vini  meno  generosi; 
ciò  specialmente  negli  alti  colli  e  anche  al  piede  o  alle  falde  dei  più 
alti  monti  dove  si  ottengono  vini  un  po'  acerbi,  ma  gustosi  e  ser- 
bevoli. 

Il  sig.  Petit- Lafltte  nel  libro  da  noi  già  ricordato,  dedica  un  ca- 
pitolo ad  un  argomento  nuovo  o  almeno  sin'ora  pochissimo  studiato: 
l'influenza  sulla  vite  della  vicinanza  di  masse  d'acqua,  di  montagne 
e  di  foreste.  Egli  non  cita  che  fatti,  confessandosi  incapace  a  spie- 
garli, e  questi  fatti  starebbero  a  dimostrare  che  realmente  cotale  vi- 
cinanza esercita  una  influenza  favorevole.  Il  conte  Odart  scrive  nel 
suo  Manuel  du  Vigneron:  «  il  corso  dell'  Ebro  essendosi  allontanato 
dalla  città  di  Emos  in  Tracia,  le  vigne  di  quei  pressi  perdettero  la 
loro  fama  »  (pag.  64).  Nelle  Geoponiche  greche  si  trova  scritto  che 
l'aria,  il  calore  e  anche  i  venti  di  mare  sono  favoreroli  alle  vigne. 
Il  Pelit-Lafitle  fa  seguire  a  queste  citazioni  il  nome  di  molte  regioni 


(1)  F.  Garelli.   Viticoltura,  pag.  24. 


IL  TERRENO  PER  LA  VITE  347 

celebri  pel  vino,  e  che  risiedono  presso  grandi  masse  d'acqua.  E  così 
il  Tokai  presso  alla  Theiss  affluente  del  Danubio,  il  Porto  non  lontano 
dall'Oceano  e  dal  Douro,  Malaga  che  domina  il  Mediterraneo,  VHer- 
mitage  che  ha  vicini  il  Rodano,  e  nella  Gironda,  Lafitte,  Latour  e 
Margaux  sono  vicinissimi  al  fiume  del  medesimo  nome. 

Esempi  consimili  potremmo  trovare  in  Italia,  nei  nostri  vini  delle 
isole,  nel  Marsala  e  nei  Moscati  Siciliani  e  Sardi,  nella  Vernaccia  di 
Oristano,  nel  Lacryma  Cristi  presso  il  Golfo  di  Napoli,  e  mille  altri. 

L'influenza  delle  montagne  vicine  può  avere  una  spiegazione  nel 
fatto  che  esse  servono  di  riparo  contro  i  venti,  e  modificano  affatto 
l'influenza  dell'esposizione.  Le  catene  di  montagne  che  riparano  dai  venti 
del  nord  concorrono  infatti  a  rendere  più  caldo  il  clima.  —  In  Italia 
ne  abbiamo  molti  esempi.  Pisa  che  è  difesa  dai  suoi  colli  Pisani  dai 
venti  di  tramontana,  quando  questi  spirano,  è  più  calda  di  Livorno. 
E  la  Riviera  ligure  deve  in  parte  alla  catena  degli  Appennini  le  sue 
vegetazioni  di  agrumi  e  di  palme. 

E  infine,  riguardo  all'influenza  delle  foreste,  afferma  il  Petit  La- 
fitte  che  essa  esiste  realmente  ed  è  dannosa.  «  La  cura  che  si  pone 
a  tenerne  lontane  le  vigne  —  aggiunge  egli  —  e  i  numerosi  esempi 
che  si  hanno  nel  Bordolese  della  loro  pericolosa  influenza,  special- 
mente riguardo  ai  geli,  ci  mostrano  quanto  sia  prudente  questo  modo 
di  agire.  » 

Un  solo  fatto  egli  cita,  che  farebbe  sotto  un  certo  rispetto  eccezione 
alla  massima  data,  fatto  antico  e  che  ha  una  conferma  nella  Gi- 
ronda. Racconta  Plutarco  che  a  Bacco  fu  consacrato  il  pino  come 
quello  che  dà  al  vino  la  dolcezza,  ed  il  nostro  autore  conferma  ciò 
applicandolo  al  Médoc.  È  un  fatto  costante  che  quei  vini  i  quali 
vengon  si  può  dire  all'  ombra  dei  pini,  hanno  tra  le  loro  preziose 
qualità  anche  quella  della  dolcezza.  Non  la  dolcezza  che  risulta  uni- 
camente dallo  zucchero,  ma  quella  che  risulta  dall'  assenza  di  ogni 
principio  di  sapore  che  domini  gli  altri.  I  vini  del  Médoc  sono  per 
vero  perfettamente  equilibrati  nei  loro  componenti. 

§  10.  Giacitura.  —  Anche  su  quest'argomento  rimandiamo  il 
lettore  alla  pag.  296.  Bacco  ama  il  colle  e  anche  le  gole  più  soleg- 
giate degli  alti  monti  purché  abbia  un  terreno  asciutto.  Si  trova  più 
a  disagio  nelle  valli  e  nelle  piane,  ma  vi  vegeta  e  vi  può  prospe- 
rare, purché  queste  valli  e  piane  non  siano  a  sottosuolo  impermeabile. 
La  valle  del  Po  conta  numerosissimi  vigneti,  i  quali  sono  in  maggior 


348  CAPITOLO   Vili 


numero  alla  destra  di  questo  fiume  dove  vi  hanno  terre  forti  e  ar- 
gillo- calcari,  che  non  alla  sinistra  dove  abbondano  la  ghiaia  e  la 
sabbia,  elementi  che  contribuiscono  a  dare  al  terreno  quella  strut- 
tura fisica  che,  come  vedemmo,  è  per  la  vite  la  più  adattata.  Adunque 
molte  sono  le  piane  della  sinistra  del  Po  che  si  potrebbero  adattare 
alla  coltura  della  vite,  perchè  abbiamo  appunto  ghiaia  e  sabbia  nelle 
piane  di  Cuneo,  di  Torino,  di  Novara,  di  Milano,  di  Bergamo,  di 
Brescia  e  sovratutto  di  Verona,  di  Treviso  e  di  Udine. 

Le  piane  che  veramente  e  assolutamente  sono  inadatte  alla  col- 
tivazione della  vite  sono  quelle  soggette  alle  nebbie  ed  alle  inonda- 
zioni, nonché  quelle  in  cui  1'  acqua  soggiorna  d' inverno.  Il  nemico 
principale  della  vite  in  pianura  è  Tumido,  e  quest'umido  le  viene  e 
dal  terreno,  e  dall'  evaporazione  dei  poggi  vicini.  Innanzitutto  l'ec- 
cesso d' acqua  che  la  vite  trova  nell'  aria  e  nel  suolo  produce  un 
raffreddamento;  ciò  perchè  il  vapore  acqueo  che  scende  a  guisa  di 
nebbia  alla  pianura,  assorbe  molto  del  calore  solare,  e  parte  di 
quest'ultimo  è  anche  impiegato  per  l'evaporazione  dell'umidità  della 
terra.  È  adunque  una  notevolissima  quantità  di  calore  che  si  sottrae 
alla  vite. 

Venendo  all'eccesso  opposto  diremo  che  difficoltà  non  meno  gravi, 
quantunque  di  diversa  natura,  la  vite  trova  nelle  erte  pendici  e  nei 
luoghi  troppo  alti.  Le  prime  essendo  troppo  inclinate  vengono  dalle 
acque  di  pioggia  denudate  della  loro  parte  superficiale,  ed  essendo 
esposte  troppo  direttamente  ai  raggi  del  sole  perdono  gran  parte 
della  loro  freschezza.  Le  alte  cime  sono  esposte  a  tutti  i  venti  e 
continuamente  da  essi  se  cosi  possiamo  dire  spazzate,  onde  vanno 
poi  soggette  non  solo  ai  grandi  geli,  ma  anche  alle  brinate  tardive, 
alle  nebbie  della  primavera,  agli  uragani  dell'  estate,  alla  grandine, 
alle  piogge. 

Concluderemo  adunque,  per  quel  che  è  della  situazione,  che  questa 
è  sempre  conveniente,  date  però  quelle  condizioni  di  terreno  che  ab- 
biamo più  sopra  stabilite. 


CAPITOLO  IX 


Lavori  preparatorii  per  l'impianto 
del  vigneto. 


§  1.  Due  modi  di  preparazione  del  terreno.  Scasso  reale  —  §  2.  Fosse  —  §  3.  Li- 
vellazione del  terreno  —  §  4.  Disposizione  del  terreno  a  banchine  —  §  5.  Am- 
mendamenti. Marnatura.  Terra  vergine.  Aggiunta  di  sali  di  ferro  ai  terreni 
bianchi  —  §  6.  Arrotto.  Fognatura  —  §  7.  Concimi  per  l'impianto. 


§  1.  Due  modi  di  preparazione  del  terreno.  Scasso  reale. 

—  Per  facilitarci  la  trattazione  dell'interessante  tema  che  si  riferisce 
alla  preparazione  del  terreno  cominceremo  a  stabilire  tre  casi  diffe- 
renti che  il  terreno  stesso  ci  può  presentare,  ed  a  seconda  dei  quali 
diverse  saranno  le  operazioni  da  eseguirsi  dal  viticultore. 

Come  primo  caso  supporremo  quello  più  comune  di  un  terreno 
pianeggiante  o  leggermente  inclinato,  già  da  gran  tempo  coltivato 
a  prato,  cereali,  alberi  da  frutta  o  da  olio  o  da  legno,  e  che  si  voglia 
ridurre  per  la  coltivazione  della  vite. 

Un  secondo  caso  lo  ammetteremo  in  un  terreno  già  coltivato  a 
vigna,  e  che,  estirpata  questa,  voglia  essere  di  nuovo  ripiantato 
a  viti. 

Terzo  ed  ultimo  caso  quello  d'un  terreno  a  grandependenza  sino 
ad  ora  mai  coltivato,  o  tenuto  a  boscaglie  —  terreno  che  si  vuol 
ridurre  a  vigneto. 

Partendo  dal  primo  caso  ed  ammettendo  che  il  vigneto  voglia  es- 
sere specializzato  e  cioè  colla  distanza  tra  i  filari  non  maggiore  di 
tre  metri,  l'esperienza,  la  pratica  più  illuminata,  ci  dicono  che  il  metodo, 


350  .  CAPITOLO   IX 


migliore  di  preparare  il  terreno  è  quello  dello  scasso  generale  o  reale 
come  dicesi  comunemente,  e  che  vuol  dire  rimuovimento  profondo 
di  tutto  quanto  il  terreno  che  si  destina  alla  coltura  della  vite.  Mercè 
lo  scasso  si  supplisce  alla  concimazione  per  qualche  anno,  perchè  si 
recano  alla  portata  delle  radici,  e  si  rendono  assimilabili,  molti  ele- 
menti che  giacevano  inerti  negli  strati  profondi  del  suolo  coltivabile: 
la  vite  si  giova  in  modo  singolare  di  questi  elementi,  il  suo  le- 
gno ingrossa  prontamente,  le  gemme  si  fanno  feconde  a  partire 
dal  terzo,  e  talvolta  dal  secondo  anno;  in  conclusione,  la  pianta 
immagazzina  sin  dai  suoi  primi  anni  molti  elementi  utili,  e  ciò 
giova  molto  e  ad  una  copiosa  fruttificazione  annuale  ed  alla  longevità 
della  pianta  stessa.  Non  v'ha  provincia  d'Italia  nella  quale,  nella  gran 
maggioranza  dei  casi,  lo  scasso  non  si  possa  consigliare.  Solo  vi  sarebbe 
a  fare  qualche  differenza  in  quanto  alla  profondità;  ad  esempio  nel 
Mezzodì  esso  vorrebbe  esser  profondo  da  60  centimetri  a  un  metro 
per  dare  allo  strato  attivo  del  terreno  quella  porosità  e  quella  fre- 
schezza che  sono  indispensabili  nei  paesi  caldi.  Nel  Nord  invece,  ove 
di  rado  si  hanno  a  lamentare  la  siccità  e  gli  altri  effetti  del  calore 
soverchio,  può  bastare  lo  scasso  a  50,  00  centimetri. 

L'importanza  grandissima  dello  scasso  —  la  vera  necessità  in  certi 
casi  —  è  già  stata  ovunque  sancita  dalla  pratica  viticola  in  Italia.  Nel 
trattato  La  Chiave  dei  Campi  di  G.  A.  Ottavi  (1)  si  racconta  come 
collo  scasso  reale  molti  viticultori  ottennero  già  nel  terzo  anno  da  15 
sino  a  40  ettolitri  di  vino  ad  ettare.  Un  tale  risultato  fu  sorpassato 
al  nostro  podere  sperimentale  La  Cardella  in  un  vigneto  a  terreno 
argillo-calcare  piantato  nel  1874  sopra  scasso  di  60  centimetri. 
Questa  vigna  neh'  annata  fortunosa  1876  diede  44  ettolitri  di  vino. 

La  profondità  utile  per  lo  scasso  varia  non  solo  secondo  il  clima  ma 
anche  secondo  le  proprietà  del  terreno.  Nelle  terre  buone  argillo-cal- 
cari  è  sufficiente  uno  scasso  a  60  centimetri  e  non  sarebbe  sempre 
utile  uno  a  80  od  a  100  centimetri.  Molti  in  un  terreno  così  profon- 
damente scassato  si  crederebbero  forse  obbligati  a  piantarvi  magliuoli 
e  barbatelle  alla  enorme  profondità  di  50,  60  q  più  centimetri,  cosa 
che  come  vedremo  può  divenir  fatale  alla  vitalità  della  pianta.  Se 
poi  il  terreno  fosse  ghiaioso,  selcioso  ecc.,  sarà  buona  cosa  spingere 
lo  scasso  da  70  sino  a  100  centimetri.  Invero  si  comprende  di  leg- 
gieri come  più  il  terreno  è  magro  ed  arido,  più  lo  si  faccia  fecondo 


(1)  V.  ivi  pag.  434. 


[,AVOR[  PREPARATOMI  PER  L'IMPIANTO  PEL  VIGNETO         351 

per  la  vigna  a  misura  che  si  scende  più  al  basso  nel  suolo  inerte, 
e  se  è  di  buona  natura,  anche  nel  sottosuolo. 

Questa  profondità  non  è  necessaria  nei  suoli  feraci.  Nel  compar- 
timento dell'  Hérault  troviamo  le  vigne  più  produttive  del  mondo,  ma 
ivi  non  si  parla  guari  di  scassi  molto  profondi.  Ivi  gli  scassi  sono 
quasi  sempre  operati  col  mezzo  di  semplici  aratri.  Nell'Economia 
Rurale  di  G.  A.  Ottavi  (1)  è  raccontato  il  fatto  del  Senatore 
G.  Bazile  di  Mompellieri  il  quale  fece  fare  in  una  sua  vigna  lo  scasso  a 
soli  35  cent,  di  profondità  e  ne  ottenne  risultati  favolosi;  cento  un- 
dici ettolitri  di  vino  ad  ettare  nel  sesto  anno. 

Tuttavia,  se  collo  scasso  profondo  la  vigna  mette  con  maggior 
forza,  si  fa  più  prosperosa,  meglio  resiste  alle  siccità  estive  ed  ha, 
almeno  per  qualche  anno,  meno  bisogno  d'ingrasso,  può  andare  in- 
contro, in  casi  speciali,  ad  inconvenienti  non  piccoli. 

Prima  di  tutto  mettiamo  la  questione  economica.  Uno  scasso  cosi 
profondo  sarebbe  costosissimo,  mentre  lo  scasso  a  media  profondità 
operato  da  un  semplice  aratro  coll'aiuto  di  qualche  bracciante  che  lo 
segue  per  voltar  meglio  le  zolle  e  nettare  il  solco,  non  richiede  che 
una  piccola  spesa. 

Bisogna  considerare  poi  che  la  vite  piantata  sopra  scasso  profondo 
da  80  a  100  cent,  e  in  terreno  buono,  mette  con  troppo  rigoglio,  e 
male  capiterebbe  allora  all'  inesperto  viticultore  che  non  la  sapesse 
domare  in  tempo.  Essa  non  darebbe  che  pochissima  uva,  ed  una  parte 
di  questa  la  perderebbe  poi  all'atto  della  fioritura  in  maggio. 

Vero  è  che  il  viticultore  istrutto  e  previdente  sa  prevenir  ciò  colla 
piegatura  dei  tralci  e  con  altre  pratiche  di  cui  si  parlerà  a  suo  tempo 
diffusamente. 

Altro  studio  interessante  è  quello  del  momento  migliore  per  pra- 
ticare lo  scasso. 

La  stagione  preferibile  è  l'estate,  primo  perchè  la  terra  nuova  o 
vergine  portata  alla  superfìcie,  si  ingentilisce  sotto  l'azione  del  po- 
tente calor  solare,  secondo  perchè  le  pioggie  autunnali  sono  assai 
bene  trattenute,  e  per  molto  tempo,  nel  terreno  scassato,  locchè  co- 
stituisce un  importante  magazzino  di  umidità,  massimamente  pei  paesi 
meridionali. 

Lo  scasso  fatto  in  autunno  è  pure  buono  ma  è  ben  lungi  dal  dare 
gli  effetti  dello  scasso  estivo.   Un'esperimento   comparativo    fu    fatto 


(1)  Ivi  p.  30. 


352  CAPITOLO   IX 


da  noi  al  citato  podere  sperimentale  tra  una  vigna  in  cui  lo  scasso 
fu  fatto  nel  novembre  e  dicembre,  ed  un'altro  in  cui  fu  fatto  tre 
mesi  prima. 

Nella  vigna  collo  scasso  estivo,  piantata  l'aprile  susseguente,  tro- 
vammo nell'ottobre,  e  cioè  dopo  sei  mesi  di  vegetazione,  che  buona 
parte  delle  viti  avevano  getti  di  un  metro  di  lunghezza,  alcune  di 
due,  e  altre  poche  perfino  di  tre  metri.  Scoperta  una  radice  trovammo 
che  aveva  due  metri  e  mezzo  di  lunghezza.  Risultati  assai  meno 
belli  ne  diede  la  vigna  su  scasso  autunnale. 

Prima  di  passare  ai  diversi  modi  di  eseguire  lo  scasso,  toccheremo 
una  questione  alla  quale  abbiamo  accennato  di  volo  dicendo  che  lo 
scasso  era  utile,  necessario  anzi  nella  gran  maggioranza  dei  casi. 
V  ha  adunque  qualche  terreno  in  cui  quest'  operazione  è  dan- 
nosa? 

Le  nozioni  che  abbiamo  fatto  precedere  sulla  struttura  e  sulla  na- 
tura chimica  dei  terreni  ci  dicono  come  lo  scasso  è  in  taluni  casi 
impossibile,  come  sarebbe  quello  di  un  sottosuolo  di  nuda  roccia  a 
pochissima  distanza  dallo  strato  attivo,  e  in  taluni  altri  inopportuno. 
Ad  esempio  se  si  trattasse  di  terre  affatto  ciottolose  con  poca  terra 
sfatta  sopra,  la  miglior  cosa  da  farsi  pel  viticultore  sarebbe  di  limi- 
tarsi a  smuovere  questa  terra  senza  scendere  a  toccare  le  pietre. 

In  certi  terreni  lo  scasso  non  è  sufficiente  ad  apportare  al  ter- 
reno tutti  quei  vantaggi  che  sono  conseguenza  diretta  della  porosità. 
Sono  questi  i  terreni  pochissimo  permeabili.  In  essi  lo  scasso  dà  buoni 
risultati  per  qualche  anno,  poi  la  porosità  si  perde  quasi  del  tutto. 
Questi  terreni  hanno  bisogno  di  essere  anche  drenati.  Il  più  volte 
citato  Marès  va  assai  più  in  là  nell'attribuire  alla  fognatura  del  vi- 
gneto grande  importanza:  egli  ammette  spesso  nei  terreni  forti  che  il 
drenaggio  possa  supplire  lo  scasso.  Ma  non  si  tratta  che  di  casi  spe- 
ciali sui  quali  ecco  come  scrive  TA: 

«  Nei  terreni  argillosi  o  a  sottosuoli  di  marna  tenace,  alla  super- 
ficie dei  quali  si  trova  una  grande  quantità  di  pietre  o  di  grossi  ciot- 
toli che  sono  d'ostacolo  alla  coltura,  il  modo  migliore  di  sbarazzar- 
sene è  quello  di  aprire  nel  terreno  delle  fosse  di  drenaggio  ampie  e 
profonde  tanto  da  dar  ricetto  a  tutte  queste  pietre.  Così  mentre  si 
fanno  scomparire  queste,  si  trasforma  nel  modo  più  vantaggioso  la 
natura  del  suolo.  Terreni  cattivi,  freddi  ed  umidi  possono  diventare 
buoni.  In  simili  terreni  gli  scassi  sono  pericolosi,  poiché  portano  alla 
superfìcie  del  suolo  delle  argille  o  delle  marne  crude,    le   quali  per 


LAVORI  PREPARATORII  PER  L'IMPIANTO  DEL  VIGNETO         353 

sverginarsi  all'  azione  dell'  aria  e  del  sole  adoperano  diversi 
anni  (1).  » 

Le  idee  dell'egregio  scrittore  francese  possono  nei  casi  da  lui  esposti 
essere  accettate.  Invero  se  ci  facciamo  a  considerare  gli  effetti  che  in 
genere  apportano  i  lavori  profondi  e  quelli  del  drenaggio,  noi  li  vediamo 
in  gran  parte  identici.  Ambedue  aumentando  l'altezza  dello  strato  col- 
tivabile permettono  alle  radici  di  svilupparsi  facilmente  ed  ampia- 
mente, —  introducendo  molt'aria  nel  terreno  vi  arrecano  un  elemento 
necessario  alla  respirazione  delle  radici,  —  introducendo  molt'aria  re- 
golano eziandio  la  temperatura  del  terreno,  rendendolo  più  fresco  d'e- 
state e  più  caldo  durante  i  rigori  del  verno.  Anche  gli  effetti  chimici  di 
ossidazione  e  nitrifìcazione  sono  gli  stessi,  perchè  col  drenaggio  come 
colle  arature  profonde  introducendo  coll'aria,  l'ossigeno,  si  arreca  al 
terreno  un  agente  attivissimo  per  trasformare  le  sostanze  inerti  del 
suolo   in  sostanze  atte  alla  nutrizione. 

Le  idee  del  Marès  hanno  adunque  un  fondamento  logico  e  nei  casi 
speciali  da  lui  ammessi  sono  accettabili  anche  nella  pratica.  Ma  in- 
fine colla  più  parte  dei  nostri  terreni  italiani  la  pratica  e  l'osserva- 
zione ci  dicono  che  lo  scasso  è  possibile  ed  utile.  E  lo  stesso  autore 
francese  conchiude  d'altronde,  anche  a  proposito  dei  terreni  in  cui 
l'infertilità  del  sottosuolo  dipende  dalla  sua  impermeabilità,  che  questi 
vorrebbero  almeno  essere  drenati  prima  d'essere  scassati. 

Nelle  sue  escursioni  nella  Capitanata  G.  A.  Ottavi  ebbe  ad  osser- 
vare un  fatto  che  apparentemente  viene  a  contraddire  tutto  ciò  che 
sinora  dicemmo  a  favore  degli  scassi.  Questo  fatto  si  è  che  in  Ca- 
pitanata la  vigna  piantata  sopra  scasso  reale  non  dà  un  prodotto 
maggiore  di  quella  piantata  col  palo  di  ferro.  Questo  sistema,  prea- 
damitico nel  vero  senso  della  parola,  e  adottato  anche  in  qualche 
provincia  della  Sicilia  consiste  in  ciò:  si  fa  un  foro  profondo  80  cen- 
timetri con  un  palo  di  ferro,  vi  si  immette  subito  il  magliuolo  spin- 
gendolo fino  in  fondo,  e  si  comprime  attorno  ad  esso  la  terra,  o  me- 
glio se  si  vuole,  vi  si  mette  un  po'  di  vecchio  terriccio.  Infine  si  dà 
una  buona  zappatura  profonda  circa  25  centimetri,  tra  l'uno  e  l'altro 
filare. 

Come  si  spiega  adunque  che  una  vigna  piantata  su  scasso  reale 
non  dà  in  Capitanata  risultati  migliori  di  quelle  piantate  col  sistema  del 
palo?  La  ragione  trovasi  nei  trattamenti  successivi  che  si  fanno  subire 


(1)  Des  vigties  du  Midi  de  la  France,  pag.  305. 
0.  Ottavi,   Trattalo  di  Viticoltura 


354 


CAPITOLO   IX 


alla  vite,  trattamenti  certo  degni  di  essere  modificati.  Quelle  vigne 
piantate  su  scasso  reale  hanno  molto,  troppo  vigore;  e  tuttavia  le  si 
potano  a  due  soli  speroni  con  due  gemme.  Qui  la  pianta  si  fa  ple- 
torica, mette  cioè  dei  getti  molto  vigorosi,  ma  appunto  per  questo  il 
succo  non  si  elabora  abbastanza  bene  e  non  vi  feconda  le  gemme. 
Un  altro  errore  che  si  commette  in  Capitanata  è  quello  di  scacchiare 
prima  della  fioritura  le  vigne  vigorose  fatte  su  scasso  reale.  Una 
tale  operazione  fatta  in  tale  momento  è  dannevolissima  ai  frutti 
pendenti  ed  eziandio  ai  futuri. 

Dati  questi  esempi,  i  quali  ci  dimostrano  come  bisogna  andar  molto 
guardinghi  prima  di  condannare  la  pratica  dello  scasso,  veniamo  ai 
modi  più  semplici  e  più  comuni  di  praticarlo. 

Lo  scasso  si  può  fare  a  mano;  e  allora  è  un'opera  piuttosto  co- 
stosa, o  si  può  fare  coi  buoi  a  scalinata,  scendendo  gradatamente 
anche  ad  un  metro  di  profondità,  e  capovolgendo  esattamente  la  terra, 
e  in  questo  caso  la  spesa  è  relativamente  assai  piccola. 

Gli  strumenti  che  servono  a  far  lo  scasso  a  mano  sono  principal- 
mente la  vanga,  e  nei  paesi  dove  trovansi  molte  pietre,  tufo  duro 
ecc.,  il  zappone  e  il  bidente  uncinato.  —  Questi  due  ultimi  arnesi 
servono  quasi  come  la  vanga  a  capovolgere  esattamente  la  terra  che 
si  smuove:  essi  sono  usati  nel  Genovesato,  in  Terra  di  Lavoro,  nel 
Salernitano,  nel  Brindisino,  nell'Ascolitano,  in  Sicilia  e  altrove. 

Lo  scasso  colla  vanga  si  fa  nel  seguente  modo: 


M 


X 

z 

e 

I) 

A 

B 

Fig.  69. 

Sia  M  N  il  campo  che  si  vuol  scassare.  Si  comincia  ad  aprire  una 
fossa  A  H  ad  una  delle  estremità  del  campo.  Questa  fossa  la  si  farà 
larga  per  es.  50  centim.  e  profonda  altrettanto.  La  detta  terra  si 
potrebbe  spargere  qua  e  là  per  il  campo.  Volendo  procedere  rego- 
larmente sarà  bene  però  trasportarla  colle  carrette  in  P  Q.  Si  apre 
poi  una  seconda  fossa  C  D,  accanto  alla  A  B,  in  modo  che  la  prima 
puntata  della  vanga  riempia  la  parte  inferiore  di  quest'ultima  fossa, 


LAVORI  PREPARATORI!  PER  L'IMPIANTO  DEL  VIGNETO         355 

mentre  la  parte  superiore  deve  essere  occupata  dalla  seconda  pun- 
tata, cioè  dalla  terra  vergine.  Si  procede  così  fino  alla  fine  del  campo, 
dove  l'ultima  fossa  X  Z  si  chiuderà  colla  terra  di  A  B  portata  in  P  Q. 

Con  due  fitte  di  vanga  si  scende  alla  media  profondità  di  50  cen- 
timetri. Se  il  lavoro  è  fatto  in  maniera  che  la  terra  della  seconda 
puntata  (terra  vergine)  sia  posta  sopra  la  terra  della  prima  puntata, 
il  capovolgimento  sarà  completo  e  la  spesa  oscillerà  tra  le  300  e 
500  lire  per  ettare,  più  o  meno  secondo  il  prezzo  della  mano  d'opera, 
che  varia  nei  differenti  paesi. 

Lo  zappone  usato  specialmente  nel  Brindisino  ha  una  lama  lunga 
e  larga.  Il  Prof.  Meloni  lo  descrive  nel  suo  lavoro:  Brani  dell'in- 
ventario dell'  agricoltura  italiana  (1)  e  dice  che  con  esso  si  fanno 
a  Brindisi  ottimi  lavori,  capovolgendo  la  terra  quasi  altrettanto  bene 
quanto  colla  vanga.  Non  solo  con  esso  si  fanno  colà  le  scatene  o 
scassi  profondi  a  60,  70  centimetri,  ma  anche  fosse  per  piantare 
alberi  e  non  pochi  lavori  di  maggese. 

Il  bidente  uncinato  è  fatto  come  il  zappone,  ma  ha  due  denti 
piatti,  larghi  tre  dita  traverse,  lunghi  circa  20  centim.  e  separati 
tra  loro  da  uno  spazio  di  circa  altre  tre  dita. 

Il  contadino  apre  anzitutto  davanti  a  sé  un  solchetto,  poi,  come 
fanno  gli  ortolani,  scrosta  alla  profondità  di  pochi  centimetri  la  co- 
tica superficiale  del  suolo  col  suo  bidente  e  fa  cadere  in  fondo  nel 
detto  solchetto,  unitamente  ad  un  po'  di  terra,  al  concio  e  alle  fronde 
delle  leguminose  coltivate  per  sovescio.  Allora,  e  con  replicati  colpi, 
smuove  il  terreno  a  quel  modo  scrostato,  lo  capovolge  quasi  e- 
saltamente,  trae  alla  superfìcie  la  terra  vergine  e  infine  la  frantuma. 
In  questo  modo  egli  apre  davanti  a  sé  un  secondo  solchetto  profondo 
da  25  a  35  centimetri  per  ricominciare  come  sopra  il  suo  scasso,  e 
cosi  di  seguito  sino  all'estremo  lembo  superiore  del  campo. 

Ed  ora  veniamo  a  descrivere  in  qual  modo  si  pratichi  lo  scasso 
a  gradinata. 

Si  apre  in  fondo  al  tratto  di  terra  che  si  vuole  scassare  un  fos- 
satello  a  scalinata,  alla  profondità  voluta  e  di  cui  diamo  il  profilo 
nella  fìg.  70. 

Ciò  si  fa  coi  bovi  seguiti  da  uomini  armati  di  badili,  che  versano 
questa  terra  smossa  al  disotto,  cioè  in  fondo  al  tratto  suddetto  o  la 
spargono  nella  parte  di  sopra  ancora  da  scassare.    Indi  si  apre  col- 


li) 11  Coltivatore  voi.  23  p.  168. 


356 


CAPITOLO   IX 


l'aratro  un  solco  in  C,  con  un    paio  di  buoi,  e  la  terra  cade  in  B: 
un  altro  solco  si  apre  pure   in  C  e  la  terra  occupa  allora  il  posto  di 


B 

C            C 

A 

F.g.  70. 

quella  che  era  in  C.  Ciò  fatto  gli  uomini  coi  badili  versano  il  tutto 
(la  terra  mossa  dello  strato  arabile)  in  A,  e  qui  il  profilo  si  cambia 
presso  a  poco  in  quest'altro  (fig.  71). 


C     C     D 


Fig.  71. 


In  seguito  si  apre  un  altro  solco  in  C  sotto  il  primo  e  un  quarto 
si  apre  in  C  e  la  terra  mossa  (la  terra  vergine  questa  volta)  gli 
uomini  la  versano  sull'arativa  in  A. 

Quindi  il  profilo  prende  quest'altra  figura  (fig.  72). 


E 


1) 


Fig.  72. 


Lo  scasso  ora  in  A  è  ultimato,  e  lo  è  pure  in  C  e  C;  solo  qui 
si  dovrà  farvi  scendere  (come  sopra  si  fece  in  A)  la  terra  di  E  e 
di  E'  poi  (sempre  come  sopra)  1'  altra  sottostante  e  così  di  seguito, 
capovolgendo  esattamente  le  fette,  smosse  colla  forza  dei  bovi,  e  po- 
nendo alla  superficie  coi  badili  la  terra  vergine. 

11  gradino  B  nella  prima  figura  e  quello  D  nella  terza,  e  succes- 
sivamente negli  altri    corrispondenti  a  misura  che  lo  scasso  progre- 


LAVORI  PREPARATORI!  PER  L'IMPIANTO  DEL  VIGNETO 


disce,  sono  necessarii  perchè  sopra  di  essi  passa  il  bue  di  destra  e 
non  dunque  in  fondo  allo  scassato,  perchè  allora  il  tiro  riescirebbe 
malagevole  per  essere  un  bue  troppo  alto  e  l' altro  posto  troppo 
in  basso. 

Fu  in  una  delle  tante  Escursioni  in  zig-zag  che  G.  A.  Ottavi  fece 
per  l'Italia,  che  egli  apprese  lo  scasso  a  gradinata  e  lo  vide  a  pra- 
ticare —  sempre  coi  bovi  —  anche  ad  un  metro  di  profondità.  Nel- 
l'opera Y  Economia  rurale  è  descritto  il  modo  con  cui  fa  questo 
scasso  appunto  a  un  metro  il  Conte  Saverio  Bernetti  di  Fermo, 
nella  provincia  d'Ascoli  Piceno.  Lo  riportiamo  trascrivendo  letteral- 
mente quanto  si  dice  a  pag.  219  della  detta  opera. 

«  Nella  parte  più  bassa  del  tratto  di  terra  che  vuoisi  scassare  fa 
aprire,  passando  e  ripassando  coll'aratro,  una  fossa  M  (fìg.  73)  larga 


Fiar.  73. 


due  metri,  e  la  terra  mossa,  quella  pur  anche  dei  gradini  A  A,  la 
fa  trar  su  coi  badili  e  la  versa  dalla  parte  di  sotto  della  fossa  stessa, 
e  così  in  A'  (1).  Fatto  ciò  si  fa  passare  l'aratro  (tirato  da  due  buoni 
bovi)  per  aprire  un  solco  al  punto  1,  per  cui  un  bue  passa  qui  sul 
sodo,  cioè  nella  linea  notata  colla  cifra  4  e  1'  altro  passa  sul  primo 
gradino  superiore  notato  colla  lettera  A.  La  terra  mossa  del  tratto 
1  rotola  giù  quasi  tutta  nella  fossa  M,  da  dove  gli  uomini,  che 
sempre  seguono  1'  aratro,  V  accumulano  col  badile  in  1'.  Con  altro 
solco,  ritornando  indietro,  si  fa  cadere  nella  fossa  la  fetta  2,  e  dagli 
uomini  si  rovescia  sulla  prima,  e  cosi  in  2'.  Con  altro  solco  ancora, 
si  smuove  la  striscia  n.°  3  e  questa  coi  badili  si  pone  in  3'. 

Infine  allo  stesso  modo    ancora,  si  fanno,    sempre  a   gradinata,  i 
solchi  4,  5  e  6  e  la    terra  di    essi  si    versa  nei    siti  corrispondenti, 


(1)  La  figura  non  fu  bene  incisa.    Essa  suppone    almeno  che  1'  aratro  versi    la 
terra  a  sinistra  e  non  a  destra;  come  accade  quasi  sempre, 


358  CAPITOLO   IX 


cioè  in  4'  5'  e  6'.  E  così  procedendo  si  giunge  infine  a  scassare 
tutto  il  tratto,  che  a  questo  modo  vuoisi  smuovere,  e  dappertutto 
la  terra  rimane  perfettamente  capovolta.  Cosa  essenziale  questa  per 
lo  sverginamento  delle  parti  inerti  di  essa  terra  e  la  successiva  sua 
fecondazione. 

Qui  dunque  il  maggior  lavoro  si  fa  coi  bovi  (1);  ma  suppone  che 
la  terra  di  sotto  non  sia  tufo  durissimo  o  peggio  sasso.  La  durezza, 
in  casi  opposti,  non  è  insuperabile,  e  con  un  buon  paio  di  buoi  si 
scende  benissimo  a  oltre  a  30  centimetri  per  volta,  che  le  fette  of- 
frono poca  resistenza  e  sdrucciolano  facilmente  nella  fossa. 

Ad  ogni  modo  ecco  le  cifre  relative  al  costo  di  questo  scasso,  e 
che  devo  alla  cortesia  del  signor  conte  Bernetti. 

Con  18  uomini  e  un  paio  di  buoi  per  ogni  solco  lungo  100  metri, 
in  una  giornata  di  8  ore  (giornata  dunque  d' inverno),  si  scassano 
500  metri  superficiali  a  un  metro  di  profondità. 

Per  ettare  occorrono  pertanto  20  giornate  dei  detti  bovi  e  360 
di  uomini.  Se  si  valuta  la  giornata  di  questi  a  80  centesimi,  il  costo, 
per  tale  superficie,  sarebbe  di  sole  L.  288,  e  compreso  il  lavoro  dei 
bovi,  circa  L.  370,  e  così  infine  tre  volte  meno,  approssimativamente, 
degli  scassi  fatti  a  mano  ». 

Quanto  costa  lo  scasso?  Già  abbiamo  avvertito  che  quello  prati- 
cato a  mano  a  un  metro  e  anche  a  mezzo  metro  viene  a  costar 
moltissimo.  Per  cinquanta  centimetri  fatto  con  due  fitte  di  vanga  ne 
calcolammo  il  costo  in  lire  400  sino  a  600  1'  ettare  —  viene  poi  a 
costare  da  L.  800  a  1000  quando  lo  si  fa  ad  1  metro  e  ciò  ancora 
nella  supposizione  che  la  giornata  di  lavoro  si  paghi  solo  da  L.  1 
a  L.  1,20.  Fatto  nell'inverno  e  quindi  col  prezzo  della  giornata  assai 
minore,  il  costo  dello  scasso  scema  in  proporzione.  Togliamo  questi 
dati  dal  trattato  La  chiave  dei  campi;  ivi  lo  scasso  a  gradinata 
più  sopra  descritto,  si  calcola  che  costi  non  più  di  L.  290  Tettare  non 
compreso  il  lavoro  dei  bovi  e,  comprendendo  anche  questo,  L.  370. 

Vi  sarebbero  altri  modi  di  far  gli  scassi,  ad  esempio  quello  con- 
sigliato dal  Marès  pei  suoli  sani  e  profondi  delle  piane  e  delle  valli, 
di  far  scassinare  il  terreno  per  la  vigna  da  un  forte  aratro  seguito 
da  un  ravagliatore. 

In  questo  caso  si  tratterebbe  di  scassi  alla  profondità  di  40  o  50 


(1)  lui  solo  paio,  perchè  tra   molti    si  coi're    rischio  di    vederne  a   sdrucciolare 
qualcuno  nella  l'ossa  sottoposta 


LAVORI  PREPARATORI  1  PER  L'IMPIANTO  DEL  VIGNETO         359 

centimetri  al  più.  L'aratro  in  questo  caso  vorrebbe  essere  trascinato 
da  sei  bovi  almeno,  il  ravagliatore  sarebbe  quello  Bonnet,  secondo 
il  citato  autore.  Noi  in  Italia  ci  potremmo  servire  benissimo  di  quello 
Certani  che  crediamo  migliore. 

Ma  se  volessimo  occuparci  della  descrizione  dei  diversi  sistemi  di 
scassinare  il  terreno  usati  nelle  diverse  provinole  italiane  e  stra- 
niere, ci  dilungheremmo  di  troppo,  e  basta  per  ciò  Taver  accennato 
ai  principali. 

Facciamoci  ora  a  considerare  brevemente  il  secondo  dei  casi  da 
noi  ammessi  in  principio  di  questo  capitolo,  quello  cioè  in  cui  si  tratti, 
dopo  aver  estirpato  una  vigna,  di  ripiantarla  nel  medesimo  terreno. 
In  questo  caso  bisognerà  regolarsi  secondo  la  natura  del  terreno 
stesso,  tenendo  calcolo  dell'  ultima  volta  in  cui  fu  scassato  o  lavo- 
rato profondamente.  Se  trattasi  di  terreni  affatto  mancanti  di  uno 
o  più  dei  materiali  utili,  che  si  spossino  facilmente  e  presto,  bisognerà 
letamarli  e  scassarli,  estirpando  ogni  vecchia  ceppaia  e  non  ripian- 
tando che  dopo  qualche  anno.  E  nel  frattempo  si  faranno  gli  oppor- 
tuni ammendamenti,  come  V  insabbiamento  se  1'  elemento  che  scar- 
seggia è  la  silice,  la  marnatura  se  scarseggia  1'  elemento  calcare  e 
se  i  terreni  sono  troppo  sabbiosi  e  sciolti.  Si  praticherà  la  vera 
fognatura  inglese  o  drenaggio  se  sono  troppo  argillosi  o  impermeabli. 
Si  potrà  allora  sperare  che  la  nuova  vigna  avrà  sorti  più  prospere 
della  precedente. 

Quando  il  terreno  invece  sarà  di  buona  natura,  ma  stanco,  im- 
poverito, basterà  un  buon  divelto  profondo  con  una  concimazione  nei 
modi  che  diremo.  Crediamo  di  poter  dare  con  sicurezza  questo  con- 
siglio quantunque  diversi  autori,  specialmente  francesi,  insistano  nel- 
1'  ammettere  la  necessità  di  un  riposo  per  la  vigna.  Il  est  sage  et 
prudent  —  dice  il  Petit-Lafìtte  —  quand  une  terre  a  dejà  porte 
de  la  vigne  et  quand  on  veut  en  remettre  de  nouveau  d'accorder 
quelques  temps  à  des  cultures  diffèrentes.  (1)  Pure  il  medesimo 
autore  ammette  che  dovunque  lo  strato  attivo  è  profondo,  e  do- 
vunque si  può  tirare  alla  superficie  un  buon  sottosuolo,  il  ripiantar 
vigna  su  vigna  si  possa  fare.  E  cita  il  Mécloc  in  cui  vide  esempi 
di  ciò,  alla  sola  condizione  di  far  precedere  al  nuovo  pianta- 
mento  uno  scasso  del  terreno.    Ma   di  ciò   ci  occuperemo    di  nuovo 


(1)  Op.  cit.,  pag.  112. 


360  CAPITOLO    IX 


quando  parleremo  dei  modi  migliori  di  ringiovanire  un  vigneto 
vecchio. 

E  infine  venendo  al  terzo  caso  da  noi  supposto,  quello  dei  ripidi 
pendìi,  dovremmo  ora  studiare  il  modo  di  ridurre  questi  terreni  a 
banchine,  terrazze,  ed  è  quello  che  faremo  diffusamente  nel  §  4. 

Prima  ci  preme  dire  due  parole  sulla  seconda  e  meno  buona  maniera 
di  preparare  il  terreno  per  la  vite,  quella  cioè  delle  fosse.  —  Non  ci 
fermeremo  a  parlare  d'un  terzo  sistema,  invero  pessimo  e  pur  usato  in 
molte  provincie  dove  la  vite  si  marita  ad  alberi.  Ivi  —  nel  Veneto  e 
neh'  Emilia  specialmente  —  non  si  fa  altro  che  aprire  tante  buche 
della  larghezza  di  1  metro  quadrato  e  profonde  da  70  ad  80  cen- 
timetri, ed  ivi  piantar  Y  albero  vivo  e  attorno  ad  esso  le  talee.  (I) 
Con  questo  sistema  le  radici  della  vite  si  trovano  come  imprigio- 
nate, né  è  loro  possibile  espandersi  siccome  è  necessario  per  avere 
viti  robuste,  feconde  e  longeve. 

§  2.  Preparazione  del  terreno  colle  fosse.  —  Questo  se- 
condo metodo  è  usato  da  coloro  che  tengono  tra  i  filari  delle  viti 
distanze  maggiori  di  tre,  quattro  e  più  metri,  e  nell'interfilarc  colti- 
vano poi  cereali,  baccelline,  e,  peggio,  patate.  È  usato  quindi  anche  in 
quelle  provincie  dove  la  vite  si  appoggia  a  sostegno  vivo,  e  dove 
pure  non  si  crede  sufficiente  di  limitarsi  a  quelle  semplici  buche  di 
cui  parlavamo  testé,  nelle  quali  si  mette  poi  la  vite  come  si  pianterebbe 
un  fiore  in  un  vaso.  Queste  fosse  si  sogliono  aprire  neh11  autunno 
tra  novembre  e  dicembre,  e  il  piantamento  si  fa  poi  in  primavera; 
è  molto  meglio  però  aprire  le  fosse  in  primavera  e  piantare  all'au- 
tunno successivo.  E  ciò  per  dare  agio  alla  terra  vergine  che  si 
estrae  e  si  sparge  alla  superficie  (si  noti  che  abbiamo  detto  si 
sparge  e  non  si  accumula)  di  ricevere  durante  tutta  l'estate  l'azione 
riunita  degli  agenti  atmosferici  e  quindi  di  sverginarsi.  —  In  Toscana 
molti  viticoltori  sono  persuasi  di  ciò,  secondo  ci  racconta  il  Fonseca  (2), 
e  aprono  le  fosse  in  aprile  per  poi  piantarle,  o,  come  dicesi,  riti- 
rarle nel  venturo  novembre.  I  vignaiuoli  toscani  pare  che  siano  ben 
compresi  dell'importanza  che  hanno  i  mesi  estivi  nello  sverginamento 
della  terra  inerte,  perchè   cercano   di  aumentare  tale    beneficio,  di- 


(1)  V.  /  sostegni  per  le  riti  di  E.  Ottavi,  pag.  27  e  il  giornale  il  Campagnolo 
(Dr.  G.   Vecchi),  anno   1883. 

(2)  La  viticoltura  nel  Fiorentino,  cap,   lu. 


LAVORI  PREPARATORI!  PER  L'IMPIANTO  DEL  VIGNETO         361 


sponendo  il  terreno  cavato  dalla  fossa  in  due  larghi  argini  lateral- 
mente alla  fossa  stessa  e  così  esponendo  all'aria  una  più  ampia  su- 
perficie di  terreno. 

Tanto  ricaviamo  dal  citato  Fonseca,  il  quale  dice  pure  che  nel 
piantamento  di  vigneti  promiscui  in  collina,  le  fosse  hanno  in  media 
una  larghezza  ed  una  profondità  di  metri  1,20,  mentre  in  piano 
la  larghezza  è  di  m.  1,50  e  la  profondità  di  m.  0,90. 

Nel  Veneto  le  fosse  si  aprono  alla  fine  di  settembre  o  in  ottobre, 
larghe  un  metro  e  mezzo  e  profonde  70  a  80  centimetri.  Troviamo 
dimensioni  che  poco  si  discostano  da  queste,  nelle  altre  provincie  ove 
la  vite  si  marita  agli  alberi  vivi.  Ivi  nelle  fosse  si  piantano  gli  al- 
beretti  (aceri,  olmi)  presi  dal  vivaio  e  tra  Y  uno  e  l'altro  poi  si 
sdraiano  le  talee  di  vite.  Ma  neh1'  impianto  di  veri  vigneti  specializ- 
zati bastano  fosse  di  dimensioni  minori.  Nei  terreni  buoni  con  sot- 
tosuolo permeabile  basta  una  profondità  di  50  a  60  centimetri,  stando 
però  sempre  la  larghezza  ad  un  metro  e  mezzo,  e  non  meno. 

Come  si  deve  procedere  nell'apertura  delle  fosse? 

Vi  sono  diversi  buoni  metodi  da  seguire.  Scavato  nel  terreno  un 
primo  tratto  tanto  ampio  che  vi  possa  star  entro  il  vangatore, 
questi  continuando  ad  aprire  la  fossa,  da  una  parte  getta  la  terra 
arativa,  dall'  altra  la  vergine,  in  modo,  come  abbiamo  detto,  che 
questa  sia  piuttosto  sparsa,  perchè  meglio  possa  profittare  degli 
agenti  atmosferici.  Ricordiamo  qui  di  passaggio  come  nella  mas- 
sima parte  dei  terreni  lo  strato  arabile  si  divide  in  strato  attivo  e 
strato  inerte  da  non  confondersi  col  sottosuolo,  il  quale  sta  da  sé 
ed  è  di  natura  chimico-fisica  diversa  dal  soprasuolo.  In  generale 
lo  strato  inerte  (che  sta  tra  lo  strato  attivo  e  il  sottosuolo)  è  meno 
oscuro  dello  strato  attivo  ma  è  più  scuro  del  sottosuolo.  E  così  pure 
possiamo  dire  che  in  generale  lo  strato  arabile  attivo  ha  uno  spes- 
sore di  10  a  circa  30  centim.  mentre  lo  strato  inerte  può  essere 
alto  da  10  a  100  e  più  centimetri. 

Torniamo  alle  fosse  aperte  e  che  così  stanno  tutta  1*  estate,  du^ 
rante  la  quale  stagione  sarà  cosa  ottima  aiutare  lo  sverginamento 
della  terra  vergine  con  zappature  frequenti.  Giunto  V  autunno,  nel 
riempir  di  nuovo  la  fossa,  si  porrà  in  fondo  Y  antico  strato  super- 
ficiale, e  si  terrà  invece  alla  superfìcie  quello    che  prima    era  sotto* 

Il  Garelli  nel  suo  Manuale  di  viticoltura  e  di  vinificazione 
propone  un  metodo  che  egli  dice  più  economico  di  quello  dello  scavar 
le  fosse  e  lasciarle  aperte.  Anch' egli  vuol  rovesciare  completamente 


3(32  CAPITOLO   IX 


lo  strato  arabile,  esponendo  all'aria,  al  calore,  all'elettrico,  all' umido 
quello  che  prima  era  strato  inerte;  ma  egli  la  fossa  la  colmerebbe 
subito,  contemporaneamente  alla  pratica  di  questo  rovesciamento. 
È  adunque  un  vero  scasso  che  il  Garelli  vuol  fare  della  striscia  di 
terreno  destinata  a  ricevere  il  filare  di  viti;  ma;  secondo  il  nostro 
avviso,  questo  sistema,  che  pure  è  buono,  non  giova  tanto  quanto 
il  nostro  a  procurare  alla  terra  inerte   un  completo  sverginamento* 

Ecco  come  si  pratica  lo  scasso  parziale  consigliato  dal  Garelli: 
si  scava  in  capo  al  filare  tanta  terra  che  basti  perchè  un  uomo  scen- 
dendo nel  tratto  scavato  possa  maneggiare  la  vanga.  «  La  terra 
del  primo  tratto  si  porta  all'altro  capo  del  filare.  Dappoi  continuando 
Tescavazione,  il  vangatore  getta  dinanzi  a  sé  la  terra  superficiale 
sul  fondo  della  fossa  già  scavata,  e  la  ricolma  colla  terra  inferiore 
del  tratto  in  cui  lavora;  e  così  procede  fino  all'estremità  del  filare, 
dove  riempie  l'ultimo  tratto  con  la  terra  trasportata  all'altro  capo.  » 

Contemporaneamente  alla  preparazione  del  terreno,  si  sogliono 
fare,  specialmente  nei  terreni  a  sottosuolo  impermeabile,  lavori  spe- 
ciali per  dare  aria  agli  strati  inferiori  del  terreno,  e  per  facilitare 
lo  scolo  delle  acque.  Questi  lavori  sono  la  fognatura  con  pietre,  o 
con  veri  tubi,  o  con  fascine,  pratica  quest'ultima  conosciuta  da  lungo 
tempo  nel  Monferrato  sotto  il  nome  di  ar rotto.  Di  tutto  ciò  parle- 
remo al  §  6,  come  pure  parleremo  al  §  7  dei  concimi  che  si  so- 
gliono mescolare  al  terreno  neh1'  atto  del  riempimento  delle  fossA. 
Per  ora  l'ordine  del  nostro  sommario  ci  conduce  a  parlare  della  li- 
vellazione del  terreno  e  della  sua  disposizione  a  banchine. 

§  3.  Livellazione  del  terreno.  —  A  rendere  completo  il  no- 
stro lavoro  ci  conviene  considerare  il  caso  in  cui  avendosi  una  por- 
zione di  terreno  sano,  asciutto,  ma  leggermente  ondulato  e  si  voglia 
appianare  per  ridurlo  a  vigneto.  Vi  sono  certe  operazioni  della  geo- 
metria pratica  che  sono  facili  ad  effettuarsi  coll'aiuto  di  pochi  e  semplici 
strumenti  come  lo  squadro,  il  livello,  e  che  ogni  agricoltore  dovrebbe 
conoscere  per  non  dover  ricorrere  troppo  spesso  al  perito.  Trattan- 
dosi dello  spianamento  d'una  porzione  di  terreno  basterà  possedere 
un  livello  ad  acqua  detto  anche  a  tubi  comunicanti,  il  cui  uso  è 
semplicissimo.  Ricorderemo  che  per  riconoscere  di  quanto  un  punto 
dei  terreno  si  trova  al  disotto  della  linea  orizzontale  determinata 
dal  livello,  si  può  servirsi  come  mira  di  una  canna  comune  sulla 
quale  il    porta  mira    farà   scorrere    colla  mano    un    pezzo  di    carta 


LAVORI  PREPARATOMI  PER  L'IMPIANTO  DEL  VIGNETO         36*3 

bianca  rettangolare  detta  scopo.  Ricorderemo  pure  che  la  visuale 
orizzontale  diretta  dall'osservatore  mediante  il  livello  deve  colpire  il 
lembo  superiore  dello  scopo,  detto  linea  di  fede,  e  che  in  generale 
quel  numero  che  si  legge  sulla  mira,  e  che  indica  di  quanto  un 
punto  del  terreno  è  al  disotto  dell'orizzontale  determinata  col  livello, 
dicesi  quota  di  livello. 

Ciò  premesso  ecco  come  deve  condursi  l' agronomo  che  voglia 
spianare  una  porzione  di  terreno. 

Si  abbia  un  piccolo  appezzamento  del  quale  si  vogliono  portare 
tutti  i  punti  al  medesimo  piano.  Qui,  servendosi  della  livellazione 
raggiante,  si  fa  stazione  col  livello  in  un  punto  che  permetta  di  ve- 
dere la  massima  parte  degli  altri  e  si  manda  il  porta-mira  nel  punte» 
all'altezza  del  quale  si  vogliono  portare  tutti  gli  altri,  e  se  ne  trova 
la  quota  di  livello. 

Si  tiene  la  linea  di  fede  dello  scopo  fìssa  a  questo  punto  ed  il 
porta-mira  recandosi  nei  diversi  punti  dove  varia  l'andamento  della 
superficie  scaverà  od  innalzerà  il  terreno  sino  a  che  la  visuale  oriz- 
zontale diretta  dal  livello  alla  mira  colpisca  la  linea  di  fede. 

In  tal  modo  si  potrà  valutare  di  quanto  il  terreno  vuol  essere 
innalzato  o  scavato,  per  mezzo  di  quantità  che  si  ottengono  facendo 
la  differenza  di  livello  di  ogni  singolo  punto  con  quello  che  si  era 
preso  come  punto  di  partenza. 

Livellato  così  il  terreno,  si  potrà ,  procedere  agli  accennati  lavori 
per  l'impianto  del  vigneto  come  scasso,  fognatura  e  via  dicendo. 

§  4.  Disposizione  del  terreno  a  terrazze  o  banchine.  — 

Nel  nostro  giornale  TI  Coltivatore  è  soventi  ripetuto  che  nei  colli  del 
basso  Piemonte  coltivati  a  vite  trovasi,  coll'arbusto  di  Bacco,  la  ric- 
chi zza  e  in  apparenza  per  un  nonnulla.  Questo  nonnulla  sono  i 
piantamene  fatti,  a  distanza  non  minore  di  3  metri  tra  le  file,  in 
senso  trasversale  alla  pendenza  del  suolo.  Accade  con  simili  pian- 
tamene che  aran  lo  poi  la  terra  anch'essa  trasversalmente,  massime 
se  cogli  aratri  a  volta  orecchia,  questa  a  poco  a  poco  comincia  a 
rialzarsi  nelle  parti  basse  degli  interfilari  e  cioè  vicino  al  filare,  e  si 
abbassa  invece  dall'altro  lato  che  restava  più  sollevato.  In  tal  modo  co- 
mincia a  tratteggiarsi  una  specie  di  banchina  colla  sua  scarpa,  la  quale 
presenta  il  vantaggio  di  rendere  il  vigneto  più  accessibile  a  tutti, 
uomini  e  bovi  coi  carri,  e  di  rendere  il  terreno  più  sodo,  e  meno  sog- 
getto alle  frane.  —  È  questo  a  nostro  avviso  il  nonnulla  che  dà  l'a- 
giatezza ai  colli  del  basso  Piemonte. 


364 


CAPITOLO   IX 


Chi  poi  si  facesse  a  visitare  le  diverse  regioni  dell'  Italia  viticola  trove- 
rebbe che  queste  banchine,  fatte  appositamente  e  perfettamente  oriz- 
zontali o  inclinate  verso  il  poggio  (cioè  da  m  ad  n  come  nella  figura  74) 
trovansi  in  diverse  regioni,  ove  per  la  pendenza  troppo  ripida  dei 
colli  e  pel  bisogno  di  frenare  il  corso  delle  acque,  il  terreno  vitato 
è  tutto  disposto  a  terrazze.  Ne  hanno  esempi  la  Liguria,  la  Brianza,  la 


Pie:.  71. 


Valle  di  S.  Martino  nella  Bergamasca,  il  Lucchese,  il  Salernitano  ecc. 
Colle  banchine  l'acqua  si  arresta  dove  cade  e  non  dà  luogo  a  frane, 
o,  grazie  all'inclinazione  che  abbiamo  detto,  si  porta  verso  un  sol- 
chetto  che  si  può  praticare  a'  piedi  d'ogni  scarpa,  e  da  questo  sol- 
chetto  è  poi  portata  in  un  canale  più  grosso  che  la  raccoglie  tutta 
e  la  conduce  fuori  del  vigneto. 

Esponiamo  il  principio  su  cui  si  fonda  questa  riduzione  del  terreno 
a  terrazze;  passeremo  quindi  all'applicazione  pratica.  Sia  A  B  il  terreno 
inclinato  che  si  vuol  ridurre  a  terrazze.  Si  comincia  a  fare  una 
generale  lavorazione  o  scasso  in  pieno,  poi  si  divide  l'intera  super- 


Pig.  75. 


llcie  del  terreno  in  tanti  piccoli  appezzamenti,  indicandoli  colla  zappa 
o  colla  vanga.  In  ogni  appezzamento,  e  coll'aiuto  dei  detti  strumenti 
si  fanno  i  trasporti  di  terreno  dalla  metà  superiore  alla    metà  infe- 


LAVORI   PREPARATORI!  PER  IMPIANTO  DEL  VIGNETO         805 

riore.  Quindi,  come  vedesi  nella  figura,  75  si  comincia  a  scavare  la 
terra  dei  triangoli  a,  a,  a\  versandola  nel  sottostante  terreno  e  for- 
mando così  i  triangoli  b,  b,  b. 

In  tal  modo  si  ottengono  i  ripiani  o  banchine  le  quali,  lo  ripetiamo, 
debbono  avere  una  leggera  pendenza  verso  il  poggio,  in  modo  che  le 
acque  si  raccolgano  tutte  precisamente  al  piede  della  scarpa  della 
banchina  superiore,  e  non  possano  produrre  guasti  alle  inferiori. 
Anzi  al  piede  d'ogni  banchina  e  dove  si  raccoglie  i'  acqua,  è  bene 
praticare  addirittura  un  fossetto  a  lieve  pendenza.  In  tal  modo  l'acqua 
scorre  e  va  a  sboccare  in  un  acquidoccio  generale  o  fossato  più 
grande,  acquidoccio  che  si  fa  tortuoso  per  allungare  e  rallentare 
così  il  cammino  dell'acqua. 

Se  si  incontrano  dei  sassi  nella  formazione  delle  banchine,  questi 
si  possono  utilizzare  facendone  muriccioli  che  rinforzino  la  scarpa 
delle  banchine  stesse. 

Nei  terreni  molto  ripidi,  è  naturale  che  l'altezza  della  scarpa  voglia 
essere  più  ampia  della  larghezza  delle  banchine  stesse.  Avendosi  ad 
esempio  una  inclinazione  di  45  gradi,  quell'  inclinazione  cioè  che  è 
equidistante  dalla  linea  orizzontale  e  dalla  verticale,  la  scarpa  dovrà 
essere  almeno  di  3  metri  per  2  della  banchina.  Con  una  inclinazione 
invece  assai  minore,  la  scarpa  non  ha  spesso  più  di  60  ad  80  cen- 
timetri di  altezza,  essendo  la  larghezza  del  ripiano  di  due  metri 
e  più. 

G.  A.  Odavi  che  scrisse  molte  opere  e  articoli  di  viticoltura  e 
mise  in  pratica  in  diverse  occasioni  il  piantamento  delle  viti  in  ban- 
chine orizzontali,  ce  ne  addita  i  precetti  principali  nell'  opera  La 
Chiave  dei  Campi.  È  da  questo  libro  che  noi  riassumiamo  le  se- 
guenti norme. 

Nel  tracciare  le  banchine  bisogna  sempre  seguire  la  perpendico- 
lare alla  pendenza  del  suolo;  e  ciò  spesso  a  pregiudizio  della  lun- 
ghezza d'alcune  banchine,  dovendone  spesso,  per  averle  tutte  oriz- 
zontali, farne  qualcuna  più  corta. 

Spesso,  progredendo  nel  tracciamento  e  nella  esecuzione  pratica 
delle  banchine,  si  trova  improvvisamente  un  cangiamento  nelle  pen- 
denze del  suolo,  onde  volendo  conservare  1'  orizzontalità  in  tutta 
la  lunghezza  del  ripiano  (sia  A  B  nella  fìg.  76)  è  giuocoforza  farlo 
precedere  da  uno  o  più  ripiani  corti.  Ecco  come  è  spiegato  questo, 
caso  nell'opera  citata: 

«  Supposto  infatti    (è  una    supposizione,  che    questa  figura    male 


366 


CAPITOLO    IX 


«  rende  il  concetto),  che  oltre  la  china  principale  del  terreno  da 
«  M  in  N,  un'altra  ne  sorga  da  B  in  A,  allora  per  dare  alla  ban- 
«  china  ABI'  orizzontalità  in  tutta  la  sua  lunghezza  si  è  costretti 
«  di  farla  precedere   da  due  o  più  banchine  o  p  q  r  s  t,  dando  a 


M 


Fi£.  76 


«  queste  una  lunghezza  tale  che  le  distanze  p  x  e  r  y  ecc.  (mi- 
«  nori  di  certo  di  u  o  ,  o  q)  siano  tali  da  permettere,  come  dissi 
«  qui  sopra,  il  passaggio  dei  buoi  coi  carri,  ecc.  » 

Ed  ecco  infine  ora  un  modo  pratico  per  tracciare  queste  banchine. 
Continuiamo  a  servirci  della  Chiave  dei  Campi. 

Tutti  sanno  che  cosa  sono  le  paline,  quelle  asticciuole,  cannette, 
o  rami  ben  diritti  della  lunghezza  di  metri  1  a  2,' aguzzate  ad  un 
estremo  e  fesse  nell'altro  per  inserirvi  un  pezzetto  di  carta  che  le 
rende  meglio  visibili. 

Queste  paline,  che  servono  comunemente  nel  tracciare  gli  allinea- 
menti, si  collocano  a  posto  innanzi  tutto  sul  terreno,  in  senso  tra- 
sversale alla  pendenza  delle  terre,  ponendole  alla   base  della   futura 


Fig.  77. 


scarpa  delle  banchine,  le  quali,  si  le  lunghe  che  le  corte,  avranno  tutte 


la  medesima  larghezza, 


LAVORI  PREPARATORI!  PER  L'IMPIANTO  DEL  VIGNETO         367 


Siano  p  p  le  paline.  (Fig.  77). 

Allora,  non  volendo  far  tutto  a  mano,  si  fa  passare,  cominciando 
dalla  parte  più  alta  del  campo,  tre  volte  l'aratro  volta  orecchia, 
versando  la  terra  sempre  a  basso  nel  tratto  A  B.  Quindi  cogli 
uomini  armati  di  badili,  si  fanno  togliere  le  ultime  due  fette  smosse 
dall'aratro  facendole  versare  sulla  prima,  nonché  sulla  linea  delle 
paline  p  p  p.  In  tal  modo  si  ha  un  solco  largo  circa  mezzo  metro 
alla  profondità  a  cui  è  sceso  l'aratro.  In  questo  solco  per  approfon- 
dirlo si  fa  passare,  una  volta  o  due,  secondo  la  profondità  che  si 
vuol  raggiungere,  un  ripuntatore  americano  tirato  da  4  buoi.  (Fig.  78). 


Fig.  78. 

Dietro  al  solco  profondo  lasciato  dal  ripuntatore  seguono  operai  ar- 
mati di  badili,  i  quali  tirano  su  la  terra  vergine  mossa  dal  potente 
aratro  e  la  versano  sopra  quella  già  smossa  dal  volta -orecchia  e 
messa  a  posto  come  dicemmo. 

Fatto  ciò  si  avrà   (Fig.  79)  un   cumulo   di  terra   m  n    verso   la 
scarpa  e  un  fossetto  A  B  largo  30  centim.  e  profondo  da  40  a  50. 


A 


1  rl 1  f! 

0  P 


Fiar.  79. 


In  questo  fossetto  si  fa  scendere  parte  colla  vanga  e  parte  col  volta- 
orecchia  tutto  lo  strato  arabile  del  tratto  0  P  che  tocca  la  base  della 
scarpa  della  banchina  di  sopra  q  q  q,  e  si  fa  smuovere  poi  la  terra 


368  CAPITOLO  IX 

vergine  di  sotto  che  servì  ad  appianare  la  banchina  e  a  sotterrare 
il  detto  tratto  arabile.  Infine  si  dà  un  colpo  di  badile  alla  scarpa 
per  lisciarla  ed  ultimarla,  e  la  banchina  a  questo  modo  è  fatta,  colla 
leggera  pendenza  in  a  monte  che  avevamo  consigliato  e  applicando 
a  dovere  la  teoria  della  terra  vergine  (1). 

Abbiamo  detto  che  era  cosa  buona,  per  dare  all'acqua  piovana  un 
corso  lento  e  tale  da  non  produrre  franamenti,  di  praticare  presso 
la  base  d'ogni  argine  un  fossetto  con  lieve  pendenza  verso  gli  scoli 
maestri  praticati  nel  colle  dall'  alto  in  basso,  in  modo  da  condurre 
poi  l'acqua  fuori  del  vigneto.  In  questa  strada  che  deve  fare  l'acqua 
essa  può  nondimeno  trascinar  via  molta  terra.  Ad  ovviare  a  questo 
inconveniente  è  buona  cosa  aprire  dei  pescajuoli  o  piccole  buche 
nelle  quali  V  acqua  abbandoni  le  particelle  terrose,  ciò  che  si  fa  da 
taluno  con  buon  esito  negli  alti  colli  del  Monferrato. 

§  5.  Ammendamenti  —  Marnatura  —  Terra  vergine  — 
Aggiunta  di  sali  di  ferro  ai  terreni  bianchi.  —  Sulla  esatta 
definizione  della  parola  ammendamento  non  si  accordano  gli  autori 
che  scrissero  di  agronomia.  —  Il  Cantoni  vuole  compresi  tra  gli 
ammendamenti  i  lavori,  il  debbio,  la  fognatura,  solo  quei  modi  cioè 
di  preparare  il  terreno  che  nessun  materiale  sensibile  aggiungono  al 
terreno.  —  G.  A.  Ottavi  invece  si  attiene  al  significato  che  pare 
espresso  nella  parola  stessa,  e  chiama  ammendamento  tutto  ciò  che 
può  togliere  alla  terra  una  o  più  mende.  E  così  egli  vi  comprende 
pure  le  aggiunte  di  calce,  marna,  silice,  torba  e  le  concimazioni  in 
una  parola.  Siccome  pare  che  quest'ultima  maniera  di  vedere  sia  più 
generalmente  ammessa,  ad  essa  ci  atterremo,  senza  pretendere  però 
che  sia  rigorosamente  scientifica.  E  comincieremo  a  parlare  di  quelle 
aggiunte  che  possono  correggere  e  modificare  profondamente  la  na- 
tura fisico- chimica  del  suolo:  queste  vertono  specialmente  sui  mate- 
riali immediati  del  suolo  stesso. 

La  marnatura,  ossia  l'aggiunta  di  marna  al  terreno,  si  pratica  per 
rendere  più  consistenti  le  terre  sabbiose,  per  rendere  più  porose 
quelle  argillose,  e  per  dare  più  corpo  e  calore  alle  terre  vegetali 
fredde.  Essa  è  possibile  economicamente  quando  la  marna  trovasi 
nel  sottosuolo,  o  almeno  sul  pendio  o  sui  fianchi  di  colle  assai  vi- 
cino. Da  noi  si  usa  poco  la  marnatura  nei  vigneti,  molto  invece  in 


(I)  V.  La  Chiave  dei  Campi,  %   136. 


LAVORI  PREPARATORII  PER  L'IMPIANTO  DEL  VIGNETO         369 

Francia.  Nella  Gironda,  scrive  il  Petit  Lafitte,  si  applica  sovente 
la  marna  alle  vigne  e  con  felicissimi  successi.  Vigne  vecchie  e  spos- 
sate, furono  con  quest'  ammendamento  ricondotte  ad  uno  stato  di 
fiorente  vegetazione,  ed  egli  cita  diversi  fatti  al  proposito;  come  pure 
parla  della  correzione  di  terre  silicee  e  leggere  coll'aggiunta  di  altre 
più  argillose,  della  correzione  di  terre  forti  e  compatte  coli' appli- 
cazione di  sabbia. 

La  marna  è  una  terra  vergine,  ed  è  anche  per  questo  che  por- 
tata alla  superficie  dagli  strati  più  bassi  del  terreno  dove  trovavasi, 
e  opportunamente  sverginata,  fa  prodigi  nei  suoli  sprovvisti  di 
calcare  (1).  E  la  terra  vergine  applicata  alle  vigne  come  ammenda- 
mento è  una  fra  le  migliori  pratiche  che  onorano  la  viticoltura  italiana. 
L'alternanza  della  terra  vergine  al  pedale  delle  viti,  che  da  secoli  si  usa 
nel  Bresciano,  il  così  detto  colturone  del  Vogherese,  e  moltissimi 
altri  fatti  raccolti  da  G.  A.  Ottavi  nell'  alta  e  bassa  Italia  ne  sono 
un  esempio  (2).  Del  modo  di  portare  la  terra  vergine  alla  superficie, 
all'atto  dell'impianto  del  vigneto  già  abbiamo  discorso;  delle  belle  ap- 
plicazioni di  essa  colle  cure  successive  di  coltura  parleremo  a  suo 
tempo. 

Un  ammendamento  che  si  rende  importantissimo  in  certi  casi  è 
l'aggiunta  al  terreno  della  soluzione  di  sali  di  ferro. 

In  Francia  hanno  trovato  che  le  viti  americane  sono  più  delle 
Europee  soggette  al  giallume,  anzi  ad  una  infermità  spesso  più 
complicata,  per  la  quale  le  foglie  si  deformano  offrendo  una  dentel- 
latura più  profonda,  e  si  produce  nella  vite  una  quantità  stragrande 
di  piccoli  rami  secondarii,  il  cui  ufficio  è  di  far  da  parassiti  ai  tralci 
fecondi.  Questa  malattia  è  chiamata  dai  francesi  le  cottis  de  la  vigne 
o  anche  la  potesse  en  or  lille. 

Essa  fu  osservata  più  volte  nella  Charentes  e  il  dott.  Guyot  ne 
diede  una  esatta  descrizione.  Si  manifesta  specialmente  nelle  terre 
bianche,  cretacee,  ed  è  ammesso  che  risulti  da  mancanza  di  ferro 
nei  principii  minerali  del  suolo.  Il  Planchon,  che  ha  segnalato  testé 
questa  malattia  nelle  viti  americane,  dice  che  nel  suo  vivaio  il  Clinton 
soccombette  a  questa  specie  di  giallume  nel  primo  anno  del  pianta- 
mento,  mentre  il  Taylor  ne   fu  invaso    solo  al    quarto  anno,    ma  il 


(1)  V.  Marcon,  Le  cidtivateur  Chareniais. 

(2)  V.  giornale  il  Coltivatore  voi.  XI,  XII,  XIII,  XIV,  XXII  ecc. 

0.  Ottavi,  Trattato  di   Viticoltura.  25 


370  CAPITOLO    IX 


male  si  estese  però  anche  all'innesto  di  vite  indigena,  da  due  anni 
posto    sul  ceppo  americano. 

Cercò  il  Planchon  di  scoprire  se  una  qualche  crittogama  non  con- 
tribuisse a  produrre  ed  allargare  il  male;  egli  sospettava  questo,  a- 
vendo  notato  che  il  piede  della  vite  morta  era  coperto  di  una  muffa 
biancastra;  ma  tale  produzione  non  si  trovò  che  sulle  radici  già 
morte,  mentre,  neppure  nell'ultima  fase  della  malattia,  sulla  pianta 
viva  non  fu  osservata. 

Ed  è  così  ch'egli  ammette  definitivamente  che  le  cause  del  Cottis 
si  devono  ricercare  nel  suolo;  e  queste  cause,  secondo  il  Planchon, 
sono  due:  povertà  in  ferro,  e  mancanza  di  calore.  È  adunque  una 
malattia  clorotica  della  pianta,  malattia  che,  come  è  noto,  si  cura 
dando  al  terreno  il  ferro  che  gli  manca.  La  proporzione  consigliata 
da  Guyot  contro  la  clorosi  è  di  5  chilogr.  di  solfato  di  ferro  in  100 
litri  d'  acqua  da  adoperarsi  poi  alla  dose  di  2  a  5  litri  per  pianta: 
venti  a  venticinque  chilogrammi  di  solfato  bastano  però  per  un  et- 
tare  a  vigneto  in  condizioni  normali  di  vegetazione,  cioè  non  affetto 
da  clorosi. 

Ed  ecco  perchè  abbiamo  messo  il  ferro  tra  gli  elementi  che  tal- 
volta concorrono  ad  ammendare  il  terreno. 

§  6.  Arrotto,  fognatura  o  drenaggio.  —  Varrotto  o  fogna 
del  Monferrato,  detto  contrafosso  nello  Stradellese,  è  un'operazione 
che  si  fa  o  all'impianto  del  vigneto,  o  negli  anni  successivi,  per  dare 
aria  agli  strati  inferiori  del  terreno.  È  una  specie  di  fognatura  con 
fascine.  Nelle  fosse  che  si  aprono  pel  piantamento,  nel  modo  che  di- 
cemmo, si  sdrajano  all'epoca  di  questo  piantamento  fascine  di  canna, 
o  fasci  d'erba  legati;  vi  si  aggiunge,  potendo,  del  letame  misto  a  cal- 
cinacci, cenere,  rottami,  ghiaia  ecc.  e  si  copre  poi  il  tutto  con  terra. 

L'arrotto  è  una  pratica  buona  per  l'aria  che  introduce  nel  terreno; 
ma  è  evidente  che  essa  non  è  affatto  necessaria  per  chi  prepara  il 
terreno  collo  scasso  reale,  ed  è  poi  meno  necessaria  ancora  per  co- 
loro che  hanno  la  buona  abitudine  di  piantare  superficialmente.  È  una 
vera  necessità  invece  per  i  viticultori  Casalesi,  gli  Astigiani  e  tutti 
quegli  altri  che  avendo  terreni  compatti  piantano  tuttavia  la  vite  a 
50,  60  e  ben  anche  70  centimetri  di  profondità. 

In  altre  provincie  d'Italia  la  fognatura  si  fa  mettendo  in  fondo 
alla  fossa  uno  strato  di  ghiaia  di  circa  o0  o  10  centimetri  di  spes- 
sore, coprendo  il  tutto  con  terra  e  comprimendo. 


LAVORI  PREPARATORII  PER  L'IMPIANTO  DEL  VIGNETO         371 

Altri  fanno  di  meglio:  stabiliscono  in  un  fosso,  un  canaletto  fatto 
con  pietre  piane  o  con  tegoli,  e  mettono  su  di  esso  un  po'  di  ghiaia 
e  quindi  la  terra  come  sopra  (fig.  80). 


Fig.  80. 
(Profondità  del  fosso  lm,50:  altezza  delle  pietre  0,50). 

Meglio  assai  dell'arrotto,  come  quello  che  non  ha  bisogno  d'esser 
rinnovato  ogni  tre  o  quattro  anni,  e  meglio  anche  della  fognatura 
fatta  cogli  antichissimi  metodi  italiani  è  il  vero  drenaggio  coi  tubi 
poco  diffuso  sin'ora  in  Italia,  molto  in  Inghilterra  e  in  Francia.  Nei 
locali  in  cui  il  terreno  è  per  natura  compatto  ed  umidiccio  in  tutte 
le  stagioni,  chi  volesse  impiantarvi  una  vigna  dovrebbe  pensare,  come 
prima  opera,  all'  impianto  del  drenaggio,  per  non  trovarsi  poi  nel 
caso  doloroso  di  avere  buona  annata  solamente  negli  anni  secchi. 

La  metà,  se  non  di  più,  dei  nostri  viticoltori  degli  Apennini,  dove 
abbondano  le  terre  forti  argillo-calcari,  potrebbe  col  drenaggio,  se 
non  duplicare  quasi  ogni  anno  il  prodotto  della  vigna,  accrescerlo 
almeno  di  molto,  averlo  di  miglior  qualità  e  pagare  così  largamente 
la  spesa.  Inoltre  si  potrebbero  lavorare  e  zappare  assai  meglio  le 
terre  drenate,  e  far  ciò  più  presto  in  tutti  i  momenti  dell'  anno.  Ci 
troviamo  qui  dunque  di  fronte  ad  un  prodotto  maggiore  e  migliore 
e  ad  una  diminuzione  di  spesa  nei  lavori  del  suolo  vitato. 

In  Francia  (nella  Gironde,  a  Lagrange)  il  conte  Buchatel  fece  dre- 
nare ottanta  ettari  a  vigna,  vi  spese  lire  275  ad  ettare  e  l'aumento 
del  prodotto  fu  tale  che  in  un  anno  solo  egli  pagò  la  spesa. 

Nello  stesso  dipartimento  il  marchese  di  Bryas  fece  drenare  una 
sua  vigna  di  sei  ettari,  la  quale  dava  il  reddito  medio  appena  di  60 
ettolitri  di  vino.  Or  dopo  che  vi  fu  eseguito  il  drenaggio,  il  prodotto 
ascese  a  208  ettolitri. 

Chaptal  cita  in  una  sua  opera  il  caso  di  tre  campicelli  attigui 
ed  a  vigneto,  dove  lo  strato  arabile  era  di  natura  eguale  in  tutti  e 


372 


CAPITOLO   IX 


tre;  per  tutti  e  tre  si  seguiva  lo  stesso  processo  di  coltura  della 
vite  prima,  e  quello  della  vinificazione  poi,  e  solo  differiva  in  essi  il 
sottosuolo.  Per  la  qual  cosa  dal  campicello  primo  si  ottenevano  in 
media  L.  1200  di  prodotto,  dal  secondo  800  e  dal  terzo  sole  400. 
Ivi  c'era  il  sottosuolo  impermeabile  ed  il  drenaggio  sarebbe  tornato 
utilissimo. 

Vediamo  ora  alcuni  sistemi  spegnali  di  fognatura. 

Nei  vigneti  le  fosse  da  drenaggio  si  possono  aprire  anche  tra  un 
filare  ed  un  altro  di  viti,  e  basta  che  in  fondo  ad  esse,  per  il  lungo, 
vi  sia  la  pendenza  di  circa  due  o  tre  millimetri  per  metro.  Ognuna 
di  queste  fosse  deve  avere  la  media  profondità  d'un  metro,  dove  dif- 
ficilmente giungono  le  radiche    delle  viti.  Con  tale  profondità  la  di- 


Kte.  81. 


stanza  media  tra  una  e  l'altra  fossa  può  essere  di  dieci  metri.  O- 
gnuna  infine  deve  por  capo  in  un  emissario  comune,  nel  quale  versa 
le  sue  acque  e  questo  a  sua  volta  le  conduce  in  un  qualunque  fosso 
o  roggia  di  scarico.  Le  fosse  vogliono  essere  ben  spazzate  e  livellate 
(fig.  81  a  e  d)  onde  i  tubi  vi  si  adagino  per  bene. 

Posti  i  tubi  uno  a  capo  dell'altro  in  fondo  alle  dette  fosse,  dopo 
averne  regolarizzata  la  pendenza,  si  cuoprono  con  terra,  il  che  si  fa 
un  po'  per  volta,  poi  la  si  comprime  ben  bene  coi  piedi  e  colle  maz- 
zeranghe; e  ciò  onde  i  tubi  non  abbiano  poi  a  spostarsi  menoma- 
mente. 

Queste  sono  le  avvertenze  principali  che  voglionsi  avere  nel  fare 
il  drenaggio.  I  dettagli  è  d'uopo  studiarli  nei  trattati  speciali  di  fo- 
gnatura. 


LAVORI  PREPARATOMI  PER  L'IMPIANTO  DEL  VIGNETO         373 

Per  chi  abbia  terreni  umidi  l'impianto  del  drenaggio  non  è  cosa 
da  poco:  si  calcolano  in  media  L.  100  ad  ettare  per  l'acquisto  dei  tubi 
e  altre  L.  100  per  i  lavori  necessarii  all'impianto.  V'è  però  un  altro 
sistema,  assai  più  economico,  quello  dei  pozzi  assorbenti.  Ma  essi  non 
si  possono  praticare  che  ad  una  condizione,  che  cioè  al  disotto  dello 
strato  impermeabile  si  trovi,  ad  una  profondità  ancora  accessibile, 
uno  strato  permeabile  di  sabbia,  d'  alluvioni  antiche,  di  roccie  di- 
sgregate ecc.  Allora  l'acqua  dello  strato  superficiale  condotta  a  que- 
sti strati  più  profondi  e  permeabili  per  mezzo  di  uno  o  più  appositi 
pozzi  assorbenti,  troverà  uno  scolo  (v.  fig.  82). 

Il  pozzo  assorbente  si  può  praticare  con  profitto  anche  nelle  co- 
struzioni delle  case  di  campagna  per  liberarle  dalle  acque. 


0 

Pie.  82. 


Si  comincia  dal  praticare  una  vasta  apertura  cogli  ordinarli  stru- 
menti, la  quale  si  fa  per  tutto  lo  strato  superficiale,  arrivando  così 
al  banco  impermeabile.  Quest'apertura  segnata  con  A  nel  figura  82 
potrà  avere  un  diametro  di  3  a  5  metri  all'  orifizio,  restringentesi 
sempre  più.  Giunti  allo  strato  impermeabile,  colla  trivella  si  pratica 
un  foro  0  che  traversa  il  banco  in  tutta  la  sua  altezza,  mettendo  così 
in  comunicazi'one  lo  strato  superficiale  con  quello  selcioso  o  ghiaioso; 
basterà  far  tanti  di  questi  fori  a  seconda  dell'effetto  che  si  vuol  ot- 
tenere. 

Se  lo  strato  impermeabile  è  molto  alto,  l'ostruzione  dei  fori  pra- 
ticati è  facilissima,  e  allora  bisogna  pensare  a  tenerli  aperti  artifi- 
cialmente. Si  consiglia  di  collocare  nel  foro  fatto  dalla  trivella  un 
tubo  di  legno  di  ontano,  di  olmo  o  di  quercia.  E  per  impedire  l'in- 


374  CAPITOLO   IX 


tasamento  di  questo  tubo  è  bene  coprirne  Y  apertura  con  fascetti 
di  spine,  sopra  i  quali  si  dispone  una  grossa  pietra  D,  sostenuta 
da  due  altre  laterali.  Finalmente  si  riempirà  tutta  1'  escavazione  di 
pietre  sino  al  livello  del  fondo  delle  fosse  che  devono  portar  l'acqua 
al  pozzo  assorbente. 

Un'ultima  avvertenza  per  chi  vuol  risanare  i  suoi  terreni  con  questo 
metodo,  è  quella  di  praticare  le  fosse  leggermente  inclinate  col 
loro  fondo  verso  il  pozzo.  Ma  solo  leggermente  per  impedire  che 
al  momento  delle  grandi  piogge  queste  trasportino  al  pozzo  stesso 
materiali  troppo  grossolani,  i  quali  potrebbero  otturarlo. 

Un  drenaggio  eziandio  economico  applicab